Un bilancio finale sulla campagna dei Liberal Democrats

La campagna dei Liberal Democrats è stata lunga, ben combattuta e spesso condotta sull’onda dell’entusiasmo. Infatti, il loro leader, Nick Clegg, da “terzo incomodo” nel duello Conservatives-Labour, si è rivelato essere il vero protagonista della competizione, meritandosi l’appellativo di kingmaker, ovvero l’uomo decisivo per la formazione del nuovo governo. All’inizio della campagna, infatti, i Lib Dems non erano considerati una reale minaccia per il duopolio consolidato dei Tories e dei Laburisti. Ma, già alla fine di marzo, alcuni sondaggi (in particolare IPSOS Mori) prefiguravano l’avvento di un hung parliament, cioè di un parlamento “impiccato”, in cui nessuno dei due maggiori partiti avrebbe ottenuto la maggioranza assoluta, e in cui il partito di Clegg sarebbe risultato decisivo per formare il nuovo governo. Tra le diverse ipotesi di coalizione che furono avanzate, quella tra Lib Dems e Labour Party sembrava essere la più credibile, soprattutto per la loro affinità su numerosi temi, soprattutto di politica sociale. Affinità già espressa in altri contesti, quali il Parlamento scozzese o la National Assembly of Wales, portati ad esempio da numerosi esperti  a sostegno di una coalizione rosso-gialla a Westminster.

Che qualcosa di diverso, questa volta, sarebbe potuto accadere, si è iniziato a capirlo chiaramente solo i primi giorni d’aprile, quando su Channel4 fu trasmesso “Ask the Chancellor”, il dibattito tra i tra candidati Cancellieri dello Scacchiere, in cui si registrò un altissimo gradimento per Vince Cable e le proposte in materia economica dei Lib Dems, tra cui spiccavano la riforma del sistema fiscale per favorire i redditi medio-bassi, sussidi per l’istruzione ai bambini meno abbienti e un piano di risanamento dei conti pubblici. Quindi un programma orientato al Welfare State, la cui parola d’ordine era “fairness”, giustizia, e per questo giudicato più affine ai Laburisti in caso di un’alleanza di governo. Ma Clegg, durante tutta la campagna elettorale non ha risparmiato attacchi ai propri avversari, definiti a più riprese, «rappresentanti della vecchia politica». Durante tutta la campagna, il leader dei Lib Dems ha voluto presentarsi come l’ “uomo nuovo”, il simbolo del cambiamento, di un nuovo modo di fare politica, con l’obbiettivo di governare, volendo citare Abramo Lincoln, «per il popolo e con il popolo», e screditando i partiti maggiori, dimostratisi sordi ai bisogni dei cittadini. Ha puntato, dunque, molto sulla sua immagine, presentandosi come un politico piuttosto giovane (43 anni), estraneo ai giochi di potere della “vecchia politica” (è leader dei Lib Dems dal 2007), ma comunque abbastanza esperto per alcuni incarichi già svolti presso il Parlamento europeo e come membro della Camera dei Comuni eletto nel collegio di Sheffield Hallam dal 2005.

Ma il fenomeno Clegg è esploso in tutta la sua dirompenza dopo il 15 aprile, quando è andato in onda su ITV il primo dibattito tra i tre candidati premier. Il leader dei Lib Dems è uscito vincitore da questa contesa: apparendo chiaro, sicuro di sé e fuori dai vecchi giochi di potere, è riuscito a conquistare i consensi di una larga fetta dell’opinione pubblica, che lo ha premiato per due settimane ponendolo in testa a tutti i sondaggi. È stato questo il punto più alto della campagna di Clegg, l’acmè della sua corsa al numero 10 di Downing Street. Se il primo dibattito ha rappresentato il punto di massima popolarità di Clegg, il secondo dibattito televisivo, invece, ha costituito un punto di rottura, poiché da questo momento in poi è iniziato il lento declino del politico di Chalfont St. Giles. Un declino causato, non tanto dagli scandali sollevati da alcuni giornali filo-conservatori quali il Daily Telegraph e il Daily Mail circa alcuni sospetti su finanziamenti poco chiari ricevuti quando Clegg non era ancora leader del partito, quanto piuttosto da un cambio di rotta nella sua strategia.

Infatti, come, a mio avviso, ha ben analizzato il giornalista Greg Hurst sul Times del 7 maggio, lo scarso risultato in termini di seggi conseguito dai liberaldemocratici è da addebitare agli errori di strategia commessi da Clegg durante la campagna elettorale, soprattutto al mutamento della propria strategia rivelatasi vincente fino a quel momento. In tutti i suoi interventi, infatti, il leader dei Lib Dems aveva parlato di temi concreti, dando l’impressione di essere più interessato ai problemi dei cittadini piuttosto che a concorrere con i propri avversari per la conquista del potere. Invece, negli ultimi venti giorni di campagna, Clegg non ha parlato più di politica (intesa come policy), non aveva più quella visione articolata delle cose, riducendo spesso i suoi discorsi a questioni di poltrone contro i Labours e alla loro possibilità di diventare il terzo partito dopo il 6 maggio. I Lib Dems hanno, così, subito una perdita di appeal, testimoniata anche dai sondaggi che, mentre il 27 aprile li vedevano attestarsi al 30%, alla vigilia del voto prevedevano un risultato intorno al 26%. Come ha scritto Hurst, finché Clegg ha mantenuto il suo messaggio originale, e per certi versi radicale, ha potuto superare la sua più grande debolezza, ovvero l’essere un leader relativamente poco conosciuto. Dopo essersi lasciato trascinare in speculazioni sull’hung parliament, questi attacchi hanno iniziato a danneggiarlo.

Nonostante il risultato del partito non sia stato esaltante (con una perdita di 5 seggi rispetto al 2005), Nick Clegg può definirsi comunque soddisfatto dell’esito di queste elezioni. Infatti, dopo alcuni giorni di consultazioni febbricitanti, è stato siglato l’accordo tra Lib Dems e Conservatives, in forza del quale Clegg è stato nominato Deputy Prime Minister, ovvero vice premier del governo targato David Cameron. Ai Lib Dems sono spettati quattro incarichi ministeriali più altri sedici ruoli di secondo piano nel governo. Alla fine Clegg ha vinto le resistenze e le perplessità di una parte del suo partito più legata alla tradizione socialdemocratica, stringendo l’alleanza con il partito conservatore. Il leader dei Lib Dems, in un editoriale apparso sul Guardian venerdì 14 maggio, ha motivato la scelta di allearsi con Cameron spiegando l’impraticabilità dell’alleanza con i Labours per una mancanza di “numeri” e la necessità di sostenere un governo che altrimenti sarebbe stato troppo debole per affrontare i problemi economici che gli si pongono davanti. Ha sottolineato, comunque, che al di là delle differenze esistenti tra i due partiti, sono stati trovati punti di accordo su temi molto importanti per i Lib Dems, contenuti nell’ accordo di coalizione denominato “Building a fairer Britain in government”, approvato dalla Conferenza speciale del partito domenica scorsa. I punti di accordo tra le parti sono costituiti da: riforma del sistema fiscale, investimenti nelle energie verdi, creazione di una commissione per la riforma del sistema bancario, referendum per la riforma elettorale, ed elezione con sistema proporzionale della Camera dei Lords. La neonata alleanza giallo-blu sembra trovare il proprio punto di massima coesione proprio sulle tematiche del liberismo economico. Clegg, infatti, ha ribadito tra i suoi impegni quello di «restaurare e proteggere le nostre libertà civili duramente acquisite», definendo questo progetto “Agenda Liberalismo”, basata sulla cessione di poteri in tema di servizi pubblici a consigli e comunità locali, e sulla difesa dei diritti e delle libertà delle persone da interventi arbitrari dello Stato.

Sulla tenuta di questo governo è difficile esprimersi. Non sarà facile per Cameron rinserrare le fila di un governo che al suo interno conta anime politiche piuttosto diverse tra loro. Ora, per questo esecutivo non resta che affrontare i problemi più urgenti del Paese, facendo appello a quel “senso di unità nazionale” più volte richiamato da Cameron e da Clegg.

Andrea Fumarola 

Pubblicato il 20 maggio su codicepuk.wordpress.com

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