Le sette vite di Nick Clegg: da sconfitto a kingmaker

Alla fine non è andata come si aspettava. Per Nick Clegg la notte tra giovedì e venerdì non è stata, come forse ci si aspettava, il momento dei festeggiamenti e della tanto attesa svolta per i Liberal Democrats e per il Regno Unito. È stato un risultato “amaro” per il giovane leader, che ha dovuto incassare un colpo basso, sferrato proprio da quegli elettori che, dopo il primo dibattito televisivo di un mese fa, gli avevano tributato tutto il loro apprezzamento, rispetto ai due sfidanti percepiti come i rappresentanti della vecchia politica. Nonostante i sondaggi delle ultime settimane prospettassero, per i Lib Dems, il conseguimento di circa 100 seggi alla Camera dei Comuni, i risultati finali di venerdì mattina hanno materializzato una realtà ben diversa: i rappresentanti del partito nella Camera “bassa” del Parlamento britannico saranno solo 57, ovvero 6 in meno rispetto alle elezioni del 2005. Quindi la “bolla” Clegg sembra essere esplosa, ridimensionata dall’esito delle urne: i Lib Dems restano il terzo partito del Paese, staccati nettamente dai loro avversari (Conservatives e Labour), considerati in crisi, ma ancora capaci di ottenere quasi i 2/3  dei voti degli elettori. Come lo stesso Clegg ha affermato in una dichiarazione rilasciata venerdì 7 maggio sul risultato elettorale «Molte, molte persone durante la campagna elettorale erano emozionate per la prospettiva di avere qualcosa di differente, ma sembra che quando sia giunto il momento del voto, molti di loro, alla fine, abbiano deciso di restare fedeli a coloro che conoscono meglio[…]». Il leader dei Lib Dems ha, dunque, riconosciuto la voglia di cambiamento dei cittadini britannici, ma ha anche osservato come questi abbiano inteso rivolgersi alle forze politiche che conoscevano meglio, soprattutto in questo difficile periodo di crisi che sta investendo l’economia mondiale.

Ma se analizziamo il voto con più attenzione, possiamo definire il risultato dei Lib Dems non del tutto negativo. Infatti il voto popolare ha consegnato alla Nazione il primo Parlamento “impiccato” (il tanto temuto hung parliament) dal 1974, in cui proprio il partito di Clegg risulta essere decisivo. Infatti, i Conservatori di David Cameron si sono fermati a quota 306 seggi, ben 20 sotto la soglia decisiva per ottenere la maggioranza assoluta e il mandato per formare un governo “monocolore”, mentre il Labour Party di Gordon Brown ha conquistato 258 seggi (87 in meno rispetto al 2005), riuscendo a limitare i danni di una campagna elettorale giudicata, da più parti, disastrosa. Dunque in un Parlamento così costituito, il “tesoretto” di seggi Lib Dem diventa importantissimo per la formazione del nuovo governo. All’indomani del voto, Clegg in una dichiarazione rilasciata ad una riunione del gruppo dei Lib Dems a Westminster, ha ribadito che «[…]il partito che ottiene più voti ha per primo il diritto di formare il nuovo governo […]». Per tale ragione sono in corso, a tutt’oggi, quotidiane riunioni tra i leader dei Conservatives e dei Liberal Democrats, Cameron e Clegg, per trovare una convergenza su alcuni temi reputati da quest’ultimo fondamentali e imprescindibili per una possibile alleanza di governo, in particolare il tema del rapporto tra Regno Unito e Unione Europea e quello (più importante) della riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Da deluso e umiliato, Clegg è diventato l’arbitro della contesa, il kingmaker di queste elezioni. Ora tocca a lui decidere se concedere a David Cameron i suoi 57 seggi e quindi la maggioranza assoluta del Parlamento, oppure correre in aiuto di Brown e stringere con il Primo Ministro uscente un’alleanza di governo ideologicamente più forte, ma estremamente debole in termini di numeri. Come ha scritto Bernardo Valli su La Repubblica dell’8 maggio, Clegg rivolgendosi prima a Cameron «non è venuto meno ai suoi principi […]. [Il suo partito] è filo-europeo, è favorevole al servizio pubblico e alla protezione sociale come i laburisti, ma condivide il liberismo dei conservatori pur rimproverandogli l’avversione a un aumento della pressione fiscale [soprattutto per i redditi più alti], indispensabile per ridimensionare il debito pubblico».

Il problema per Clegg, ora, è compiere la scelta migliore, non solo per i cittadini britannici, ma anche per il suo stesso partito. Infatti molti deputati liberaldemocratici hanno paura che un’alleanza Con-Lib possa erodere il consenso degli elettori verso il partito, considerato spesso, in questa campagna, come l’antagonista più credibile dei Conservatori. Infatti, secondo Tim Horton, direttore di ricerca della Fabian Society, il 43% degli elettori dei Liberal Democrats si definiscono di sinistra o centrosinistra, il 29% si sentono orientati al centro, mentre solo il 9% si definirebbe di destra o centrodestra. Per tale ragione, secondo Horton, in una possibile prossima elezione, 15 dei 57 seggi liberaldemocratici potrebbero passare ai Laburisti nel caso in cui gli elettori delusi cambiassero partito, permettendo ai Labours «di ottenere la maggioranza in una possibile seconda elezione nel 2010». Ieri, in una intervista al Guardian, Lady Shirley Williams, una dei fondatori nel 1981 del SDP (Social Democratic Party, oggi fuso con la Liberal Alliance nel partito di Clegg) e leader dei Lib Dems alla Camera dei Lords dal 2004 al 2007, ha messo in guardia la leadership del partito liberaldemocratico dallo stipulare un’alleanza formale con i Tories, mostrandosi più favorevole a una collaborazione esterna solamente su temi fondamentali per l’interesse della Nazione, affermando la necessità di una «rapida ed efficace azione trasversale ai partiti per ridurre il debito pubblico e approvare le necessarie riforme».

Le notizie, a tal proposito, si sono accavallate nelle ultime ore. Ieri Sky News,ha diffuso la notizia secondo cui sarebbe stato trovato l’accordo tra i leader di Lib Dems e Tories. Per ieri si attendeva il parere dei parlamentari dei rispettivi partiti, in particolare dei Lib Dems, che (sempre secondo la testata vicina ai Conservatori) avrebbero dovuto convocare una riunione nel loro quartier generale per esprimere il loro parere sulle trattative tra Cameron e Clegg. Non sarebbe stata una seduta facile per il partito e per Nick Clegg, il cui primo obbiettivo restava e resta quello di evitare lacerazioni tra i suoi uomini e possibili scissioni all’interno del partito. Ma l’ultima notizia in ordine di tempo, riportata anche da alcuni quotidiani italiani, riferisce di un’improvvisa nuova mossa da parte di Clegg, che avrebbe deciso di intavolare ufficialmente delle trattative anche con il Labour Party, ponendo però, come condizione necessaria alla buona riuscita di tale confronto, le dimissioni entro poche settimane di Gordon Brown. Il Primo Ministro sembra essersi detto disponibile a cedere la leadership del partito, soltanto, però, dopo aver guidato il Paese fuori dalla crisi economica e aver approvato la riforma elettorale. Intanto il ministro degli Esteri David Miliband è già stato indicato come suo possibile successore, anche se, come è facile prevedere, non sarà facile mettere d’accordo l’establishment del partito di Brown.

Il risultato deludente dei Lib Dems in termini di seggi è stato analizzato da molti in modo differente. Un’analisi interessante è stata compiuta dal giornalista Greg Hurst in un suo articolo pubblicato sul Times venerdì 7 maggio. Secondo Hurst questo scarso risultato, è frutto degli errori commessi da Nick Clegg durante la campagna elettorale, colpevole di aver mutato la propria strategia, fino a quel momento rivelatasi vincente, nel week end successivo al secondo dibattito televisivo. Fino a quel momento, in tutti i suoi interventi, il leader liberaldemocratico aveva parlato di temi concreti, portato avanti le sue battaglie, come la riduzione delle tasse per i redditi medio-bassi, la riforma del sistema bancario e la riduzione del debito pubblico, dando l’impressione di essere più interessato ai problemi dei cittadini piuttosto che a concorrere con i propri avversari per il potere. Invece, dall’ultima settimana di aprile, iniziò ad affermare, in modo arrogante, che non avrebbe sostenuto Brown a «tornare al n°10 di Downing street», soprattutto se il Labour fosse diventata la terza forza politica del Paese. Come ha scritto Hurst «[…] Il Labour, come possiamo vedere nella fredda luce del giorno dopo le elezioni (“in the cold light of the day after polling day”), non è diventato il terzo partito[…]». I cittadini, probabilmente, hanno registrato questo cambiamento, vedendo Clegg non parlare più di politica (intesa come policy), non avere più quella visione articolata delle cose. Secondo loro il leader dei Lib Dems parlava come un qualunque altro politico.

E infatti questo processo è evidente anche nell’andamento dei sondaggi. Il 27 aprile le rilevazioni statistiche in media  vedevano i Tories al 33% dei voti, i Liberal Democrats al 30% e i Labours terzi con il 28%. Invece alla vigilia del voto, i Tories sono saliti al 35%, i Labours al 29% mentre i Lib Dems sono scesi al 26%. Secondo gli analisti questo crollo non è stato causato dalla voglia degli elettori di evitare il tanto temuto hung parliament come accadde nel 1992 (elezione di John Major per i Conservatives), bensì è stato dovuto dalla perdita di appeal dei Lib Dems, e in particolare del suo giovane leader.

Un altro fattore che sta a testimoniare l’inefficacia della campagna di Clegg nelle ultime settimane è quello del suo rapporto con i media. Nonostante il supporto ricevuto da giornali come il Guardian, l’Observer, l’Independent, Clegg ha dovuto affrontare giornalmente un attacco incrociato da parte della stampa a lui ostile e dei suoi avversari sin dal suo exploit nel primo confronto televisivo. Ma, finchè il leader Lib Dem è stato abile a rendere il suo messaggio originale, nuovo e, per certi versi, radicale questi attacchi non sembravano danneggiarlo. Anzi, come ha scritto Hurst, tutto questo «[…] lo ha aiutato a superare la sua più grande debolezza (“his biggest weakness”), ovvero l’essere un leader relativamente nuovo (è stato eletto nel dicembre 2007) e poco conosciuto al grande pubblico».  Invece, dopo essere stato coinvolto nelle speculazioni sul possibile hung parliament questi attacchi hanno iniziato a danneggiarlo.

Dunque il fallimento dei Liberal Democrats in queste elezioni 2010 risiede nell’incapacità di trasformare quell’entusiasmo quel supporto senza precedenti in un numero di seggi maggiore di quelli ottenuti. La responsabilità di tale risultato sarebbe, quindi, da rintracciare negli errori commessi dal loro leader, Nick Clegg durante la campagna, e soprattutto dopo l’ottimo risultato, in termini di popolarità, raggiunto in seguito al primo dibattito televisivo.

Comunque ora il gioco è nelle mani di Clegg, che potrà decidere il destino del prossimo governo. Le trattative con i Tories sembrano procedere bene, anche se qualche fonte d’informazione come il Times rivela che ci potrebbero essere dei contatti segreti tra Lib Dems e Labour per la formazione di un esecutivo rosso-giallo. Si tratta però di manovre per noi imperscrutabili e di cui vedremo solo i frutti. Non resta che aspettare e vedere come i leader risolveranno questa situazione di stallo. Quel che è certo è che Clegg è riuscito a essere il kingmaker e sarà lui a porre l’ultima parola sulla questione, magari anche riportando gli elettori britannici alle urne.

Andrea Fumarola

Pubblicato l’11 maggio 2010 su codicepuk.wordpress.com

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s