Bulgaria’s new voting reforms risk undermining the country’s electoral process

di Andrea Fumarola (con Nikolay Marinov) – articolo pubblicato su LSE  EUROPP Blog il 3 Maggio 2016

The Bulgarian National Assembly has recently held an extraordinary sitting to adopt amendments to the Election Code. These changes, proposed by the right-wing party Patriotic Front, were passed with a 139 to 35 vote with eight abstentions. Some of the most relevant provisions include the introduction of compulsory voting rules and restrictions concerning the possibility for citizens abroad to vote outside Bulgarian diplomatic missions, thereby banning or limiting the use of other locations as polling stations […]

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L’attualità del 25 aprile

Giornate come queste servono. Servono a ricordare la nostra storia, le nostre radici, i valori su cui si fonda la nostra Repubblica.
Ma per evitare che giornate come queste si trasformino in un vuoto esercizio di retorica fine a se stesso, o siano solo un’occasione per pubblicare un post o un tweet esteticamente accattivante, dobbiamo far vivere giorno dopo giorno questi valori.
Come la Costituzione che, seppur vecchia di quasi 70 anni, si adatta alle esigenze della storia, così anche noi abbiamo il dovere di adattare la nostra “Costituzione morale” alla realtà di tutti i giorni. Inutile partecipare alle manifestazioni per il 25 aprile se poi si dimenticano principi quali la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà su cui la nostra società – e la nostra Repubblica – è stata edificata.
Non mi riferisco al rischio incombente di una dittatura per come la consociamo noi o l’abbiamo studiata sui libri di storia. Come la mafia, o ancora più tristemente il terrorismo di questo inizio di secolo, anche la “tirannide” assume forme spesso invisibili, spesso sottili e molto più pervasive di un palese colpo di Stato o di una presa in armi delle istituzioni democratiche.
La prima vittima, in questi casi, è spesso il nostro spirito critico, ovvero la nostra capacità di “leggere” e e comprendere i fatti. Negli ultimi decenni, con la televisione commerciale e poi sempre più con la pervasività dei social network, il tempo della riflessione, dello studio, del ragionamento ha lasciato spazio al linguaggio dell’immagine, dello slogan, della “cultura di Google”, con un modello diventato vincente perché tanto immediato nel raggiungere il proprio destinatario (cioè noi) quanto grande è l’illusione di comprensione dei fatti che essa dà.
Gli attacchi compiuti in questi giorni dal governo nei confronti della magistratura vanno inquadrati in questo discorso. Le parole, seppur molto forti, di un magistrato sono state (volutamente) travisate e liberamente interpretate dal Presidente del Consiglio e dai suoi megafoni (La Repubblica e La Stampa, quest’ultima per bocca dell’astro nascente e figlio d’arte Mattia Feltri). Leggendo tale strumentalizzazione non sono riuscito a non provare imbarazzo e preoccupazione per il livello a cui il dibattito politico italiano sembra essere arrivato. Oggi, vestendo la maschera del pacificatore, lo stesso presidente del Consiglio tramite un’intervista a Repubblica ha porto il ramoscello d’ulivo tenendo a precisare che la politica non sarà mai subalterna alla magistratura.
Questo è certamente condivisibile quanto vero per due motivi. Il primo, è che nel nostro sistema statale vige la separazione dei poteri proprio di ogni liberal-democrazia, per cui lo stesso ragionamento vale anche a parti invertite. Il secondo è che un Paese in cui i vari Craxi e Berlusconi (e tanti altri) sono rimasti sostanzialmente impuniti non sembra propriamente soffrire di una “dittatura delle toghe”, come dimostra il fatto che spesso la magistratura ha visto le proprie mani legate dalla politica, trincerata dietro autorizzazioni a procedere e “legittimi” impedimenti.
Ecco, oggi mentre ricordiamo chi ha lottato per noi ed ha perso la vita anche perché io fossi qui a scrivere questo noioso e lungo pezzo, iniziamo a dare più tempo a noi stessi per riflettere su ciò che sta succedendo in questo Paese.
Noi che siamo figli di questo lungo settantennio di pace diamo troppo per scontata la nostra libertà, soprattutto, quella intellettuale. Ma badate bene che anche se non ci sarà una dittatura manifesta a oscurare il nostro accesso a Google come accade in Cina o un Minculpop a dirci quello che dobbiamo studiare e insegnare a scuola e nelle università come accaduto con il Fascismo, il pericolo di perdere la nostra libertà è sempre dietro l’angolo.
Tutti noi dobbiamo essere partigiani e abbiamo il dovere di essere sentinelle contro la dittatura del pensiero massificato e appiattito. Non con i fucili, ma con i pensieri, la parola e la scrittura. E solo allora sarà 25 aprile tutto l’anno.
 
Buon 25 aprile! W la Libertà!

In Burundi, Haiti ed Etiopia le peggiori elezioni del mondo nel 2015

Un nuovo report dell’Electoral Integrity Project (EIP) mostra come nell’ultimo anno in Burundi, Haiti ed Etiopia si siano svolte le “peggiori” elezioni del mondo.

Il report del EIP copre 180 elezioni parlamentari e presidenziali tenute tra la metà del 2012 fino alla fine del 2015 in 139 paesi in tutto il mondo, tra cui 54 elezioni nazionali tenutesi durante il 2015.

Le elezioni nel mondo soffrono spesso di manipolazioni compiute attraverso brogli e corruziojne, intimidazioni e violenze. I finanziamenti destinati alle forze politiche, inoltre, sono viziati da squilibri, corruzione e tangenti. E’ stato dimostrato come tali pratiche illecite minino principi quali la partecipazione dei cittadini alla politica, l’accountability e la fiducia nella democrazia. Problemi che si presentano nonostante ogni anno la comunità internazionale investa circa mezzo miliardo di dollari per migliorare la qualità delle procedure elettorali.

Ma quali elezioni sono viziate o, peggio, “fallite”? Evidenze empiriche raccolte dall’Electoral Integrity Project attraverso una survey post-elettorale condotta su più di 2000 esperti. La surve, immediatamente dopo ogni elezione, domanda a esperti nazionali e internazionali di monitorare la qualità di una elezione basata su 49 indicatori. Queste risposte sono raggruppate nelle 11 fasi di cui il ciclo elettorale si compone per comporre un indice di Percezione dell’Integrità Elettorale (PEI), che misura la qualità delle elezioni su una scala da 0 a 100. “Fallite” sono quelle elezioni che conseguono un punteggio uguale o minore di 40/100. “Contestate” quelle con un punteggio incluso tra 40 e 50 secondo l’indice PEI.

L’Electoral Integrity Project è un progetto di ricerca indipendente con sede nelle Università di Sydney e Harvard, diretto dalla Professoressa Pippa Norris.

  • Nell’ultimo anno “fallite” elezioni in 8 Paesi. L’Etiopia è stata protagonista della peggiore elezione nel mondo, con tutti i seggi vinti dal partito di governo, il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo, nel Maggio 2015, tra repressione, intimidazioni e censura. Haiti ha visto elezioni con brogli diffusi, proteste e scontri. Altri “fallimenti” sono avvenuti in Burundi, Togo, Azerbaijan, Tajikistan, Bielorussia e Uzbekistan.
  • Altre 9 elezioni sono state contestate lo scorso anno in Zambia, Tanzania, Sudan, Egitto, Guinea, Guatemala, Venezuela, Turchia e Kazakistan.
  • Alcune democrazie consolidate hanno avuto performance relativamente scares. Le elezioni britanniche del maggio 2015 si sono classificate 39°, la peggiore performance nell’Europa occidentale. Le elezioni statunitensi del 2012 e del 2014 sono state classificate come le peggiori tra tutte le democrazie consolidate, specialmente in tema di finanziamenti e registrazione elettorale.
  • Di contro, comunque, gli esperti hanno assegnato un punteggio molto alto alle elezioni tenutesi in Danimarca (1^ classificata), Finlandia, Estonia, Svizzera, Polonia, Portogallo, Israele, e Canada.
  • Alcuni notevoli miglioramenti, tuttavia, sono avvenuti nel corso dell’ultimo anno, tra cui Nigeria e Myanmar, sebbene tali elezioni lascino ancora spazio per ulteriori miglioramenti. Anche le elezioni in altre democrazie in via di sviluppo e democrazie più recenti sono state classificate come abbastanza buone, tra cui Benin, Croazia, e Lesotho.
  • I problemi più diffusi riguardano i finanziamenti alla campagna e il ruolo dei mass media. Gli esperti hanno classificato circa due terzi delle elezioni (68%) come “fallite” in tema di finanziamento elettorale. Allo stesso modo, il 38% di tutte le elezioni sono “fallite” riguardo alla copertura della campagna elettorale da parte dei media.
  • Tre fattori principali hanno minato l’integrità delle elezioni: Three main factors undermined electoral integrity: vincoli sociali (come radicata povertà ed eredità delle guerre civili); legami internazionali (come la membership di organizzazioni regionali); per ultimo, la struttura delle istituzioni politiche (inclusi i sistemi elettorali proporzionali e l’imparzialità delle autorità di gestione delle elezioni (i cosiddetti electoral management bodies).

 “Durante gli ultimi decenni, sempre più elezioni si sono tenute nel mondo, ma troppo spesso le elezioni falliscono nel rispondere agli standard internazionali” dice Pippa Norris. “Questo studio è il primo a raccogliere evidenze affidabili attraverso gli esperti, per localizzare dove nell’ultimo anno le elezioni siano state problematiche – come Etiopia, Burundi e Haiti – e anche per celebrare dove esse si siano svolte con successo, come in Estonia, Finlandia e Danimarca”.

“Questo studio fornirà utili evidenze per un ampio numero di studiosi e policymakers, inclusi i pubblici ufficiali, organizzazioni per i diritti umani, ricercatori accademici e reporters che studiano le elezioni e cercano di rafforzare l’integrità delle elezioni”.

Ulteriori informazioni – incluso il report completo – sono disponibili sul sito dell’Electoral Integrity Project: www.electoralintegrityproject.com o all’indirizzo mail: electoralintegrity@gmail.com.

 

Contatti:

Prof. Pippa Norris, Direttore EIP, pippa_norris@harvard.edu; Skype: pippa.norris;

Dr Ferran Martínez i Coma, Ricercatore EIP, ferran.martinezcoma@sydney.edu.au  +61 2 9351 2147;

Dr Alessandro Nai, Project Manager EIP, alessandro.nai@sydney.edu.au +61 2 9351 2147;

Max Grömping, Ricercatore EIP, Max.Groemping@sydney.edu.au  61+ 2 9351 5085.

Consulta il comunicato integrale con i dati del report

 

Fidesz and electoral reform: How to safeguard Hungarian democracy

di Andrea Fumarola – articolo pubblicato su LSE EUROPP Blog e Democratic Audit UK il 21 Marzo 2016

In February, Michel Forst, a UN special rapporteur for human rights, heavily criticised Hungary’s government, led by Viktor Orbán, for rushing through hundreds of laws which, in his opinion, had “debilitated a well-functioning democracy” and shackled human rights groups. Is this perspective accurate? If so, then what has happened over the past few years to derail the Hungarian transition to democracy?

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Perché ricordare (e raccontare) è un dovere

Oggi molti di noi sono troppo impegnati per fermarsi a riflettere, oppure credono che ci siano cose più importanti a cui pensare. Altri sono semplicemente troppo pigri e decidono di non volersi informare, altri ancora rifiutano di affrontare una realtà dolorosa e che per questo motivo meriterebbe invece di essere mantenuta in vita giorno per giorno. Tutte queste persone però oggi sono complici esattamente come tutti coloro che tra il 1935 e il 1945 pur sapendo, permisero che si commettesse uno dei crimini più orrendi conosciuti dal genere umano: la discriminazione progressiva di ebrei, sinti e omosessuali fino all’olocausto messo in atto dal regime nazista e dei suoi alleati. Un crimine orrendo non solo per la sua efferatezza, per la violenza e per le forme in cui esso fu condotto, ma anche per la sistematicità con questo progetto criminale fu portato avanti. Una sistematicità che implica la progettazione del piano criminale, la costruzione del consenso intorno ad esso, la conduzione dello stesso in termini materiali ed l’efficacia dei suoi risultati.

Ecco, proprio per la natura “scientifica” del piano di sterminio portato avanti in quel decennio da Hitler e dal suo regime, non parlerei di “follia nazista”. Perché di follia ce n’è stata ben poca. Si è trattato di gente normale, in alcuni casi indubbiamente intelligente, proprio come tanti di noi, cittadini o rappresentanti politici. Ovviamente questo piano “razionale” implicava anche una componente “emozionale”. Ovvero, su cosa ha fatto leva questo spirito criminale per conquistare tanti consensi in così breve tempo?

Proprio come accadde allora, anche oggi in Europa quei partiti populisti di destra che tanto successo hanno riscosso negli ultimi anni, giocano sulle paure, sugli egoismi, sull’ignoranza delle persone comuni, di noi elettori. Così come oggi, anche allora la costruzione del consenso partì da messaggi che cercavano di infondere in queste persone la paura del diverso, il rancore verso precisi gruppi sociali, finendo per diventare una valvola di sfogo capace di andare oltre il recinto tradizionale della politica. Si potrebbe dire, in modo un po’ retorico, che coloro i quali oggi dimenticano tutto questo fanno sì che milioni di ebrei, sinti, omosessuali, oppositori politici e gente comune siano morti invano e che, in un certo senso, muoiano ancora.

Si badi bene, non si vuole arrivare a dire che i populisti di oggi, dalla Le Pen a Orban, siano destinati in caso di vittoria a portare avanti un progetto criminale come quello hitleriano. Certo è che i toni ricalcano spesso un copione già visto, anche se fino ad ora gli anticorpi sistemici presenti nelle nostre democrazie hanno funzionato – seppur con qualche limite – in modo adeguato. Ma la sostanza immunogena in grado di attivare questi anticorpi resta senza dubbio la memoria storica. La memoria del passato, di quello che è significato per tutte quelle persone che da un giorno all’altro hanno perso il loro diritto alla vita e, prima ancora, a quella dignità riconosciuta per diritto naturale ad ogni essere umano.

Si è trattato di persone innocenti, uomini, donne, ragazzi, ragazze e bambini che sono state non solo condannate a morte in nome di una assurda legge, ma anche freddamente strappate alla vita di tutti i giorni, private della loro quotidiana normalità e di un futuro per sé e per i propri cari. Ecco cosa deve farci più paura: la possibilità di essere privati ex nunc del proprio presente, di vedere il proprio passato cancellato con violenza senza sapere perché, di non avere più un futuro sia che la propria vita termini tra le fredde pareti piastrellate di una camera a gas o che si riesca a fare ritorno alle proprie case. Case di cui, nella maggior parte dei casi, non restava altro che un cumulo di macerie.

Un futuro negato in ogni caso quindi. Come quello di tanti sopravvissuti ai campi di sterminio, privati di ogni voglia di vivere perché impossibilitati a dimenticare le persecuzioni patite prima e durante la loro detenzione. Tra queste persone è possibile forse includere anche Primo Levi, ebreo torinese, strappato alla sua giovinezza di brillante chimico e deportato dopo una breve esperienza da partigiano, nel campo di Auschwitz. L’esperienza di Levi, autore della bellissima poesia “Se questo è un uomo” riportata sotto queste righe, ha ispirato profondamente questo breve e modesto articolo, non solo per la sua testimonianza diretta della discriminazione e della persecuzione subita da tanti cittadini europei ma soprattutto per quel tormento interiore che mai lo ha abbandonato e che lo spinse a diventare testimone fedele di quella tragica esperienza attraverso alcuni dei romanzi più belli della letteratura italiana.

Ecco, ciò a cui non ci si può rassegnare è che ci si possa presto o tardi dimenticare di tutto questo. La paura, le lacrime, i lividi, il sangue di tante famiglie distrutte da chi si è arrogato un diritto non suo, ma se lo è assegnato e legittimato con il consenso e il silenzio di chi non voleva sapere o di chi non si è preoccupato di conoscere. Oggi, in questa società che Lazarsfeld definirebbe “narcotizzata” il rischio di dimenticare tutto o, peggio ancora, ignorare l’esperienza di Primo Levi e di tanti altri che come lui hanno “perso la vita” pur riuscendo a tornare a casa è molto alto, e sta a ognuno di noi mantenere alta l’attenzione su ciò che è stato. Perché il pericolo che non ci si riesca più a indignare davanti agli orrori della storia è vivo, e la storia – questa storia – come scrive Levi va scolpita nel cuore “stando in casa, andando per via, coricandoci e alzandoci”.

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Dal “quasi bipartitismo” alla “quadriglia bipolare”?/2: cosa dicono i numeri

L’articolo pubblicato lunedì ha tentato di spiegare come durante questi decenni la competizione elettorale in Spagna abbia seguito un modello preciso, strutturando passo dopo passo e con alcuni piccoli shock (come nel 1982 e nei primi anni Novanta), un sistema partitico con aspetti peculiari piuttosto rilevanti. In altre parole la teoria dei cleavage di Lipset and Rokkan [1967] sembra adattarsi bene al caso spagnolo, con le due dimensioni (centro/periferia e destra/sinistra) ancora capaci di strutturare la competizione.

A differenza di molti altri paesi UE – in cui un costante processo di disaffezione e disallineamento dei cittadini dalla politica ha portato a costanti modifiche del loro assetto sistemico – la Spagna, ad eccezione del primo periodo della sua storia democratica (1976-82), ha rappresentato un modello stabile di comportamento elettorale almeno fino al 2011. In quell’occasione, alcuni elementi di cambiamento sono venuti alla luce, come ad esempio il drenaggio di voti subito da PP e PSOE a favore di partiti minori come IU e UPyD, aprendo la strada ad un processo che appare tutt’altro che in fase di arresto. Si è giunti così alle recenti elezioni del 20-D, che hanno visto un vero e proprio crollo di consensi per i due partiti maggiori e l’emersione di due nuovi attori dal peso elettorale sostanzialmente simile: Podemos – ideologicamente riconducibile all’alveo della sinistra – e Ciudadanos, piattaforma politica orientata invece verso l’area di centro-destra.

Possiamo allora considerare questi elementi come l’inizio di un processo di cambiamento dell’intero sistema partitico? Per tentare di capirlo e di fornire alcune conclusioni preliminari sembra utile analizzare brevemente il processo di stabilizzazione e cambiamento guardando a quattro indicatori principali: il volume del trasferimento di voti tra due elezioni successive, l’intensità della competizione elettorale, l’impatto del sistema elettorale e il numero dei partiti rilevanti nel sistema.

Volatilità elettorale. Secondo Bartolini e Mair [1990], il livello di volatilità elettorale riflette in modo rilevante la stabilità o l’instabilità di un sistema partitico, essendo un indicatore di forza relativa nonché di radicamento sociale dei partiti principali.

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Il grafico sopra mostra alcuni elementi piuttosto interessanti. Prima di tutto, tra il 1979 e il 2008 la Spagna ha registrato bassi livelli di volatilità elettorale in confronto ad altre democrazie dell’Europa occidentale. Solo in due casi sono osservabili dei “picchi”: nel 1982 e, più recentemente, nelle elezioni del 2015.

Il primo shock è riconducibile alla conclusione della fase costituente, con la fine del primo governo democratico guidato dall’UCD di Adolfo Suarez. Una fase di riallineamento generale, con i socialisti finalmente “riabilitati” dalla piena stabilizzazione del regime democratico e in grado di competere per la guida del Paese. Sarebbe stato l’inizio di una nuova fase politica che avrebbe portato all’egemonia del PSOE di Felipe Gonzaléz per oltre un decennio.

Il secondo picco, invece, è visibile proprio in corrispondenza delle elezioni di domenica scorsa. Cosa sta a significare questo? Che probabilmente ci troviamo di fronte ad una nuova fase di fluidità sistemica e di rimescolamento delle preferenze degli elettori, non più canalizzate verso i due partiti tradizionali (PP e PSOE) ma indirizzate ora verso altri attori in ascesa (Ciudadanos e Podemos). Le elezioni del 1982 videro infatti il crollo dell’UCD di Suarez e l’ascesa – che sarebbe stata poi definitiva – di Alianza Popular (poi trasformatasi nell’odierno PP) accanto al ridimensionamento del PCE a favore del PSOE. Del tutto analoga a quella di trentatré anni fa, anche quella odierna sembrerebbe essere una fase di rimescolamento per l’intero sistema, la cui portata però è ancora di difficile misurazione. Sarà infatti necessario studiare l’evoluzione di queste dinamiche sul lungo periodo per confermare che si tratti di un riallineamento definitivo e non solo di una fase temporanea di shock causata da un disorientamento congiunturale dell’elettorato spagnolo.

Fine del bipartitismo? Fino al 1989 il sistema spagnolo ha costituito quella tipologia di sistema definita da Sartori [1976] «predominant party system» in cui il PSOE ha agito come unico partito in grado di governare, favorito anche dall’assenza di competitors credibili. La trasformazione già accennata di AP in Partido Popular e la moderazione del suo programma politico ha favorito il modellamento del sistema verso un formato tendenzialmente bipartitico, con i due partiti in grado di competere alternativamente per la conquista della Moncloa.

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Il grafico riportato illustra bene l’andamento della dinamica competitiva sviluppatasi in Spagna a partire dagli anni Novanta, ovvero quella di due grandi partiti con le stesse possibilità di formare il governo da soli o con il sostegno parlamentare dei partiti regionali. Tuttavia, i dati del 2011 e, ancora di più, quelli delle elezioni di domenica mostrano una chiara inversione di tendenza. Per la prima volta le percentuali di voto ottenute da PP e PSOE superano appena il 50% dei voti, con Podemos, Ciudadanos e Union Popular (eredi di Izquierda Unida) che insieme raggiungono circa il 40% dei voti. A differenza del 2011, in cui il crollo del PSOE fu bilanciato dalla netta vittoria del PP, questa volta i partiti emergenti sono stati in grado di intercettare una grande fetta di elettori appartenenti in larga parte ai due partiti maggiori. Un dato che troverebbe conferma anche nell’aumento della partecipazione elettorale, salita di poco più del 6% rispetto a quattro anni fa. La distribuzione dell’elettorato continua ad essere distribuito maggiormente sulla sinistra dello spettro politico, ma appare evidente come il sistema stia attraversando una fase di profonda fluidità in cui i protagonisti precedenti vengono inevitabilmente ridimensionati.

L’impatto del sistema elettorale? Il sistema elettorale spagnolo ha da senza dubbio garantito una forte stabilità istituzionale a un sistema nato dalle macerie della dittatura franchista, con un meccanismo che ha da sempre teso a sovrarappresentare i partiti nazionali maggiori come PP e PSOE, penalizzando i partiti nazionali più piccoli come Izquierda Unida.

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Come si vede dal grafico, a partire dal 1993, l’effetto disproporzionale del sistema è andato gradualmente riducendosi, aumentando poi nelle elezioni del 2011 e scendendo leggermente nelle consultazioni di domenica. Tale effetto, lungi dall’essere frutto di una semplice meccanica elettorale – come potrebbe essere il nostrano Italicum – sembra esser stato favorito da un progressivo rafforzamento della dinamica bipartitica che ha caratterizzato la competizione fin dai primi anni Novanta. L’azione congiunta dei partiti maggiori, sempre più decisi a costituire una “democrazia (maggioritaria) dell’alternanza” con una competizione di carattere centripeto, e di un sistema sostanzialmente disproporzionale ha certamente contribuito a stabilizzare il sistema in questi anni.

Se però nel 2011, la frammentazione era stata in grado di mettere in moto l’effetto disproporzionale di quel sistema elettorale che Douglas Rae aveva definito “lo Sceriffo di Nottingham”, permettendo così il mantenimento di un formato sostanzialmente bipartitico in Parlamento, lo stesso non è accaduto nelle elezioni dell’altro ieri. L’indice di bipartitsmo è crollato, e con esso l’effetto disproporzionale del sistema proporzionale spagnolo, consegnando una Camera quanto mai frammentata e priva, per la prima volta, di un partito in grado di formare il governo da solo. Questo dato, può suggerirci una breve conclusione, ovvero che sebbene il sistema elettorale abbia certamente un ruolo importante, pare innegabile che accanto ad esso vi sia la necessaria azione congiunta dei partiti, gli stessi in grado per vent’anni di strutturare la competizione in senso maggioritario.

Nuovi attori rilevanti? Gli effetti disproporzionali del sistema elettorale possono essere osservati anche guardando al numero effettivo di partiti calcolati con la formula di Laakso and Taagepera [1979].

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I dati riportati sopra appaiono abbastanza chiari. La stabilizzazione del sistema spagnolo è ben rappresentato dalla scarsa variazione di questo indicatore e quindi del suo formato fino alle elezioni del 2011. Infatti, fino alle ultime elezioni le preferenze elettorali sono convertite su pochi partiti, solitamente PP, PSOE, IU e pochi partiti regionali, permettendo alla Spagna di registrare uno dei più bassi livelli di frammentazione partitica dell’Europa occidentale dietro solamente a Regno Unito e Grecia fino al 2009. Grazie anche all’azione del sistema elettorale, il sistema è stato chiuso a nuovi attori come dimostra la differenza tra ENPv (voti) e ENPs (seggi).

Tuttavia, proprio dal 2011 si è registrato un punto di rottura con un “trend al ribasso” costantemente consolidato a partire dal 1989. Le elezioni di domenica scorsa hanno costituito più di ogni altre un vero e proprio shock, registrando il dato più elevato il termini di partiti effettivi mai visto fino ad ora. Il sistema ha aperto le porte a nuovi attori (Podemos e Ciudadanos), attori rilevanti in termini di voti e di seggi, non più considerabili attori secondari come IU o UPyD e quindi marginalizzabili. Per la prima volta la Spagna fa i conti con un sistema multipartitico ed è ancora difficile sapere come il sistema reagirà a questo dato inedito.

Conclusioni. Per lungo tempo la Spagna è stata caratterizzata da un alto grado di stabilità assicurato, da un lato, da un sistema elettorale nella sostanza maggioritario e, dall’altro lato, da un comportamento elettorale strutturato in direzione maggioritaria grazie anche a caratteristiche peculiari della democrazia spagnola quali un alto grado di personalizzazione della politica, organizzazioni partitiche catch-all e una competizione strutturata lungo la “frattura” destra/sinista. Tutti questi elementi hanno contribuito così a restringere la competizione tra due partiti principali – PSOE e PP – in grado di catalizzare gran parte dei voti, costantemente incrementati fino al 2008 quando insieme assommavano l’82% dei voti totali.

Le elezioni del 2011 e, ancor di più, quelle di domenica hanno modificato questo modello, come testimoniato dal declino deciso dell’indice di bipartitismo crollato prima al 73% e poi al 50%, con un crollo sostanziale prima del PSOE e infine anche del PP. Se nel 2011 questo crollo è stato in parte assorbito nella “zona grigia” dell’astensione e in parte da partiti rimasti comunque marginali come IU e UPyD, domenica scorsa la situazione è decisamente cambiata. La partecipazione è aumentata di ben 4 punti percentuali e la crescita di nuovi partiti come Podemos e Ciudadanos è stata evidente, con un consistente drenaggio di voti dai partiti tradizionali. A differenza di quattro anni fa, in questo caso si tratta di partiti non più marginali, in grado di raccogliere un consenso ampio non solo nelle grandi città ma anche in alcune zone rurali, storicamente ad appannaggio dei partiti tradizionali. Questi partiti siedono oggi nel Congreso de los Diputados con la decisa volontà di contare e influenzare la formazione del futuro governo, non solo come sostegno esterno ma come vero e proprio partner di coalizione.

La situazione è tanto chiara (nel breve periodo) quanto ancora di difficile definizione (nel lungo periodo). Oggi la Spagna si risveglia in un sistema multipartitico in cui un governo di coalizione appare quanto mai inevitabile seppur di difficile costituzione. Un fattore in grado di favorire possibili alleanze tra vecchi e nuovi partiti resta però quella caratteristica peculiare del sistema illustrata nel precedente articolo, ovvero il mantenimento dello schema ideologico consolidato e in virtù quale potrebbe essere più agevole trovare un accordo.

Ciò che appare con minor chiarezza è se si tratti di un cambiamento di lungo periodo o solo di uno shock temporaneo dovuto anche a fattori contingenti come la crisi economica. La breve analisi e i dati portati a sostegno lasciano trasparire un certo pessimismo a riguardo, ma ad oggi appare impossibile dire con certezza se il sistema bipartitico costruito in questi trent’anni sia destinato a finire oppure se, attraverso questo pesante shock, possa rafforzarsi ulteriormente grazie anche ai numerosi anticorpi presenti nel sistema. Certo è che sta ai suoi attori, in primo luogo i partiti, stimolare l’attivazione di tali anticorpi, evitando così di abbandonarsi fatalisticamente alla meccanica elettorale che pare affascinare tanto la classe politica – e intellettuale – nostrana.

 

 

 

 

 

 

Dal “quasi bipartitismo” alla “quadriglia bipolare”?/1: un modello di competizione ancora valido

Il sistema partitico spagnolo si è strutturato sin dagli inizi della sua vita democratica secondo un modello “quasi bipartitico” che si è rivelato stabile nel corso del tempo. La stutturazione della società spagnola lungo due tipi di quelli che Lipset and Rokkan [1967] hanno chiamato cleavages – quello territorial e quello funzionale – hanno condotto alla creazione di un Sistema fatto di partiti allineati secondo due dimensioni: la “frattura” destra/sinistra e quella centro/periferia, con quest’ultima che ha favorito la nascita dei numerosi movimenti regionalisti.

Questo modello è durato circa trent’anni, entrando in crisi con le elezioni anticipate del 2011 quando il premier socialista Zapatero sancì anticipatamente la fine del suo mandato. Questo ha portato già quattro anni fa ad un terremoto capace di mettere in crisi il sistema collaudato di un quasi bipartitismo arricchito da numerosi partiti nazionalisti/regionalisti. In quell’occasione, la forte emorragia di voti subita dal PSOE fu raccolta dai post-comunisti di Izquierda Unida e dal UPyD dell’ex parlamentare socialista Rosa Diéz, capaci di incrementare il loro consenso di più del 3% se paragonato alle elezioni del 2008.

Le elezioni di ieri, hanno infine sancito probabilmente la fine di questo modello di competizione partitica sviluppatosi dal 1982 ad oggi. La crescita esponenziale dei partiti “di protesta” come Podemos e Ciudadanos unita all’arretramento dei partiti storici quali PP e PSOE e all’impossibilità di formare un governo monocolore anche solo di minoranza pare costituire un messaggio inequivoco. Il “modello spagnolo”, preso spesso ad esempio dalle altre democrazie instabili d’Europa – prima tra tutte l’Italia – è davvero entrato in una crisi irreversibile, i cui segni già erano apparsi evidenti nelle elezioni del novembre 2011? Prima di rispondere a questa domanda è necessario comprendere il funzionamento della competizione politica e la strutturazione del comportamento elettorale dei cittadini spagnoli.

Dato per scontata l’importanza assunta dal cleavage centro/periferia nella strutturazione del sistema partitico spagnolo, sembra interessante focalizzare l’attenzione su come il comportamento elettorale e la competizione tra partiti a livello nazionale si siano modellati in accordo con il cleavage ideologico “destra-sinistra”.

Il modello di competizione intorno al quale il sistema spagnolo è andato strutturandosi corrisponde al più comune diffuso tra i paesi europei: il cleavage destra/sinistra [Dalton et al. 1984; Knutsen 1997; Eijk 2005]. Si tratta di quello secondo cui la maggior parte dei cittadini è in grado di collocarsi e di collocare i partiti politici su una scala che va da sinistra a destra (solitamente 0-10) d votare secondo tale preferenza. Ma un elemento particolarmente interessante è quello suggerito da uno studio di Adams et al. [2011], secondo cui il posizionamento dei cittadini su questo “continuum” è esogeno all’azione dei partiti, ovvero essi non sono in grado di influire sugli orientamenti degli individui. Questo punto sancirebbe la separazione tra interesse politico e identificazione partitica, contraddicendo quanto insegnatoci dal modello Michigan.

Come suggeritoci nelle diverse tornate dell’Eurobarometro e della European Value Surveys raccolte dall’inizio degli anni Ottanta, gli spagnoli hanno sempre segnato i livelli piiù bassi di partisanship rispetto a tutte gli altri Paesi membri dell’Unione Europea. Il caso spagnolo sembra aderire perfettamente al tipo di modello sopra descritto. Infatti, in tutti questi anni i maggiori partiti a livello nazionale (PP, PSOE and IU) hanno mantenuto un elettorato eterogeneo ma, comunnque, strutturato secondo stabili confini ideologici.

Per dirla con Morlino (1998) è possibile affermare che il fattore ideologico è servitor per “ancorare” il voto sin dalla ricostruzione della democrazia spagnola, istituzionalizzando così un modello di competizione che sembra esser rimasto a lungo valido. In altre parole, l’identificazione politica (o ideologica) – considerata come il modo in cui gli elettori vedono se stessi e i partiti in termini di sinistra v. destra – sembra avere maggiore importanza non solo rispetto al fattore sociale di strutturazione del voto ma anche dell’identificazione partitica che è sempre stata molto bassa  [Gunther and Montero, 1994; Linz and Montero, 1999]. Dall’altro lato diversi studi [Freire and Costa Lobo, 2002; Calvo et al. 2011] hanno mostrato che il fattore ideologico presenta il più alto tasso di correlazione nei confronti del comportamento di voto, indicando che gli elettori non solo legati a uno specifico partito – anche a causa della loro natura catch-all [Morlino 1998] – ma al “generico spazio” sinistra-centro-destra.

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Come mostrato nella figura sopra, il cleavage destra-sinistra sembra mantenere una certa rilevanza, come osservabile dal più o meno costante score fatto registrar nel corso del tempo da ciascuna categoria e il decline simultaneo – iniziato dopo il 2000 – di quella porzione di elettorato che rifiuta di porsi lungo la scala.

Questo schema appare dunque ancora valido per il sistema politico spagnolo, dominato per lungo tempo dai due maggiori partiti – PP e PSOE – e, allo stesso tempo caratterizzati da un alto grado di polarizzazione che permette di adottare le conclusion di Dalton and Wattemberg [2009: 912] circa la relazione tra ‘left-right attitudes’ e la polarizzazione politica: la correlazione tra queste due variabili sembra maggiore in un sistema con pochi partiti ma con maggiore polarizzazione (come nel caso della Spagna, almeno fino al 2011), strutturato secondo un abbastanza polarizzato modello di competizione destra-sinistra. Questi dati mostrano come gli elettori spagnoli siano più legati a categorie ampie – in cui possono essere ricompresi più partiti – piuttosto che all’identificazione con un preciso partito. Inoltre, questa divisione non riflette divisioni di classe – che sono invece attraversate egualmente da ciascun partito – ma piuttosto diverse “visioni politiche” associate con la divisione destra-sinistra attraverso simpatie e identità di ciascun elettore.

Tali conclusioni potrebbero anche spiegare la recente nascita e la crescita di partiti di partiti di protesta quali Podemos e Ciudadanos, capaci – come si vedrà nel prossimo articolo – di scardinare l’assetto quasi-bipolare del sistema spagnolo pur collocandosi all’interno di quel sistema di competizione destra-sinistra che appare quanto mai valido per spiegare il funzionamento delle dinamiche politiche ed elettorali del paese sud-europeo. Entrambi si sono proposti come partiti nuovi, nati per scardinare il sistema “corrotto” dei partiti tradizionali. Ma entrambi, a differenza del caso-Grillo in Italia, hanno deciso di muoversi e di strutturarsi all’interno di un sistema competitivo non solo tradizionale quale quello della competizione partitica, ma soprattutto hanno scelto di aderire a quel modello strutturale di competizione destra-sinistra tanto diffuso nell’Europa occidentale.