Buenas noches señor Zapatero y buena suerte PSOE!

É stato definito l’hombre nuevo, “l’uomo nuovo” del socialismo spagnolo, colui che avrebbe tracciato una Nueva Vìa per la Spagna post-Aznar. Il 23 lulio del 2000 José Luis Rodriguez Zapatero, giovane deputato di Leon veniva eletto segretario generale del PSOE (il Partito socialista spagnolo); meno di quattro anni dopo, a seguito della sorprendente vittoria sul candidato del PP Rajoy, otteneva la fiducia delle Cortés Generales per formare il primo governo socialista dalla fine del felipismo, basando il proprio programma su tre principi cardine: partecipazione, uguaglianza e rinnovamento. Un progetto ambizioso quello di Zapatero, che avrebbe dovuto pervadere i vari ambiti della politica: esecutivo, partito e comunicazione politica.

Per quanto riguarda la sua leadership governativa, sebbene in possesso di ampi poteri garantiti alla sua carica dalla Costituzione spagnola [Heywood 1995] e di un forte carisma, la sua leadership non può tuttavia essere definita egemonica, autoritaria, essendosi rivelata, invece, un esercizio intelligente di ampi poteri garantiti dalle previsioni costituzionali e di una forte componente carismatica, contraddistinta da una marcata collegialità dell’azione governativa. Si può parlare di Zapatero come di “leader del dialogo” che, grazie alla coesione del suo governo e alla condivisione delle sue scelte, ha portato avanti un’azione caratterizzata da quello che è stato definito come spontaneismo politico, cercando di presentare le proprie scelte come frutto del dialogo tra tutte le parti interessate nel processo decisionale. Tale concezione traeva origine da quello che è stato definito come repubblicanesimo civico, volto a creare la «democrazia dei cittadini per i cittadini» [Pettit 2008], e che Zapatero ha sempre considerato il suo punto di riferimento, la sua stella polare durante i suoi otto anni di governo. Tale approccio è stato seguito dal primo ministro socialista in tutti gli ambiti d’azione del suo governo, dalla guerra in Iraq alla politica estera, dalla riforma del sistema radiotelevisivo alle riforme sui diritti civili: ognuno di questi provvedimenti è stato preso perché avvertito come voluto dalla maggioranza del popolo spagnolo e perché rispecchiavano aspetti di quel republicanismo civico considerato da Zapatero come principio-guida [Calamai e Garzia 2006].

In riferimento alla sua leadership partitica, Zapatero ha assunto da subito il ruolo di guida per un partito in fase di ricostruzione dopo i disastrosi risultati delle elezioni del 2000, rappresentandone, secondo quanto affermato da Méndez Lago [2006], l’«ultima speranza». La sua strategia si è basata sui temi della rottura, del cambiamento e della rinascita, sfruttando il proprio carisma, la propria immagine giovane, fresca, sconosciuta ai più e per questo apprezzata. La sua giovane età, la poca notorietà tra il grande pubblico, nonché il fatto di non essere appoggiato da alcuno dei gruppi maggiori dell’establishment socialista (felipisti e guerristi) ha permesso a Zapatero di presentarsi come il cambiamento o, meglio, il cambio tranquillo che rompeva con il passato rimanendone comunque ideologicamente legato. La conquista della leadership del partito è stata favorita anche dalla natura stessa del PSOE che manca della tradizionale struttura “di massa”, radicata sul territorio, essendo invece strutturato secondo il modello di partito catch-all, proiettato principalmente alla competizione elettorale, e dunque, coeso intorno al proprio leader che ne diventa il fulcro. In questo caso, il processo di presidenzializzazione del partito si interseca a quello della sua democratizzazione: essendo stato eletto dalla membership attraverso le primarie, Zapatero ha potuto beneficiare di una legittimazione tanto forte da poter scavalcare le gerarchie partitiche e modellare l’organizzazione in base alle proprie necessità.

Sicuramente l’ambito dove maggiormente la leadership di Zapatero ha fatto sentire il proprio peso è stato quello riguardante le competizioni elettorali. Diversi studi hanno evidenziato, soprattutto nel corso degli ultimi dieci anni, un aumento sostanziale della personalizzazione delle campagne elettorali in Spagna [Sánchez-Cuenca 2009; van Biezen e Hopkin 2007]. Questo fenomeno, che ha progressivamente caratterizzato il sistema politico, ha ricevuto un notevole impulso proprio dalla comparsa sulla scena politica nazionale del premier spagnolo. Questi, coadiuvato da un eccellente gruppo di esperti in comunicazione elettorale, ha introdotto sulla scena politica spagnola tecniche innovative di comunicazione politica, caratterizzate dall’uso di strategie di marketing politico (certamente innovative risulta essere stata l’elaborazione dei brand elettorali «ZP: Zapatero Presidente» e «Z de Zapatero») e dall’uso incrociato di nuovi e vecchi media (internet, radio e televisione). In occasione delle campagne elettorali del 2004 e del 2008, si è assistito ad una totale identificazione del partito con il proprio leader, anche in virtù dei sondaggi che durante tutta la prima legislatura (2004-2008) hanno segnalato costantemente Zapatero ad un livello di popolarità superiore rispetto a quello del proprio partito, incoraggiando una campagna che puntasse più su di lui che sui risultati del governo socialista.

L’esperienza di Luis Zapatero alla guida del PSOE è stata certamente una tappa importante per la politica spagnola degli ultimi anni. La sua leadership ha rappresentato un’inversione di marcia o, quantomeno, un tentativo di farlo dopo gli scandali della vecchia dirigenza socialista e la politica decisionista e poco partecipativa di Aznar. Innegabili traguardi sono stati raggiunti in diversi settori di policy, in particolare in due ambiti: la politica estera con lo smarcamento deciso dalla linea d’azione atlantista e filo-americana del suo predecessore (soprattutto riguardo alla cosiddetta “questione Iraq”) e con il rilancio del multipolarismo come principio guida per il complesso intreccio delle relazioni internazionali, e le politiche sociali con le riforme in tema di diritti per le coppie omosessuali e contro la violenza e la discriminazione di genere pagate, in molte occasioni, in termini di popolarità nei confronti del Vaticano. Tuttavia, tali risultati positivi sono stati controbilanciati dagli errori commessi dal governo Zapatero in relazione alla crisi economica e finanziaria che ha colpito la Spagna e il resto mondo e che ancora oggi continua incessantemente a far sentire i propri effetti. Accusato di immobilismo, Zapatero sembra essere rimasto (mortalmente) vittima dei limiti della sua leadership. Il giornalista Guido Rampoldi ha definito Zapatero «un seduttore di folle terrorizzato dall’impopolarità. Ha garbo e un’eleganza naturale; gli manca la consistenza dello statista, cui mai come ora sarebbe chiaro che governare vuol dire scontentare. L’ha paralizzato la paura di uno sciopero generale […]» [«La Repubblica», 8 febbraio 2011]. Si potrebbe dire che sul lungo periodo il premier spagnolo sia rimasto vittima del suo stesso fantasma, non riuscendo a eseguire quella metamorfosi necessaria, quel cambio di marcia che lo avrebbe dovuto portare a compiere scelte impopolari ma necessarie per evitare che il paese fosse risucchiato dalla crisi economica più grave dal 1929.

Travolto dalle critiche e dalla macerie seguite al crollo del suo indice di popolarità, Zapatero ha compreso come l’unico modo per dare una scossa al Paese e al suo partito fosse quello di imprimere una svolta decisa, che permettesse al sistema politico-economico di rimettersi in moto. Il suo compito attuale rimane quello di “traghettare” il Paese verso le elezioni del 15 novembre prossimo, cercando da un lato, di dare la giusta visibilità al candidato socialista e già vicepremier, Alfredo Peréz Rubalcaba, dall’altro lato, di discostarsene abbastanza per non offuscarlo con la sua “ingombrante” figura. Importanti scenari sembrerebbero aprirsi adesso per il PSOE. Innanzitutto la scelta di Rubalcaba, poco incline ai personalismi e non dotato di particolare carisma, effettuata senza primarie lasciano spazio a due interrogativi: il PSOE sta abbandonando la sua vocazione verso i grandi leader carismatici (come Gonzalez e Zapatero) nel tentativo di riaffermare un qualche primato degli apparati partitici sui leader e la membership? Oppure si tratta solo di una scelta temporanea, “di transizione” verso una sconfitta annunciata e una rinascita sotto la guida di un nuovo líder? Nel primo caso si tratterebbe di un evento importante, che contraddirebbe la storia e la natura stessa dei partiti spagnoli storicamente restii al rafforzamento della struttura burocratico – territoriale a scapito del fattore personale ed elettorale [Morlino 1998]; nel secondo caso sembrerebbe necessario che la rinascita ripartisse proprio dalla scelta di un leader che abbia la forza e le qualità per condurre il partito fuori dalla crisi e che venissero stabilite regole certe per la designazione delle cariche e degli organi, ancora oggi troppo spesso assoggettati alla pressione delle varie fazioni, in particolare i cosiddetti barones, i potenti presidenti autonomici.

L’ascesa dei consulenti politici. Anche in Italia?

Nella politica contemporanea, sempre più spesso la politica sembra aver mostrato il bisogno di dare di sé un’immagine “vendibile”, che catturasse l’attenzione (e i voti) degli elettori, soprattutto attraverso la promozione dei leader politici. Marco Cacciotto [2009] ha, dunque, suddiviso la storia della consulenza in tre “ere”:

  1. a.     Prima era (dagli anni Venti agli anni Cinquanta), caratterizzata dalla nascita, nel 1934, della prima società di consulenza, la Campaign Incorporated di Bernays (anche se il primo vero consulente è stato Joseph Napolitan negli anni Cinquanta). In questi stessi anni si è avuta l’effettuazione del primo sondaggio della Gallup (1936), mentre negli anni Cinquanta si assiste ai primi spot elettorali anche con
    personaggi di Hollywood per utilizzare il nuovo linguaggio della televisione.
  2. b.    Seconda era (dagli anni Sessanta agli anni Ottanta), in cui la TV diviene il medium dominante in forza di tre fattori: graduale perdita di importanza degli apparati politici, gap tecnologico ed emancipazione dei candidati. In questa stessa fase nascono le importanti società di consulenza associate, come AAPC e IAPC. Esempio di questo nuova fase della comunicazione politica è Ronald Reagan (1976-1984) e la sua strategia del going public.
  3. c.     Terza era (dagli anni Novanta ad oggi). In questa fase i consulenti politici diventano vere e proprie star mediatiche (vedi Morris, Carville e Greenberg), fomentati dai media più interessati a loro che ai politici. Avviene in questi stessi anni l’internazionalizzazione delle consulenze. Tra gli esempi, GCS e Luntz (che spesso lavora per Berlusconi), con associazioni continentali di consulenza che iniziano a fare campagne elettorali fuori dagli Stati Uniti.

Il mercato della consulenza, secondo Cacciotto, è un mercato di nicchia, che ha un andamento ciclico: è una professione in evoluzione, in cui si formano continuamente nuove agenzie e consulenti. In Italia questo mercato, è molto frammentario e costituito, per lo più, da singoli consulenti (i cosiddetti free riders). Nel 2005 è nata l’AICOP, che sta censendo le agenzie, ma che comunque non ha un’attività continuativa, poiché queste agenzie si creano e si sciolgono a seconda dei cicli elettorali.

Per quanto riguarda la figura del consulente politico, questi è soprattutto un coordinatore, colui che dovrebbe disciplinare la campagna, convogliando nel miglior modo possibile i (spesso) pochi fondi a disposizione. Molte campagne, infatti, richiedono persone specializzate per gestire un gruppo complesso (consulente, sondaggista, addetto stampa, spindoctor, fundraiser, ecc). È vero che oggi i consulenti sono diventati media star, cioè personaggi creati dai giornalisti cui sono dedicati film e serie Tv, ma negli USA ciò che ha distrutto la solidità dei partiti, e condotto alla personalizzazione della politica sono state le primarie. In Italia, invece, questo processo è stato provocato dall’elezione diretta degli amministratori locali dopo Tangentopoli, e non dalle consulenze politiche. Da noi, infatti, il mercato parte dalle campagne locali, in cui tutti i partiti chiedono consulenze. Il campo delle consulenze è ampio, e si divide in due settori:

  1. 1.    Consulenze a decision maker e gruppi politici (secondo il principio della permanent campaign);
  2. 2.    Consulenze per organizzazioni, imprese che operano all’interno della sfera politica e per imprese le cui attività hanno ricadute sulle politiche territoriali.

In Italia abbiamo un gruppo di persone che vive di consulenze; è una professione non riconosciuta e per cui manca un controllo all’accesso. Si trova, dunque, in una fase di passaggio, in cui manca una vera comprensione del mestiere, mentre vi è un maggiore ricorso a consulenze di tipo amicale o in conflitto d’interesse (come nel caso di alcuni giornalisti). Nel nostro Paese vi è un uso delle consulenze politiche più residuale che strategico, condotte soprattutto da persone interne al partito piuttosto che da esterne ad essi, come invece avviene negli Stati Uniti.

Comunque, oggi, il lavoro del consulente politico risulta fondamentale nella carriera di qualunque personaggio politico. Il suo compito principale consiste nel cosiddetto packaging, cioè nella costruzione e nella “vendita” dell’immagine del candidato, poiché, come abbiamo analizzato nel corso di Comunicazione Politica durante il primo semestre, i candidati sono elementi facilmente “vendibili” sul mercato elettorale rispetto a ideologie e programmi essendo, rispetto a questi, meno astratti e più facili da comprendere, grazie alla loro capacità di stimolare sentimenti immediati quali, ad esempio, simpatia e ammirazione.1275975-twitter Quello del consulente è un ruolo sempre più ricercato nell’era della permanent campaign (concetto elaborato da Blumenthal nel 1980), in cui il news management, inteso come le attività messe in atto per dare visibilità al governo attraverso i media, è diventato centrale nella strategia di ogni esecutivo. Compito del consulente è, dunque, coordinare il suo apparato per organizzare strategie ed eventi che facciano da “cassa di risonanza” per il politico committente, non solo in campagna elettorale, ma durante tutto l’anno. Si tratta, dunque, di un lavoro costante, che deve essere curato nei minimi dettagli, anche per non lasciare il “fianco scoperto” ad attacchi da parte dei propri avversari.

Naturalmente, l’impiego dei consulenti non è uguale in tutti i Paesi europei ed oltreoceano. In Italia l’uso delle consulenze, non è una prassi “istituzionalizzata” come negli USA. Qui i consulenti non sono organici al partito (a differenza, ad esempio, del Regno Unito), tuttavia ne sono ideologicamente affini. Essi sono più legati al candidato che al partito, come dimostra il celebre caso di Dick Morris, che fu in più occasioni consulente di Bill Clinton durante la sua presidenza (1992-2000), nonostante avesse lavorato più volte per conto di candidati repubblicani. Nel nostro Paese, invece, la pratica delle consulenze risulta diffusa soprattutto a livello locale. A livello nazionale queste, non hanno trovato poca diffusione, in particolare dopo la riforma della legge elettorale nel 2005 che ha sancito il ritorno al proporzionale, rendendo inutile la pubblicizzazione del candidato, e riversando tutta l’attenzione sulla performance del partito. Si può affermare, dunque, come i fattori che incidono maggiormente sull’uso dei consulenti nelle campagne elettorali siano soprattutto due: la consistenza del sistema dei partiti (debole negli USA, tutto sommato ancora forte in Italia), e la legge elettorale (maggioritaria negli Stati Uniti, proporzionale, come detto, nel nostro Paese).

In conclusione è possibile affermare che quella del consulente politico, è ancora una professione a “due velocità”. Consolidata e rodata negli Stati Uniti, dove marcata è la personalizzazione della politica, provocata dalle elezioni primarie, dal sistema maggioritario e dalla “fluidità” degli apparati partitici (visti più come macchine elettorali, piuttosto che come vere e proprie organizzazioni sul territorio), mentre risulta ancora inceppata e ad uno stato embrionale in Italia, dove la spinta leaderistica, pur esistente nel panorama politico, si scontra con una legge elettorale che premia più il risultato di lista che lo sforzo del singolo candidato, e dove i partiti, nonostante le derive personalistiche e (a volte) populistiche di alcune forze politiche (tanto a destra quanto a sinistra), ancora riescono a far sentire il proprio peso all’interno della società. La figura del consulente politico sembra, tuttavia, destinata a guadagnarsi uno spazio sempre più importante all’interno del processo politico del nostro Paese, dal momento che, nonostante i fattori sopra elencati (legge elettorale, forza dei partiti), è sempre più visibile, anche a livello nazionale, una graduale personalizzazione del confronto politico, in cui la cura dell’immagine del politico e dei suoi programmi necessita, sempre più, di essere affidata a specialisti nel campo della comunicazione politica.

Obama tra crisi economica e divided government

Lo “spettro default” aleggia sempre più minaccioso sulle teste degli americani. Il Senato, a maggioranza democratica, ha respinto ieri il cosiddetto “Piano Boehner”, ovvero il progetto di rientro dal debito elaborato dallo speaker repubblicano della Camera dei Rappresentanti John Boehner con 218 voti contro e 210 a favore. Dunque, con la scadenza del 2 agosto che si avvicina inesorabile, la situazione inizia a farsi drammatica con il rischio sempre più concreto di un declassamento dell’economia USA dalla triple A (AAA) ad AA, evento che rappresenterebbe un duro colpo al precario equilibrio su cui sembra giacere l’intero sistema finanziario internazionale. Ora la palla passa al leader dei Democratici al Senato, Harry Reid, cui spetta il compito di stilare un progetto di salvataggio dell’economia che possa coagulare intorno a sé il consenso di tutti, o quasi, i membri del Congresso e, soprattutto, dello schieramento repubblicano al cui interno si delineano turbolenze causate dagli esponenti del cosiddetto Tea Party.

Questa situazione presta il fianco ad alcune considerazioni di carattere politico, in particolare riferite al sistema istituzionale americano e agli attori che al suo interno agiscono. Come è noto, dalle elezioni di midterm, si è dato vita al cosiddetto divided government, in virtù del quale la presidenza e il Congresso risultano essere espressioni di forze politiche opposte. Da un lato, la presidenza e il Senato sono in mano ai Democratici, dall’altro lato la Camera dei Rappresentanti è passata sotto il controllo dei Repubblicani guidati dal “sanguigno” John Boehner. f29f99a24eb7505e9342148eded3c325Si tratta di una situazione già accaduta nella storia politica statunitense, più recentemente sotto le presidenze Reagan, Bush Sr, Clinton e Bush Jr, e che hanno spesso costituito un freno alla totale presidenzializzazione del sistema americano, limitando l’azione di quello che Sergio Fabbrini [2007] ha, perciò, definito «the Semi-Sovereign American Prince». In un sistema di separated government come quello statunitense, in cui il presidente e il parlamento ricevono legittimazione diretta attraverso le elezioni e sono titolari rispettivamente (ed esclusivamente) del potere esecutivo e di quello legislativo, tali fasi di “coabitazione” (volendo usare un termine più adatto, forse, in riferimento alla Francia della Quinta Repubblica) sembrano limitare fortemente il potere di iniziativa legislativa che il presidente avrebbe in condizioni normali. Ciò è ben esemplificato dalla netta differenza tra la prima fase del mandato di Obama (2009-2010) e la seconda fase che si concluderà a dicembre del prossimo anno. Nei primi due anni il presidente americano si è contraddistinto per una sorprendente vivacità dal punto di vista governativo, culminata con l’importante riforma sanitaria fortemente voluta e passata, non senza difficoltà, all’inizio del 2010. Ma successivamente sia per fattori contingenti internazionali, sia per il risultato avverso delle elezioni di metà mandato, la parabola obamiana ha iniziato a curvarsi progressivamente.

Come detto, prima di Obama altri presidenti hanno dovuto fronteggiare la coesistenza di un Congresso a loro ostile. Ronald Reagan si contraddistinse in questa fase per un esercizio costante della cosiddetta rethorical presidency, ovvero uno stile presidenziale che faceva del “rapporto diretto” con il popolo americano la sua ragion d’essere. Inaugurata negli anni Trenta sotto la presidenza di Franklin Delano Roosvelt, tale approccio fu rispolverato e fatto proprio dal presidente repubblicano che, attraverso la pratica del going public [Campus 2006] “personalizzò” fortemente l’azione presidenziale attraverso una serie di appelli diretti e di promesse in modo da scavalcare il muro ostile innalzato dai suoi avversari padroni del ramo legislativo del sistema, e instaurando un clima definito da Blumenthal [1982] di permanent campaign (campagna permanente). Sfruttando anche la situazione contingente, caratterizzata dalla fase culminante della Guerra Fredda, poté ritagliarsi uno spazio decisivo ed ergersi come simbolo della nazione in quel frangente; tuttavia la mancanza di un “supporto istituzionale” e gli scandali occorsi (l’affaire Iran-Contra) finirono col renderlo un’ostaggio del Congresso [Fabbrini 2007].

Un altro esempio, molto più simile al caso Obama, è quello fornito dal primo mandato di Bill Clinton alla Casa Bianca. Eletto insieme ad una maggioranza Democratica in entrambi i rami del Congresso nel 1992, Clinton dovette subire a partire dal 1994 la coabitazione con una maggioranza repubblicana in parlamento, definita da Fabbrini [2007, 327] come «the most aggressive Republican congressional caucus since the Second World War», ovvero una maggioranza particolarmente aggressiva nei confronti del presidente, guidata dallo speaker della Camera, Newt Gingrich, promotore del celebre Contract with America (antesignano del contratto berlusconiano con gli italiani del 2001). Un divided government di questo tipo condizionò inevitabilmente la presidenza Clinton anche dopo la sua rielezione, caratterizzandola come una presidenza incrementale, fatta di piccoli provvedimenti raggiunti passo dopo passo (il cosiddetto potluck government) che impedirono al presidente democratico di delineare qualunque politica pubblica d’insieme. Tuttavia egli poté contare sulle risorse strutturali derivanti dalla sua elezione diretta e dai poteri propri della carica ricoperta che gli consentirono di non essere totalmente ostaggio del Congresso a lui avverso.

Dunque, Obama si trova oggi a fare i conti con una situazione istituzionale che non sembra favorire né la sua azione, né quella di un Paese che si trova davanti alla necessità di decidere in tempi brevi sulle questioni scottanti in materia economica. Il “Principe Semi-Sovrano” dovrà, perciò, cercare necessariamente il dialogo con i propri avversari nel Congresso nonostante la scarsa inclinazione al dialogo da essi dimostrata: il nuovo progetto allo studio dell’establishment democratico dovrà contenere precisi punti che possano incontrare il consenso anche dei Repubblicani (come l’aumento del tetto del debito) e che possa essere approvato in appena tre giorni quando, cioè, le agenzie di rating si esprimeranno sulla situazione del debito statunitense. Obama ha lanciato un appello a tutte le parti in causa per convincerli ad accordarsi ma anche per “tranquillizzare” i mercati finanziari, rispolverando anche quello stile “quasi-reaganiano” del going public, appellandosi apertamente ai cittadini americani invitandoli a «tenere alta la tensione su Washington» e, dunque, cercando di rivolgersi direttamente a coloro che, al di là di tutto, restano giudici inappellabili della condotta governativa degli attori politici americani, tanto Repubblicani che Democratici.

L’onda lunga dell’antipolitica

L’antipolitica è oggi una delle declinazioni più utilizzate nell’esercizio della strategia dei leader politici e non. Essa rappresenta una tipologia di leadership che emerge spesso come soluzione ad una crisi politica molto grave, incarnata da leader che si pongono in aperto contrasto con il sistema politico vigente. Per capire il perché alcuni leader adottino una strategia improntata dal sentimento antipolitico, è necessario ricordare due politologi che hanno analizzato, in modo approfondito, le dinamiche delle competizioni elettorali. Il primo è Joseph Schumpeter [1942], secondo cui alla base di ogni sistema democratico c’è la competizione politica, in cui i leader diventano imprenditori politici, il cui scopo è innovare, fornire una visione alternativa rispetto a quella dell’establishment con l’obiettivo di conquistare voti. Il secondo è Anthony Downs [1957], che ha elaborato la teoria spaziale del voto, in base alla quale i candidati e i partiti cercano di posizionarsi sul mercato elettorale così da garantirsi il massimo numero di voti e per far questo adottano mirate strategie di targeting degli elettori potenzialmente conquistabili.

Per questi motivi un fattore cruciale, per i leader, è quello di differenziarsi dagli atti già operanti nel sistema politico per poter conquistare una posizione privilegiata all’interno di questo mercato. Per differenziarsi i politici ricorrono al linguaggio, che è lo strumento principe per la costruzione della propria immagine, poiché esso è in grado di provocare emozioni nei cittadini, creando identificazione tra di essi grazie anche ad un linguaggio fortemente simbolico. L’antipolitica diventa così registro discorsivo che serve ai nuovi soggetti politici per legittimarsi di fronte agli elettori denunciando l’incapacità della classe dirigente, ed utilizzando un linguaggio fortemente retorico che dia voce ad un sentire comune, che faccia sentire ogni cittadino parte di una maggioranza silenziosa, trascurata, non adeguatamente rappresentata. Il linguaggio antipolitico si caratterizza, dunque, per essere strutturalmente semplice affinché sia comprensibile a tutti, e fondato sulla contrapposizione “Noi/Loro” [Campus 2006, 24], in modo che delinei i confini della cattiva politica e ponga in contrapposizione i propri seguaci. Il leader antipolitico nella sua denuncia individua tre ambiti di crisi. Un primo ambito riguarda l’origine della crisi identificata con il sistema politico-istituzionale, accusato di essere degenerato, mal funzionante e viene invocata la necessità di un cambiamento radicale. Un secondo ambito di crisi menzionato dai leader antipolitici è lo Stato centrale, accusato di invasività, dirigismo e di soffocare la libera iniziativa dei cittadini. Il terzo settore di crisi è rappresentato dalla politica come professione, presentando la crisi del Paese come frutto dell’incapacità della propria classe politica, composta da politici di professione. Questo fattore crea una finestra d’opportunità per i leader dell’opposizione per marcare ulteriormente la propria differenza dall’establishment al potere, rimarcando, piuttosto, la propria appartenenza al popolo. Il linguaggio antipolitico, dunque, è sempre associato ad un progetto di rinnovamento e trasformazione dello status quo. Ma accanto a questa pars destruens essa presuppone anche una pars costruens, poiché essa è stata giudicata compatibile con le regole della competizione democratica. L’antipolitica si configura, perciò, non solo come un progetto di distruzione del vecchio sistema politico, ma anche di costruzione di una nuova realtà politica caratterizzata dalla guida di un leader forte. Un’altra caratteristica dell’antipolitica è l’identificazione tra il leader e i suoi elettori, come se il primo possa incarnare le aspirazioni dei secondi ed esprimerle una volta eletto. Questo è evidente nel processo di personalizzazione della politica e di presidenzializzazione dei sistemi politici, in cui la forte mediatizzazione del confronto politico porta all’emergere, come ha affermato Donatella Campus [ibidem, 33], di «leader telepopulisti», in cui il popolo si incarna e di cui egli si autoproclama difensore, rivendicando il rapporto diretto esistente verso i cittadini. Tale rivendicazione prende spesso la forma di attacco al sistema dei partiti, considerati fonte di conflitto e divisione. partiti e cittadini. Per fare ciò questo tipo di leader utilizzano i mass media che «danno ai leader la possibilità di avere una relazione più o meno diretta con la popolazione» [ibidem, 38]. Tradizionalmente il luogo deputato era la piazza, l’agorà, dove sin dai tempi della Grecia antica il leader chiamava a raccolta i suoi seguaci. Tuttavia la piazza oggi non costituisce più il luogo prescelto per lanciare la propria politica, sostituita, dalla televisione, che costituisce un’arena formidabile di diffusione su larga scala dei messaggi politici. Così la televisione è diventata anche il mezzo da cui lanciare il proprio progetto politico, come nel caso di Ross Perot o della discesa in campo di Silvio Berlusconi. L’antipolitica si caratterizza per il suo linguaggio semplice e immediato, e per la spettacolarizzazione del confronto politico, caratteristiche queste che soddisfano le esigenze temporali e stilistiche del mezzo televisivo. Naturalmente il ruolo esercitato dai media a favore della leadership antipolitica non si esaurisce con la conquista del potere, ma il rapporto può evolversi per la necessità del leader di mantenere il consenso dei cittadini alla propria azione, facendo ricorso alla strategia del going public. In conclusione si può affermare che la retorica dell’antipolitica non esaurisce la propria azione nella campagna elettorale, ma diviene ancora più decisiva nella fase di esercizio del governo.

E’ un triste risveglio, Mr. Clegg

Una dura sconfitta per Nick Clegg e per il suo progetto, nato all’indomani della sua entrata nel governo di coalizione targato David Cameron. Il referendum per la modifica della legge elettorale, ovvero per il passaggio dal sistema maggioritario uninominale puro (il cosiddetto first past the post) al sistema maggioritario corretto del voto alternativo (in vigore in Australia), è stato sonoramente bocciato dalla maggioranza dei cittadini britannici recatasi alle urne lo scorso 5 maggio, che con il 69% dei voti hanno, così, affermato di preferire il sistema elettorale vigente tanto spesso criticato dallo stesso deputy prime minister. Senza soffermarci sul contenuto del sistema elettorale del voto alternativo [per una trattazione dettagliata vedi G. Pasquino, Nuovo Corso di Scienza Politica, Il Mulino, 2006, pag. 138], è possibile dire che questo risultato debba essere letto ben oltre il semplice rifiuto, da parte dei britannici, ad abbandonare il caro vecchio sistema maggioritario uninominale a turno unico. Senza volersi nascondere dietro un dito, il voto dell’altro giorno rappresentava per Clegg un vero e proprio referendum sulla sua politica, sul programma che, per la prima volta dagli anni Settanta, aveva portato i Lib Dems a sedere nel governo di Westminster. Una partecipazione al governo Cameron che molti iscritti ed elettori del partito erede dei Whigs non aveva capito, giudicando contro natura un matrimonio con i discendenti della “lady di ferro” Margareth Thatcher. Si tratta di un giudizio negativo che risulta evidente anche dai risultati delle elezioni locali, dove i Liberal Democrats hanno ottenuto il peggior risultato dal 1988, perdendo 260 seggi in 102 consigli municipali: molti di questi sono stati conquistati dai redivivi Laburisti di Ed Milliband abili nell’intercettare parte dell’elettorato scontento del partito di Clegg, mentre in altri casi (come in Scozia con lo SNP) a rafforzarsi sono stati i partiti nazionalisti. Come ha scritto stamane Tim Farron sul settimanale The Observer, il risultato trae le sue origini dal fatto che molti elettori del partito hanno visto nel governo liberal-conservatore un ritorno dell’era Thatcher, a causa anche di politiche non particolarmente popolari e imposte contro la volontà generale, secondo schemi propri del premier conservatore che dominò Westmister per più di dieci anni.

I risultati di ieri rappresentano, dunque, il conto che gli elettori dei Lib Dems hanno presentato al loro leader e alla loro dirigenza dopo un anno di governo. Si tratta, a mio avviso, di una reazione prevedibile per un partito che, ancorato ad una tradizione politica più socialdemocratica che liberale (né tantomeno al liberalismo sfrenato dei Tories), ha dovuto subire a freddo e in maniera forzosa una fusione con una tradizione politica tutt’altro che affine. La scelta compiuta da Nick Clegg ormai un anno fa, è stata forse letta dagli elettori liberal democratici come una semplice voglia del proprio leader di andare al governo, di allearsi anche con il proprio nemico per ottenere una poltrona e una buona dose di visibilità. L’errore di Clegg sembrerebbe risiedere proprio in questo fattore: il leader dei Lib Dems avrebbe dovuto spiegare meglio la propria scelta al suo “popolo”, ma soprattutto ascoltare le voci di dissenso (molte e anche autorevoli) che un anno fa si erano levate contro una scelta politica giudicata contraria ai valori del partito.

C’è chi aveva affermato, un anno fa, che il risultato delle elezioni generali avesse segnato la fine del mito di Nick Clegg, che in campagna elettorale era stato pronosticato essere il “nuovo Obama”, la nuova speranza per la politica inglese, il cambiamento, rappresentante della rottura degli schemi della vecchia politica. Invece, a mio avviso, la fine della parabola del deputato di Sheffield (feudo, tra l’altro, perso nelle elezioni dell’altro giorno) può essere rappresentata dalla pietra tombale posta dagli elettori sulla riforma della legge elettorale e dalla sonora sconfitta nelle elezioni locali che hanno rappresentato la fine del British Dreamfirmato Nick Clegg. La strategia di alleanza sbagliata, le numerose politiche di governo troppo lontane da quanto promesso in campagna elettorale e da quanto è nel bagaglio ideologico del partito (su tutte la questione delle rette universitarie), hanno allontanato progressivamente la leadership del partito dalla sua base, dai suoi elettori, portando alla fine della luna di miele tra il popolo inglese e il “suo Obama”.

 

Lettera al Principe

Quando un’ossessione diventa l’unico punto nell’agenda di un governo vuol dire che forse un problema c’è. E’ quello che sta accadendo in questi ultimi tre anni in Italia, dove una maggioranza, un governo e un uomo in particolare, stanno portando avanti una crociata per scardinare tutti i principi dello stato di Diritto, propri di qualunque liberal-democrazia, primo tra tutti quello della separazione dei poteri tra legislativo, esecutivo e giudiziario. Finora, cavalcando l’onda della presidenzializzazione della politica, sono riusciti a fondere i primi due; il loro prossimo obiettivo è inglobare anche il terzo e controllare, così, tutti i gangli dello Stato. Sotto il fuoco di fila di inchieste legittime, il premier Berlusconi e il suo governo non hanno saputo fare altro che provarle tutte, dalla legge Cirami al processo breve passando per il lodo Alfano. Un’azione volta a preservare interessi particolari, sponsorizzata come bisogno vitale per il paese.

Mi dispiace, signor presidente. Io, così come moltissimi altri concittadini, non abbiamo bisogno di nessuno “scudo”, né lo vogliamo. Non vogliamo leggi bavaglio sulle intercettazioni perchè possiamo parlare liberamente al telefono senza avere paura di rivelare segreti scottanti; non vogliamo riformare la giustizia perchè in essa crediamo, in quanto cittadini degni di questo titolo; non crediamo che uomini che fanno il proprio lavoro lo facciamo mossi da qualsivoglia ideologia; non crediamo che siano queste le priorità del paese. Queste sono le sue priorità, signor presidente.

Perchè i magistrati italiani sarebbero gli unici a voler perseguitare un capo di governo per motivi politici? Perchè non lo hanno fatto anche in Francia, Spagna, Gran Bretagna,ecc.? O meglio, perchè se le più alte cariche di questi paesi fossero stati sottoposti a uno solo dei suoi numerosi processi si sarebbero, non ne dubito, dimessi? Di lei si dice sia un imprenditore prestato alla politica, ma forse è meglio definirla un imprenditore della politica.  Lei è entrato in politica, e come la peggiore classe imprenditoriale di cui questo paese si fregia, ha deciso di scardinare il sistema, di perseguire i propri interessi, e per farlo non ha esitato ad usare lo Stato e le sue leggi. Ha costruito la sua Italia sui particolarismi, sugli egoismi, sugli individualismi dell’odio contro il nemico, della diffidenza verso l’immigrato, della paura del diverso. Ha eretto un castello di ipocrisie, aiutato dalla sua squadra di bravi, di cortigiani pronti ad osannarla anche a costo di sacrificare la propria etica umana e lavorativa.

Quando leggo statistiche che parlano di disoccupazione in aumento, di un’economia italiana che stenta nei confronti degli altri partner europei, mi chiedo se questa che lei ha deciso di percorrere sia la strada giusta. Ma sono convinto che non è la questione della giustizia, o quella delle intercettazioni ad essere la vera priorità per il paese. Signor presidente, “lei non è il paese”! Sono sicuro che questo non lo capirà mai, e mai lo capiranno quel manipolo di suoi fedelissimi che la circondano.

La deriva populista della politica italiana

Il termine Seconda Repubblica sta ad indicare in una nazione democratica l’ adozione di una nuova Carta Costituzionale redatta da un’ Assemblea Costituente riunita. Dal punto di vista tecnico-giuridico quindi, questo termine è stato usato impropriamente da molti politologi, storici, giornalisti e politici stessi. Si tratta di una espressione retorica e fuorviante. Sebbene negli Anni Novanta vi sia stata una profonda crisi politico-istituzionale, non c’è stata una frattura con il precedente assetto istituzionale. E’ quindi decisamente più giusto parlare di Secondo Sistema Politico. Questo prende inizio nel 1992 per l’ azione congiunta di tre cause:

1) TANGENTOPOLI: Rappresenta l’ azione penale della magistratura verso il mondo politico con 600 avvisi di garanzia al Parlamento. Questa rappresenta una discriminante tra l’ Italia e il resto d’ Europa. Di solito negli altri Paesi sono i cittadini a cambiare il sistema politico vigente con le elezioni, nell’ Italia degli Anni Novanta il fattore che scatena il cambiamento è il cosiddetto “Tintinnìo delle manette”. Potremmo dire che è il Codice Penale ad avviare la nuova fase delle politica nostrana: è la rivoluzione italiana, un’ operazione chirurgica portata avanti dai giudici. La tipicità del caso italiano risulta evidente dal confronto con quanto avvenne in Germania con lo “Scandalo Kohl”, che investì l’ allora alto esponente della CDU. In quel caso furono i cittadini con il voto a rimuoverlo dal suo incarico e convergere le proprie preferenze sulla SPD. Ritornando all’ Italia potremmo dire che i giudici hanno vestito i panni di “esecutori testamentari” di un processo che non è stato scatenato da loro. Questi hanno ratificato la nascita di un nuovo sistema politico. I giudici i quindi come effetto, non come causa.

2) REFERENDUM: Introdotto da Mario Segni con lo scopo di cancellare la vecchia partitocrazia e il vecchio sistema politico, considerato un “vecchio arnese”. Per il nostro assetto costituzionale i referendum possibili sono solo quelli abrogativi, cioè dove è sufficiente rispondere si o no al quesito posto. Quello del 1993 non fu un referendum trasparente. Infatti in quel caso la Corte Costituzionale da corte che lavora nel rispetto della Costituzione, lavorò come soggetto politico innovativo, svolgendo una funzione di vera e propria “supplenza politica”, consentendo un referendum che non era ammissibile. Infatti il referendum abrogativo è lineare. Ma la Corte Costituzionale disse che non vi erano i presupposti per adoperarlo, dal momento che si sarebbe avuto un vuoto costituzionale. Secondo la Corte non si poteva cancellare la legge elettorale perché non si sarebbe potuto convocare il Parlamento in breve tempo. In questa situazione la Corte Costituzionale forzò la normativa esistente affermando come il referendum dovesse prospettare una soluzione nuova. Si procedette quindi a un “referendum manipolativo”. Cioè vennero cancellate determinate espressioni lessicali, creando una formulazione nuova, contravvenendo a tutti i postulati del Costituzionalismo moderno. Il Referendum, quindi, come “detonatore”. In Italia c’è nel 1993 un atteggiamento messianico: la legge elettorale è vista come un intervento miracoloso per una nuova democrazia governante. Questa concezione è un’ operazione devastante sul piano della cultura politica. Prevale la convinzione che adottando un sistema elettorale maggioritario con parziale correzione proporzionale si sarebbe entrati in una nuova fase, nella convinzione che questa fase “..rende la democrazia governante, i governi stabili e il cittadino diventa il nuovo sovrano”, ritenuto spodestato dal Parlamento. Ci sentiamo di dire che senza questo clima da “ultima spiaggia” l’ Italia avrebbe avuto un diverso sistema di funzionamento politico. Berlusconi infatti ha strutturato la sua “discesa in campo” su questa condizione.

3) 1992: E’ in questo anno che c’è l’ irruzione del vincolo esterno. Entra in vigore il Trattato di Maastricht e costituisce una data periodizzante: tutti i Paesi europei devono avere parametri rigorosi nelle politiche pubbliche, in particolare per quanto riguardava il tetto massimo del Prodotto Interno Lordo. Queste misure comunitarie impongono un mutamento complessivo nella politica del governo. Infatti negli anni passati c’era stata una “via clientelare alla modernizzazione” e un consequenziale rigonfiamento della spesa pubblica: le spese erano coperte non da una pressione fiscale esigente, ma attraverso l’ esplosione del debito pubblico perché si accontentava in campagna elettorale gran parte dei ceti sociali. Fino al 1980 il rapporto Debito/PIL era pari al 50%. Dopo gli anni Novanta questo scatta fino al 120%. Questa cifra è chiaramente insostenibile. Per questo dalle politiche espansive si passa alla politica del “rientro dal debito” che causa una tecnicizzazione della politica italiana. Questa non può dare garanzie alla cittadinanza. Infatti nei primi anni Novanta (1992/1995 – ad eccezione del I governo Berlusconi che durò circa 5 mesi) i governi sono rappresentanti della tecnocrazia, come il governo presieduto dall’ oggi ex Presidente delle Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

E’ evidente quindi come l’ aritmetica sostituisca la politica (e sempre in questi anni emerge la figura di Romano Prodi come “ Il Professore”) e prende quota un sistema politico sbilanciato. L’ alternativa è tra il politico con competenza tecnica e il politico che cavalca i sentimenti più diffusi nella popolazione. Ma questi, si badi bene, sono atteggiamenti speculari.

C’è quindi un nuovo sistema politico in cui gli assetti costituzionali sono mutati. Ci sono quattro indicatori della situazione italiana:

a) MUTAMENTO DEL TERRENO IDEOLOGICO: cambia l’ ideologia costituzionale e politica dell’ Italia e quindi l’ idea stessa di democrazia. Infatti ogni Costituzione è inveata dal concetto di cittadinanza di Aristotele. In Italia invece l’ ideologia è una democrazia ruotante sul piano dei diritti e del lavoro. La nostra Costituzione segue la scia di quella della Repubblica di Weimar (1919). C’è la centralità dell’ idea di lavoro con la funzione sociale della proprietà e il lavoro come ossatura della cittadinanza. Aristotele distingueva due tipi di uguaglianza: quella formale secondo cui tutti i corpi sono uguali, e quella sostanziale (fatta propria dalla nostra Costituzione) secondo cui se vuoi trattare tutti ugualmente si devono valorizzare le differenze sociali. La Costituzione garantisce le libertà solidali come il diritto allo studio. Negli Anni Novanta questa non è più una ideologia condivisa. La centralità del lavoro, dell’ uguaglianza viene soppiantata dall’ ideologia dell’ impresa, dell’ azienda, della concorrenza. Il Trattato di Maastricht è un mutamento implicito delle Carte Nazionali. Per esso è importante garantire la concorrenza tra attori pubblici e privati. Si passa in tal modo dalla politica pubblica per soddisfare i bisogni sociali, a una Repubblica tecnico-mercantile. Tutti i partiti politici , da Sinistra a Destra, hanno l’ obbiettivo di smantellare lo Stato. Si passa da Stato gestore a Stato regolatore, come lo definì Sturzo. E questo comporta un mutamento ideologico. Nello Stato regolatore non c’è più differenza tra presenza pubblica e privata. La cosa importante è che lo Stato fissi il quadro normativo, poi sarà il privato ad amministrare. Per esempio i governi Berlusconi II-III (2001/2006) per aggirare l’ ostacolo sul finanziamento pubblico della scuola privata, ha cambiato il significato di pubblico usando il concetto di sussidiarietà. Per sussidiarietà si intende spostare il momento decisionale su particolari materie, dal livello centrale e statale a quello più vicino ai cittadini cioè al Comune, Provincia, Regione (art.117 Costituzione). Nasce così una Iperdemocrazia che consiste in una ideologia (di falsa coscienza) che preveda l’ uso indebito e manipolatorio di determinati concetti. C’è la demolizione lenta della democrazia partecipativa e la stessa funzione di annichilimento della cittadinanza attiva viene coperta da una fraseologia che costruisce un assetto dei poteri politici con una partecipazione evanescente, cerimoniale.

b) SOMMOVIMENTO DELLE CULTURE POLITICHE: Dal 1946 Parlamento e partiti politici sono il centro su cui ruota la politica; sono luoghi di mediazione. Negli anni Novanta questa concezione cade, emerge la Cultura del leader intorno al quale incentrare ora la politica. Il leader si pone al posto dei partiti a del Parlamento. Si fa spazio l’ idea che solo con il Capo e non con le Assemblee si può rigenerare la democrazia. Si riprende la concezione di Max Weber, secondo cui senza un capo si può parlare di democrazia acefala. Hans Kelsen, criticando Weber, disse che la democrazia è assenza di capi. Quindi chi riduce la democrazia all’ individuazione di un capo ha un’ idea di democrazia di tipo elettorale, quindi nettamente errata. Si fa avanti in Italia a seguito del crollo del Primo Sistema Politico un’ idea minimalistica di democrazia spacciata invece come massimalistica. E questo è rappresentato dalla riforma del 1999 che permise la elezione diretta dei cosiddetti governatori, come se il leader incarnasse la massima espressione di democrazia. Così i sindaci vengono ricoperti di funzioni simboliche e i consigli sono svuotati di ruolo.

c) CAMBIAMENTO DEI SOGGETTI POLITICI: Nelle elezioni del 1995 nessuno dei vecchi partiti è più presente sulla scheda elettorale. Nella cosiddetta Prima Repubblica il soggetto principale era il Partito di massa. Ora, invece quella funzione minimale viene contesa da più attori. C’è la comparsa del Partito azienda. I nuovi soggetti politici sono più deboli e più pronunciata è la loro visibilità politica. E’ la leadership che si fa partito. Si creano infatti partiti personali che recano il nome del loro leader ( es. Lista Pannella), sebbene nessun altro sistema democratico presenti queste caratteristiche. In questo panorama c’è quindi una palese violazione dell’ art.49 della Costituzione. Questo definisce il partito politico come strumento pubblico di partecipazione collettiva. E invece oggi i leader di partito sono affiancati da pochi consiglieri (c.d. Staff) che provoca una strozzatura della partecipazione democratica del Paese. I partiti sono incapaci di esprimere una cultura politica, subendo una curvatura mediatica e spettacolare dai costi molto elevati. Questa provoca anche una povertà nella militanza politica interna. Quelli di oggi possono essere chiamati Post-partiti, intesi come strutture oligarchiche di comando che hanno bisogno di due fattori: media e denaro.

d) CAMBIAMENTO DEI SOGGETTI SOCIALI: Il passaggio da partito di militanza a post-partiti crea la necessità di legarsi alle banche e alle strutture economico-finanziarie per soddisfare il bisogno patologico di media e di denaro. Dopo 15 anni dalla “grande crisi” non c’è quindi stata la tanto attesa restituzione dello scettro al cittadino, anzi si sono intessuti legami organici tra ceto politico e banche. Si è voluto il Partito fluido, liquido, cioè una tipologia di partito politico che ricorra ad operazioni di marketing. La leadership politica italiana è infatti fatta da un sondaggio tra le forze finanziarie e quelle dei media. Le tanto celebrate primarie, o i così amati gazebo altro non sono altro che secondarie, perché ogni decisione è stata già fatta da imprenditori e politica. C’è un chiaro primato di questi elementi economico-finanziari. Dalla centralità della cittadinanza e del lavoro si passa alla centralità del privato. E’ una Oligarchia incontrollabile per cui prima si definisce il leader, poi il partito. I partiti fluidi nominano il leader che poi sceglie i propri dirigenti. Il tanto celebrato sistema delle primarie altro non è quindi che una forma di Delega assoluta, perché la partecipazione politica ha bisogno di confronto, interscambio, sentire comune. Le primarie sono invece una Espropriazione democratica.

Perché il sistema politico italiano non si è stabilizzato dopo la crisi del 1992? Bisogna prima di tutto specificare che ci sono due tipi di stabilizzatori:

• STABILIZZATORI ENDOGENI, cioè tecnici e funzionali

• STABILIZZATORI ESOGENI, cioè sociali e fondamentali

E’ evidente che in questa Seconda Repubblica si faccia sempre ricorso ormai a quelli endogeni rappresentati da una sorta di ossessione elettorale, con due leggi elettorali e tre referendum, considerata unico rimedio al dissesto della politica italiana. La Prima Repubblica invece si stabilizzò invece con la legge elettorale proporzionale e il Parlamento(stabilizzatori endogeni) da una parte e con il c.d. Welfare State (stabilizzatore esogeno) dall’ altra parte. E’ stata cioè anche capace di diffondere il benessere sociale. La nuova scommessa della classe politica italiana è quella di salvarsi con referendum popolari e leggi elettorali, come se tutti vogliano misurarsi con le tecniche elettorali. Emerge evidente la trascuratezza dei sistemi esogeni. Sembra che si voglia stabilizzare il sistema politico italiano con le politiche di tagli, benché nessun sistema politico si stabilizza se la popolazione lamenta condizioni socio-economiche peggiori degli anni precedenti. Sarebbero invece necessarie, in questa difficile fase della nostra Repubblica, politiche redistributive e salariali. Il punto debole è proprio il benessere sociale, perché nella gente c’è la convinzione dell’ impossibilità di mobilità sociale e che in Italia viga la regola non scritta dell’ ereditarietà sociale. E poi c’è quel fenomeno così importante come la questione giovanile. Infatti questo sistema italiano non dà alcuna importanza al sapere e alla conoscenza, come se il livello di istruzione non contasse nulla nelle prospettive di mobilità sociale. Il punto nodale è che la attuale classe dirigente del sistema italiano è incapace di dare forti risposte ai cittadini. Questo provoca proprio nella popolazione la sensazione che si sia passati dallo Stato Sociale della Prima Repubblica allo Stato del malessere sociale del Secondo Sistema Politico.

Personalmente ritengo che la crisi del sistema politico italiano sia dovuto alla crisi del partito politico. Questo in quasi tutti i Paesi europei tende a non essere più partito degli iscritti, ma subisce un lento processo di centralizzazione e verticalizzazione, presentato dagli attori politici e dagli studiosi più di moda, come un indice di modernità. Invece il partito degli iscritti viene considerato come una scoria di un passato che è necessario eliminare. Ma se guardiamo la storia, il partito politico nasce per attuare la politica dello stare insieme, dell’ organizzazione. Il partito politico legato alla campagna elettorale è solo un aspetto, non il suo compito, almeno nel progetto originario. Invece oggi si ha un’ idea leaderistica del partito che ha come unico scopo quello di conquistare più cariche pubbliche possibili. Nel 1992 si è dato vita ad un sistema politico detto bipolarismo imperfetto, considerato da tutti, anche da importanti studiosi, come la panacea di tutti i mali. In realtà si è dato vita ad un sistema opposto caratterizzato da partiti politici con sempre meno iscritti, da partiti sempre più centralizzati, in cui le decisioni vengono prese dal leader, che si sente un unto del Signore o forte di una supposta investitura popolare dalle primarie (che come detto in precedenza possono essere considerate a pieno titolo delle secondarie) e dal suo gabinetto o staff che spesso conta al suo interno poche personalità allineate alle decisioni del Capo.

Con il 1992 è finita l’ era della politica fatta di Congressi, Assemblee. Il partito politico ormai non conta più. Ciò che conta è rivestire quante più cariche istituzionali. Basti pensare a chi, oltre la carica di Ministro conserva quella di senatore della Repubblica e di presidente del proprio partito. Mai un esponente dei grandi partiti di massa, come il Partito Comunista o la Democrazia Cristiana, avrebbe osato tanto. Berlinguer non avrebbe mai lasciato la sua carica di segretario del PCI per occupare una “poltrona” nel palazzo del comando. Quindi nonostante siano presenti tutti gli elementi di un moderno sistema politico l’ Italia è in crisi sotto questo punto di vista. La ragione è semplice: nessuna democrazia si stabilizza se manca un sistema di partiti equilibrato.

Ho detto che la crisi del partito politico investe gran parte dei Paesi europei in quanto anche in Germania e Gran Bretagna si è assistiti ad un crollo del numero degli iscritti ai partiti. Ma nonostante questo, la trasformazione del partito politico da partito degli iscritti a partito elettorale è tipico esclusivamente dell’ Italia. In Germania la SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands), cioè il Partito socialdemocratico, all’ interno del proprio statuto ha scritto che esso è il partito della partecipazione, degli iscritti e del popolo. In questo Paese, a differenza del nostro, esistono quindi ancora i Partiti società. La tendenza leaderistica del partito, sebbene investa più Paesi, è tipicamente italiana. In Germania, come in Gran Bretagna, i partiti storici (SPD e Labour Party) non hanno perso la memoria del loro ruolo, resistendo alle derive plebiscitarie, populistiche e leaderistiche. Il primo partito politico moderno, universalmente riconosciuto nel Partito Socialista, nacque per difendere interessi universali, sebbene fosse per sua natura parziale. E’ proprio questa la stella polare che dovrebbe illuminare il cammino dei partiti di oggi e che invece ai loro occhi sembra talmente lontana da non poter essere vista.

Concludo riaffermando la mia idea secondo cui il limite del sistema politico italiano non è esclusivamente di natura politica, ma soprattutto di natura culturale.

Le tre facce della presidenzializzazione della politica. Come premier e presidenti comunicano con i loro elettori

La presidenzializzazione della politica è stata oggetto di una ampia letteratura, con gli studi, in particolare di Poguntke e Webb, Foley, King e Calise, che hanno analizzato, e cercato di spiegare, le dinamiche di tale fenomeno che investe con diversa intensità tutte le democrazie europee e non solo. Si tratta di un concetto di difficile definizione, anche se gli scienziati politici si sono trovati piuttosto concordi nel definirlo come quel processo, attraverso il quale, nella pratica, i sistemi politici tendono ad assumere carattere “presidenziale”, senza però che intervengano modificazioni dell’assetto istituzionale.

Margareth Thatcher. La lady di ferro è considerata l’iniziatrice del processo di presidenzializzazione nel Regno Unito e in Europa.

È un fenomeno, dunque che concerne la prassi, le modalità d’azione dei sistemi politici, e non implica alcun processo di riforma del proprio sistema istituzionale. Il fenomeno della presidenzializzazione della politica investe tre ambiti del sistema politico: l’esecutivo, il partito e le dinamiche elettorali.

ESECUTIVO: Per quanto riguarda il primo ambito, quello del governo, si è assistiti negli ultimi decenni ad un incremento esponenziale dell’autonomia del primo ministro/presidente all’interno dell’esecutivo. Si è spesso spiegato questo fenomeno, adducendo la presenza di fattori contingenti e fattori strutturali. Tra i primi rientrano le caratteristiche personali, l’appeal, la popolarità del leader e anche la ampiezza e coesione del proprio “partito parlamentare”. Nel secondo gruppo sono racchiusi la riduzione delle decisioni collettive e dunque delle riunioni di gabinetto, l’aumento delle riunioni interministeriali, per commissioni (con la presenza del primo ministro e dei ministri più importanti), e l’aumento della nomina di ministri “tecnici”, dunque svincolati dalle pressioni del partito al governo. Dunque tali fattori hanno, indiscutibilmente, favorito l’ascesa del capo del governo all’interno del proprio esecutivo, ponendolo al centro dei processi di policy-making. Ma le cause che sono state avanzate per spiegare la tendenza alla presidenzializzazione dell’esecutivo sono state principalmente due:

– l’ internazionalizzazione dei processi decisionali, causati dalla diffusione della globalizzazione e dallo sviluppo dell’Unione Europea, che fa si che i provvedimenti, anche di politica interna vengano presi dal capo dell’esecutivo, come rappresentante a livello mondiale del proprio Paese, negli incontri internazionali. Si priva, così, esecutivo e parlamento della possibilità di discutere e modificare tali provvedimenti, relegando l’ultima, in particolare, al ruolo di mera camera di ratifica;

– la crescita della complessità dello Stato, con il federalismo e la devolution. Questo fenomeno porta con sé la necessità di un potere centrale più forte di indirizzo e coordinamento, rafforzando così il ruolo del capo del governo. E’ questo il caso della Germania, dove il cancelliere, oltre che preminente figura politica, assume il ruolo anche di “negoziatore” tra le istanze nazionali e quelle dei länder.

Esemplificativo del processo di presidenzializzazione dell’esecutivo è stato il caso americano, che negli anni Trenta del Novecento (chiamato il “secolo dei governi”) ha assistito ad uno spostamento del baricentro politico dal Congresso al Presidente. Dal Congressional Government si è passati al Presidential Government di F.D. Roosvelt, la cui leadership trasformativa è emersa proprio in quel momento di crisi profonda in cui la società americana necessitva di riposte immediate, che solo il presidente poteva assicurare. Attraverso l’uso della rethorical presidency, consistente nella pratica di appelli diretti ai cittadini, Roosvelt riuscì a portare avanti il suo progetto ambizioso, rafforzando l’esecutivo federale in senso sempre più veriticistico, spostando la centralità del processo decisionale dal Congresso al Presidente, e indebolendo i partiti, trasformandoli in organizzazioni elettorali totalmente strutturate intorno alla figura del candidato. Comunque la pratica dell’appello diretto ai cittadini sarà poi ripreso da altri presidenti, diventando con R. Reagan lo strumento principale per scavalcare l’opposizione del Congresso in periodi di divided government.

Anche in Gran Bretagna la presidenzializzazione dell’esecutivo ha trovato spazi di sviluppo. Il PM, a partire da 1979, con il governo Thatcher, ha avuto sempre più autonomia all’interno del gabinetto, che si è andato configurando sempre meno come organo collegiale di decisione. La personalità, la popolarità del premier, unite alla posizione preminente e ai poteri a sua disposizione, sono diventati fattori decisivi per la sua scalata all’interno dell’esecutivo. Una posizione centrale garantita anche dall’istituzione di commissioni interministeriali, composte dal PM e dai ministri più influenti, che ha posto prima M. Thatcher e poi J. Major e T. Blair in una posizione centrale, come “punto nodale” del processo di policy-making.

Nonostante questi aspetti, comunque, sia negli USA e sia in Europa, tale fenomeno ha trovato nelle istituzioni (Congresso/Parlamento e Gabinetto), delle barriere insormontabili che non hanno permesso una totale trasformazione del sistema politico in senso presidenziale.

PARTITO: In questo secondo ambito si è assistiti progressivamente ad una crescita della supremazia del leader all’interno delle organizzazioni partitiche. Tale processo ha indebolito sostanzialmente le strutture del vecchio partito di massa, considerato da molti obsoleto, dando vita ad organizzazioni “leggere”, basate sul leader. Questo si è avuto per una serie di motivi. I mass media, negli ultimi anni hanno incentrato la propria attenzione sempre più sulla figura del leader, considerato in grado di influenzare il comportamento elettorale dei cittadini. E ciò è avvenuto in Italia già negli anni Ottanta con il leader del PSI B. Craxi. Inoltre, anche in Europa, è stata introdotto il ricorso a “pratiche plebiscitarie”, come le primarie, con lo scopo, da parte del leader, di scavalcare le oligarchie di partito e porsi in comunicazione diretta con i cittadini. In tal modo il leader si è sentito sempre più forte di una investitura diretta da parte dei cittadini, convinzione che ha permette di “bypassare” le opposizioni interne al partito. T. Blair ha fatto dell’uso di queste pratiche lo strumento per la scalata al vertice del Labour Party e per accrescerne il proprio potere. Le cause di tale fenomeno, oltre a quelle già accennate, sono state principalmente:

– la presidenzializzazione dell’esecutivo, in virtù della quale si diffonde la convinzione secondo la quale il capo del governo non può non essere anche capo del proprio partito;

– la personalizzazione dei processi elettorali, che permette al leader di accentrare in sé le decisioni, scavalcando così l’establishment del partito anche in relazione alla campagna elettorale.

Tipico esempio di trasformazione del partito, in senso personalistico, è la Francia della Quinta Repubblica. In tale contesto si assiste ad un connubio molto forte tra organizzazione partitica e leader, tanto che il primo finisce per identificarsi con il secondo. Infatti, anche se i partiti restano ancora molto importanti, si avverte il desiderio nascosto di andare oltre questi, soprattutto per la volontà di superare l’esperienza negativa della Quarta Repubblica (detta “la Repubblica dei partiti”). La nascita del Partie Socialiste (PS), dalle ceneri della vecchia SFIO, è inquadrata proprio in quest’ottica. Esso nasce nel 1971 con una struttura completamente rinnovata, che ha come punto di riferimento il candidato socialista alla presidenza François Mitterrand. Si crea, perciò, un partito che diventa una organizzazione quasi “personale”, il cui scopo principale è la vittoria presidenziale del proprio leader. Oggi, dunque, i partiti sono diventati in Francia strumenti nelle mani dei leader che li usano per ottenere il massimo profitto in vista della campagna elettorale.

Negli USA invece questo processo ha raggiunto l’apice negli anni Sessanta, quando l’introduzione delle direct primaries e del finanziamento diretto ai candidati e non più ai partiti, uniti ad un crescente sentimento antipolitico verso i partiti e le ideologie, ha svincolato definitivamente i leader dalle oligarchie di partito, rendendoli direttamente responsabili verso i cittadini.

ELEZIONI: E’ forse questo l’ambito tra tutti, dove il processo di presidenzializzazione della politica è più visibile. Infatti a partire dagli anni Sessanta in USA, e poi dagli anni Settanta e Ottanta in Europa si è assistiti ad un progressivo aumento dell’attenzione sul leader all’interno delle dinamiche elettorali. Sono questi gli anni in cui si sviluppa l’uso in campagna elettorale delle tecniche del marketing politico e del packaging per la costruzione e la vendita dell’immagine del candidato. Negli USA è del 1960 il primo “faccia a faccia” tra candidati alla presidenza americana, tenuto da Kennedy e Nixon, anche se già qualche hanno prima Eisenhower aveva fatto ricorso ai primi spot elettorali per la campagna del 1956. In Europa, la personalizzazione del confronto politico sbarca negli anni Settanta, soprattutto in Francia e in Gran Bretagna, favorita anche dalle particolari condizioni sistemiche. La prima presenta un sistema semipresidenziale con la competizione tra candidati che si personalizza ulteriormente al secondo turno. La seconda porta nel suo sistema tendenzialmente bipartitico il seme della personalizzazione delle elezioni, viste sempre più come confronto e scelta tra i due candidati principali di Tories e Labour Party. Tale fenomeno si affaccia in Italia solo negli anni Ottanta, quando il leader del PSI Bettino Craxi personalizza fortemente il proprio partito, che fino a quel momento era costituito da molte “correnti”. Questo porta ad una personalizzazione della scelta elettorale, poiché la figura del leader viene a sovrapporsi a quella del proprio partito. In generale, la crisi dei partiti e la centralità del capo dell’esecutivo, hanno avuto riflessi anche in questo ambito, con la conseguenza che le elezioni sono viste sempre più come una competizione tra leader. Le cause avanzate per spiegare questo fenomeno sono state varie, tra cui principalmente:

– ricomposizione dei cleavages socio-politici, con la riduzione dei conflitti sociali politici e religiosi all’interno dell’elettorato e una conseguente riduzione della polarizzazione del panorama politico. Questo porta ad una maggiore importanza della personalità del leader nella scelta dell’elettorato, molto più facile da comprendere (per gli elettori) e da vendere (per i partiti) rispetto ad ideologie e programmi. Secondo il pensiero dello studioso Putnam, infatti, le personalità dei candidati diventano così delle “scorciatoie informative” che permettono agli elettori di giudicare il leader e comprendere come si comporterà una volta ottenuto l’incarico

– cambiamento delle strutture di comunicazione di massa, che vede la crescente importanza del ruolo dei cosiddetti new media (internet) accanto alla televisione e che tendono a focalizzare la propria attenzione sui leader in competizione piuttosto che su partiti e ideologie.

Il fenomeno della personalizzazione delle dinamiche elettorali ha investito, in misura diversa, tutte le democrazie europee. In Italia il principale riferimento in questo caso non può che essere Silvio Berlusconi. Il suo stile di comunicazione personale, basato su un linguaggio semplice, comprensibile e ben diverso dal “politichese” dei leader della cosiddetta Prima Repubblica, accanto alla costruzione di un partito fortemente personalistico fa di Berlusconi l’esempio più brillante della personalizzazione della politica. La sua ascesa è stata favorita da una serie di fattori: 1) il rafforzamento dell’esecutivo che premiava un partito che puntava alla vittoria “presidenziale” del proprio leader; 2) il “vuoto” lasciato dal tramonto di DC e PSI nel sistema politico italiano permetteva l’apertura di un varco dove Berlusconi potesse creare il proprio elettorato; 3) la campagna di Berlusconi era allineata perfettamente allo stile presidenziale delle elezioni, inaugurato con le consultazioni amministrative del 1993, le prime che prevedevano l’elezione diretta dei sindaci introdotta con la L. 81/1993.

Tutti questi fattori sono stati decisivi, aiutati anche dallo stile di Berlusconi, caratterizzato da uno spiccato sentimento “antipolitico”, che lo portava a presentarsi come “il nuovo”, come l’alternativa contro il sistema politico malato e i “politici di professione”, colpevoli di essere stati artefici di un modo di fare politica che non rispondesse ai bisogni reali dei cittadini. Berlusconi ha personalizzato la politica italiana, identificandosi con il proprio partito, e trasformando ogni competizione elettorale in un referendum su di sé, attraverso la personalizzazione delle issues, e trascinando sullo stesso piano anche i suoi avversari. A dimostrazione di questo vi è la scelta fatta nel 2001 dal centrosinistra che decise di candidare Rutelli al posto di Amato in base a sondaggi che tributavano al primo un maggiore appeal nei confronti degli elettori.

Anche in Francia la Quinta Repubblica si è caratterizzata per una spiccata inclinazione alla personalizzazione della competizione elettorale, in aperta rottura con il precedente sistema politico basato sulla preponderanza dei partiti. Tale tendenza si è accentuata con l’introduzione dell’elezione diretta del presidente della Repubblica, e con la presidenza di Charles De Gaulle. Questi fece un largo uso dei mezzi di comunicazione, con una continua presenza soprattutto in televisione, utilizzando le celebri conferenze stampa (dette anche “grandi messe”), appelli ai cittadini francesi e resoconti sugli incontri internazionali.

La comunicazione oggi è diventata meno mediata, con il leader che tende sempre più a porsi in comunicazione diretta con gli elettori, attraverso l’uso dei media tradizionali come la TV o con l’ausilio delle nuove tecnologie di Internet. In tal proposito si è parlato di Obama come di “presidente 2.0”, richiamando il largo uso del web fatto dal candidato democratico durante la campagna elettorale delle primarie e delle presidenziali del 2008 e che, secondo molti analisti, gli ha consentito di vincere la corsa alla Casa Bianca. Anche la Gran Bretagna nel 2010 ha personalizzato la competizione elettorale con l’introduzione dei televised debite, dibattiti televisivi tra i tre leader dei partiti maggiori che hanno evidenzito l’importanza del fattore personale soprattutto nel caso di Nick Clegg. Questo perché oggi la comunicazione del leader è sempre più basata sull’emozione, sull’immagine, e sempre meno sul fattore ideologico. Oggi in Europa e non solo, lo scontro politico è sempre più visto come una competizione tra leader, una horse race, in cui le personalità influiscono in modo determinante sulle scelte elettorali. Esempio evidente è la presenza in Italia dei nomi dei leader in quasi tutti i simboli dei partiti, dimostrando che oggi la scelta politica è sempre più una scelta basata sull’uomo e non sulle ideologie. Per questo la politica è oggi fatta dai consulenti politici, come dimostra Sarkozy con il suo fidato H. Guaino, responsabile e plenipotenziario consulente del presidente francese in tema di costruzione dell’immagine, e dai sondaggisti, che monitorano a cadenza ormai serrata l’andamento del gradimento del leader tra gli elettori. Questo fenomeno ha una duplice ricaduta sul leader: da un lato gli tributa grande prestigio e forza in caso di vittoria, dall’altro lo indebolisce e lo mette fuori gioco in caso di dimissioni.