“Siam tre piccoli porcell(um)”: il sistema elettorale italo-tedesco in continuità con il recente passato

E’ iniziata ieri nell’Aula della Camera dei Deputati la discussione sulla proposta di riforma della legge elettorale portata avanti dai quattro maggiori partiti attualmente in Parlamento: Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega Nord.

Dopo varie l’approvazione di numerosi emendamenti al testo originario in Commissione I – Affari Costituzionali, il disegno di legge in discussione alla Camera delinea un sistema elettorale largamente ispirato a quello tedesco in vigore per l’elezione del Bundestag ma – come spiegato in un altro articolo recente – con delle peculiarità che lo differenziano sostanzialmente dal modello originario. Tra queste, due aspetti risaltano su tutti e riguardano il “rapporto di forze” tra voto maggioritario e voto proporzionale che, come illustrato dalla figura in basso, saranno formule complementari del nuovo sistema elettorale.

Figura 1. La nuova scheda per l’elezione alla Camera e al Senato?Screen Shot 2017-06-07 at 07.54.52Fonte: La Repubblica

1) Come già detto in precedenza, in Germania l’elettore ha a disposizione una scheda su cui esprimere due voti, uno di collegio (maggioritario) e uno di lista (proporzionale). Quest’ultimo ha la “priorità” sul primo voto in quanto funge da “pallottoliere” per il riparto dei seggi a cui accedono tutti i partiti in grado di superare la soglia di sbarramento del 5 percento. Ma mentre il voto di lista delinea l’architettura del nuovo Bundestag, il voto maggioritario entra in gioco per assegnare in prima battuta circa la metà (299) dei seggi ai vincitori dei collegi uninominali e che hanno, quindi, la precedenza sui candidati inseriti nelle liste bloccate. Si tratta di un elemento che punta a rafforzare il rapporto tra elettore ed eletto, personalizzando il voto e rendendo direttamente accountable almeno la metà dei deputati in Parlamento. La priorità del voto maggioritario è confermata dalla previsione dell’Huberhangmandaten, ovvero la possibilità per quei partiti che abbiano ottenuto più seggi “uninominali” che “proporzionali” di mantenere tale quota, aumentando il numero complessivo dei seggi dell’assemblea che, a differenza dell’Italia, non è fissato dalla Costituzione (630 per la Camera e 315 per il Senato).

Il “Germanellum” (o “Rosatellum-bis” o “Fianellum”) sulla scia di una (cattiva) consuetudine inaugurata con il Porcellum nel 2005 e perpetuata con l’Italicum nel 2015, ovvero l’introduzione e la strenua difesa della lista bloccata come sistema di assegnazione dei seggi, ha ribaltato quanto previsto dal modello tedesco, ribadendo la preminenza del voto di lista su quello di collegio per il riparto dei seggi. Il sistema di assegnazione dei seggi prevede che sia data precedenza ai capilista (bloccati) dei listini proporzionali e che una volta ripartiti questi, si passi all’assegnazione dei seggi ai vincitori dei collegi uninominali. In questo modo i (pochi) eletti nei collegi avranno una posizione subordinata rispetto agli eletti in blocco nelle liste, indebolendo il già logoro rapporto fiduciario tra elettori e rappresentanti. Inoltre, dal momento che la nostra Costituzione non prevede composizioni “elastiche” del Parlamento, il rischio di mandati in sovrannumero è stato superato con un ulteriore giro di vite sulla quota maggioritaria: alla Camera, ad esempio, dai 303 collegi uninominali inizialmente previsti (pari al 49,2%) si è passati a 225 collegi, pari al 36,5% dei seggi da assegnare a livello nazionale (non si considerano le Regioni a Statuto speciale e i 12 deputati eletti nella circoscrizione Estero). Si configura, pertanto, un evidente tentativo di “marginalizzazione” del voto nominale, che è poi quello che assicura una maggiore identificabilità del candidato ed livelli elevati di accountability del sistema elettorale, con la possibilità per l’elettore di punire o premiare direttamente il proprio candidato al termine del mandato quinquennale.

 

2) Un altro elemento di “garanzia” previsto dalla legge elettorale tedesca è la possibilità di esercitare il cosiddetto “voto disgiunto”, ovvero di esprimere, nella parte proporzionale, la preferenza per una lista diversa da quella del candidato votato nella parte maggioritaria. Si tratta di un elemento importante, che valorizza il voto per il candidato giudicato principalmente per il lavoro svolto durante il proprio mandato al di là della sua appartenenza partitica. Si tratta di un voto genuinamente “diretto” che, seppur complementare al riparto proporzionale, è un efficace sistema di controllo del candidato da parte dell’elettorato.

La riforma in esame alla Camera, anche in questo caso, modifica questa previsione in modo sostanziale. Se è vero che da un lato mantiene la possibilità di votare per un candidato in un collegio e vieta la candidatura in più circoscrizioni, dall’altro elimina qualunque possibilità di voto disgiunto, impedendo di barrare il nome del candidato “uninominale” e il simbolo di una lista a lui non collegata. Anzi, è fatta previsione che nel caso in cui si esprima solo il voto di lista, questo venga allargato al candidato di collegio (ma non viceversa) trasformando quest’ultimo in una sorta di “vice-capolista” bloccato e spersonalizzando del tutto il voto che diventa un proporzionale puro con liste bloccate. Anche questo punto rappresenta un’ulteriore forzatura delle dinamiche democratiche e della libertà degli elettori, con diversi studi (si veda il recente articolo di Pedro Riera & Damien Bol su West European Politics) che evidenziano come il voto disgiunto sia invece naturalmente più pronunciato in presenza di sistemi a impianto proporzionale, i c.d. Mixed-Member Proportional (MMP) systems come quelli in vigore in Bolivia, Lesotho, Nuova Zelanda e, appunto, Germania. Condizionando forzatamente una normale dinamica di comportamento elettorale senza assicurare adeguati bilanciamenti in termini di trasparenza e accountability, il legislatore rischia di commettere gli stessi errori commessi con il Porcellum prima e l’Italicum dopo e censurati due volte dalla Corte Costituzionale. Non si vuole qui giudicare la maggiore o minore appropriatezza di una formula elettorale – maggioritaria o proporzionale – rispetto ad un’altra, ma resta innegabile il fatto che qualora il rapporto tra rappresentanza e governabilità risulti sbilanciato in favore della seconda – come ad esempio avviene nei sistemi maggioritari plurality – sia necessario da parte del legislatore intervenire per rafforzare altri elementi che assicurino la più ampia partecipazione e il più efficace controllo degli eletti e che l’attuale bozza di riforma elettorale non sembra invece garantire.

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Pizza, mandolino e legge elettorale

Negli ultimi giorni sembra che alcune forze politiche guidate dal Partito Democratico abbiano raggiunto un accordo – più volte auspicato dal Presidente della Repubblica Mattarella – per una riforma delle legge elettorale, convergendo su un sistema di tipo proporzionale ispirato a quello in vigore in Germania per l’elezione del Bundestag. Tuttavia, per quanto diversi commentatori ed esponenti politici si siano sbilanciati nell’identificare il cosiddetto “Germanellum” con il sistema tedesco, in realtà si tratta di un sistema che si differenzia dall’originale per alcuni aspetti non del tutto trascurabili.

Il sistema elettorale tedesco

Il sistema in vigore in Germania, sebbene spesso erroneamente classificato come sistema misto a causa della compresenza di una componente maggioritaria (Erststimme) e una proporzionale (Zweitstimme), rientra in realtà nella categoria dei sistemi proporzionali. Questo perché la parte proporzionale, costituita dal voto di lista (bloccata), assume una funzione preminente nella ripartizione dei seggi tra i partiti, a patto che questi superino la soglia di sbarramento del 5 percento o vincano in almeno 3 collegi uninominali. Tutti i partiti che nelle 16 circoscrizioni “regionali” ottengono una percentuale di voti superiore a tale soglia, infatti, accedono al riparto dei seggi secondo il quoziente naturale di Hare-Niemeyer, formula che garantisce più di ogni altra una maggiore corrispondenza tra percentuale di voti ottenuti e seggi assegnati rispetto ad altri sistemi come quello D’Hondt in uso, ad esempio, nel proporzionale spagnolo.

Solo una volta che i seggi sono stati ripartiti in base al sistema proporzionale entra dunque in gioco il “primo voto” maggioritario, con cui vengono assegnati 299 seggi del Bundestag ai candidati vincitori nei collegi uninominali. Si tratta quindi di un voto “complementare”, che si innesta al risultato del voto di lista e non è del tutto paragonabile ai classici sistemi plurality in vigore in altri Paesi come il Regno Unito. I restanti seggi non assegnati con il voto maggioritario vengono poi assegnati secondo l’ordine della lista bloccata della quota proporzionale. Tuttavia, se un partito ottiene più seggi nella quota maggioritaria che in quella proporzionale, tale surplus è conservato (i c.d. Huberhangmandaten), rendendo la composizione del Bundestag variabile.

Tabella 1. Elezioni federali Germania 2013: Corrispondenza tra voti e seggi nel Bundestag

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Fonte: Wikipedia

Come dimostra anche la tabella sopra, il sistema tedesco si configura come un sistema fortemente proporzionale, che però grazie alla soglia di sbarramento al 5% ha permesso un graduale consolidamento del sistema in senso bipartitico, con Cristiano-Democratici (CDU) e Socialdemocratici (SPD) assurti al ruolo di principali attori del sistema. Inoltre, tale sistema è frutto del “compromesso storico” tra tutte le forze politiche alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con l’obiettivo di limitare i possibili effetti “frammentari” del proporzionale puro ed evitare l’instabilità politica della Germania weimariana, ma anche di consentire rappresentanza ad un maggior numero di attori politici esclusi sotto il regime totalitario di Hitler. Si tratta, infine, di un modello  già “esportato” con successo – seppure con alcuni correttivi – in Nuova Zelanda dove, negli anni Novanta, si è optato per l’abbandono del sistema elettorale di matrice anglossassone First Past the Post (FPTP) a favore di un sistema maggiormente rappresentativo in grado comunque di garantire una buona stabilità al sistema politico.

Il Germanellum

Può un sistema così strutturato trovare attuazione in Italia? Quali correttivi sono stati inseriti nella bozza presentata dal PD e attualmente in discussione in Commissione Affari Costituzionali della Camera?

La principale differenza è di carattere tecnico-pratico e riguarda l’unione delle due schede in una, su cui sono riportati sia i candidati di collegio che quelli della quota proporzionale. In Italia, a differenza di quanto avviene in Germania, non sarà possibile esprimere un voto “disgiunto” con la possibilità, invece, che l’eventuale voto di lista venga esteso anche al candidato uninominale (ma non viceversa).

Per quanto riguarda l’impianto più generale, il “Germanellum”, prevede la divisione del territorio nazionale in 225 collegi uninominali per l’elezione della Camera dei Deputati e 112 collegi per l’elezione del Senato, mentre le circoscrizioni plurinominali saranno 22 rispetto alle 27 disegnate dall’Italicum attualmente in vigore. L’assegnazione dei seggi avverrà in modo sostanzialmente differente rispetto al sistema tedesco. Mentre è conservata la soglia di sbarramento al 5% e la centralità del voto di lista, l’assegnazione dei seggi alla Camera (e in modo analogo al Senato) segue tre fasi:

  • Priorità viene data ai capilista delle liste bloccate nelle circoscrizioni plurinominali;
  • Successivamente vengono ripartiti i 225 vincitori dei collegi uninominali;
  • Infine i seggi rimanenti vengono assegnati secondo il numero di voti ottenuti dai partiti nella quota proporzionale.

Una possibile, quanto improbabile, eccezione è costituita dal fatto che i vincitori dei collegi uninominali possano acquistare una priorità rispetto ai capilista nel caso in cui riescano a ottenere il 50% +1 dei voti nel collegio. Una clausola che ricorda il sistema di elezione del Senato pre-1992 in cui l’assegnazione maggioritaria scattava solo con l’eventuale ottenimento del 65% dei voti nel collegio.

Un altro punto di differenza rispetto al sistema tedesco ma che attualmente sembra andare verso un superamento, è la possibilità di candidature multiple, eredità del Porcellum calderoliano e che ancora riscuotono grande successo tra le forze politiche in parlamento. Infatti, mentre è fatto divieto di presentarsi in più di un collegio uninominale, è permesso ai candidati di presentarsi in più collegi (fino a un massimo di tre) e poi optare per il seggio dopo l’elezione. Un sistema spesso criticato dalla Corte Costituzionale nonché da gran parte dell’opinione pubblica ma che comunque rappresenta ormai una costante dei progetti di riforma elettorale italiani. Per tale motivo i partiti stanno cercando un accordo per superare lo stallo su questo punto e, analogamente a quanto previsto in Germania, permettere la candidatura solo in un collegio e in una lista.

Infine, il sistema “italo-tedesco” si connota per un più marcato carattere disproporzionale, con la costituzione di circoscrizioni più piccole e che quindi tendono a favorire i partiti maggiori e l’adozione della formula D’Hondt o delle “medie più alte”, ovvero un metodo di ripartizione dei seggi con il minore grado di proporzionalità tra quelli esistenti (Hare, Saint Laugue, Imperiali). Tutto questo quindi per accentuare la disproporzionalità del sistema e garantire, come in un gioco a somma zero, una maggiore stabilità a scapito della rappresentanza.

Conclusione

Ad oggi, quindi, la riforma elettorale è un ibrido fortemente ispirato al modello tedesco ma che presenta alcune peculiarità che ne minano l’essenza. La presenza delle candidature multiple, spesso considerate un vulnus al principio di rappresentanza dei cittadini, sono state ancora una volta riproposte come frutto del compromesso tra Renzi e Berlusconi che del controllo del proprio party in public office ha fatto da sempre una vera e propria ossessione. Inoltre la rimarcata preminenza del voto di lista su quello maggioritario per l’assegnazione dei seggi, sottolinea il percorso consolidato nella storia italiana e solo parzialmente messo in discussione negli anni Novanta con il Mattarellum. Nessuno tra i partiti presenti in Parlamento – o almeno tra quelli che hanno potere di fare e disfare le riforme – sembrano guardare con interesse a sistemi di voto maggioritari (e quindi al voto di collegio) come ad una soluzione perseguibile. Il costante rifiuto per ogni sistema che contribuisca al rafforzamento del potere di accountability degli elettori nei confronti degli eletti è ormai un dato di fatto, e la proposta di riforma va in questa direzione. Anche il recente accordo sulla riduzione del numero dei collegi da 303 a 225 implica delle conseguenze piuttosto chiare, ovvero rendere il rapporto tra elettore ed eletto meno diretto, rendendo i candidati “uninominali” meno identificabili con un proprio territorio e alimentando quel cortocircuito nella rappresentanza innescato ai tempi del Porcellum dai listoni bloccati.

La grande eredità lasciataci da Giovanni Sartori è stata quella di mettere in discussione le c.d. Leggi di Duverger e le proprietà “taumaturgiche” dei sistemi elettorali sui sistemi di partito. Le formule elettorali non sono condizioni necessarie e sufficienti a strutturare il sistema partitico se quest’ultimo non è predisposto per natura a determinati cambiamenti. Un sistema partitico debolmente strutturato potrà “giovare” dell’effetto contenitivo di un sistema elettorale maggioritario solo a livello di collegio, mantenendo la propria frammentazione a livello nazionale. L’Italicum sarebbe stata una “camicia di forza” per il sistema, capace di creare meccanicamente e forzosamente un vincitore, ma violando qualunque assunto in termini di partecipazione e rappresentanza, con la presenza di un ballottaggio di lista a livello nazionale. Il bilanciamento tra questi due elementi rappresenta l’essenza della democrazia liberale come modello largamente accettato in gran parte del mondo. La Francia, che presenta un livello di strutturazione partitica simile al contesto italiano, ha superato la propria crisi strutturale propria della Quarta Repubblica anche grazie all’adozione di un sistema elettorale (majority) che si adattasse alle sue caratteristiche senza però violare il principio di rappresentanza garantito dal doppio turno di collegio e garantendo anche alti livelli di accountability. In tal modo, si è creato in breve tempo un sistema strutturato su due partiti principali che però godono di una forte legittimazione diretta assicurata non solo da una componente ideologica capace di includere gran parte dell’elettorato francese, ma anche da un sistema di elezione a due turni in cui il candidato, per vincere il ballottaggio, è costretto ad allargare il proprio consenso oltre il proprio partito di riferimento.

La risposta per l’Italia sta qui. Piuttosto che inseguire modelli utopistici – come il maggioritario britannico – o inventare modelli più frutto di meri calcoli politici che di applicazione di conoscenze teoriche ed empiriche, la risposta sta nel guardare a modelli di successo che però siano anche in grado di conciliare le caratteristiche peculiari del nostro sistema socio-politico.

The European Union has an obligation to protect civil society in Hungary

di Andrea Fumarola – articolo pubblicato su LSE  EUROPP Blog l’ 11 Aprile 2017

Several EU and US officials have harshly criticised the Fidesz government led by Viktor Orbán for new legislation affecting the country’s Central European University. This legislation, popularly known as ‘Lex CEU’, has been judged by many observers to be an assault on the foundations of Hungarian democracy and the latest step in what they see as a political strategy to shackle free expression and liberal values in Hungary.

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Bulgaria’s new voting reforms risk undermining the country’s electoral process

di Andrea Fumarola (con Nikolay Marinov) – articolo pubblicato su LSE  EUROPP Blog il 3 Maggio 2016

The Bulgarian National Assembly has recently held an extraordinary sitting to adopt amendments to the Election Code. These changes, proposed by the right-wing party Patriotic Front, were passed with a 139 to 35 vote with eight abstentions. Some of the most relevant provisions include the introduction of compulsory voting rules and restrictions concerning the possibility for citizens abroad to vote outside Bulgarian diplomatic missions, thereby banning or limiting the use of other locations as polling stations […]

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L’attualità del 25 aprile

Giornate come queste servono. Servono a ricordare la nostra storia, le nostre radici, i valori su cui si fonda la nostra Repubblica.
Ma per evitare che giornate come queste si trasformino in un vuoto esercizio di retorica fine a se stesso, o siano solo un’occasione per pubblicare un post o un tweet esteticamente accattivante, dobbiamo far vivere giorno dopo giorno questi valori.
Come la Costituzione che, seppur vecchia di quasi 70 anni, si adatta alle esigenze della storia, così anche noi abbiamo il dovere di adattare la nostra “Costituzione morale” alla realtà di tutti i giorni. Inutile partecipare alle manifestazioni per il 25 aprile se poi si dimenticano principi quali la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà su cui la nostra società – e la nostra Repubblica – è stata edificata.
Non mi riferisco al rischio incombente di una dittatura per come la consociamo noi o l’abbiamo studiata sui libri di storia. Come la mafia, o ancora più tristemente il terrorismo di questo inizio di secolo, anche la “tirannide” assume forme spesso invisibili, spesso sottili e molto più pervasive di un palese colpo di Stato o di una presa in armi delle istituzioni democratiche.
La prima vittima, in questi casi, è spesso il nostro spirito critico, ovvero la nostra capacità di “leggere” e e comprendere i fatti. Negli ultimi decenni, con la televisione commerciale e poi sempre più con la pervasività dei social network, il tempo della riflessione, dello studio, del ragionamento ha lasciato spazio al linguaggio dell’immagine, dello slogan, della “cultura di Google”, con un modello diventato vincente perché tanto immediato nel raggiungere il proprio destinatario (cioè noi) quanto grande è l’illusione di comprensione dei fatti che essa dà.
Gli attacchi compiuti in questi giorni dal governo nei confronti della magistratura vanno inquadrati in questo discorso. Le parole, seppur molto forti, di un magistrato sono state (volutamente) travisate e liberamente interpretate dal Presidente del Consiglio e dai suoi megafoni (La Repubblica e La Stampa, quest’ultima per bocca dell’astro nascente e figlio d’arte Mattia Feltri). Leggendo tale strumentalizzazione non sono riuscito a non provare imbarazzo e preoccupazione per il livello a cui il dibattito politico italiano sembra essere arrivato. Oggi, vestendo la maschera del pacificatore, lo stesso presidente del Consiglio tramite un’intervista a Repubblica ha porto il ramoscello d’ulivo tenendo a precisare che la politica non sarà mai subalterna alla magistratura.
Questo è certamente condivisibile quanto vero per due motivi. Il primo, è che nel nostro sistema statale vige la separazione dei poteri proprio di ogni liberal-democrazia, per cui lo stesso ragionamento vale anche a parti invertite. Il secondo è che un Paese in cui i vari Craxi e Berlusconi (e tanti altri) sono rimasti sostanzialmente impuniti non sembra propriamente soffrire di una “dittatura delle toghe”, come dimostra il fatto che spesso la magistratura ha visto le proprie mani legate dalla politica, trincerata dietro autorizzazioni a procedere e “legittimi” impedimenti.
Ecco, oggi mentre ricordiamo chi ha lottato per noi ed ha perso la vita anche perché io fossi qui a scrivere questo noioso e lungo pezzo, iniziamo a dare più tempo a noi stessi per riflettere su ciò che sta succedendo in questo Paese.
Noi che siamo figli di questo lungo settantennio di pace diamo troppo per scontata la nostra libertà, soprattutto, quella intellettuale. Ma badate bene che anche se non ci sarà una dittatura manifesta a oscurare il nostro accesso a Google come accade in Cina o un Minculpop a dirci quello che dobbiamo studiare e insegnare a scuola e nelle università come accaduto con il Fascismo, il pericolo di perdere la nostra libertà è sempre dietro l’angolo.
Tutti noi dobbiamo essere partigiani e abbiamo il dovere di essere sentinelle contro la dittatura del pensiero massificato e appiattito. Non con i fucili, ma con i pensieri, la parola e la scrittura. E solo allora sarà 25 aprile tutto l’anno.
 
Buon 25 aprile! W la Libertà!

In Burundi, Haiti ed Etiopia le peggiori elezioni del mondo nel 2015

Un nuovo report dell’Electoral Integrity Project (EIP) mostra come nell’ultimo anno in Burundi, Haiti ed Etiopia si siano svolte le “peggiori” elezioni del mondo.

Il report del EIP copre 180 elezioni parlamentari e presidenziali tenute tra la metà del 2012 fino alla fine del 2015 in 139 paesi in tutto il mondo, tra cui 54 elezioni nazionali tenutesi durante il 2015.

Le elezioni nel mondo soffrono spesso di manipolazioni compiute attraverso brogli e corruziojne, intimidazioni e violenze. I finanziamenti destinati alle forze politiche, inoltre, sono viziati da squilibri, corruzione e tangenti. E’ stato dimostrato come tali pratiche illecite minino principi quali la partecipazione dei cittadini alla politica, l’accountability e la fiducia nella democrazia. Problemi che si presentano nonostante ogni anno la comunità internazionale investa circa mezzo miliardo di dollari per migliorare la qualità delle procedure elettorali.

Ma quali elezioni sono viziate o, peggio, “fallite”? Evidenze empiriche raccolte dall’Electoral Integrity Project attraverso una survey post-elettorale condotta su più di 2000 esperti. La surve, immediatamente dopo ogni elezione, domanda a esperti nazionali e internazionali di monitorare la qualità di una elezione basata su 49 indicatori. Queste risposte sono raggruppate nelle 11 fasi di cui il ciclo elettorale si compone per comporre un indice di Percezione dell’Integrità Elettorale (PEI), che misura la qualità delle elezioni su una scala da 0 a 100. “Fallite” sono quelle elezioni che conseguono un punteggio uguale o minore di 40/100. “Contestate” quelle con un punteggio incluso tra 40 e 50 secondo l’indice PEI.

L’Electoral Integrity Project è un progetto di ricerca indipendente con sede nelle Università di Sydney e Harvard, diretto dalla Professoressa Pippa Norris.

  • Nell’ultimo anno “fallite” elezioni in 8 Paesi. L’Etiopia è stata protagonista della peggiore elezione nel mondo, con tutti i seggi vinti dal partito di governo, il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo, nel Maggio 2015, tra repressione, intimidazioni e censura. Haiti ha visto elezioni con brogli diffusi, proteste e scontri. Altri “fallimenti” sono avvenuti in Burundi, Togo, Azerbaijan, Tajikistan, Bielorussia e Uzbekistan.
  • Altre 9 elezioni sono state contestate lo scorso anno in Zambia, Tanzania, Sudan, Egitto, Guinea, Guatemala, Venezuela, Turchia e Kazakistan.
  • Alcune democrazie consolidate hanno avuto performance relativamente scares. Le elezioni britanniche del maggio 2015 si sono classificate 39°, la peggiore performance nell’Europa occidentale. Le elezioni statunitensi del 2012 e del 2014 sono state classificate come le peggiori tra tutte le democrazie consolidate, specialmente in tema di finanziamenti e registrazione elettorale.
  • Di contro, comunque, gli esperti hanno assegnato un punteggio molto alto alle elezioni tenutesi in Danimarca (1^ classificata), Finlandia, Estonia, Svizzera, Polonia, Portogallo, Israele, e Canada.
  • Alcuni notevoli miglioramenti, tuttavia, sono avvenuti nel corso dell’ultimo anno, tra cui Nigeria e Myanmar, sebbene tali elezioni lascino ancora spazio per ulteriori miglioramenti. Anche le elezioni in altre democrazie in via di sviluppo e democrazie più recenti sono state classificate come abbastanza buone, tra cui Benin, Croazia, e Lesotho.
  • I problemi più diffusi riguardano i finanziamenti alla campagna e il ruolo dei mass media. Gli esperti hanno classificato circa due terzi delle elezioni (68%) come “fallite” in tema di finanziamento elettorale. Allo stesso modo, il 38% di tutte le elezioni sono “fallite” riguardo alla copertura della campagna elettorale da parte dei media.
  • Tre fattori principali hanno minato l’integrità delle elezioni: Three main factors undermined electoral integrity: vincoli sociali (come radicata povertà ed eredità delle guerre civili); legami internazionali (come la membership di organizzazioni regionali); per ultimo, la struttura delle istituzioni politiche (inclusi i sistemi elettorali proporzionali e l’imparzialità delle autorità di gestione delle elezioni (i cosiddetti electoral management bodies).

 “Durante gli ultimi decenni, sempre più elezioni si sono tenute nel mondo, ma troppo spesso le elezioni falliscono nel rispondere agli standard internazionali” dice Pippa Norris. “Questo studio è il primo a raccogliere evidenze affidabili attraverso gli esperti, per localizzare dove nell’ultimo anno le elezioni siano state problematiche – come Etiopia, Burundi e Haiti – e anche per celebrare dove esse si siano svolte con successo, come in Estonia, Finlandia e Danimarca”.

“Questo studio fornirà utili evidenze per un ampio numero di studiosi e policymakers, inclusi i pubblici ufficiali, organizzazioni per i diritti umani, ricercatori accademici e reporters che studiano le elezioni e cercano di rafforzare l’integrità delle elezioni”.

Ulteriori informazioni – incluso il report completo – sono disponibili sul sito dell’Electoral Integrity Project: www.electoralintegrityproject.com o all’indirizzo mail: electoralintegrity@gmail.com.

 

Contatti:

Prof. Pippa Norris, Direttore EIP, pippa_norris@harvard.edu; Skype: pippa.norris;

Dr Ferran Martínez i Coma, Ricercatore EIP, ferran.martinezcoma@sydney.edu.au  +61 2 9351 2147;

Dr Alessandro Nai, Project Manager EIP, alessandro.nai@sydney.edu.au +61 2 9351 2147;

Max Grömping, Ricercatore EIP, Max.Groemping@sydney.edu.au  61+ 2 9351 5085.

Consulta il comunicato integrale con i dati del report

 

Fidesz and electoral reform: How to safeguard Hungarian democracy

di Andrea Fumarola – articolo pubblicato su LSE EUROPP Blog e Democratic Audit UK il 21 Marzo 2016

In February, Michel Forst, a UN special rapporteur for human rights, heavily criticised Hungary’s government, led by Viktor Orbán, for rushing through hundreds of laws which, in his opinion, had “debilitated a well-functioning democracy” and shackled human rights groups. Is this perspective accurate? If so, then what has happened over the past few years to derail the Hungarian transition to democracy?

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Perché ricordare (e raccontare) è un dovere

Oggi molti di noi sono troppo impegnati per fermarsi a riflettere, oppure credono che ci siano cose più importanti a cui pensare. Altri sono semplicemente troppo pigri e decidono di non volersi informare, altri ancora rifiutano di affrontare una realtà dolorosa e che per questo motivo meriterebbe invece di essere mantenuta in vita giorno per giorno. Tutte queste persone però oggi sono complici esattamente come tutti coloro che tra il 1935 e il 1945 pur sapendo, permisero che si commettesse uno dei crimini più orrendi conosciuti dal genere umano: la discriminazione progressiva di ebrei, sinti e omosessuali fino all’olocausto messo in atto dal regime nazista e dei suoi alleati. Un crimine orrendo non solo per la sua efferatezza, per la violenza e per le forme in cui esso fu condotto, ma anche per la sistematicità con questo progetto criminale fu portato avanti. Una sistematicità che implica la progettazione del piano criminale, la costruzione del consenso intorno ad esso, la conduzione dello stesso in termini materiali ed l’efficacia dei suoi risultati.

Ecco, proprio per la natura “scientifica” del piano di sterminio portato avanti in quel decennio da Hitler e dal suo regime, non parlerei di “follia nazista”. Perché di follia ce n’è stata ben poca. Si è trattato di gente normale, in alcuni casi indubbiamente intelligente, proprio come tanti di noi, cittadini o rappresentanti politici. Ovviamente questo piano “razionale” implicava anche una componente “emozionale”. Ovvero, su cosa ha fatto leva questo spirito criminale per conquistare tanti consensi in così breve tempo?

Proprio come accadde allora, anche oggi in Europa quei partiti populisti di destra che tanto successo hanno riscosso negli ultimi anni, giocano sulle paure, sugli egoismi, sull’ignoranza delle persone comuni, di noi elettori. Così come oggi, anche allora la costruzione del consenso partì da messaggi che cercavano di infondere in queste persone la paura del diverso, il rancore verso precisi gruppi sociali, finendo per diventare una valvola di sfogo capace di andare oltre il recinto tradizionale della politica. Si potrebbe dire, in modo un po’ retorico, che coloro i quali oggi dimenticano tutto questo fanno sì che milioni di ebrei, sinti, omosessuali, oppositori politici e gente comune siano morti invano e che, in un certo senso, muoiano ancora.

Si badi bene, non si vuole arrivare a dire che i populisti di oggi, dalla Le Pen a Orban, siano destinati in caso di vittoria a portare avanti un progetto criminale come quello hitleriano. Certo è che i toni ricalcano spesso un copione già visto, anche se fino ad ora gli anticorpi sistemici presenti nelle nostre democrazie hanno funzionato – seppur con qualche limite – in modo adeguato. Ma la sostanza immunogena in grado di attivare questi anticorpi resta senza dubbio la memoria storica. La memoria del passato, di quello che è significato per tutte quelle persone che da un giorno all’altro hanno perso il loro diritto alla vita e, prima ancora, a quella dignità riconosciuta per diritto naturale ad ogni essere umano.

Si è trattato di persone innocenti, uomini, donne, ragazzi, ragazze e bambini che sono state non solo condannate a morte in nome di una assurda legge, ma anche freddamente strappate alla vita di tutti i giorni, private della loro quotidiana normalità e di un futuro per sé e per i propri cari. Ecco cosa deve farci più paura: la possibilità di essere privati ex nunc del proprio presente, di vedere il proprio passato cancellato con violenza senza sapere perché, di non avere più un futuro sia che la propria vita termini tra le fredde pareti piastrellate di una camera a gas o che si riesca a fare ritorno alle proprie case. Case di cui, nella maggior parte dei casi, non restava altro che un cumulo di macerie.

Un futuro negato in ogni caso quindi. Come quello di tanti sopravvissuti ai campi di sterminio, privati di ogni voglia di vivere perché impossibilitati a dimenticare le persecuzioni patite prima e durante la loro detenzione. Tra queste persone è possibile forse includere anche Primo Levi, ebreo torinese, strappato alla sua giovinezza di brillante chimico e deportato dopo una breve esperienza da partigiano, nel campo di Auschwitz. L’esperienza di Levi, autore della bellissima poesia “Se questo è un uomo” riportata sotto queste righe, ha ispirato profondamente questo breve e modesto articolo, non solo per la sua testimonianza diretta della discriminazione e della persecuzione subita da tanti cittadini europei ma soprattutto per quel tormento interiore che mai lo ha abbandonato e che lo spinse a diventare testimone fedele di quella tragica esperienza attraverso alcuni dei romanzi più belli della letteratura italiana.

Ecco, ciò a cui non ci si può rassegnare è che ci si possa presto o tardi dimenticare di tutto questo. La paura, le lacrime, i lividi, il sangue di tante famiglie distrutte da chi si è arrogato un diritto non suo, ma se lo è assegnato e legittimato con il consenso e il silenzio di chi non voleva sapere o di chi non si è preoccupato di conoscere. Oggi, in questa società che Lazarsfeld definirebbe “narcotizzata” il rischio di dimenticare tutto o, peggio ancora, ignorare l’esperienza di Primo Levi e di tanti altri che come lui hanno “perso la vita” pur riuscendo a tornare a casa è molto alto, e sta a ognuno di noi mantenere alta l’attenzione su ciò che è stato. Perché il pericolo che non ci si riesca più a indignare davanti agli orrori della storia è vivo, e la storia – questa storia – come scrive Levi va scolpita nel cuore “stando in casa, andando per via, coricandoci e alzandoci”.

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Dal “quasi bipartitismo” alla “quadriglia bipolare”?/2: cosa dicono i numeri

L’articolo pubblicato lunedì ha tentato di spiegare come durante questi decenni la competizione elettorale in Spagna abbia seguito un modello preciso, strutturando passo dopo passo e con alcuni piccoli shock (come nel 1982 e nei primi anni Novanta), un sistema partitico con aspetti peculiari piuttosto rilevanti. In altre parole la teoria dei cleavage di Lipset and Rokkan [1967] sembra adattarsi bene al caso spagnolo, con le due dimensioni (centro/periferia e destra/sinistra) ancora capaci di strutturare la competizione.

A differenza di molti altri paesi UE – in cui un costante processo di disaffezione e disallineamento dei cittadini dalla politica ha portato a costanti modifiche del loro assetto sistemico – la Spagna, ad eccezione del primo periodo della sua storia democratica (1976-82), ha rappresentato un modello stabile di comportamento elettorale almeno fino al 2011. In quell’occasione, alcuni elementi di cambiamento sono venuti alla luce, come ad esempio il drenaggio di voti subito da PP e PSOE a favore di partiti minori come IU e UPyD, aprendo la strada ad un processo che appare tutt’altro che in fase di arresto. Si è giunti così alle recenti elezioni del 20-D, che hanno visto un vero e proprio crollo di consensi per i due partiti maggiori e l’emersione di due nuovi attori dal peso elettorale sostanzialmente simile: Podemos – ideologicamente riconducibile all’alveo della sinistra – e Ciudadanos, piattaforma politica orientata invece verso l’area di centro-destra.

Possiamo allora considerare questi elementi come l’inizio di un processo di cambiamento dell’intero sistema partitico? Per tentare di capirlo e di fornire alcune conclusioni preliminari sembra utile analizzare brevemente il processo di stabilizzazione e cambiamento guardando a quattro indicatori principali: il volume del trasferimento di voti tra due elezioni successive, l’intensità della competizione elettorale, l’impatto del sistema elettorale e il numero dei partiti rilevanti nel sistema.

Volatilità elettorale. Secondo Bartolini e Mair [1990], il livello di volatilità elettorale riflette in modo rilevante la stabilità o l’instabilità di un sistema partitico, essendo un indicatore di forza relativa nonché di radicamento sociale dei partiti principali.

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Il grafico sopra mostra alcuni elementi piuttosto interessanti. Prima di tutto, tra il 1979 e il 2008 la Spagna ha registrato bassi livelli di volatilità elettorale in confronto ad altre democrazie dell’Europa occidentale. Solo in due casi sono osservabili dei “picchi”: nel 1982 e, più recentemente, nelle elezioni del 2015.

Il primo shock è riconducibile alla conclusione della fase costituente, con la fine del primo governo democratico guidato dall’UCD di Adolfo Suarez. Una fase di riallineamento generale, con i socialisti finalmente “riabilitati” dalla piena stabilizzazione del regime democratico e in grado di competere per la guida del Paese. Sarebbe stato l’inizio di una nuova fase politica che avrebbe portato all’egemonia del PSOE di Felipe Gonzaléz per oltre un decennio.

Il secondo picco, invece, è visibile proprio in corrispondenza delle elezioni di domenica scorsa. Cosa sta a significare questo? Che probabilmente ci troviamo di fronte ad una nuova fase di fluidità sistemica e di rimescolamento delle preferenze degli elettori, non più canalizzate verso i due partiti tradizionali (PP e PSOE) ma indirizzate ora verso altri attori in ascesa (Ciudadanos e Podemos). Le elezioni del 1982 videro infatti il crollo dell’UCD di Suarez e l’ascesa – che sarebbe stata poi definitiva – di Alianza Popular (poi trasformatasi nell’odierno PP) accanto al ridimensionamento del PCE a favore del PSOE. Del tutto analoga a quella di trentatré anni fa, anche quella odierna sembrerebbe essere una fase di rimescolamento per l’intero sistema, la cui portata però è ancora di difficile misurazione. Sarà infatti necessario studiare l’evoluzione di queste dinamiche sul lungo periodo per confermare che si tratti di un riallineamento definitivo e non solo di una fase temporanea di shock causata da un disorientamento congiunturale dell’elettorato spagnolo.

Fine del bipartitismo? Fino al 1989 il sistema spagnolo ha costituito quella tipologia di sistema definita da Sartori [1976] «predominant party system» in cui il PSOE ha agito come unico partito in grado di governare, favorito anche dall’assenza di competitors credibili. La trasformazione già accennata di AP in Partido Popular e la moderazione del suo programma politico ha favorito il modellamento del sistema verso un formato tendenzialmente bipartitico, con i due partiti in grado di competere alternativamente per la conquista della Moncloa.

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Il grafico riportato illustra bene l’andamento della dinamica competitiva sviluppatasi in Spagna a partire dagli anni Novanta, ovvero quella di due grandi partiti con le stesse possibilità di formare il governo da soli o con il sostegno parlamentare dei partiti regionali. Tuttavia, i dati del 2011 e, ancora di più, quelli delle elezioni di domenica mostrano una chiara inversione di tendenza. Per la prima volta le percentuali di voto ottenute da PP e PSOE superano appena il 50% dei voti, con Podemos, Ciudadanos e Union Popular (eredi di Izquierda Unida) che insieme raggiungono circa il 40% dei voti. A differenza del 2011, in cui il crollo del PSOE fu bilanciato dalla netta vittoria del PP, questa volta i partiti emergenti sono stati in grado di intercettare una grande fetta di elettori appartenenti in larga parte ai due partiti maggiori. Un dato che troverebbe conferma anche nell’aumento della partecipazione elettorale, salita di poco più del 6% rispetto a quattro anni fa. La distribuzione dell’elettorato continua ad essere distribuito maggiormente sulla sinistra dello spettro politico, ma appare evidente come il sistema stia attraversando una fase di profonda fluidità in cui i protagonisti precedenti vengono inevitabilmente ridimensionati.

L’impatto del sistema elettorale? Il sistema elettorale spagnolo ha da senza dubbio garantito una forte stabilità istituzionale a un sistema nato dalle macerie della dittatura franchista, con un meccanismo che ha da sempre teso a sovrarappresentare i partiti nazionali maggiori come PP e PSOE, penalizzando i partiti nazionali più piccoli come Izquierda Unida.

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Come si vede dal grafico, a partire dal 1993, l’effetto disproporzionale del sistema è andato gradualmente riducendosi, aumentando poi nelle elezioni del 2011 e scendendo leggermente nelle consultazioni di domenica. Tale effetto, lungi dall’essere frutto di una semplice meccanica elettorale – come potrebbe essere il nostrano Italicum – sembra esser stato favorito da un progressivo rafforzamento della dinamica bipartitica che ha caratterizzato la competizione fin dai primi anni Novanta. L’azione congiunta dei partiti maggiori, sempre più decisi a costituire una “democrazia (maggioritaria) dell’alternanza” con una competizione di carattere centripeto, e di un sistema sostanzialmente disproporzionale ha certamente contribuito a stabilizzare il sistema in questi anni.

Se però nel 2011, la frammentazione era stata in grado di mettere in moto l’effetto disproporzionale di quel sistema elettorale che Douglas Rae aveva definito “lo Sceriffo di Nottingham”, permettendo così il mantenimento di un formato sostanzialmente bipartitico in Parlamento, lo stesso non è accaduto nelle elezioni dell’altro ieri. L’indice di bipartitsmo è crollato, e con esso l’effetto disproporzionale del sistema proporzionale spagnolo, consegnando una Camera quanto mai frammentata e priva, per la prima volta, di un partito in grado di formare il governo da solo. Questo dato, può suggerirci una breve conclusione, ovvero che sebbene il sistema elettorale abbia certamente un ruolo importante, pare innegabile che accanto ad esso vi sia la necessaria azione congiunta dei partiti, gli stessi in grado per vent’anni di strutturare la competizione in senso maggioritario.

Nuovi attori rilevanti? Gli effetti disproporzionali del sistema elettorale possono essere osservati anche guardando al numero effettivo di partiti calcolati con la formula di Laakso and Taagepera [1979].

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I dati riportati sopra appaiono abbastanza chiari. La stabilizzazione del sistema spagnolo è ben rappresentato dalla scarsa variazione di questo indicatore e quindi del suo formato fino alle elezioni del 2011. Infatti, fino alle ultime elezioni le preferenze elettorali sono convertite su pochi partiti, solitamente PP, PSOE, IU e pochi partiti regionali, permettendo alla Spagna di registrare uno dei più bassi livelli di frammentazione partitica dell’Europa occidentale dietro solamente a Regno Unito e Grecia fino al 2009. Grazie anche all’azione del sistema elettorale, il sistema è stato chiuso a nuovi attori come dimostra la differenza tra ENPv (voti) e ENPs (seggi).

Tuttavia, proprio dal 2011 si è registrato un punto di rottura con un “trend al ribasso” costantemente consolidato a partire dal 1989. Le elezioni di domenica scorsa hanno costituito più di ogni altre un vero e proprio shock, registrando il dato più elevato il termini di partiti effettivi mai visto fino ad ora. Il sistema ha aperto le porte a nuovi attori (Podemos e Ciudadanos), attori rilevanti in termini di voti e di seggi, non più considerabili attori secondari come IU o UPyD e quindi marginalizzabili. Per la prima volta la Spagna fa i conti con un sistema multipartitico ed è ancora difficile sapere come il sistema reagirà a questo dato inedito.

Conclusioni. Per lungo tempo la Spagna è stata caratterizzata da un alto grado di stabilità assicurato, da un lato, da un sistema elettorale nella sostanza maggioritario e, dall’altro lato, da un comportamento elettorale strutturato in direzione maggioritaria grazie anche a caratteristiche peculiari della democrazia spagnola quali un alto grado di personalizzazione della politica, organizzazioni partitiche catch-all e una competizione strutturata lungo la “frattura” destra/sinista. Tutti questi elementi hanno contribuito così a restringere la competizione tra due partiti principali – PSOE e PP – in grado di catalizzare gran parte dei voti, costantemente incrementati fino al 2008 quando insieme assommavano l’82% dei voti totali.

Le elezioni del 2011 e, ancor di più, quelle di domenica hanno modificato questo modello, come testimoniato dal declino deciso dell’indice di bipartitismo crollato prima al 73% e poi al 50%, con un crollo sostanziale prima del PSOE e infine anche del PP. Se nel 2011 questo crollo è stato in parte assorbito nella “zona grigia” dell’astensione e in parte da partiti rimasti comunque marginali come IU e UPyD, domenica scorsa la situazione è decisamente cambiata. La partecipazione è aumentata di ben 4 punti percentuali e la crescita di nuovi partiti come Podemos e Ciudadanos è stata evidente, con un consistente drenaggio di voti dai partiti tradizionali. A differenza di quattro anni fa, in questo caso si tratta di partiti non più marginali, in grado di raccogliere un consenso ampio non solo nelle grandi città ma anche in alcune zone rurali, storicamente ad appannaggio dei partiti tradizionali. Questi partiti siedono oggi nel Congreso de los Diputados con la decisa volontà di contare e influenzare la formazione del futuro governo, non solo come sostegno esterno ma come vero e proprio partner di coalizione.

La situazione è tanto chiara (nel breve periodo) quanto ancora di difficile definizione (nel lungo periodo). Oggi la Spagna si risveglia in un sistema multipartitico in cui un governo di coalizione appare quanto mai inevitabile seppur di difficile costituzione. Un fattore in grado di favorire possibili alleanze tra vecchi e nuovi partiti resta però quella caratteristica peculiare del sistema illustrata nel precedente articolo, ovvero il mantenimento dello schema ideologico consolidato e in virtù quale potrebbe essere più agevole trovare un accordo.

Ciò che appare con minor chiarezza è se si tratti di un cambiamento di lungo periodo o solo di uno shock temporaneo dovuto anche a fattori contingenti come la crisi economica. La breve analisi e i dati portati a sostegno lasciano trasparire un certo pessimismo a riguardo, ma ad oggi appare impossibile dire con certezza se il sistema bipartitico costruito in questi trent’anni sia destinato a finire oppure se, attraverso questo pesante shock, possa rafforzarsi ulteriormente grazie anche ai numerosi anticorpi presenti nel sistema. Certo è che sta ai suoi attori, in primo luogo i partiti, stimolare l’attivazione di tali anticorpi, evitando così di abbandonarsi fatalisticamente alla meccanica elettorale che pare affascinare tanto la classe politica – e intellettuale – nostrana.

 

 

 

 

 

 

Dal “quasi bipartitismo” alla “quadriglia bipolare”?/1: un modello di competizione ancora valido

Il sistema partitico spagnolo si è strutturato sin dagli inizi della sua vita democratica secondo un modello “quasi bipartitico” che si è rivelato stabile nel corso del tempo. La stutturazione della società spagnola lungo due tipi di quelli che Lipset and Rokkan [1967] hanno chiamato cleavages – quello territorial e quello funzionale – hanno condotto alla creazione di un Sistema fatto di partiti allineati secondo due dimensioni: la “frattura” destra/sinistra e quella centro/periferia, con quest’ultima che ha favorito la nascita dei numerosi movimenti regionalisti.

Questo modello è durato circa trent’anni, entrando in crisi con le elezioni anticipate del 2011 quando il premier socialista Zapatero sancì anticipatamente la fine del suo mandato. Questo ha portato già quattro anni fa ad un terremoto capace di mettere in crisi il sistema collaudato di un quasi bipartitismo arricchito da numerosi partiti nazionalisti/regionalisti. In quell’occasione, la forte emorragia di voti subita dal PSOE fu raccolta dai post-comunisti di Izquierda Unida e dal UPyD dell’ex parlamentare socialista Rosa Diéz, capaci di incrementare il loro consenso di più del 3% se paragonato alle elezioni del 2008.

Le elezioni di ieri, hanno infine sancito probabilmente la fine di questo modello di competizione partitica sviluppatosi dal 1982 ad oggi. La crescita esponenziale dei partiti “di protesta” come Podemos e Ciudadanos unita all’arretramento dei partiti storici quali PP e PSOE e all’impossibilità di formare un governo monocolore anche solo di minoranza pare costituire un messaggio inequivoco. Il “modello spagnolo”, preso spesso ad esempio dalle altre democrazie instabili d’Europa – prima tra tutte l’Italia – è davvero entrato in una crisi irreversibile, i cui segni già erano apparsi evidenti nelle elezioni del novembre 2011? Prima di rispondere a questa domanda è necessario comprendere il funzionamento della competizione politica e la strutturazione del comportamento elettorale dei cittadini spagnoli.

Dato per scontata l’importanza assunta dal cleavage centro/periferia nella strutturazione del sistema partitico spagnolo, sembra interessante focalizzare l’attenzione su come il comportamento elettorale e la competizione tra partiti a livello nazionale si siano modellati in accordo con il cleavage ideologico “destra-sinistra”.

Il modello di competizione intorno al quale il sistema spagnolo è andato strutturandosi corrisponde al più comune diffuso tra i paesi europei: il cleavage destra/sinistra [Dalton et al. 1984; Knutsen 1997; Eijk 2005]. Si tratta di quello secondo cui la maggior parte dei cittadini è in grado di collocarsi e di collocare i partiti politici su una scala che va da sinistra a destra (solitamente 0-10) d votare secondo tale preferenza. Ma un elemento particolarmente interessante è quello suggerito da uno studio di Adams et al. [2011], secondo cui il posizionamento dei cittadini su questo “continuum” è esogeno all’azione dei partiti, ovvero essi non sono in grado di influire sugli orientamenti degli individui. Questo punto sancirebbe la separazione tra interesse politico e identificazione partitica, contraddicendo quanto insegnatoci dal modello Michigan.

Come suggeritoci nelle diverse tornate dell’Eurobarometro e della European Value Surveys raccolte dall’inizio degli anni Ottanta, gli spagnoli hanno sempre segnato i livelli piiù bassi di partisanship rispetto a tutte gli altri Paesi membri dell’Unione Europea. Il caso spagnolo sembra aderire perfettamente al tipo di modello sopra descritto. Infatti, in tutti questi anni i maggiori partiti a livello nazionale (PP, PSOE and IU) hanno mantenuto un elettorato eterogeneo ma, comunnque, strutturato secondo stabili confini ideologici.

Per dirla con Morlino (1998) è possibile affermare che il fattore ideologico è servitor per “ancorare” il voto sin dalla ricostruzione della democrazia spagnola, istituzionalizzando così un modello di competizione che sembra esser rimasto a lungo valido. In altre parole, l’identificazione politica (o ideologica) – considerata come il modo in cui gli elettori vedono se stessi e i partiti in termini di sinistra v. destra – sembra avere maggiore importanza non solo rispetto al fattore sociale di strutturazione del voto ma anche dell’identificazione partitica che è sempre stata molto bassa  [Gunther and Montero, 1994; Linz and Montero, 1999]. Dall’altro lato diversi studi [Freire and Costa Lobo, 2002; Calvo et al. 2011] hanno mostrato che il fattore ideologico presenta il più alto tasso di correlazione nei confronti del comportamento di voto, indicando che gli elettori non solo legati a uno specifico partito – anche a causa della loro natura catch-all [Morlino 1998] – ma al “generico spazio” sinistra-centro-destra.

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Come mostrato nella figura sopra, il cleavage destra-sinistra sembra mantenere una certa rilevanza, come osservabile dal più o meno costante score fatto registrar nel corso del tempo da ciascuna categoria e il decline simultaneo – iniziato dopo il 2000 – di quella porzione di elettorato che rifiuta di porsi lungo la scala.

Questo schema appare dunque ancora valido per il sistema politico spagnolo, dominato per lungo tempo dai due maggiori partiti – PP e PSOE – e, allo stesso tempo caratterizzati da un alto grado di polarizzazione che permette di adottare le conclusion di Dalton and Wattemberg [2009: 912] circa la relazione tra ‘left-right attitudes’ e la polarizzazione politica: la correlazione tra queste due variabili sembra maggiore in un sistema con pochi partiti ma con maggiore polarizzazione (come nel caso della Spagna, almeno fino al 2011), strutturato secondo un abbastanza polarizzato modello di competizione destra-sinistra. Questi dati mostrano come gli elettori spagnoli siano più legati a categorie ampie – in cui possono essere ricompresi più partiti – piuttosto che all’identificazione con un preciso partito. Inoltre, questa divisione non riflette divisioni di classe – che sono invece attraversate egualmente da ciascun partito – ma piuttosto diverse “visioni politiche” associate con la divisione destra-sinistra attraverso simpatie e identità di ciascun elettore.

Tali conclusioni potrebbero anche spiegare la recente nascita e la crescita di partiti di partiti di protesta quali Podemos e Ciudadanos, capaci – come si vedrà nel prossimo articolo – di scardinare l’assetto quasi-bipolare del sistema spagnolo pur collocandosi all’interno di quel sistema di competizione destra-sinistra che appare quanto mai valido per spiegare il funzionamento delle dinamiche politiche ed elettorali del paese sud-europeo. Entrambi si sono proposti come partiti nuovi, nati per scardinare il sistema “corrotto” dei partiti tradizionali. Ma entrambi, a differenza del caso-Grillo in Italia, hanno deciso di muoversi e di strutturarsi all’interno di un sistema competitivo non solo tradizionale quale quello della competizione partitica, ma soprattutto hanno scelto di aderire a quel modello strutturale di competizione destra-sinistra tanto diffuso nell’Europa occidentale.

 

 

La banalizzazione del discorso politico: riattivare gli anticorpi della cultura contro il virus del populismo

Oggi dopo un po’ di tempo ho riascoltato una canzone scritta da Ivano Fossati nel 2006, “Il battito”, le cui parole hanno stimolato in me una breve riflessione su dove stia andando – o forse più probabilmente dove sia già finita – in questi vent’anni la nostra società, sempre più disabituata a studiare, a riflettere, e sempre più spesso incapace di avere una visione analitica dei fatti. Seguendo il percorso tracciato dalle parole di Fossati, appare sempre più chiaro come in questi ultimi vent’anni noi cittadini sembriamo esserci sempre più abituati a leggere la realtà attraverso messaggi brevi, diretti, ad effetto, ma spesso banali e il cui significato a volte non pare addirittura essere realmente compreso. “Pochi significati, titoli, ideogrammi, insegne, inglese, americano slang” sono diventati i mezzi con cui noi cittadini impostiamo sempre più spesso non solo la comunicazione interpersonale ma anche la nostra conoscenza del reale, della cronaca e della politica, con una percezione effimera della conoscenza delle cose che ci ha reso sempre più disabituati a studiare, e che ci ha portati a basare la nostra comprensione dei fatti sullo stimolo indotto, sull’emozione, su “un colpo d’occhio” che, come pare suggerire Fossati, in questa epoca di tempi compressi e incalzanti, è finito per diventare “anche troppo”.

In questo lento processo, la politica ha accompagnato noi cittadini tenendoci per mano dalla fine della Prima Repubblica, fatta di lunghi discorsi pregni di “politichese”, dei partiti organizzati non solo come macchine di costruzione del consenso elettorale ma soprattutto come organizzazioni costruite per educare i cittadini ad una visione del mondo che fosse alternativa a quella reale, proponendo modelli che affondavano – con più o meno intensità – le radici nella conoscenza della letteratura, della filosofia, della storia e della sociologia. Si è poi inaugurato, a partire dai primi anni Novanta, un modello di partito sempre più snello, che si proponeva di essere più vicino ai cittadini non perché radicato sul territorio e quindi più a contatto con essi, ma in quanto intermediato dai mezzi di comunicazione sempre più evoluti ed invasivi della sfera privata, che imponevano però l’uso di un linguaggio asciutto, chiaro, semplificato rispetto a quello adoperato dai partiti di massa nei primi cinquant’anni della storia repubblicana.

Si è assistiti così negli anni allo svuotamento del ruolo dei partiti come organizzazioni “pedagogiche”, di formazione dell’individuo (inserito in una comunità) a macchine di costruzione del consenso elettorale che hanno sempre più banalizzato il loro discorso politico, puntando sempre meno sui contenuti, sul linguaggio e sull’analisi di fatti complessi, e sempre più su slogan brevi, ad effetto spesso mutuati dalla politica anglosassone – soprattutto americana – stravolgendo il modello di partecipazione intra ed extra partitica fino ad allora consolidato.

L’apice di questo processo è stato poi l’esplosione del fenomeno conosciuto come personalizzazione della politica, in cui la scelta politica è diventata progressivamente una semplice scelta dicotomica “si/no”, un referendum nei confronti del leader al governo in un dato momento. Si è finiti così all’estrema semplificazione dei processi di informazione/giustificazione/sanzione, quelli che secondo Andreas Schedler costituiscono l’essenza del meccanismo democratico attraverso cui i cittadini partecipano con le elezioni alla formazione di una classe politica degna del compito che è chiamata a svolgere.

E la politica, così come è andata modellandosi nel corso degli ultimi vent’anni, basata spesso sullo svilimento della cultura (soprattutto umanistica) e dello studio in nome della retorica del “fare”, ha finito per colpire i centri direttamente coinvolti nella formazione della coscienza critica dei cittadini: le scuole e le università. Queste ultime hanno visto una progressiva inversione di tendenza nel numero di iscritti e di docenti/ricercatori, lentamente strette nella morsa, non solo della crisi economica, ma anche di una diffusa convinzione secondo cui basta avere a portata di mano semplici, seppur numerose, nozioni fornite da un motore di ricerca per possedere una conoscenza completa dei fatti ed essere in grado di analizzarli. Oggi il nostro Paese è tra gli ultimi posti tra i paesi OCSE per numero di laureati e ancora più in basso per numero di dottorati. Questi ultimi, sempre più visti nei nostri confini come “eterni studenti” che tentano disperatamente di rimandare il loro ingresso nel mondo del lavoro, vedono la strada davanti a sé sempre più in salita e stretta, da una parte, da un sistema universitario non in grado di assorbirne la domanda per mancanza di investimenti da parte pubblica (e privata) e, dall’altra parte, dall’incapacità delle aziende di investire su di essi come accade nella maggioranza dei Paesi europei. Tuttavia, le numerose riforme fino ad ora messe in atto dai governi negli ultimi vent’anni hanno solo avuto il duplice risultato di rendere sempre più “elitario” il sistema accademico e sempre più difficile l’inserimento di dottorati e laureati nel mondo del lavoro. E per ora non si intravede alcuna luce in fondo al tunnel.

Ma di chi è la colpa di tutto questo? Di Berlusconi e della sua politica “americana” fatta di slogan, di banalizzazione del discorso politico, della sua “democrazia del televoto”? Dei media che hanno progressivamente abbassato il livello dei loro prodotti trasmettendo spesso indirettamente un messaggio basato sulla semplificazione, sulla volgarità e sulla marginalizzazione della cultura, ormai confinata a pochissime riviste o canali monotematici o a programmi televisivi trasmessi in seconda/terza serata?

Come scrive Fossati, quasi anticipando quella che sarebbe diventata l’era dei social network, dei 140 caratteri, del messaggio sagace e immediato a tutti i costi:

“Mai più canzoni in italiano greco slavo, poca letteratura, brevi racconti al massimo, scrittori intraducibili, relazioni elementari, poeti ermetici” 

Ma tutto questa ricerca della semplicità, della notizia immediata e fruibile da tutti senza filtri, dei ritmi incalzanti di una società in cui fermarsi a riflettere diventa un inciampo, un ostacolo all’azione immediata, al pensiero istintivo, all’opinione espressa su tutto e ad ogni costo. Ed è in questa superficialità di ragionamento che trovano terreno fertile il populismo, la volgarità e la politica urlata di Grillo e Salvini o la politica fatta a colpi di tweet di Matteo Renzi, ma soprattutto tutti quei partiti populisti moltiplicatisi dalla Francia alla Polonia negli ultimi anni. Proprio quei politici che fanno leva sui sentimenti più bassi, sulle emozioni più selvagge dei cittadini, proponendo soluzioni tanto semplici quanto irrealizzabili perché prive di un progetto politico ragionato alle spalle, vivono e si nutrono di questa cultura effimera, tanto accessibile quanto superficiale.

In conclusione, pare ineludibile una riconsiderazione del ruolo della cultura nella nostra società, di quella cultura che ha reso il nostro Paese faro di un intero continente per molto tempo. La necessità di svegliarsi da quel torpore in cui la comodità della rete ci ha fatto sprofondare, dandoci l’illusione di poter partecipare con strumenti diversi ma ugualmente efficaci, tornando a partecipare attivamente con la consapevolezza di un progetto condiviso alle spalle appare l’unica via d’uscita dal pantano in cui la crisi economica più che una causa pare esserne una conseguenza. Richiamando la filosofia marxista, potremmo concludere che la partecipazione pare fondarsi su due elementi tra loro strettamente correlati: teoria e prassi. Come direbbe Antonio Gramsci, partendo da una “tale posizione teorica”, che sia frutto di studio approfondito e analisi capillare della realtà, si tratta di “organizzare l’elemento pratico indispensabile per la sua messa in opera”. Ovvero un meccanismo combinato che acceleri il processo storico in atto poiché “solo forze pratiche giustificate da forti assunti teorici sono in grado di essere più efficienti ed espansive”.

“Il Battito”, tratto dall’album “L’Arcangelo” (Sony, BMG 2006): https://www.youtube.com/watch?v=eAt7Y2iKxnI

L’ombra del populismo sulla locomotiva europea?

A circa tre mesi dal rinnovo dei 460 deputati del Sejm – la Camera dei Deputati polacca – il partito di governo, Piattaforma Civica (PO), appare ancora scosso dalla bruciante sconfitta elettorale subita a maggio nelle elezioni presidenziali che hanno visto trionfare con più del 51% dei voti il candidato populista di Diritto e Giustizia (PiS) Andrzej Duda davanti al presidente uscente, il centrista Bronisław Komorowski. Accanto a questo, lo scandalo intercettazioni che ha costretto alle dimissioni tre parlamentari di PO e il Presidente del Sejm, ha minato ulteriormente la già precaria popolarità del governo uscente guidato da Ewa Kopacz. E’ ancora presto per dire se tutto ciò rappresenti l’intonazione del requiem alle speranze di conferma di PO al governo in cui siede ininterrottamente dal 2005. Certo è che una dura battaglia è appena iniziata per rispondere efficacemente al forte sentimento di sfiducia diffuso nell’opinione pubblica polacca.

La strategia di PO e del premier Kopacz durante la campagna per le recenti elezioni presidenziali è stata quella di cercare di rassicurare gli elettori convincendoli della certezza di una vittoria del presidente uscente già al primo turno, nel tentativo di creare, nell’immediato, un massiccio effetto bandwagon nei confronti del presidente uscente Komorowski e, nel medio periodo, un effetto di traino verso le attese elezioni parlamentari di ottobre. Invece, l’inaspettata sconfitta contro Andrzej Duda, il candidato del PiS di Jarosław Kaczyński, ha mandato in pezzi la strategia di PO e cambiato notevolmente la tendenza dei sondaggi elettorali in vista delle elezioni d’autunno, con il partito di opposizione ora stabilmente avanti di 13 punti percentuali come mostrato da una survey pre-elettorale pubblicata il 17 luglio scorso sui media polacchi.

Il risultato delle presidenziali di maggio ha inoltre suggerito l’ormai inapplicabilità di quella “strategia della paura” adottata finora – con successo – dal partito del premier Kopacz, capace in passato di mobilitare gli elettori indecisi generando paura per una vittoria dell’inaffidabile avversario populista. Gli elettori, in gran parte delusi dalle prospettive occupazionali del Paese – che, comunque, è stata una delle economie a maggior crescita dai tempi della crisi del 2008 – ma anche dai recenti scandali che hanno investito la classe dirigente al governo, hanno deciso di “voltare le spalle” a Piattaforma Civica. A godere di questa situazione è stato il partito di Kaczynski, che ha promesso una distribuzione più equa della ricchezza nazionale e un richiamo sempre maggiore ai valori della Chiesa cattolica sul modello della vicina Ungheria di Orban. PiS ha inoltre promesso di riformare il fisco con un sistema che aumenti le imposte per gli istituti di credito e, contemporaneamente, aumentare i benefici per famiglie e lavoratori, abbassando l’età richiesta per la pensione. Un programma politico che, comunque, ha indispettito non poco gli investitori esteri interessati a portare capitali nel paese polacco, costituendo un elemento che certamente potrà essere usato a proprio favore dal governo Kopacz quando la campagna elettorale entrerà nel vivo.

Ma se il testa a testa tra il due maggiori partiti va delineandosi sempre più, non appare ancora chiaro con chi un vincitore possa formare la nuova coalizione di governo il giorno dopo le elezioni. Il sistema di elezione dei 460 membri del Sejm prevede un riparto proporzionale dei seggi con metodo Saint-Lague modificato (più distorsivo) e uno sbarramento al 5% per la singola lista e dell’8% per le coalizioni. Le elezioni presidenziali hanno costituito un vero e proprio terremoto per il sistema politico polacco, con il successo dell’ex rock star Paweł Kukiz che, presentandosi come un candidato anti-sistema e facendo della riforma elettorale in senso maggioritario il proprio cavallo di battaglia, è stato in grado di conquistare al primo turno più del 20% dei voti, alterando radicalmente le future dinamiche di formazione delle coalizioni. 807cc351b7f74e017dc889fc2f2bee7aFino ad ora, PiS non sembrerebbe avere alleati possibili o dichiarati tra i maggiori gruppi parlamentari, elemento che potrebbe dunque favorire PO in ottica di conservazione della guida del governo. Tuttavia, l’entrata in parlamento – o comunque la dote di voti di matrice populista di destra – nelle mani di Kukiz, potrebbe costituire una svolta per il lanciatissimo partito di Kaczyński, che potrebbe spostare la campagna su toni sempre più populisti per accaparrarsi questo prezioso bottino. Se il lato destro dello spettro politico appare già affollato, PO si vede ora attaccata anche nel suo stesso bacino elettorale dalla nascita di un piccolo movimento di matrice autenticamente liberale guidato da Ryszard Petru che, criticando Kopacz di aver tradito l’ideologia originaria del partito, propone un programma puramente liberista di economia di mercato, taglio delle tasse e dello stato sociale, in particolare delle pensioni. Seppur non particolarmente rilevante in termini di voti – attualmente fluttuante intorno alla soglia del 5% – il partito di Petru (così come il movimento di Kukiz) rappresenta un rischio consistente di drenaggio di voti storicamente appannaggio del partito dell’attuale presidente del consiglio europeo Tusk.

Centrando ulteriormente il focus su Piattaforma Civica, pare inutile nascondere che essa stia attraversando una pesante crisi politica sia “esogena” nei rapporti con l’elettorato, e sia “endogena” strettamente legata alla propria leadership. PO negli ultimi anni è stata vittima, come quasi tutti i partiti di governo dell’Unione Europea, di quel sentimento di ostilità e disaffezione verso la politica avvertito soprattutto dai più giovani che costituiscono la fascia più colpita dalla recente crisi economica. Queste difficoltà, unite ai recenti scandali che hanno travolto una classe politica al potere ininterrottamente da quasi un decennio, hanno deteriorato irreparabilmente il rapporto già critico che in diversi Paesi dell’Europa occidentale – Grecia, Spagna, Francia e Italia – ma anche dell’Europa centro-orientale – su tutti Ungheria e Bulgaria, ma non solo –  hanno portato all’exploit elettorale di partiti di matrice populista e anti-sistema. Come accennato, accanto a questo dato, molti dubbi circondano la leadership di Ewa Kopacz, in particolare la sua capacità di invertire la rotta di un partito che veleggia verso la sconfitta nelle elezioni del 25 ottobre. La leader di PO appare come una donna incapace di essere poco più che una “party manager”, ovvero abile nel moderare e bilanciare le diverse fazioni rivali interne al partito e controllare la situazione politica attraverso manovre di breve periodo. Una leadership che Sergio Fabbrini definirebbe, in riferimento all’esperienza presidenziale di Clinton alla Casa Bianca (1993-2000), “leadership microgovernativa”, ovvero caratterizzata da un governo per singoli problemi (potluck government), fatto di piccoli provvedimenti tesi a mantenere la barra a dritta nel mare turbolento del governo diviso. La leadership di Kopacz appare poi molto simile a quella del PSOE di Rubalcaba (2011-2014), in cui appare evidente la mancanza di carisma e autorità, ma soprattutto di quella capacità di tracciare una strategia politica che possa aiutare PO a proporre una risposta effettiva ai cambiamenti sociali che ne hanno eroso il consenso negli ultimi mesi.

E’ ancora presto per dire con certezza se Piattaforma Civica sia destinata ad una delle più pesanti sconfitte elettorali della sua breve storia. Nonostante la crisi evidente, essa mantiene ancora importanti risorse politiche, soprattutto in termini di controllo dei media, che potrebbero aiutarla a recuperare il gap con l’avversario nelle settimane più calde della campagna. Tuttavia, come mostrano I sondaggi, è innegabilmente il PiS di Kaczyński a guidare il gioco, potendo contare non solo su un considerevole vantaggio nei confronti del diretto avversario e l’effetto-traino conquistato con il brillante risultato delle elezioni presidenziali, ma anche sulla consistenza elettorale del movimento populista di Kukiz, politicamente affine per molti versi a PiS e che potrebbe rappresentare il principale candidato a costituire la nuova possibile coalizione di governo alla guida della Polonia.

16 risposte sull’Italicum al Sole 24 Ore

Venerdì scorso, Il Sole 24 Ore ha posto 16 domande a Roberto D’Alimonte e Valerio Onida per spiegare ai propri lettori la nuova riforma elettorale, volgarmente chiamata Italicum. Quelle stesse domande sono state poi riprese da altri accademici, come Stefano Ceccanti e Gianfranco Pasquino che hanno provato a dare una loro (divergente) opinione sul progetto di riforma del Porcellum che quest’anno compie 10 anni. Di seguito un tentativo personale e modestissimo di rispondere ai 16 quesiti del Sole sull’Italicum che, nonostante le costanti modifiche apportate in questi mesi, appare sempre più come un dipinto in chiaroscuro.

1. La riforma che la Camera si avvia ad approvare è buona o cattiva?

Un giudizio secco è forse limitativo, e forse anche da bar dello sport. Tuttavia, sembra piuttosto evidente che il rapporto costi/benefici sia di segno negativo.

2. Se dovesse elencarne i meriti in tre punti, quali citerebbe?

I (pochi) meriti stanno forse solamente nel premio di maggioranza, che potrebbe garantire un governo di legislatura, e nel ballottaggio (eventuale) per l’assegnazione dello stesso.

3. In cosa invece la ritiene sbagliata o migliorabile?

Tre elementi: i capilista bloccati e le candidature multiple, che espropriano gli elettori del potere di scelta effettiva; le due preferenze, che in passato sono state strumento di promozione di comportamenti “poco virtuosi” come il voto di scambio; la soglia bassa che frammentando le opposizioni soffoca ogni aspirazione di creare una sana democrazia maggioritaria.

4. I sostenitori della legge ne sottolineano la spinta a favore della governabilità. Lei è d’accordo? E in che modo ciò avverrà?

Si, come detto sopra il premio majority-assuring fa sì che, secondo quanto già previsto dal Porcellum, il partito più votato ottenga 340 seggi su 630 (pari al 55% del totale). L’unica differenza sta nel fatto che tale premio venga riconosciuto non più alla coalizione, bensì alla lista più votata.

5. Al contrario i detrattori ne sottolineano i limiti in termini di rappresentatività. Vede anche lei un rischio in questo senso?

Certamente la “coperta corta” sotto la quale riposa il Parlamento implica che ad una maggiore governabilità faccia da contraltare una più limitata rappresentatività, cui (goffamente) si è cercato di rimediare abbassando lo sbarramento al 3%. La disproporzionalità è un effetto comune di molti sistemi elettorali europei (si veda UK, Spagna e Francia su tutti), ma in tutti questi casi non si assiste alla “balcanizzazione” delle opposizioni, con il governo che trova nell’opposizione (al singolare) spesso un partito forte e credibile in termini di alternanza e competizione. Per quanto riguarda poi i capilista bloccati, se è vero che influiscono in piccola parte sulla lista vincente (nominati solo 100 su 340 deputati), tale effetto avrà conseguenze pesanti sui gruppi parlamentari di opposizione (da Forza Italia a SEL) che vedranno la quasi totalità dei componenti eletti tra i capilista scelti dalle segreterie/presidenze, lasciando quasi intatti i limiti di rappresentatività del Porcellum.

6. Una delle obiezioni della Consulta al Porcellum è l’eccessiva disproporzionalità del premio di maggioranza attribuito senza stabilire una soglia minima. L’Italicum prevede una soglia del 40 per cento per ottenere il premio del 15 per cento. Si risponde così alle osservazioni della corte?

Nel caso in cui si aspiri ad un sistema maggioritario, la scelta appare ragionevole. In caso contrario si sarebbe dovuto adottare un sistema proporzionale che comunque avrebbe impedito allo stato attuale la formazione di qualunque governo.

7. Non è un’anomalia in sé applicare un premio di maggioranza sulla base di un sistema proporzionale?

Come più volte ripetuto da Roberto D’Alimonte, con l’Italicum si è voluto estendere anche a livello nazionale la logica maggioritaria che è alla base delle elezioni tenute per gli enti locali (regioni, province, comuni). A livello europeo non esiste invece un sistema proporzionale che preveda un formale meccanismo maggioritario, mentre diversi sono quelli che presentano esiti maggioritari indiretti: su tutti la Spagna, dove la competizione tra i due partiti maggiori è stata finora garantita dalla natura delle dimensioni delle circoscrizioni.

8. La soglia di sbarramento è stata portata al 3 per cento per tutti i partiti. Se si voleva davvero fronteggiare la frammentazione non era meglio una soglia più alta, magari del 5 come in Germania?

Ovviamente si. La soglia del 3% è puramente frutto delle contrattazioni parlamentari per garantire una maggiore base di consenso tra i partiti.

9. Non si rischia in questo modo la “balcanizzazione” delle opposizioni in presenza di un primo partito rafforzato dal premio?

Come detto ai punti 3 e 5, tutti i sostenitori dell’Italicum sono consci di questo. Tuttavia, pare che nel nuovo approccio di governo renziano (quello del Leviatano, “mostro marino che tutto inghiotte”) tutto questo non costituisca un problema. Così facendo però, tutti i benefici maggioritari della legge sono solo per il partito di governo, mentre per la minoranza varrà niente più che un “proporzionale puro”, con la conseguenza di frammentare e condannare all’irrilevanza le sempre più numerose e polarizzate opposizioni.

10. L’altra importante obiezione della Consulta al Porcellum riguarda le lunghe liste bloccate, che non permettevano all’elettore di riconoscere il futuro eletto. La soluzione del capolista bloccato e delle preferenze per tutti gli altri non è un ibrido al ribasso? Soddisfa le indicazioni della Consulta?

Come detto sopra (vedi risposta 5), questo escamotage dei capilista bloccati furbescamente presentati come “candidati di collegio” mantiene quasi totalmente in piedi le censure costituzionali avanzate con la sentenza 1/2014. Si è cercato così di mantenere il sistema delle nomine che tanto piace a tutti – dal PD a FI, da M5S alla Lega – unendolo alle preferenze, facilmente gestibili a livello locale.

11. L’Italicum prevede la possibilità di candidature plurime per il posto di capolista. Con il rischio che un elettore scelga un partito in virtù dell’appeal di un capolista ritrovandosi poi ad eleggere un altro candidato. Questo non va contro l’indicazione della Consulta sulla riconoscibilità?

Certamente si. Gli estensori e i sostenitori – soprattutto tra gli accademici – della presente legge hanno per anni condannato le candidature plurime (insieme alle liste bloccate) quale ferita profonda al diritto degli elettori di scegliere i propri rappresentanti. Ma sembra che oggi la scienza politica non segua più il criterio bobbiano della “avalutatività”, ma piuttosto abbia scelto di diventare “braccio armato” della politica.

12. Il premio di maggioranza, sia in caso di vittoria al primo turno sia in caso di vittoria al ballottaggio, attribuisce alla prima lista un vantaggio alla Camera di circa 25 deputati. Dal momento che la legge è stata pensata soprattutto in chiave di governabilità, non è un margine troppo esiguo?

No, è assolutamente in linea con le necessità (numeriche) di una solida maggioranza parlamentare che per di più si basa su un’unica lista e non più su coalizioni catch-all.

13. L’Italicum vieta espressamente gli apparentamenti tra partiti tra il primo e l’eventuale secondo turno di ballottaggio, apparentamenti consentiti in altri sistemi con ballottaggio. Non si rischia in questo modo di comprimere troppo il confronto democratico dando tutto il potere ai partiti maggiori?

Personalmente date le caratteristiche del sistema partitico avrei mantenuto il sistema delle coalizioni, prevedendo per esse il premio di maggioranza, magari innalzando la soglia di sbarramento e creando così coalizioni minime di due partiti al massimo.

14. Non è anomalo posticipare l’entrata in vigore dell’Italicum al luglio 2016 privando il Paese di un efficiente sistema elettorale in caso di necessità?

Tale scelta – così come lo sbarramento al 3%, i capilista bloccati, le candidature multiple, il premio di lista – è frutto delle continue contrattazioni parlamentari tra le parti. Credo poi che Renzi, a meno di clamorosi sviluppi, potrà continuare a contare sul sostegno del PD e del NCD, entrambi dominati dal primordiale istinto di autoconservazione.

15. L’Italicum vale solo per l’elezione della Camera dei deputati dal momento che c’è un legame politico con la riforma costituzionale ora all’esame del Senato per la terza lettura che abolisce il Senato elettivo trasformandolo in Camera delle Autonomie. Non è irrazionale, nel caso in cui la riforma costituzionale non andasse in porto, andare a votare con due sistemi diversi (l’Italicum per la Camera e il proporzionale Consultellum per il Senato)?

L’all-in fatto da Renzi nei giorni scorsi consentirà l’approvazione delle due leggi da parte del parlamento. In caso contrario si voterebbe con il Consultellum anche per eleggere la Camera. Tuttavia resta la spada di Damocle del referendum consultivo, che potrebbe mettere tutto in discussione anche qualora Renzi vinca la sua campagna in Parlamento.

16C’è il rischio di introdurre un presidenzialismo di fatto con il maggioritario Italicum e una sola Camera elettiva, come sostengono gli oppositori di questa riforma elettorale?

L’Italicum in quanto riforma elettorale, è volta a modificare il sistema di elezione del corpo legislativo, non investendo i rapporti di forza tra poteri dello Stato. E’ evidente che tale riforma rafforzerà la maggioranza di governo e, in tal modo, il presidente del consiglio. Ma parlare di “derive presidenzialistiche” pare solo strumentale o frutto di una scarsa conoscenza del funzionamento del sistema politico italiano.

La vera (duplice) vittoria è quella della Nigeria

Dopo quattro giorni di operazioni, ieri la Commissione Elettorale Nigeriana (INEC) ha proclamato i risultati ufficiali delle elezioni presidenziali svoltesi lo scorso fine settimana. Con il 54% dei voti l’ex generale e presidente della Nigeria, Muhammad Buhari è risultato vincitore, battendo il candidato uscente Jonathan con quasi 3 milioni di voti di scarto. Senza cadere nella retorica e senza entrare nel merito della scelta politica compiuta venerdì scorso dai 29 milioni di elettori, la Nigeria sembra in ogni caso uscire doppiamente vincitrice.

Ha vinto innanzitutto da un punto di vista “sostanziale”, riaffermando il proprio diritto di libertà contro le minacce terroristiche di Boko Haram, che alla vigilia aveva rivendicato la volontà di minare lo svolgimento delle elezioni, e che ne esce invece sconfitto dalla prova di forza di quei milioni di cittadini rimasti in fila per ore nonostante condizioni climatiche e organizzative non sempre favorevoli. Anche se le minacce di attentati hanno trovato conferma nell’uccisione di una quarantina di persone nel Nordest del Paese, la risposta della gente è stata quella di non cedere alla paura e di non rinchiudersi in casa rafforzando così la legittimità del mandato governativo del nuovo presidente. E’ quindi scesa in strada mettendosi in fila, chi sotto il sole, chi sotto la pioggia, e attendendo il proprio turno nelle lunghe file spesso createsi per intoppi nelle procedure di identificazione ai seggi. I cittadini nigeriani hanno scelto di dare un mandato pieno al nuovo presidente – il musulmano del Nordest Buhari – che in campagna elettorale aveva promesso prima di tutto di portare avanti una lotta senza quartiere ai terroristi di Boko Haram.

Ma la Nigeria ha anche vinto da un altro punto di vista, quello che gli studiosi della democrazia chiamerebbero “procedurale”. Per la prima volta dalla conquista dell’indipendenza dal Regno Unito il Paese le elezioni hanno funzionato efficacemente come meccanismo di accountability (inteso come sistema di sanzione o premio in termini di voti dei propri rappresentanti) permettendo così, in virtù dei principi classici della democrazia liberale, un’alternanza pacifica tra governo e opposizione, con la successione di Buhari al presidente uscente Goodluck Jonathan. Non era mai accaduto da quando le truppe inglesi avevano lasciato il Paese nell’autunno del 1960, che due forze politiche si avvicendassero alla guida del Paese senza che tale processo giungesse in conseguenza di un colpo di stato per rovesciare (spesso in modo violento) il sistema di potere preesistente.

Così, mentre in Europa si registrano i tassi di fiducia verso le istituzioni più bassi di sempre, una giovane nazione come la Nigeria dà una lezione importante a quelli che un tempo furono i “padroni” di questi territori: credere negli strumenti che la democrazia liberale rappresentativa mette loro a disposizione e utilizzarli come mezzo per sanzionare o premiare le performance politica dei propri rappresentanti. Sicuramente in questo la minaccia terroristica di Boko Haram ha avuto il “merito” di mobilitare indirettamente milioni di cittadini decisi a mettere fine allo spargimento di sangue con misure efficaci e che possibilmente non richiedano l’impiego di costosissimi mercenari (pagati 300 dollari al giorno) provenienti soprattutto dal Sud Africa e dai Paesi dell’ex Unione Sovietica.

Ovviamente perché si compia pienamente quella che viene definita “chain of responsiveness” è necessario che, oltre ad un processo elettorale che sia efficiente ed “accountable”, vi sia un governo in grado di fornire quelle risposte efficaci in termini di politiche pubbliche, altrimenti il processo virtuoso messo in atto in questi giorni rischia di andare inevitabilmente perduto. I prossimi mesi ci diranno se il neopresidente Buhari terrà fede al suo programma di governo in cui ha messo al primo posto la sicurezza – principalmente in relazione al fenomeno-terrorismo – ma lascia anche spazio a questioni come la lotta alla povertà, miglioramento qualitativo dei programmi di istruzione, rilancio dell’economia nazionale e soprattutto lotta alla corruzione (reato spesso contestato al suo predecessore Jonathan) anche attraverso una maggiore legittimazione del sistema costituzionale della Quarta Repubblica. Un grande aiuto in termini economici potrebbe poi venire anche dalla Cina che negli ultimi tempi sta allargando la propria sfera di influenza sull’Africa sub-sahariana – scavalcando gli Stati Uniti in un territorio da anni legato ad essi da una special relationship – con la stipula di accordi industriali e commerciali con i Paesi dell’area ricchi di grandi giacimenti minerali.

Le aspirazioni di Podemos nella “trappola” del sistema proporzionale spagnolo

Domani l’Andalusia, Comunità Autonoma tra le più popolose della Spagna, si recherà alle urne per il rinnovo dei 109 deputati della Junta (il Parlamento regionale), a causa dello scioglimento della stessa da parte della “Presidenta” socialista Susana Diaz in seguito alla rottura dell’alleanza con i partner di governo di Izquierda Unida. I sondaggi danno nettamente in vantaggio sugli sfidanti il PSOE, che tuttavia non sembrerebbe in grado di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, ragion per cui dovrà cercare un accordo con un’altra delle liste che supereranno lo sbarramento, vale a dire il Partito Popolare, IU, Podemos o Ciudadanos.  Secondo i sondaggi e le opinioni di numerosi analisti, il test locale di domenica rappresenterà verosimilmente un’anteprima dello scenario che potrebbe definirsi il prossimo autunno in occasione delle elezioni generali per il rinnovo del Parlamento nazionale. Tuttavia, il sistema elettorale spagnolo potrebbe ancora una volta salvare il Paese dalla ingovernabilità e dalla frammentazione esasperata caratterizzante altri Paesi del Sud Europa, riducendo così l’impatto dei “giovani” competitors – Podemos e i centristi di Ciudadanos – attestati, secondo le stime, rispettivamente intorno al 22 e al 18 per cento delle preferenze a livello nazionale.

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El Pais, Metroscopia – 9 marzo 2015

Prima di capire come ciò sia possibile, bisogna premettere che le suddette cifre sono frutto di interviste condotte a livello nazionale, quindi non “filtrate” dal riparto circoscrizionale che costituisce uno degli effetti peculiari del sistema politico spagnolo. Un effetto che ha  condotto Douglas Rae (1971), ideatore tra l’altro dell’indice di frammentazione dei sistemi partitici, a paragonarlo allo “Sceriffo di Nottingham” che, al contrario del rivale Robin Hood, “ruba ai poveri per dare ai ricchi”. Quello spagnolo è, infatti, il sistema più disproporzionale adottato nell’Europa continentale, poiché in grado di sovrarappresentare i partiti maggiori (PSOE e PP), penalizzando di conseguenza i partiti più piccoli. Un effetto decisivo, dovuto a due elementi strettamente connessi.

Prima di tutto, le ridotte dimensioni delle circoscrizioni e il loro elevato numero. Infatti più della metà di esse (27 su 52) elegge tra 1 e 5 deputati e, per tale ragione, i due partiti più grandi si sono sempre divisi la posta in palio, contando su questo pesante effetto distorcente. Ad esempio la circoscrizione di Segovia che elegge 3 deputati, ha visto nel 2011 una ripartizione di 2-1 tra PP e PSOE, con i primi aggiudicarsi il 67% dei seggi con solo il 52% dei voti, e i secondi ottenere il 33% sei seggi con appena il 24% dei voti. Ciò significa che il design delle circoscrizioni rappresenta un efficace strumento di distorsione in senso maggioritario, mantenendo nei collegi più piccoli la competizione intorno a due partiti maggiori.

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Questo elemento, ovviamente, non basterebbe da solo a spiegare perché per Podemos la strada sarà un po’ più in salita rispetto a quella delineata in queste settimane dai sondaggi. Vi è, infatti, un secondo fattore rilevante, spiegato brillantemente da Jonathan Hopkin in un suo lavoro del 2005, è legato alla differente performance storicamente ottenuta dai partiti nelle zone urbane e in quelle rurali. Queste ultime – tendenzialmente identificate con le circoscrizioni più piccole tra cui quelle di Segovia, Guadalajara e Huesca –  sono storicamente più inclini a votare per i partiti tradizionali e, in special modo, per quelli conservatori, mentre le zone urbane – coincidenti con le grandi circoscrizioni di Madrid, Barcellona, Valencia e Siviglia – rappresenterebbero oggi per Podemos un importante serbatoio di voti  in grado di farne oggi il primo partito a livello nazionale.

Come è facile capire quindi, i partiti tradizionali – PP e PSOE – sembrano essere decisamente avvantaggiati dai meccanismi del sistema elettorale spagnolo, un proporzionale con effetti maggioritari accentuati dalle dimensioni delle circoscrizioni tali da provocare importanti effetti di sovrarappresentazione proprio in quelle aree rurali più conservatrici e tradizionaliste del Paese in cui Podemos risulta invece notevolmente debole. Se quest’ultimo, come sembra, dovesse conseguire un notevole risultato nelle circoscrizioni maggiori, il limitato effetto di sovrarappresentazione in queste aree rischia di non essere in grado di controbilanciare l’effetto di sottorappresentazione scontato nelle circoscrizioni minori, con la conseguenza che alle prossime elezioni il partito più votato a livello nazionale potrebbe non avere la maggioranza dei seggi nel nuovo Congreso de los Diputados. Ovviamente, vista l’eccezionalità del momento storico e politico che anche la democrazia spagnola sta attraversando dall’inizio della crisi, nonché la natura spesso imprevedibile dei fenomeni sociali, non resta che attendere la prova dei fatti per poter avere una conferma (o una smentita) di queste ipotesi.

Larghe intese in salsa populista

Da diversi anni ho smesso di esultare per una vittoria politica. Soprattutto perché la Politica è cosa diversa dal calcio e più che le vittorie contano gli obiettivi che un governo riesce a portare a casa nel corso della legislatura. La vittoria di ‪Alexis Tsipras incuriosisce, stimolando spunti interessanti per capire come e perché la Grecia‬ guardi finalmente “a sinistra” per uscire dalla crisi piuttosto che affidarsi ai messaggi di paura e intolleranza della variegata destra (anti)europea. Incuriosisce anche capire a chi il nuovo premier chiederà “un pugno di seggi” per governare, se ai centristi di To Potami‬, al‪ PASOK‬, ai comunisti del KKE o alla destra anti-austerity di ANEL‬ (come fantastica stamani La Repubblica, evidentemente per giustificare le “larghe intese” dell’amato Renzi‬). Al di là di tutto, esulterò con gli amici greci solo quando l’Europa “cambierà verso” davvero, non con le vittorie (che ricorderei ai renziani non essere tutto in politica) ma con del buon vecchio policy-making.

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Mentre scrivo è giunta la notizia dell’alleanza di governo tra SYRIZA e il partito di destra dei Greci Indipendenti (ANEL) di Panos Kammenos. Ecco, chi cantava “bella ciao” probabilmente non sarà del tutto felice. E’ vero, ANEL era l’unico partito coalizzabile per portare avanti il programma anti-Troika e anti-austerity, ma una legislatura di quattro anni non può avere in agenda un solo tema. E poi c’era Potami, il partito di centro-sinistra su posizioni meno critiche verso il sistema-EU ma comunque più adatto a metter su una coalizione duratura di governo. In questo caso Tsipras piuttosto che una strada più tortuosa ma guidata dal senso di responsabilità – dote indispensabile per un capo di governo – ha preferito la comoda strada in discesa del breve periodo. Ma il rilancio greco passa anche dai diritti civili, dalla riforma della Pubblica Amministrazione più corrotta dell’Unione e da molte altre issues. E su tanti temi SYRIZA e il suo partner di governo sono oggi agli antipodi. Basterà per governare? O dopo la luna di miele la Grecia sprofonderà di nuovo nella crisi di governo?  Intanto l’Europa inaugura la sua prima “Grosse Koalition” in salsa populista.

Una storia ancora senza lieto fine: l’Eritrea a vent’anni dall’indipendenza

Ultimo territorio dell’Africa ad ottenere l’indipendenza – conquistata ufficialmente nel 1993 –  dopo trent’anni di lotta contro l’Etiopia socialista di Menghistu, l’Eritrea detiene ad oggi uno dei primati più tristi, ovvero quello di essere uno degli Stati più repressivi del continente, con un governo che nega ai propri cittadini sia l’esistenza di organi di informazione indipendenti all’interno dei confini nazionali, sia l’accesso ai mezzi di informazione stranieri.

In questi ventuno anni di indipendenza, infatti, l’Eritrea è stata stabilmente governata da un sistema politico fondamentalmente autoritario e a pluralismo limitato, con il partito del presidente Isaias Afewerki – il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (PFDJ) – che ha occupato tutti i suo gangli istituzionali dello Stato, godendo della totale assenza delle opposizioni, messe fuori legge. Una riforma costituzionale disattesa (approvata nel 1997) e un’elezione del 2001 rinviata sine die, danno la misura della situazione politica interna al Paese. Una situazione di totale chiusura all’interno e all’esterno quindi, che ha ridotto alla povertà estrema una Nazione che con la fine del secolare controllo etiope sperava in una definitiva rinascita, non solo politica, ma anche economica e sociale.

E invece le politiche autoritarie del presidente Afewerki hanno portato il paese al collasso, privandolo di beni essenziali per la vita dei cittadini come, ad esempio, acqua, elettricità e benzina. Questo ha significato per il più giovane paese del Corno d’Africa, l’obbligo di importazione di grandi quantità di materie prime e non, inclinando la bilancia commerciale verso sul segno negativo. La conseguenza principale – secondo quanto sostengono i leader dell’opposizione costretti oggi alla clandestinità –  è che anche i ceti medi hanno difficoltà a trovare cibo sufficiente per il fabbisogno delle proprie famiglie.

L’Eritrea è oggi un paese scosso al suo interno anche dalla “militarizzazione” voluta da Afewerki negli ultimi anni dopo il colpo di stato fallito nel gennaio 2013. La risposta governativa agli insorti, infatti, è stata quella di occupare la capitale Asmara con l’aiuto delle forze militari mercenarie facenti riferimento al Fronte Popolare del Popolo del Tigray (TPDM). Il Movimento, fondamentale tra gli anni Settanta e gli anni Novanta del secolo scorso per la caduta del regime di Menghistu in Etiopia e l’indipendenza dell’Eritrea, è diventato ora un fattore decisivo per la sopravvivenza dell’elite di governo. October15kabine1 La sua duplice funzione di opposizione armata al governo Etiope (in una regione confinante con l’Eritrea) e di protezione per il governo di Afewerki, ha portato ques’ultimo a moltiplicarne la presenza nel paese (le Nazioni Unite stimano la presenza di circa 20 mila uomini nel Paese) con l’obiettivo di respingere, da una parte, la pressione etiope nei territori di confine contesi e, dall’altra parte, quella dell’opposizione interna nella società eritrea.

Nonostante le misure repressive messe in atto da Afewerki, oggi le opposizioni clandestine hanno trovato nuovi mezzi di diffusione dei propri messaggi – soprattutto per mezzo di manifesti e volantini –  permettendo ai cittadini di riacquistare consapevolezza della propria situazione e spingerli lentamente, ma con maggiore convinzione, verso la ribellione nei confronti del padre-padrone dell’Eritrea. L’azione si sta dimostrando talmente efficace che persino soldati e ufficiali delle Forze Armate iniziano a pensare a un’azione di cambiamento per il Paese, tanto da spingere il Presidente a rafforzare la propria difesa personale con l’impego del TPDM, diventato un vero e proprio corpo di “pretoriani” a servizio del “cesare” Afewerki e a quest’ultimo molto più fedele dell’esercito regolare.

Le migliaia di rifugiati scappati in Europa dall’inferno eritreo chiedono oggi maggiore attenzione alla propria situazione e uno sforzo da parte delle istituzioni UE per garantire il rispetto dei diritti umani da parte del governo etiope.  Il popolo d’Etiopia, sin da quando era solo una provincia dell’Impero coloniale italiano non ha mai smesso di lottare per i propri diritti. La lotta d’indipendenza condotta durante la Guerra Fredda contro il Derg di Menghistu ha dato ad Afewerki e ai suoi uomini la convinzione che il potere fosse loro garantito di diritto e che dovesse restare stabilmente nelle loro mani in quanto legittimamente conquistato. Si tratta, purtroppo, di un copione già visto in diversi Paesi dell’Africa sub-sahariana all’indomani della fine dell’occupazione coloniale europea (Zimbabwe, Zaire – poi Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana,ecc). L’azione delle opposizioni, costrette ad operare in situazione di massima difficoltà sta dando buoni risultati, ma difficilmente potrà da sola portare alla fine del giogo autoritario se anche la comunità internazionale – e l’Unione Europea in particolare – non agiranno sul piano diplomatico (e delle sanzioni economiche) nei confronti non tanto del governo ma soprattutto di un popolo alla ricerca dell’agognata, piena democrazia.

Piero Ignazi: Re Giorgio lascia un’eredità difficile

di Piero Ignazieditoriale pubblicato su L’Espresso del 5 dicembre 2014

La presidenza di Giorgio Napolitano non ha avuto sempre lo stesso “tono”. È partita in sordina, in continuità con quella, molto notarile, di Carlo Azeglio Ciampi. Poi, dopo la vittoria del PdL nel 2008 e lo straripare del potere berlusconiano, Napolitano ha incominciato progressivamente a fare argine alle disinvolture istituzionali della destra.

Il punto di svolta arrivò con il caso Englaro quando il presidente si oppose al varo di un decreto del governo volto a impedire che i medici e la famiglia interrompessero lo stato vegetativo di Eluana Englaro. In seguito, di fronte ai ripetuti sfregi istituzionali delle varie leggi ad personam, alla insipienza sul piano economico, e al dileggio internazionale per i comportamenti “disinvolti” del capo del governo il presidente ha dovuto innalzare la propria figura a protezione del sistema politico-istituzionale e della credibilità internazionale dell’Italia.

Lo sfarinamento etico-politico della maggioranza di centro-destra in assenza di una alternativa credibile e forte ha obbligato Napolitano a un’opera di supplenza come mai si era visto in precedenza. Dalla crisi dell’ agosto 2011 in poi la presenza sulla scena politica del Quirinale è diventata sempre più forte. Insomma, di supplenza in supplenza il presidente ha occupato stabilmente la cattedra. Napolitano ha potuto farlo sia per la sua autorevolezza politico-personale, sia per il vuoto di moralità, di capacità e di legittimazione che si era creato.

Ora, di figure come la sua – politica a tutta tondo e di lunghissima esperienza, ma senza accenti antagonistici – ce ne sono pochissime in circolazione. E tuttavia non è possibile tornare ad un presidente notaio. Per due ragioni. In primo luogo per i tempi incerti e burrascosi che si profilano nei prossimi anni. Il sistema partitico non si è stabilizzato. Il grande successo del M5S è in via di riassorbimento, la meteora montiana si è spenta e Fi segue il declino del suo leader: ciò significa che più di un quinto di elettori è pronto a cambiare casa (e non tutti andranno al Pd: Renzi abbandoni l’illusione di ripetere il risultato delle europee). Altrettanto sta accadendo in parlamento con la – ormai consueta – frammentazione post-elettorale dei gruppi parlamentari.

Il paesaggio politico è in uno stato fluido, e nuove elezioni a breve sarebbero opportune, vista l’enorme distanza tra la composizione attuale delle camere e la realtà politica del paese. Quindi, il profilo dell’inquilino del Quirinale dovrebbe avere i tratti di una personalità esperta ed autorevole. Ma una scelta sulla base di queste considerazioni rimanda, inevitabilmente, a persone navigate e mature; proprio quel profilo che non piace al king-maker Renzi, insofferente di chiunque non sia adeguatamente gestibile. E invece proprio la bulimia di potere del premier costituisce il secondo motivo della opportunità di avere un personaggio politico di lungo corso al Colle, perché in questo modo si assicura un equilibrio tra i poteri. Un tempo valeva l’alternanza tra cattolici e laici nella scelta del presidente, criterio poi abbandonato per l’irrilevanza della questione. Ora si tratta piuttosto di garantire che i pesi e contrappesi previsti dall’assetto costituzionale funzionino bene e non ci sia uno squilibrio eccessivo in direzione del governo (così come invece c’è stato, in questi ultimi tempi, a favore del Quirinale).

Infine, il presidente della Repubblica, come sappiamo, incarna l’unità della nazione in quanto super partes. Napolitano veniva da una storia a lungo considerata “antisistemica” come quella comunista dei primi decenni post-bellici; eppure la sua azione si è ispirata agli interessi collettivi, senza indulgenze per la propria origine politico-partitica. E tutti lo hanno riconosciuto. Sono queste le qualità di buon presidente, oggi: autorevole, non partigiano, libero da condizionamenti e padrinaggi, e con una caratura morale tale da far comprendere agli italiani che la politica è una attività nobile e importante. E riguarda tutti noi.

Elezioni anticipate in Grecia: cercasi maggioranza disperatamente

Dopo poco più di metà legislatura – quella nata dalle turbolenti “elezioni gemelle” della primavera 2012 – il 25 gennaio prossimo la Grecia tornerà alle urne per rinnovare i 300 deputati del Parlamento di Piazza Syntagma. Fatale, al governo conservatore di Antonis Samaras, l’incapacità di formare una maggioranza in Aula per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Era certamente difficile, se non impossibile per il premier, riuscire a convogliare una larga parte di voti – due terzi (e tre quinti dal terzo scrutinio) – su un unico nome, vista la decisa opposizione messa in piedi da Alexis Tsipras, leader di SYRIZA. Quali scenari si aprono ora per il Paese? Si rischia davvero un epilogo simile a quello delle elezioni del maggio 2012 che videro i cittadini tornare alle urne dopo appena un mese?

Un sistema partitico in movimento. I sondaggi circolati nelle ultime settimane parlano chiaro: SYRIZA è primo partito (forte di circa il 28% dei voti) con un deciso margine di vantaggio sul diretto avversario di centrodestra Nea Demokratia di Samaras, fermo al 25%. Alle spalle dei due giganti – e sopra la soglia di accesso al riparto dei seggi – si è creato sostanzialmente il vuoto, con un patrimonio di circa 20-25% del bacino elettorale frazionato tra ben 4-5 formazioni politiche: To Potami (“Il Fiume”), nuovo partito di centro-sinistra, europeista nato meno di un anno fa forte di un buon 6,1%; il partito neo-nazista di Alba Dorata che mantiene il proprio pacchetto elettorale intorno al 6%; i comunisti del KKE con il 5,4%; le “macerie” dei socialisti del PASOK (4,6%), per decenni protagonista della politica greca; i Greci Indipendenti di ANEL, partito di destra critico verso le misure di austerità imposte dalla Troika al Paese ellenico, apparentemente penalizzato negli ultimi anni dall’exploit di Alba Dorata, e per questo dato dai sondaggi in bilico sulla soglia di sbarramento al 3%.

Il sondaggio pubblicato da AlphaTV il 30 dicembre scorso
Il sondaggio pubblicato da AlphaTV il 30 dicembre scorso

Il quadro tracciato dal sondaggio trasmesso il 30 dicembre scorso da AlphaTV conferma l’immagine di un sistema partitico in rapida evoluzione, che dal 2009 ad oggi ha subito profonde trasformazioni non ancora completamente definite. Prima di tutto, il sistema sembra diretto verso la ristrutturazione della tradizionale competizione sostanzialmente bipartitica incentrata ora intorno a ND e SYRIZA, con quest’ultima a raccogliere l’eredità del PASOK fondato nel 1974 da Andreas Papandreu. Tuttavia, l’indice di bipartitismo oggi – attestato al 53,2% – resta ben lontano dal 77,4% del 2009, quando PASOK e ND si spartivano più di due terzi dei voti e dei seggi disponibili nel Parlamento ellenico. Un ulteriore fattore di cambiamento sembra essere legato alla struttura della competizione partitica, non più ordinata lungo il tradizionale asse “sinistra-destra”, ma sempre più verosimilmente condotta lungo la frattura “pro-contro UE” o “pro-contro austerity”, dividendo gli schieramenti in competizione in base al sostegno o meno al “memorandum” imposto dalla Troika nel 2011. Da qui deriva la sostanziale incompatibilità tra partiti ideologicamente prossimi e la conseguente difficoltà per il partito vincitore di formare una coalizione di governo duratura. Il governo uscente, infatti, sebbene incentrato sul perno costituito da ND, contava sull’appoggio esterno di PASOK e DIMAR (quest’ultima fino al giugno 2013). Un’altra problematica, seppur in secondo piano, sembra essere costituita dalla crescita – in numero e in rilevanza – di partiti populisti, sia a sinistra e al centro-sinistra (SYRIZA e Potami) che a destra (Alba Dorata) dello spettro politico, e che potrebbero rendere indubbiamente più complicata la possibilità di costituire una solida coalizione di governo.

La “trappola” del sistema elettorale. Oltre alla complicata situazione a livello sistemico, anche le regole formali che regolano il sistema elettorale greco tendono a complicare parzialmente la situazione. Come è facilmente intuibile, se questo fosse basato sulla regola britannica del first past the post, oggi Tsipras avrebbe la vittoria in pugno. E invece, il meccanismo prescritto dalla legge elettorale, così come riformata in ultimo nel 2008, prevede un iniziale riparto proporzionale di 250 dei 300 seggi tra i partiti che hanno superato la clausola di sbarramento del 3%. Stando all’ultimo sondaggio preso in considerazione, tale clausola permetterebbe oggi la formazione di 7 gruppi parlamentari: SYRIZA, ND, Potami, Alba Dorata, KKE, il decaduto PASOK di Venizelos e ANEL. Il sistema assegna poi al partito più suffragato un premio “di maggioranza” o meglio “di governabilità” (ma non majority-assuring) di 50 seggi, pari a circa il 16% dei seggi. E questo potrebbe costituire un ulteriore problema per il vincitore. Infatti, la legge – riformata nel 2008 con l’introduzione del suddetto premio – prescrive che tale premio venga assegnato “solo” al primo partito o, in alternativa, alla coalizione che però abbia una media di voti maggiore di quella del primo partito della coalizione stessa. Ciò implica che Tsipras non solo farà fatica a trovare partner con cui condividere la responsabilità di governo, ma qualora riuscisse a formare una coalizione pre-elettorale, rischierebbe seriamente di compromettere la possibilità di avere il prezioso premio di governabilità visto che qualunque alleato porterebbe in dote meno della metà dei voti di SYRIZA.

PARLAMENTO ELLENICO. Possibile distribuzione dei seggi.
PARLAMENTO ELLENICO. Possibile distribuzione dei seggi.

Prospettive. Sistema partitico e sistema elettorale sembrano pertanto costituire un mix esplosivo per la già precaria situazione politica greca. Il rischio che dalle urne venga fuori un risultato inconcludente – come già accaduto nel maggio 2012 – appare indubbiamente alto, a causa dell’azione congiunta di alcuni fattori.

La polarizzazione e la frammentazione di un sistema partitico caratterizzato ancora da un’alta ‘fluidità’ e alla ricerca di una sua nuova identità non sembra in grado di poter permettere a un partito di primeggiare con decisione sugli altri. Il sistema politico per come è andato consolidatosi dopo il 1974 appare ormai un ricordo e, seppur nuovamente orientato – dopo la parentesi “tripolare” del 2012 – a un modello competitivo bipartitico, i due attori preponderanti non possiedono più (o non ancora) il peso specifico avuto in passato da PASOK e ND. Il vincitore, che sia Tsipras o Samaras, avrà bisogno di un importante sostegno in termini di seggi da parte di uno o più alleati, non potendo contare più da soli sulle proprie forze. Tuttavia, il riallineamento dei partiti lungo nuovi cleavages rende il tutto ancora più complesso. SYRIZA, seppur fortemente critico verso le misure di austerità promosse dall’UE, si distanzia sia da partiti di sinistra che propongono una exit-strategy dal “giogo di Bruxelles” (i comunisti del KKE), sia da quelli più concilianti verso l’ordoliberalismo della Merkel (PASOK e Potami). Infine, la clausola riguardante l’assegnazione del premio di governabilità che pone dei paletti alla costituzione di coalizioni pre-elettorali, non sembra facilitare la formazione di alleanze tra attori politici prima dello scrutinio di gennaio.

Saranno dunque tre settimane movimentate quelle che separano i greci dal ritorno alle urne per la quarta volta in meno di sei anni. La campagna elettorale chiarirà ulteriormente le strategie di leader e partiti, e in particolare quella di Tsipras, vero favorito della vigilia e che sembra forzato a convergere verso posizioni più moderate tali da incontrare il consenso di possibili alleati di governo, in particolare Potami, che appare non solo per il prezioso pacchetto di voti portato in dote, ma anche perché tra tutti i competitor appare forse il partito ideologicamente meno lontano da SYRIZA.

Emilia Romagna e astensione record: lo scettro populista da Grillo a Salvini

Do parties still count?”. Potrebbe essere questo il titolo di testa del film andato in scena ieri in Emilia Romagna. “I partiti contano ancora?” La risposta sembra essere: si. Ancora una volta è la Lega Nord a fornirci un’importante chiave di lettura del risultato elettorale: il voto anti-sistema – inteso come voto contro partiti quali PD, Forza Italia, NCD e UDC – è confluito non più soltanto nel Movimento 5 Stelle ma soprattutto nel partito guidato da Matteo Salvini, attestatosi come seconda forza regionale con più del 19% delle preferenze. E’ vero, l’astensione altissima, con più del 60% (un dato storicamente anomalo per l’Emilia Romagna) potrebbe aver giocato un ruolo fondamentale. Ma il dato in termini di voti suggerisce qualche interessante ipotesi riguardo al voto populista e antisistema su cui M5S e Lega hanno da sempre basato il proprio successo elettorale.

Matteo Salvini ha, infatti, incentrato tutta la campagna del proprio partito su temi tradizionalmente cari al popolo leghista, ovvero la questione-lavoro, il problema dell’immigrazione e ovviamente la critica ai partiti “tradizionali” (per quanto in Italia questo aggettivo risulti essere oggi, sempre più, di difficile impiego). Dimenticate le velleità scissioniste degli anni Novanta, oggi la Lega salviniana vuole farsi evangelista in Italia del “Verbo Lepeniano”, magistralmente assimilato in questi primi sei mesi di convivenza nel Parlamento di Strasburgo. Lotta all’immigrazione che minaccia non solo l’integrità genetica della nazione ma, soprattutto, la situazione occupazionale dei cittadini italiani; lotta senza quartiere ai “burocrati di Bruxelles” che vessano i popoli europei col giogo monetario e le loro misure macroeconomiche “lacrime e sangue”; infine la critica ai partiti che tradizionalmente si sono fronteggiati per la conquista della Regione, e in particolare al PD il cui presidente Vasco Errani ha dovuto anticipatamente metter fine alla legislatura per la condanna inflittagli in secondo grado per falso ideologico.

Un programma, dunque, molto simile a quello del M5S, che proprio a Marine Le Pen aveva più volte guardato all’indomani delle elezioni Europee. Ma perché quindi rispetto alle elezioni di primavera la Lega – pur perdendo 55 mila voti rispetto al 2010 – ha visto ieri un incremento di 117 mila voti mentre il M5S ha perso circa 290 mila preferenze? Tra le due offerte i cittadini hanno davvero preferito dirigersi verso quel soggetto politico che, pur ponendosi da sempre come forza antisistema e di protesta, si è sempre ispirato al modello organizzativo tipico dei partiti italiani, perdendo così fiducia verso il modello organizzativo e di partecipazione on-line di Beppe Grillo?

Una risposta definitiva ancora non è possibile darla. Ineluttabile, sembra invece il fatto che il M5S nel giro di quasi due anni abbia perso gran parte del proprio appeal, non solo in Emilia Romagna – che pure per prima l’aveva visto nascere sei anni fa – ma anche in Calabria, dove è stato relegato a ruolo marginale con meno del 5% dietro anche il NCD di Alfano. 423288_3071716681628_1524966594_2914196_914478806_nSempre un’analisi superficiale dei risultati farebbe pensare che gran parte del bacino elettorale di Grillo non sia confluito solo nella Lega ma anche nell’astensione-record alimentata in Emilia dalle inchieste della magistratura e dal mancato rinnovamento a livello di establishment fortemente denunciato da gran parte dell’elettorato. Usando una felice espressione di Roberto D’Alimonte, così come nel 1992, anche oggi la Lega sembra aver “incassato i dividendi” dell’azione della magistratura nei confronti della politica, riuscendo a massimizzare la propria offerta elettorale tarata sull’insoddisfazione dei cittadini nei confronti del sistema costruito dai partiti maggiori (e dal PD in particolare). Un dato certo è che il centrodestra, tradizionalmente inteso (Forza Italia e alleati) ormai è ridotto all’osso, e l’unica opposizione al centrosinistra sembra trovare rappresentanza esclusivamente nel voto populista. La cosa interessante sarà capire perché sia stata la Lega a incassare il jackpot elettorale di queste regionali e non il Movimento 5 Stelle. Ma anche quali meccanismi di attivazione/disattivazione hanno agito sull’elettorato, regalando un risultato molto simile – in valori percentuali – a quello del 2010. Solo l’analisi dei flussi elettorali nei prossimi giorni potrà chiarirci il quadro generale e dare una risposta chiara ed esaustiva alla nostra domanda.

Il crollo degli iscritti e il futuro del PD: quali prospettive?

Nelle ultime settimane si è ampiamente discusso sui media dell’ “emorragia di iscritti” sofferta dal Partito Democratico nell’ultimo anno, con una perdita di circa 400 mila tessere rispetto al 2013. Si è vivacemente dibattuto se tale risultato sia stato frutto di fattori contingenti – ovvero della strategia del segretario-premier Matteo Renzi di privilegiare il ‘momento elettorale’ sull’aspetto organizzativo – oppure sia stato una conseguenza del più ampio processo di rimodulazione del peso specifico della membership che ha caratterizzato, e che sta investendo tutt’ora, tutti i partiti politici del vecchio continente.

Se ad una prima lettura una ipotesi non sembra escludere l’altra, si potrebbe inquadrare tale dinamica nel più ampio processo di declino della membership partitica largamente studiato nel corso dell’ultimo ventennio da autorevole parte della letteratura politologica (Lawson e Merkl 1988; Mair e Van Biezen 2001; Whiteley 2011). Il PD di Matteo Renzi non sembra essere rimasto immune a tale processo, scegliendo di affrontare il problema – se tale può definirsi – enfatizzando il proprio ruolo di partito “di iscritti ed elettori” forte del dettato statutario partorito dal PD veltroniano nel 2007, grazie anche ad un exploit elettorale che non si registrava dai tempi della Democrazia Cristiana pre-Tangentopoli. Ma se tale processo di “svuotamento” della base è davvero in atto, come può il PD porvi rimedio, pur considerando che si è di fronte ad un processo apparentemente irreversibile e che rende difficile (se non impossibile) la rinascita dalle proprie ceneri del vecchio partito di massa che poteva contare, in alcuni casi, su più di un milione di iscritti?

Una possibile risposta sembra arrivare dal Regno Unito dove ricerche recenti (Fisher et al. 2014) hanno mostrato come il calo progressivo degli iscritti tradizionali – quello che Katz e Mair (2009) definiscono party on the ground – sia stato in parte bilanciato da nuove forme di partecipazione volontaria e attiva sempre nell’ambito partitico. Non si fa riferimento (o almeno non solo) alla partecipazione attraverso i social media, bensì a tutte quelle attività di ‘propaganda elettorale’ come la distribuzione di volantini, visite a domicilio e telefonate agli elettori e, in generale, collaborazione con le attività del partito, tradizionalmente riservate agli iscritti. Si tratta di un filone di ricerca recente, che è stato studiato con attenzione a ridosso delle ultime elezioni generali del 2010 e che ha mostrato come i cosiddetti supporters – ovvero i ‘sostenitori’ –  abbiano preso parte alla maggior parte (circa due terzi) delle attività intraprese dai members tradizionali. La differenza sostanziale è che i supporters non sono legati da un vincolo effettivo al partito – non sono cioè tesserati – ma ne sono sostenitori, intraprendono in larga parte azioni volontarie e gratuite, mobilitandosi solo in occasione di campagne specifiche.

Quindi, come lo studio di Fisher, Fieldhouse e Cutts dimostra e da cui lo stesso prende il nome, “members are not the only fruit”, in altre parole l’azione dei supporters non si limita a essere complementare a quella degli iscritti tradizionali ma nella maggior parte dei casi viene ad essere ‘supplementare’ a questa. Pd_crollo_tessere_iscrittiSi tratta di un dato che testimonierebbe come – almeno oltremanica – il crollo progressivo degli iscritti che ha colpito in egual misura Laburisti, Conservatori e Liberal-Democratici abbia innescato in essi un processo ‘evolutivo’ di azione-reazione, quasi una risposta darwiniana dettata dall’istinto di sopravvivenza al cambiamento anche delle condizioni ambientali in cui questi partiti svolgono la loro azione. In linea generale il ruolo assunto da questa nuova figura rappresenta un punto importante nell’ambito di studio dei partiti politici, in quanto l’osservato crollo in termini di membership sembra poter fornire spiegazioni e ipotesi alternative e meno pessimiste al semplice declino o tramonto dell’organizzazione-partito.

Ritornando all’Italia, e al Partito Democratico, la drastica diminuzione del numero degli iscritti è – come detto all’inizio – certamente l’esito di un processo globale di lungo periodo, ma il totale svuotamento del party on the ground tradizionalmente inteso non può essere bilanciato semplicemente dalla conquista di nuovi elettori ovvero, in senso stretto, di schede elettorali, della loro trasformazione in seggi e, come conseguenza indiretta, della crescita del party in public office (cioè gli eletti nell’arena parlamentare). Un partito, per quanto in trasformazione/evoluzione, per definirsi tale deve ancora necessariamente basarsi sulla tripartizione “iscritti-dirigenti-eletti” che, con diverse modalità, assicurerebbe adeguati livelli di responsiveness ed accountability (a livello partitico) e di policy-making.

Date queste premesse, è possibile esportare il modello britannico di Fisher al nostro Paese come strumento per rimediare al processo di vaporizzazione della membership ed evitare così il cortocircuito del sistema rappresentativo a livello partitico? La risposta, come qualsiasi procedimento scientifico, necessita di una attenta sperimentazione sul campo e di una altrettanto rigorosa misurazione empirica. L’unica certezza è che la strategia del segretario PD Renzi di mascherare il crollo degli iscritti (che difficilmente possono essere riconquistati) dietro i recenti successi elettorali (che facilmente possono essere dissipati) appare un approccio miope ad un problema strutturale e di fondamentale importanza per una democrazia liberale come quella italiana.

Riferimento bibliografico

Fisher J., Fieldhouse E., Cutts D. (2014), Members Are Not the Only Fruit: Volunteer Activity in British Political Parties at the 2010 General Election, in “The British Journal of Politics and International Relations”, Vol. 16, pp. 75-95.

Una firma per la ricerca scientifica, una firma contro l’ignoranza

Anche qui sosteniamo la campagna lanciata da alcuni ricercatori europei e in breve tempo sostenuta da tantissimi studiosi di tutta Europa e non solo. Lo scopo di questa petizione è quella di richiamare, con una voce collettiva e più forte, l’attenzione dei policy-makers nei confronti della ricerca scientifica troppo spesso sottovalutata quale volano di crescita e sviluppo per le nazioni. Di seguito  il testo della petizione che vi invitiamo a leggere e sostenere, firmando qui.

They have chosen ignorance

Scientists from different European countries describe in this letter that, despite marked heterogeneity in the situation of scientific research in their respective countries, there are strong similarities in the destructive policies being followed. This critical analysis, highlighted in Nature and simultaneously published in a number of newspapers across Europe, is a wake-up call to policy makers to correct their course, and to researchers and citizens to defend the essential role of science in society.

The national policymakers of an increasing number of Member States, along with European leaders, have completely lost touch with the reality of research.

They have chosen to ignore the crucial contribution of a strong research sector to the economy, particularly needed in the countries more severely hit by the economic crisis. Instead, they have imposed drastic budget cuts in Research and Development (R&D) that make these countries more vulnerable in the mid- and long-term to future economic crises. This has all happened under the complacent gaze of European institutions, which worry more about Member States complying with austerity measures than about maintaining and improving national R&D infrastructures that can help these countries change their productive model to a more robust one based on knowledge-generation.

They have chosen to ignore that research does not follow political cycles; that long-term, sustainable R&D investment is critical because science is a long-distance race; that some of its fruits might be harvested now, but others may take generations to mature; that if we do not seed today, our children will not have the tools to face the challenges of tomorrow. Instead, they have followed cyclical R&D investment policies with a single objective in mind: lowering the yearly deficit to what might be an artificial value imposed by European and financial institutions, all oblivious to the devastating effect this is having on the science and innovation potential of individual Member States and of Europe as a whole.

They have chosen to ignore that public investment in R&D is an attractor of private investment; that in an “innovation State” like the United States over half of its economic growth has come from innovation with roots in basic research funded by the federal government. Instead, they unrealistically hope that the R&D spending increases required for these countries to reach the Lisbon Strategy’s goal of 3% of GDP will be achieved by the private sector alone, while reducing public R&D investment. This is in sharp contrast to the drop in the number of innovation companies in some of these countries and the prevalence, among small and medium-sized enterprises, of small family businesses with no innovation capacity.

They have chosen to ignore that time and resources are required to train researchers. Instead, shielded by the European directive to decrease workforce in the public sector, they have imposed drastic hiring cuts at research institutions and universities. Together with the lack of opportunities in the private sector and the cuts in human resources programs, this is triggering a “brain drain” from the South to the North and from Europe to beyond. The result is an irrecoverable loss of investment and a worsening of the R&D gap between Member States. Discouraged by the lack of opportunities and the uncertainty inherent in the concatenation of fixed-term contracts, many scientists are considering leaving the field, with the nature of research activities making this a one-way journey. This decimates the skilled research workforce available for industry. Rather than decreasing the deficit, this exodus is contributing to the creation of a new type of deficit: a deficit in technology, innovation and discovery Europe-wide.

They have chosen to ignore that applied research is no more than the application of basic research and is not limited to research with short-term market impact, as some policy makers seem to believe. Instead, at the national and European level, there is a strong shift in focus to these marketable products when those are only the low-hanging fruit of an intricate research tree. Even though some of its seeds might germinate in new fundamental insights, by undermining basic research they are slowly killing the roots.

They have chosen to ignore how the scientific process works; that research requires experimentation and that not all experiments will be successful; that excellence is the tip of an iceberg that floats only because of the body of work beneath. Instead, science policy at the national and European level has shifted towards the funding of a diminishing number of well-established research groups, undermining the diversified portfolio we will need to face the societal and technological challenges of tomorrow. In addition, this approach is contributing to the “brain drain”, as a small number of well-funded research institutions are systematically recruiting this selected group of grant holders.

They have chosen to ignore the critical synergy between research and education. Instead, they have severed research funding for public universities, diminishing their overall quality and threatening their role as promoters of equal opportunities.

And foremost, they have chosen to ignore that research does not only need to serve the economy but also increases knowledge and social welfare, including of those with no resources to pay the bill.

They have chosen to ignore, but we are determined to remind them because their ignorance can cost us the future. As researchers and citizens, we form an international network used to exchange information and propositions. And we are engaging in a series of initiatives at the national and European level to strongly oppose the systematic destruction of national R&D infrastructures and to contribute to the construction of a bottom-up social Europe. We call on researchers and citizens to defend this position with us. There is no alternative. We owe it to our children, and to the children of our children.

Amaya Moro-Martín, Astrophysicist; Space Telescope Science Institute, Baltimore (USA); EuroScience, Strasbourg; spokesperson of Investigación Digna (for Spain).
Gilles Mirambeau, HIV virologist; Sorbonne Universités, UPMC Univ. Paris VI (France); IDIBAPS, Barcelona (Spain); EuroScience Strasbourg.
Rosario Mauritti, Sociologist; ISCTE, CIES-IUL, Lisbon (Portugal).
Sebastian Raupach, Physicist; initiator of “Perspektive statt Befristung” (Germany).
Jennifer Rohn, Cell biologist; Division of Medicine, University College London, London (UK); Chair of Science is Vital.
Francesco Sylos Labini, Physicist; Enrico Fermi Center, Institute for Complex Systems (ISC-CNR), Rome (Italy); editor of Roars.it.
Varvara Trachana, Cell biologist; Faculty of Medicine, School of Health Sciences, University of Thessaly, Larissa (Greece).
Alain Trautmann, Cancer immunologist; CNRS, Institut Cochin, Paris (France); former spokesman of “Sauvons la Recherche”.
Patrick Lemaire, Embryologist; CNRS, Centre de Recherche de Biochimie Macromoléculaire, Universités of Montpellier; initiator and spokesman of “Sciences en Marche” (France).

Spain: a ship in troubled waters

Questo ‘articolo’ rappresenta un estratto della conclusione di un mio paper dal titolo “How do Spaniards vote? Party System Change after 2011 Elections” . L’abstract è disponibile sul mio profilo Research Gate.

For long time Spain has been characterized by a high degree of stability assured, on the one hand, by an electoral system arranged to attain ‘majoritarian outcomes’ and, on the other hand, by voters’ behaviour that has been structured in this direction by the peculiar characteristics of Spanish politics such as the high degree of personalization of politics, the catch-all party organizations and a competition structured among the left-right ideological cleavage. All these elements gradually contributed to restrict the competition between two main parties – PSOE and PP – able to catalyse a large part of votes, constantly increased until 2008 when together gained 82% of votes.

General elections held in 2011 partially modified this pattern. Though PP obtained the absolute majority in the Congress of Deputies, bipartism index fell to 73% (the lowest score since 1993) in large part because of the bad performance of PSOE that lost more than 15%. This amount of votes was divided partly among the ‘grey zone’ of abstention – that reached the levels of 2000 with 31.06% – , the smaller leftist and center-leftist parties IU and UPyD, that increased both of more than 3% gaining respectively 9 and 4 seats more than 2008, and – to a lesser extent – the Popular Party [Kennedy 2012; Martin and Urquizu-Sancho 2012].

Notwithstanding, it is difficult to say if the ‘fluidity’ of 2011 elections represents a structural dealignment of voters from the institutionalized bipolar pattern or if it has been given only by a contingent reaction of Spanish electorate to the bad management of the economic crisis made by Zapatero’s government. podemos1A confirmation to the first hypothesis seems to come from the recent European elections held on May 25th, where both PSOE and PP have been severely sanctioned by voters so that, for the first time, the bipartism index fell below 50%. At the same time the smaller state-wide parties IU, UPyD and Podemos – a ‘new-born’ leftist movement built up by academics and intellectuals – registered a decisive progress, constituting a sort of little pole around 24%, able to endanger for the first time ‘PSOE-PP monopoly’. The ‘imperfect bipartism’ built up in the last twenty years is experiencing a critical moment, inverting the pluriannual ‘decremental tendency’ that anchored one of the most stable system of the entire European Union.

The ideological cleavage still works though party identification, already feeble in the past, seems to get more and more weak, risking to increase progressively party fragmentation. Until 2011 electoral system worked, being able to guarantee the survival of the bipolar format. It is difficult to say if it will do the same next year when Spaniards will be called to sanction or reward the parliamentary majority led by Mariano Rajoy. Of course it will be undoubtedly an interesting ‘test bench’ for the Spanish system stressed, as several EU democracies, by both dynamics of party dealignment and disaffection from politics and the economic crisis that inevitably grinded on governments and their popularity.

New Zealand 2014 election result

Article published on fruitsandvotes.wordpress.com on September 21st, 2014

by Prof. Matthew S. Shugart – University of California, Davis

Preliminary results from the 20 September general election show the National Party has won 61 seats out of 121. Thus, by one seat, it has a majority in its own. Despite having a majority, it is likely to continue to govern with confidence-and-supply agreements with the same partners it has had for its previous two terms: ACT, United Future, and Maori Party. National will want to retain good working relationships with other parties, given that a majority is not likely to be a common occurrence under Mixed-Member Proportional (MMP); indeed, it is the first majority since the system was put in place in 1996. Moreover, with just one seat over the 50% mark, trying to govern alone could be precarious.*

continues on fruits and votes

Elezioni in Grecia: né vincitori né vinti?

Il primo turno delle elezioni locali tenutesi domenica in Grecia ha diviso sia i commentatori che l’opinione pubblica in generale, facendo parlare alcuni di esame superato per il governo di centrodestra del premier Samaras, altri di “lezione” impartita dalla sinistra populista del leader di SYRIZA Tsipras, e altri ancora di exploit per Alba Dorata che nelle elezioni municipali di Atene ha ottenuto ben 16% dei voti, migliorando nettamente il risultato ottenuto quattro anni fa. Questa pluralità di interpretazioni ha una spiegazione semplice, ma forse poco immediata: un vincitore assoluto non c’è stato. Si tratta di una realtà piuttosto evidente, ma difficile da presentare in una fase cruciale della campagna elettorale per le europee in cui a livello comunitario ogni forza politica (popolari, socialisti, sinistra, liberali e verdi) cerca di utilizzare un risultato ‘di impatto’ come quello greco per spostare – seppur parzialmente – una fetta di elettorato verso la propria parte. Di qui la molteplicità di interpretazioni spesso contrastanti susseguitesi nelle scorse ore da giornali e blog di tutta Europa.

Innanzitutto, ad eccezione dell’Epiro in cui il candidato di Nea Demokratia Alexander Kachrimanis ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti, in nessuna delle altre dodici regioni un candidato è riuscito ad evitare il secondo turno. Lo stesso è avvenuto anche nei comuni più grandi in cui si votava, su tutti Atene e Salonicco, in cui la prossima settimana in concomitanza con le elezioni europee si terranno i ballottaggi tra i due candidati più votati. Si tratta di un dato importante, in quanto sembra confermare come il sistema partitico greco sia ormai estremamente frammentato tale da impedire a qualunque partito di ottenere più del 30% a livello locale. Lo stesso si può dire analizzando i risultati aggregati a livello nazionale.

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Fonte: http://www.achaianews.gr/

Come si può vedere, il partito più suffragato in queste elezioni è stato il partito di governo, Nea Demokratia che, seppure in ribasso rispetto sia alle elezioni di quattro anni fa (-6.3%) sia a quelle legislative del 2012 (-3.2%), resta ampiamente davanti a tutti gli altri. Tuttavia è facile vedere come uno dei due ‘pilastri’ di quel sistema quasi-bipartitico che aveva caratterizzato la vita politica greca per quasi quarant’anni sembri ormai drammaticamente ‘incrinato’, non potendo più garantire a destra dello spettro politico la catalizzazione della quasi totalità dei voti moderati. Così, se un pilastro è stato incrinato, un altro – il PASOK – sembra quasi definitivamente crollato. Pur recitando ancora un ruolo da co-protagonista in queste elezioni, del vecchio partito socialista di Papandreu oggi sembra rimasto ben poco, essendosi dovuta trasformare in una coalizione elettorale composta da partiti riformisti di area moderata, l’Elià (L’Ulivo). Nonostante l’appoggio delle altre forze politiche minori di centrosinistra che ha permesso di recuperare qualche punto rispetto alle elezioni del 2012 (+3.9%), il PASOK non è riuscito a contenere le perdite di voti, confermandosi il partito affetto dalla più grande emorragia di voti rispetto alle precedenti consultazioni del 2010 (-18.5%), e allo stesso tempo certificando così l’abbandono quale attore principale dello schema di competizione bipartitica di cui ne era stato a lungo protagonista.

Accanto ai ‘mainstream parties’, grande attenzione ha focalizzato la performance di quei partiti nuovi o che sono diventati progressivamente protagonisti del sistema. Ci si riferisce a SYRIZA e Alba Dorata, entrambe sorprese delle ultime elezioni politiche che hanno contribuito al riallineamento dell’elettorato intorno ad un sistema a ‘multipartitismo moderato’, con la prima che ha preso progressivamente il posto del PASOK quale forza maggioritaria della sinistra greca e primo competitor di ND per la leadership del paese. Proprio sul partito di Alexis Tsipras, dato in testa o quasi nei sondaggi di questi mesi, erano puntati tutti i riflettori per capire fino a che punto un partito cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni potesse mettere in crisi il partito di Samaras. Tuttavia, nonostante il buon risultato rispetto al 2010 (+12.4%), con un buon numero ballottaggi conquistati dai suoi candidati – su tutti quello per la l’Attica, la regione più popolosa e ricca del paese – il partito ha fatto registrare una flessione importante rispetto a due anni fa, quando ottenne quasi il 27% dei voti a livello nazionale. Tuttavia, nonostante SYRIZA sia diventata attore primario nel panorama politico greco stabilizzandosi come sua seconda forza, il risultato a livello nazionale è stato giudicato ben al di sotto delle aspettative, con un arretramento importante che ha offuscato la performance complessivamente positiva del cartello di sinistra, capace di strappare diversi ballottaggi contro ND sopravanzando spesso il PASOK. Per Alba Dorata il discorso è diverso. L’obiettivo del partito non era – e non sarebbe potuto essere – la vittoria, quanto piuttosto dimostrare all’opinione pubblica una crescita costante tale da lanciare un messaggio ai partiti di governo secondo la retorica antisistema ormai ampiamente sperimentata. La crescita c’è stata, ed anche importante, con un 8.1% a livello nazionale con cui il partito neonazista ha lasciato pressoché inalterato lo ‘score’ ottenuto nel 2012, incrementandolo anche dell’1%, e in più facendo registrare nel comune di Atene – distretto nel quale aveva concentrato la campagna del 2010 – un aumento ‘vertiginoso’ (+ 9%), triplicando il risultato e attestandosi al 16.1%. Un dato importante, che conferma come nonostante gli scandali – il leader di AD Michaloliakos è oggi in carcere insieme ad altri dirigenti del partito – il partito estremista sia diventato un attore stabilmente presente nel sistema e in grado di intercettare i sentimenti di maggiore critica verso i partiti tradizionali e le politiche intraprese sotto l’egida dell’Unione Europea.

In conclusione, le elezioni di ieri hanno confermato il quadro frammentato istituzionalizzato dalle ‘elezioni gemelle’ del 2012. A sorridere, seppur a denti stretti, possono essere principalmente tre partiti. Nea Demokratia, che si conferma prima forza del paese, contenendo un’emorragia di voti che pure c’è stata ed in modo rilevante rispetto a pochi anni fa. SYRIZA, che con i ballottaggi in diverse regioni e comuni si consacra forse erede del PASOK, pur tuttavia con risultati un po’ al di sotto delle aspettative e che forse scontano i due anni passati all’opposizione del governo Samaras. Infine a sorridere, come detto, è Alba Dorata che centra il proprio obiettivo di migliorare nettamente rispetto a quattro anni fa, non risentendo a livello aggregato dei problemi avuti dal proprio establishment accusato più volte di violenze, tanto da portare all’arresto di diversi suoi esponenti. Un sistema come quello greco appare perciò fortemente fluido e instabile, con un continuo allineamento e disallineamento dell’elettorato in cerca del punto di equilibrio venuto a mancare dopo decenni di ‘bipartitismo imperfetto’ targato ND-PASOK. Neanche il recente exploit di SYRIZA ha ancora permesso al partito di Tsipras di prendere il posto dei socialisti quale nuovo pilastro del sistema, piuttosto – almeno stando ai risultati di domenica –  quale seconda forza di un sistema moderatamente multipartitico. Tuttavia, occorre precisare, che si tratta di elezioni locali in cui spesso le liste civiche giocano un ruolo rilevante e che pertanto difficilmente sono in grado di dare indicazioni attendibili a livello nazionale, come l’esperienza italiana ha più volte dimostrato. Piuttosto, le elezioni europee di domenica – quelle si tenute a livello nazionale tra i diversi partiti e su tematiche di rilevanza anche sovranazionale, potranno costituire un attendibile banco di prova per testare l’evoluzione del sistema partitico greco e il comportamento elettorale dei suoi elettori.

Great Britain: the Westminster Democracy Threated by Populism

The UK Independence Party (UKIP) is the most important populist party in Great Britain since, according to the latest polls, it has around 15% of support among British voters. But it could be defined not only a populist party but also a typical “niche party” [Meguid 2005], which has made of UK’s exit from EU its piece de resistance, building its political platform on an issue that lies on the “anti-European integration vs. pro-integration” cleavage.

UKIP was formed in 1993 by Alan Sked as a protest movement against the ratification of the Maastricht Treaty signed by the Conservative government of John Major. It was overshadowed until the 1997 by the Referendum Party of Sir James Goldsmith, but after his death UKIP became the predominant Eurosceptic voice in the British party system. It won three seats in the EP in 1999 before a surge in support in 2004 brought 16% of the vote and UKIP then came second in 2009 with 16.5% of the vote [Lynch et al. 2011].

Figure 5. Great Britain. Electoral Growth of UKIP (1992-2010)

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Source: Elaboration Data Ministry of Interior

* Legend: General Elections (G), European Elections (E)

Its performances in general elections have been less impressive. UKIP was fourth placed in nationwide share of the vote in 2010, polling 3.2% but failing to win a seat, because of the particular functioning of the electoral system – a plurality system named first past the post – which tends to favor the biggest parties. Instead in the local elections held in 2013 on the 2nd of May, the party of Nicholas Farage took 147 seats in the different councils, with a national share in some cases of 20-25% that has been considered a sort of “earthquake” for the British politics.

But how do we can explain the growing support received by UKIP in the last years, as represented also in the recent polls for the European Elections, where it has positioned just behind the Labour Party with 20% of preferences?

A Widespread Anti-Europeist Feeling.

The recent Eurobarometer 79/2013 suggests that British are one of the most eurosceptic people in Europe. In particular two data seem to be very interesting. First of all, the “trust index” towards EU, which is 20%, more that 10 point below the EU27 average [Eurobarometer 2013]. Second, in this report 54% of respondents define themselves as “total pessimistic” about the future of the EU [ibidem: 133]. It represents an image that has roots in the anguished relation with the European Community since the beginning of its participation to it and exacerbated during the Conservative governments in the 80’s and 90’s.

Figure 6. Great Britain. Level of Optimism about the Future of the European Union

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Source: Eurobarometer 79/2013: http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/eb/eb79/eb79_fact_uk_en.pdf

In fact, the beginning of this tumultuous relationship coincides with the decade dominated by Margaret Thatcher that since her election in 1979 posed herself in a position of severe critics toward the British economic contribution to the European budget, accusing EEC of an unfair distribution of resources[1] on the cry of “We want money back!”. By the way, the most emblematic example of this anguished relation seems to be the British behavior towards the European Monetary System (ESN) and the ratification of the Maastricht Treaty that led to the lower point in the “euro-relations” of the country.

So, a narration built around the very popular theme of “independence” offered to UKIP the possibility to make consensus easily. It would include the independence from the EU, but also independence of citizens from the pervasive state intervention and an independent thinking on issues such as Europe, immigration and climate change where UKIP depicts itself as an alternative to elite consensus [Whitaker & Lynch 2011]. For example, it made this focusing on the costs of membership, the impact of the Working Time Directive on the National Health Service and how EU regulations shape local issues from job losses in manufacturing to the building of wind farms.

A Mechanistic Explanation for the vote to UKIP.

So, behind UKIP success seems to be not only protest voting, also if it remains a relevant component in this phase of economic crisis which stroke – with minor intensity than Southern Europe – also Great Britain. The increasing support obtained by the Independent Party could also be read as symptom of a growing citizens’ intolerance towards rules and decisions imposed by the European Union, more and more considered as a constraint rather than an advantage.

In this perspective Farage played the “double card” of euroscepticism related to both economy and immigration, two issues particularly dear to the party. UKIP is able to ride the wave of widespread discontent toward EU institutions related to the perspective of the free access to Great Britain allowed to the Bulgarian and Romanian citizens since 2014. In this case the immigration issue comes to mix with the eurosceptic one, allowing Farage to increase personal and party popularity as recent electoral results and polls have shown.

UKIP’s success has to be read as expression of an historical desire of British people. Its growth has not been caused by the economic crisis exploded in 2009, but rather it has favored them. In fact, the party led by Farage embodies the historical anti-europeist feeling diffused in the country, all along not only geographically but also culturally and politically isolated by the rest of the continent. The leader of UKIP intercepted and put into effect these feelings, creating a party in correspondence with the ratification of Maastricht Treaty, which meant for Great Britain also a painful transfer of sovereignty [Ford et al., 2011].

In the name of their independence from Bruxelles’ bureaucracy, citizens supported those that seem to be able to defend it. In this particular moment, when EU requests its members for an additional effort in term of economic solidarity with – in particular – Southern European countries and the same Union is expanding its boundaries, the national and populist rhetoric of UKIP results to be successful[Whitaker and Lynch, 2011]. In fact, a certain part of the citizens see in UKIP policies the real possibility to realize an “exit strategy” from EU, permitting UK to reacquire its lost sovereignty and to decide not only in the field of immigration, but also in those of environment and labour, felt today too controlled by Bruxelles. Within this narrative, UKIP can also link EU membership to national and local issues that are of greater concern to voters.

In conclusion, it is possible to define the rise of UKIP as a product both of cultural and contingent factors. In fact, it represents the expression of a secular “jealousy” of British people for their own independency in the fields of both politics and policies – and economy in particular. On the one hand, the birth of the party in 1993, in correspondence to the Maastricht Treaty – and the consequent limitation of UK sovereignty in its policy-making in particular in theme of immigration and economy – seems to represent a quite clear causal mechanism. On the other hand, its recent growing success started in 2009 and culminated nowadays – when Europe is facing the acute phase of the economic crisis – confirm that an anti-europeist feeling is very widespread in the country, leading citizens to support those political forces who proclaim themselves guarantors of the British sovereignty.

 

[1]  In the first half of the 1980’s, almost 80% of EEC budget was destined to the Common Agricultural Policy (CAP), which was essentially directed to France and the other continental countries rather than UK, more devoted to an industrial and financial economy.

Italicum: tanti vizi, poche (o nessuna) virtù

Alla fine la montagna partorì il topolino. L’Italicum – o come l’ha subito ribattezzato Giovanni Sartori, Pastrocchium – ha iniziato ieri l’iter di esame da parte del Parlamento e punta ad essere da questi licenziato entro i prossimi mesi. Sembra, infatti, che stavolta centrosinistra e centrodestra abbiano trovato l’accordo sul terreno scottante della riforma elettorale, con la convergenza tra i leader di PD e FI, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, e i loro plenipotenziari in materia, Roberto D’Alimonte e Denis Verdini. Ma quale prezzo si è dovuto pagare per ottenere tale risultato? La prima impressione è quella di aver ottenuto poco più che un Porcellum mascherato, “vino vecchio in otri nuovi”, fumo negli occhi dell’opinione pubblica. Esso sembra, infatti, mantenere in piedi tutti i punti critici della legge azzoppata dalla Corte il 4 dicembre scorso, pur presentandoli sotto una nuova veste di ritrovata “verginità costituzionale”.

Premio di maggioranza. Nel progetto di riforma Renzi-Berlusconi il premio di maggioranza resta in piedi. Non più al 55%, ma ridotto al 53% per la coalizione/lista che ottenga il 35% dei voti al primo turno o – nel caso in cui nessuno raggiunga tale soglia al primo scrutinio – si aggiudichi la vittoria al ballottaggio tra le due liste/coalizioni più votate. Come si può notare facilmente, l’abolizione del premio precedente (340 seggi) è stato sostituito con un sistema più macchinoso ma che in realtà cambia di poco la sostanza. Infatti, tramite tale meccanismo verrebbe assegnato un premio pari al 50% dei voti ottenuti che, lontano dall’essere una piccola quota aggiuntiva di seggi (come accade invece in Grecia con la recente riforma elettorale), va a distorcere senza criterio la rappresentanza parlamentare. E’ vero, anche Regno Unito, Francia e Spagna hanno sistemi fortemente disproporzionali, ma il punto è che essi creano tale risultato non “forzando” artificialmente la volontà popolare, ma strutturandola nel lungo periodo in relazione alle regole elettorali.

La logica del premio di maggioranza – come ha giustamente osservato Piero Ignazi, uno dei maggiori sostenitori del majority francese – ha in tal modo natura fondamentalmente “emergenziale”, venendo adottato solamente come presupposto alla debolezza del sistema politico nel determinato contesto storico (come, appunto, avvenuto in Grecia), assumendo carattere congiunturale e destinata a breve vita come i suoi immediati predecessori Mattarellum e Porcellum. Tale scelta appare quindi poco condivisibile, rappresentando l’ennesimo esempio dell’approccio miope di una classe politica incapace di guardare al di là dell’interesse contingente e comportarsi responsabilmente come quegli attori istituzionali che l’Italia sembra ormai incapace di produrre.

Liste bloccate. Altra eredità del Porcellum di matrice calderoliana è rappresentata dalle liste bloccate, ovvero l’impossibilità per gli elettori di poter scegliere direttamente il proprio rappresentante, rendendo quest’ultimo direttamente responsabile del proprio operato. L’escamotage in questo senso è stato quello di “accorciare” le liste, che dovrebbero ora essere composte al massimo da 6 nomi (sul modello spagnolo), in modo da far meglio digerire ai cittadini quello che in questi anni è stato considerato il maggiore vulnus al principio democratico della rappresentanza parlamentare. Per quanto lo sforzo di sfrondare le chilometriche liste di nominati sia stato apprezzabile, la scelta di optare ancora per una “spersonalizzazione” del voto è apparsa piuttosto discutibile a dimostrazione, ancora una volta, l’insensibilità della classe politica alle istanze dell’opinione pubblica.

Tale atteggiamento rischia, una volta di più, di prestare il fianco alle critiche del M5S e di Grillo, che – sebbene in diversi frangenti dichiaratisi sostenitori del Porcellum – non esiteranno presumibilmente a montare la protesta contro la casta che gioca l’ultima carta delle liste bloccate per permettere la propria autoconservazione. E’ vero, le liste corte sono ben altro rispetto a quelle conosciute dal 2006 ad oggi, e la Consulta si è espressa favorevolmente nei loro confronti. Ma il problema resta concreto, perché come l’esperienza ha dimostrato, neppure le parlamentarie del PD hanno impedito la presenza di candidati catapultati dall’alto, cui veniva assicurata l’elezione in circoscrizioni a loro da sempre estranee, e rimaste tali anche dopo il voto. E men che meno ci si aspettano passi avanti dallo schieramento opposto, con Berlusconi strenuo difensore delle nominations di emanazione presidenziale.

Fonte: La Stampa

Conclusioni. Questi i due punti maggiormente critici della nuova legge elettorale proposta dalle larghe intese renziano-berlusconiane. Ma molti altri sono i punti critici in ballo. Su tutti il difficile bilanciamento di due principi vitali della democrazia parlamentare: quello della rappresentanza e quello della governabilità. Il prossimo parlamento potrebbe consegnarci un panorama partitico “sfrondato” dei suoi rami più piccoli, in primis Scelta Civica e l’UDC, mettendo a rischio anche Sinistra Ecologia e Libertà (SEL) e il Nuovo Centro Destra  (NCD) di Alfano, pericolosamente in bilico lungo l’asticella della nuova soglia di sbarramento fissata al 5%. A salvarsi sarebbe, invece, la Lega Nord grazie alla clausola “ad partitum” che permetterebbe la rappresentanza alla lista che supera lo sbarramento in almeno tre regioni. Tuttavia, tale clausola potrebbe tornare utile anche al partito di Vendola – che potrebbe superare tale soglia nelle “regioni rosse” e in Puglia – ma che tuttavia, in un sistema del genere corre il rischio di essere fagocitato dal voto utile verso il Partito Democratico.

La strada, dunque, è ancora lunga e il tempo per apportare miglioramenti c’è. Il problema sta nella volontà o meno di Renzi – che in questo frangente detta i tempi del gioco – di voler privilegiare la qualità della legge elettorale alla sua condivisione con Berlusconi e Alfano. Roberto D’Alimonte, consulente tecnico del PD nella redazione del progetto, ha affermato che tale risultato rappresenta “il meglio che si potesse sperare”, visti i veti posti su più punti da Berlusconi. Ma queste parole non possono che lasciare perplessi. La necessità del consenso a tutti i costi, della condivisione che diventa concessione, non trova ragion d’essere se a farne le spese è proprio la qualità stessa di una legge considerata fondamentale in una nazione democratica.

Ancora una volta, la miopia della politica rischia di produrre un mostro istituzionale di cui difficilmente potremo liberarci subito. E’ vero, negli ultimi 22 anni abbiamo votato con tre diversi sistemi elettorali, e a cambiare si fa sempre in tempo. Ma stavolta il problema sta nel vedere se quando saremo di pronti per cambiare troveremo ancora qualcosa in piedi, o solo le macerie prodotte da una irresistibile rincorsa alla mediocrità.

Congresso Nazionale di SEL, l’intervento di Nichi Vendola

Inizia la due giorni di Congresso per SEL, riunita a RIccione fino a domenica per fare il punto sullo stato di salute della sinistra italiana e di tutto il Paese. Dopo il saluto del sindaco di Riccione, è stato il turno del Presidente del partito, Nichi Vendola.

“Sono passati solo tre anni da quell’ottobre del 2010, quando decidemmo a Firenze di fondare un partito per cercare di riaprire la partita. Eppure sembra un secolo. Il mondo attorno a noi e dentro di noi ha viaggiato ad una velocità tale da farci rischiare continuamente uno schianto fatale. Quel 2010 è davvero lontano.

E’ trascorsa un’intera era geologica della politica, è lunghissima la distanza che ci separa dalle speranze e dai progetti del nostro Congresso fondativo….”

leggi tutta la relazione e segui il congresso in streaming

Research Reveals Influence of Media Moguls

Published on Science Daily on December 13th, 2011

Concentrated individual or family ownership of media outlets is bad for editorial independence, according to new research by an academic at the University of East Anglia (UEA).

 Dr Chris Hanretty, a lecturer in politics, investigated the levels of owner influence in 211 different print and broadcast outlets in 32 European media markets, including the UK, France, Germany, Italy, Russia and Spain.

He found that owner influence is greater where voting power within the company is concentrated in the hands of individuals and families rather than companies.

The findings also show that groups which own multiple titles on a national level only are more likely to exercise owner influence, whereas groups which spread their ownership across titles in different countries are less likely to.

Dr Hanretty looked at whether more concentrated ownership increases owner influence and whether individual owners (or ownership stakes held by individuals) bring with them more influence than corporate owners (or stakes held by corporations). He said the findings had implications for policy-makers and regulators.

“Competition authorities might want to look not just at how concentrated the ownership of a particular media outlet is, but also who owns it.

“To the extent that policy-makers and regulators are involved in scrutiny of the acquisition of ownership shares in media outlets, they should exercise different levels of scrutiny depending on whether a proposed acquisition will take an ownership interest from an already-controlling share to a larger share, or whether instead the acquisition will increase the ownership interest’s voting power compared to the status quo.

“Policy-makers and regulators interested in minimizing proprietorial influence have good reason to ‘pierce the corporate veil’ and examine the ultimate owners behind ownership interests, because ultimate owners of different types differ in their propensity to exercise owner influence.”

Dr Hanretty also warned against putting “higher barriers” in the way of ownership of media outlets by foreign operators, in particular groups which have other international titles but no other domestic title, as these groups reduce owner influence.

Anche i Dottorati di Ricerca al giudizio dell’ANVUR

ANVUR – acronimo di Agenzia per la Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca – ha lanciato in queste settimane un progetto sperimentale di accreditamento e valutazione di 104 corsi di Dottorato di Ricerca italiani, presentandolo lo scorso 27 novembre a Roma con Stefano Fantoni e Roberto Benedetto del Consiglio Direttivo.

Obiettivo del progetto è quello di valutare – e si spera innalzare – la qualità dell’offerta dottorale e della ricerca italiana, con il duplice obiettivo non solo di uniformarla agli standard europei, ma di garantirle anche un più alto livello di internazionalizzazione e competitività verso le Università straniere che sempre più spesso diventano mete prescelte di giovani studiosi in cerca di più sicure e allettanti prospettive di ricerca nell’accademia e non solo.

Accreditamento

La partenza di tale progetto ha fatto seguito a quanto deciso nel DM MIUR n. 45/2013 che all’art.3, comma 7 stabilisce:

L’attività di monitoraggio diretta a verificare il rispetto nel tempo dei requisiti richiesti per l’accreditamento ai sensi dell’articolo 4 è svolta annualmente dall’ANVUR, anche sulla base dei risultati dell’attività di controllo degli organi di valutazione interna delle istituzioni accreditate, secondo criteri e modalità stabiliti ai sensi dell’articolo 3, comma 1, lettera b), del decreto del Presidente della Repubblica 1 febbraio 2010, n. 76.

Tale attività di monitoraggio verrà svolta con riguardo specifico ai requisiti minimi richiesti per l’accreditamento, di cui al successivo articolo 4 lett. a) – f).

Ma a tale proposito l’ANVUR, nelle sue linee guida emanate per l’avvio dei Corsi di Dottorato per il XXIX Ciclo, ha aggiunto la possibilità di stabilire ulteriori criteri e indicatori che possono anche essere parametrati alle «caratteristiche medie dei ricercatori del settore a livello internazionale». Si tratta di indicazioni preliminari, ad oggi limitate solo ai 16 membri obbligatori (art. 4.1 lett. a) del Decreto MIUR). Interessante appare, però, la possibilità di inserire tra gli indicatori anche la produzione scientifica di dottorandi e dottori di ricerca da non più di 2 anni.

Valutazione

In tema di valutazione dei Corsi di Dottorato, l’attività di monitoraggio dell’ANVUR trova fondamento giuridico nell’art. 13, comma 2 del DM 45/2013 e riguarderà:

a) qualità della ricerca svolta dai membri del collegio dei docenti;

b) grado di internazionalizzazione del dottorato;

c) grado di collaborazione con il sistema delle imprese e ricadute del dottorato sul sistema socio-economico;

d) attrattività del dottorato;

e) dotazione di servizi, risorse infrastrutturali e risorse finanziarie a disposizione del dottorato e dei dottorandi, anche a seguito di processi di fusione o di federazione tra atenei;

f) sbocchi professionali dei dottori di ricerca.

Per la loro misurazione l’ANVUR utilizzerà indicatori sia qualitativi che quantitativi, così come illustrato nelle slide 30-36. Tra questi vi sono gli indicatori R e X utilizzati in sede di VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca), qui applicati in maniera esemplificativa al caso dei Dottorati di Ricerca attivati presso l’Università di Roma – La Sapienza.

Conclusioni

In conclusione, la fase storica che l’Università italiana si trova ad affrontare oggi è, certamente, di profondo cambiamento, in cui tutti i settori che ne fanno parte – didattica e, soprattutto, ricerca – sono posti a costante valutazione degli organi del MIUR. Il settore della ricerca è oggi quello posto maggiormente sotto la lente d’ingrandimento dell’ANVUR. Mentre si avviano, lentamente, a conclusione le procedure di valutazione dell’ASNAbilitazione Scientifica Nazionale – per l’anno 2012 (e attendono ancora l’apertura quelle per il 2013), e continuano quelle della VQR , una nuova figlia di ANVUR sembra così nascere alla fine di quest’anno proprio con la valutazione e accreditamento dei Corsi di Dottorato (VACD).

Il colpo di spugna che la riforma del 2010 voleva dare al sovraccarico sistema universitario sembra ancora lontana dall’esprimere appieno i suoi risultati, rallentata dagli interminabili lavori dell’ASN (e dal conseguente blocco del turnover) e per la quale il Presidente di ANVUR, Fantoni, ha parlato di possibile ultima tornata con le attuali regole, addensando nuvole e ombre sul futuro di questa procedura considerata – forse a giusta ragione – folle anche per la sua unicità in tutto il panorama internazionale.

Come in qualunque settore di policy, anche in questo caso sembra tocchi alle nuove generazioni pagare le colpe e le irresponsabilità di quelle precedenti. Mancanza di giustizia intergenerazionale direbbe John Rawls. Solita storia per un Paese che azzera le prospettive di (più o meno) giovani studiosi per pagare le colpe di vecchi ricercatori e professori che hanno scalato i gradini della carriera accademica senza meriti, occupando posti e producendo a volte meno di uno studente di Dottorato (si veda l’ex Ministro Renato Brunetta).

Oggi l’ANVUR – “braccio armato” del MIUR – nel tentativo di conciliare la qualità della ricerca con i tagli previsti dalla montiana “spending review” si inventa costantemente tecniche e “formule magiche” per valutare non solo docenti e ricercatori ma anche i loro stessi esaminatori, “strozzati” tra mediane e indici bibliometrici che per quanto discutibili diventano spesso vero e proprio terreno di scontro e disaccordo. Nella sostanza poco cambia, la riforma si è posta traguardi, forse, troppo ambiziosi da raggiungere. La realtà è che sono passati poco più di 1000 giorni e ancora non si vede la luce in fondo al tunnel.

An Hour with Adam Przeworski

Interview published on balticworlds.com on January 11th, 2011

Professor Adam Przeworski often asks the questions most of us are a little embarrassed to ask. We see democracy as the natural state of affairs. We believe that non-democratic states are abnormal cases that in due course will grow democratic through modernization. We do not ponder the fact that, historically, electoral defeat by incumbents is rare. The American public is brought up to see its roots as democratic and disregards the disdain for party politics often expressed by the Founding Fathers….

continues on Baltic Worlds

Piero Ignazi: Chissà che sistema di voto vuole il Pd

Da L’Espresso, 25 novembre 2013

di Piero Ignazi, Docente di Scienza Politica presso Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

Per fortuna il Porcellum al quadrato, il sistema elettorale messo a punto da Pd, Sel e Scelta civica nella commissione Affari costituzionali del Senato, è stato bocciato. Era una proposta indigeribile e anche un po’ truffaldina. Indigeribile perché oltre a mantenere la distorsione del premio – una concezione aberrante delle logiche di rappresentanza – lasciava intatte sia le liste bloccate sia la differenza di attribuzione dei seggi tra Camera e Senato. Truffaldina perché spacciava per “doppio turno” non il sistema francese ma la ripetizione del voto tra le prime due coalizioni se nessuna superava il 40 per cento dei voti. Ora si volta pagina. In questi giorni sembra ritornato in voga il Mattarellum, il sistema misto (tre quarti maggioritario, un quarto proporzionale) con cui abbiamo votato dal 1994 al 2001.

Ma ci siamo dimenticati dei difetti? La complicazione dello “scorporo” con conseguente nascita delle liste civetta, il mantenimento di una logica proporzionale, l’àncora di salvataggio per i candidati eccellenti grazie alla doppia presentazione (maggioritario e proporzionale). Si continua invece a sorvolare con una leggerezza sospetta sulla ipotesi che ufficialmente dovrebbe accomunare tutto il Pd: il maggioritario uninominale a doppio turno, come quello adottato in Francia per l’elezione dei parlamentari (il “vero” doppio turno). Sui suoi meriti molto è stato già detto e scritto. Per riprendere l’appello in favore di tale sistema, promosso dal capostipite della scienza politica italiana, Giovanni Sartori, e firmato da oltre cento scienziati politici, il vero doppio turno presenta una serie di indiscutibili meriti, cruciali per migliorare la rappresentanza politica e il rapporto cittadini-istituzioni.

In breve: la legittimità degli eletti è alta perché essi necessitano di percentuali elevate per vincere , anche superiori al 50 per cento quando lo scontro si riduce solo a due contendenti nel secondo turno; la frammentazione è contenuta perché per accedere al secondo turno bisogna superare uno sbarramento che (seguendo l’esempio francese) dovrebbe essere intorno al 15 per cento dei votanti – e allo stesso tempo nessuno è escluso in partenza perché il candidato di un partito minore ma ben radicato territorialmente e ben considerato può superare il primo turno e cercare poi il sostegno dei partiti maggiori al secondo; l’elezione diretta di un candidato rinforza il rapporto tra elettori ed eletti e allo stesso tempo evita le degenerazioni insite in un sistema con preferenze; la necessità di assicurare un largo sostegno ai propri candidati spinge i partiti a creare alleanze che prefigurano le coalizioni governo.

Nessun sistema è perfetto, però dato il contesto italiano questa ipotesi costituisce di gran lunga la soluzione migliore. Ma come spesso accade nel nostro paese, le soluzioni limpide e chiare non hanno buona fama né buona sorte. Il Pd sembra seguire lo stesso percorso intrapreso nelle trattative per l’elezione del presidente della Repubblica. Incontri, accordi, scambi con gli altri partiti e soprattutto con l’ex Pdl per arrivare a una qualche sintesi. Con questo atteggiamento, peraltro benemerito e generoso, non fa che complicarsi la vita e perder tempo. A meno che questo non sia il vero fine della ragnatela tessuta in questi mesi, il Pd deve ora indicare la sua preferenza sulla quale obbligare gli altri a scegliere. In questo compito non è certo aiutato da Matteo Renzi che si rifugia in una formuletta, “il sindaco d’Italia”, che in sé non significa nulla. Infatti, se si discute di un sistema elettorale per eleggere i parlamentari e non il presidente del consiglio, allora il sindaco di Firenze deve chiarire che vuole eleggere 630 sindaci d’Italia, tanti quanti sono i seggi della Camera (più i 315 al Senato). Altrimenti parla d’altro, e cioè dell’elezione del premier sul modello adottato in Israele negli anni Novanta e poi subito abbandonato per la sua totale impraticabilità. Ma questo, appunto, è un altro discorso, che va al di là della riforma elettorale. Alla fine , rimane che il Pd, pur disponendo della maggioranza assoluta alla Camera, non ha la convinzione o il coraggio di presentare una sua proposta. In questo modo sarà solo chi lo rappresenta a essere accusato dell’inazione e della mancata riforma.

PD, verso le primarie in cerca di identità

“Non moriremo democristiani!”. Questo il celebre titolo con cui trent’anni fa, all’alba della stagione “crepuscolare” dei governi Craxi, l’allora direttore de “Il Manifesto” Luigi Pintor rivendicava l’aspirazione per la sinistra di essere finalmente protagonista attiva della vita politica del Paese. Di lì a meno di dieci anni il sistema politico così come si era strutturato alla fine della guerra sarebbe crollato, spazzando via i grandi partiti tradizionali come (DC e PSI ma non solo) e aprendo la strada alla competizione bipolare dominata per vent’anni dalla destra berlusconiana.

Quel titolo, che appariva essere insieme un grido di dolore e speranza, è diventato negli anni il simbolo della disfatta culturale e politica di una sinistra oggi incompiuta e priva di identità. Tra i militanti, i simpatizzanti e gli elettori del Partito Democratico, infatti, la convinzione è che “moriranno democristiani”, ostaggi prima di un Berlusconi capace di annientare culturalmente attraverso i suoi mezzi di comunicazione il senso civico del Paese, e oggi delle “larghe intese”, ultimo baluardo – democristiano questo si – posto a difesa delle prerogative della ruling (political) class contro lo tzunami rappresentato dal Movimento 5 Stelle di Grillo.

L’esperienza del governo Letta non ha fatto altro che acuire tale sentimento di rassegnazione verso un partito rassegnato negli anni ad essere comprimario, incapace di elaborare una propria linea politica capace di distinguerlo nettamente dall’avversario di turno. Rassegnazione dunque, ovvero conservazione. E’ questo il più deficit grande di quello che aspira ad essere il partito guida della sinistra italiana, una parte politica che nel proprio dna porta – o dovrebbe portare – i connotati del cambiamento come destino ultimo, del miglioramento globale della società, della lotta verso chi fa dell’oligarchia in politica e dell’oligopolio in economia la propria raison d’être. E invece la linea politica di questo governo appare strozzata in una costante torsione tra necessità e consenso, secondo la più antica e riuscita ricetta democristiana, che per cinquant’anni ha avvelenato un Paese oggi in ginocchio.

Tale approccio trova spiegazione nella natura stessa del partito. Il PD è un partito composito, frutto della sintesi a freddo tra due anime tradizionalmente diverse del centrosinistra italiano. Nel 2007 la tradizione socialista-ex comunista e quella democristiana-popolare si sono unite in un unico corpo politico mantenendo però ben distinti i propri patrimoni culturali e ideologici. Ne è nato un partito a due teste, in cui due culture, distanti su molti temi, sono finite spesso per collidere. Così oggi il partito risulta spaccato in una lotta tra Orazi e Curiazi, tra Fioroni e Bindi da una parte, e D’Alema dall’altro, in uno scontro sempre più ostile in prossimità delle primarie, passate da momento di ratifica plebiscitaria di investiture già decise (vedi Veltroni nel 2007 e Bersani nel 2009), a veri e propri “regolamenti di conti” tra fazioni rivali, secondo quello schema competitivo ad alta polarizzazione a livello non solo interpartitico ma anche intrapartitico.

Così, mentre la faida viene consumata all’interno dell’establishment, il partito si appresta ad incoronare il suo nuovo leader, Matteo Renzi, definito da Gianfranco Pasquino “vincitore (auto) preannunciato”. Infatti, la maggioranza del partito composta dagli ex democristiani e dai coloro che potremmo definire band-wagon democrats, sostengono il leader catch-all, l’uomo capace di parlare “a tutti gli elettori”, di destra e di sinistra. In caso di vittoria appare perciò inevitabile, nonostante le rivendicazioni identitarie del sindaco di Firenze, che il partito si sposti al centro dello spettro politico, moderando sempre più le proprie rivendicazioni in modo da massimizzare i consensi e trasformarli in voti.

Minoritaria nel partito è, poi, quella parte erede della tradizione comunista e socialista che vorrebbe riprendersi lo spazio “vitale” perduto a sinistra, rilanciando il progetto di socialdemocrazia accantonato con la segreteria Veltroni. Il progetto è la creazione di un partito che non abbia paura di definirsi “di sinistra” o, addirittura, “socialista”, che prenda esempio da altre democrazie moderne e consolidate come Francia, Spagna, Germania o i Paesi della penisola scandinava. Proprio questi ultimi ci insegnano come l’esperienza socialista inserita nei confini del modello istituzionale proprio della democrazia liberale sia in grado garantire un efficiente livello di benessere economico, politico e sociale.

Pertanto, chiunque sarà il nuovo segretario del PD, dovrà occuparsi prima di tutto di ricostruire un partito culturalmente diviso e privo di una strategia di lungo periodo. L’impianto c’è, ed è quello costituito dalle organizzazioni locali, regionali e da quella nazionale, nonché dalle tante persone che hanno creduto nel progetto nato alla fine degli anni Novanta con Prodi. renzi_segreteria_pd_italia_cambia_verso3_okIl vero problema risiede oggi nel trovare un buon architetto che sappia ridisegnarne il progetto e una squadra di ingegneri ed operai capaci di applicarlo a tutti i piani della partecipazione politica, capendo soprattutto il terreno sul quale tale edificio dovrebbe essere costruito.

Scegliere se essere socialisti o meno non significa chiudersi nel proprio recinto, parlare solo ad una parte del Paese, escludere chi la pensa diversamente, come molti politici e intellettuali vorrebbero far credere. Questo non è accaduto in nessuno dei Paesi in cui grandi partiti socialisti sono andati al governo. La competizione fa parte della democrazia; la tecnocrazia e le larghe intese ne rappresentano piuttosto una degenerazione. Oggi come allora c’è una parte del Paese che non vuole “morire democristiana”. E non farlo vuol dire innanzitutto proporre un modello di partecipazione alternativo, a partire dal sostrato culturale e in un certo senso ideologico, che crei cioè un terreno comune di condivisione di determinati valori.

Non bastano dichiarazioni di principio né prematuri programmi di governo. Servono “visioni” politiche, progetti a lungo termine, capaci di chiudere l’infinita transizione politica italiana aperta nel 1992 con l’ondata antipartitica post-Tangentopoli e rappresentata dall’anomalia dei nostri partiti spesso deficitari non solo in termini organizzativi, ma anche di raccolta e sintesi di idee e di culture. Tale ondata – apripista dei populismi di matrice berlusconiana e grillina – chiedeva un cambiamento radicale negli uomini e nelle strutture, non già nelle culture e nei valori, ampiamente condivisi e istituzionalizzati ben prima del 1946. E invece si è preferito andare oltre, affidandosi ai leader e al loro carisma come se ciò potesse bastare a colmare il vuoto di fiducia e controllo venutosi a creare. Per tutti questi motivi, l’occasione per il prossimo segretario è ghiotta: dire finalmente al PD da che parte stare e indicargli una rotta precisa che guardi al lungo periodo, puntando a ricostruire le fondamenta di un partito in profonda crisi di identità.

Il tradizionalista Canada verso la riforma del sistema elettorale

Stato federale dal 1867 e membro del Commonwealth britannico, il Canada è considerato da molti un vero e proprio modello di democrazia, in cui una forte rule of law con un solido sistema di garanzia e difesa delle libertà e dei diritti fondamentali unito ad un sistema politico competitivo (secondo la definizione di Lijphart) contribuiscono a soddisfare appieno i requisiti minimi di polity democratica [Morlino 2003].

Tuttavia negli ultimi anni – e in particolare negli ultimi mesi – crescenti critiche sono state rivolte alle istituzioni politiche canadesi e al loro funzionamento, con particolare riferimento all’eccessivo concentramento dei poteri nelle mani del premier [Bakvis e Wolinetz 2005], alla non elettività del Senato (i suoi 105 componenti sono nominati dal Governatore generale) e, soprattutto, al sistema maggioritario di elezione della Camera dei Rappresentanti. Secondo alcuni studi [Aucoin e Turnbull 2003; Milner] questi tre elementi sarebbero responsabili del calo costante e inesorabile della partecipazione elettorale e partitica, contribuendo alla creazione di un vero e proprio “deficit democratico”. Infatti negli ultimi 20 anni, il livello di affluenza alle urne è crollato dal 72% del 1992 al 61% registrato nelle ultime elezioni del 2011, con un picco negativo del 58% nel 2008. Tale dato sembra trovare una spiegazione proprio nella percezione di questo sentimento che trova manifestazione nella scarsa soddisfazione dei cittadini per il divario tra le proprie aspettative in termini di governance democratica – ovvero di efficacia ed effettività dei meccanismi di governo [Mayntz 1999] – e ciò che essi percepiscono nella realtà. Tra gli elementi elencati quali cause di tale processo, il sistema elettorale sembra essere considerato il suo maggior responsabile, tanto da aver innescato un dibattito particolarmente acceso su una sua possibile riforma in vista delle elezioni federali del 2015.

La formula elettorale usata in Canada per la trasformazione dei voti in seggi è il single member plurality system (SMP), ovvero il sistema di collegio uninominale ad un turno usato in Gran Bretagna. Tale sistema, come è noto, ha il pregio di assicurare con una certa probabilità la formazione di governi monopartitici autosufficienti – ovvero in grado di poter contare su una propria maggioranza parlamentare – in sistemi politici multipartitici competitivi come, appunto, quello canadese. Infatti in dodici elezioni federali tenutesi negli ultimi quarant’anni, ben otto volte le urne hanno consegnato al Paese un governo in grado di contare sul sostegno di una solida maggioranza parlamentare, sebbene solo in una di queste occasioni  il partito vincitore – il Progressive Conservative Party (PC) di Brian Mulroney nel 1984 – abbia ottenuto realmente la maggioranza assoluta dei voti. Un altro evidente pregio del plurality system canadese è, inoltre, l’alto grado di accountability garantito da un duplice fattore che investe tanto il potere esecutivo che quello legislativo. Infatti, la formazione di governi monocolore da un lato, e la rappresentanza diretta del territorio secondo il principio “one constituency-one representative” da parte dei 308 deputati (dalle elezioni del 2015 saranno 338) della Camera dall’altro, porta sia i governanti che i singoli deputati ad essere direttamente responsabili del proprio operato e, di conseguenza, sanzionabili da parte degli elettori nelle successive consultazioni.

Tuttavia, nonostante evidenti aspetti positivi, tale sistema non è rimasto esente da critiche, quasi del tutto in linea con quelle portate avanti due anni fa in Gran Bretagna dai Liberal Democrats nella loro sfortunata campagna referendaria per l’introduzione del sistema proporzionale. Su tutte, si evidenzia la critica mossa all’eccessivo grado di disproporzionalità del plurality canadese, ovvero alla discrepanza tra percentuale di voti conseguiti e percentuale di seggi vinti. La logica del winner takes all insita nel sistema, porta all’elezione del candidato che ottiene un voto in più dell’avversario e nella contemporanea “perdita” di tutti gli altri voti conseguiti dagli altri candidati del collegio. La critica mossa poggia sulla supposta mancanza di rappresentanza o, in un certo senso, di pluralismo della rappresentanza poiché lascerebbe senza “voce” quegli elettori – spesso più del 50% – che avevano espresso il voto per gli altri partiti risultati sconfitti. Nelle elezioni federali del 2011 i Conservatori di Stephen Harper hanno ottenuto più del 55% dei seggi (166 su 308) con appena il 39,62% del voto nazionale, mentre i Liberali di Michael Ignatieff e i Verdi di Elizabeth May hanno conseguito rispettivamente l’11,03% e lo 0,3% dei seggi con il 18,91% e il 3,9% dei voti. Pertanto, come avviene in Gran Bretagna, tale sistema elettorale favorisce il partito vincente, penalizzando in modo crescente dal più grande al più piccolo tutti i partiti perdenti, che spesso non riescono a raggiungere una soglia sufficiente per l’elezione al Parlamento. 93554-004-09C6AD56Tra questi, risultano particolarmente penalizzati i cosiddetti issue-specific parties, ovvero quei partiti rappresentanti di particolari istanze sociali quali l’ambiente (i Verdi hanno appena un seggio alla Camera) o le autonomie linguistiche che non hanno così alcuna tutela nella rappresentanza poiché difficilmente riescono ad ottenere un supporto sufficientemente concentrato da vincere nei collegi. Un sistema, dunque, che l’opinione pubblica canadese non considera più adatto ad una società democratica e pluralista, che oggi sente il bisogno di garantire spazio istituzionale ad un maggior numero di voci, in proporzione al peso elettorale nazionale. Un sentimento diffusosi sempre più capillarmente a partire dagli anni Ottanta, quando il governo conservatore di Murloney firmatario del NAFTA fu rieletto nel 1988 nonostante la maggioranza degli elettori fosse contrario alla stipula del trattato commerciale con Stati Uniti e Messico.

E’ proprio da questa “altra metà del cielo”, oggi esclusa o fortemente penalizzata nel sistema di rappresentanza parlamentare, che provengono con più insistenza le richieste di riforma del sistema. Proposte che hanno trovato nel corso degli anni un progressivo accoglimento da parte delle istituzioni che hanno creato sia a livello federale che locale tavoli di discussione, come dimostra il report della Law Commission of Canada che, già nel 2004, raccomandava l’adozione di un sistema misto per una rappresentanza proporzionale dei partiti nella Camera bassa del Parlamento. Accanto a questo i numerosi studi in materia – su tutti quello di Arendt Lijphart [1988] – sembrano aver influenzato il dibattito, diffondendo la convinzione che un proporzionale con scrutinio di lista (lo stesso in vigore nei Paesi Bassi o, nella sua variante, in Germania) possa consentire un riavvicinamento dei cittadini alla politica, oggi colpiti dal sentimento di alienazione e privazione dei diritti nel non vedere tradotti in modo equo i propri voti in seggi. Il movimento riformatore afferma che, secondo una dinamica “a spirale” maggiore sarà il numero dei partiti rappresentati in parlamento, tanto maggiore sarà il livello di affluenza alle urne da parte degli elettori, calcolato intorno al 10% [Blais e Carty 1990]. E maggiore sarà la partecipazione elettorale, maggiore sarà di conseguenza la legittimità del governo e della sua azione, evitando cortocircuiti democratici avvenuti in passato.

Un sistema proporzionale sembra, dunque, ciò di cui il Canada ha oggi bisogno. Tuttavia, l’opinione diffusa sulla infallibilità di un sistema che assicuri maggiore rappresentanza come lo scrutinio di lista appare forse bisognoso di ulteriore approfondimento. Un cambiamento radicale della formula elettorale richiede uno studio approfondito e la messa sul tavolo di tutti i fattori, positivi e negativi che essa comporta. Tuttavia, in un sistema politico non particolarmente polarizzato come quello canadese, la “soluzione proporzionalista” potrebbe apparire utile ad eliminare quel “deficit democratico” che viene avvertito come un problema di obiettivi e possibilità mancate e la cui rimozione permetterebbe un’ulteriore crescita del Paese non solo in ambito politico ma anche in quello economico e sociale, costituendo un possibile trampolino di lancio verso quell’ideale di democrazia che secondo Dahl [1956] resta perfetto e irraggiungibile.

Riforma elettorale: o si fa (il doppio turno) o si muore

Alla vigilia del voto di fiducia da parte del Parlamento al governo Letta, i fantasmi del ritorno alle urne tornano ad aleggiare sul nostro Paese, riaccendendo per l’ennesima volta il dibattito su un sistema elettorale da riformare per evitare l’impasse verificatasi a febbraio con la “vittoria mutilata” della coalizione guidata da Bersani. L’obiettivo da perseguire rimane principalmente quello di garantire stabilità al sistema politico bilanciando le istanze di rappresentatività dei i cittadini con quelle di riduzione della frammentazione del sistema partitico. In questi anni, le proposte di sostituzione del porcellum non si sono fatte certo desiderare: dal ritorno al Mattarellum, al modello ispano-tedesco di Vassallo e Ceccanti, al sistema tedesco voluto da Casini fino al doppio turno francese e al “doppio turno all’italiana” proposto di recente da Roberto D’Alimonte. Tra queste proposte, le uniche su cui appare oggi possibile discutere sembrano le ultime due poiché, seppure perfettibili, appaiono maggiormente adattabili al frammentato sistema italiano e quindi capaci di risolvere le patologie che hanno portato a veder cadere prematuramente la maggior parte dei governi susseguitisi alla guida del Paese.

Naturalmente appare necessario premettere come un sistema elettorale non sia un “abito preconfezionato”, indossabile da chiunque senza il rischio che si strappi non riuscendo a svolgere al meglio i compiti assegnatogli. Molto dipende dal sistema partitico e dal suo livello di strutturazione, che sembra influenzare a sua volta – e forse con maggiore intensità – il sistema elettorale. E’ questo, d’altronde, il dibattito che stimolò il confronto a distanza tra due padri della scienza politica contemporanea, Maurice Duverger e Giovanni Sartori, con il secondo che contestava la supposta relazione causale tra sistemi elettorali e formato partitico così come descritta dal politologo francese [cfr. Duverger 1954; Sartori 1996]. Ma tale teoria non sembra accettabile né in ambito elettorale né in ambito istituzionale, contrariamente a quanto pensano molti coinvolti nel recente dibattito riformatore. Tralasciando quest’ultimo punto, occorre rivolgere invece l’attenzione al sistema partitico (italiano) e alle sue possibili interazioni con la meccanica elettorale. Sembra, pertanto, utile ragionare sugli aspetti strutturali e contingenti del sistema italiano cercando di inserirli nel contesto delle well-established democracies dell’Europa occidentale.

Il primo aspetto degno di attenzione è la mancata bipolarizzazione e la frammentazione del sistema partitico italiano, che né con il Mattarellum prima, né con il Porcellum dopo ha saputo strutturarsi sul modello degli altri paesi europei basati sulla competizione tra due grandi partiti o tra due coalizioni “minime vincenti”, capaci di essere tra loro competitive e alternative. E questo risulta ancor più evidente se si osserva l’indice di Laasko e Taagepera [1979] relativo al numero effettivo di partiti (ENP) che, proprio in quegli anni che dovevano sancire il trionfo del bipolarismo (1994-2001), ha raggiunto il suo apice con una media di 7,01, riducendosi a una media di 4,94 punti dal 2006 ad oggi (5,33 nel 2013). In Europa, solo la Francia ha un valore simile al nostro (5,27 nel 2012), mentre nelle altre maggiori democrazie si hanno valori inferiori, con il 3,34 in Spagna, il 3,95 ottenuto dalla Germania dopo le elezioni della scorsa settimana e il 3,71 del Regno Unito.

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Guardando i dati in tabella, ci si accorge subito come Francia e Italia abbiano un rendimento molto simile in termini di frammentazione partitica, con un andamento parallelo degli indici che si riducono nel biennio 2006-2007 per tornare a livelli superiori nelle ultime elezioni, avvenute rispettivamente nel 2012 e nel 2013. Ma la situazione cambia se si osserva il dato relativo al numero dei partiti presenti in Parlamento. I numeri tra Camera dei Deputati e Assemblea Nazionale stavolta appaiono sostanzialmente diversi. La Francia negli ultimi vent’anni ha tenuto una media di ENPs=2,79, mentre l’Italia ha una media di 5,10, con un apice di ENPs=6,35 nel periodo 1994-2001, quando neanche il discreto tasso di disproporzionalità del Mattarellum è riuscito ad impedire la frammentazione dell’arena parlamentare. L’osservazione dei dati riferiti a questi cinque Paesi europei porta a fare due considerazioni sulla situazione italiana e sulle sue prospettive.

1) Il sistema elettorale sembra influire, ma non automaticamente, sulla frammentazione e sulla governabilità. Una conferma in tal senso sembra venire dall’Italia che, nonostante un sistema fortemente disproporzionale come il Mattarellum e, in parte, il Porcellum, non è riuscita a creare un reale sistema di competizione bipolare sul modello europeo. Si sono create, invece, coalizioni all-inclusive, “pigliatutto”, il cui scopo è quello di aggregare la porzione più ampia possibile del  sistema partitico ed ottenere così la maggioranza dei seggi in Parlamento. Un andamento particolare si è avuto poi dal 2006 ad oggi. Se in quell’anno, con il “battesimo” del Porcellum, il risultato si è esplicato in un elevato livello di frammentazione in termini di voti e seggi, le elezioni del 2008 e del 2013 hanno fatto registrare una certa inversione di tendenza, ascrivibile a cause diverse. Nel 2008 la ridotta frammentazione è imputabile al comportamento dei maggiori partiti (PD e PDL) che hanno bipolarizzato la competizione [cfr. D’Alimonte e Chiaramonte 2010], come conferma anche il basso livello di disproporzionalità generato dal sistema elettorale. Nel 2013, invece, il – relativamente – ridotto numero di partiti presenti in Parlamento è da collegare all’alto tasso di disproporzionalità del Porcellum (LSq=17,34), pari solo a quello di Regno Unito e Francia che usano sistemi elettorali maggioritari (rispettivamente plurality e majority) che, come si sa, tendono a premiare i due partiti maggiori. In breve, il sistema elettorale rappresenta un incentivo. Tuttavia, come dimostra l’esperienza del 2008, il formato partitico appare influenzabile in misura non trascurabile anche dall’atteggiamento dei partiti (nonché dei loro leader) e, conseguentemente, dal giudizio che gli elettori ne danno.

La patologia italiana dell’instabilità va, perciò, curata alla fonte, agendo sui partiti e sulla classe politica che ne è espressione. E’ questa la vera differenza tra il nostro Paese e il resto d’Europa. Nelle democrazie prese in considerazione due partiti principali si contendono la guida del Paese perché essi rappresentano al meglio gli opposti divisi da quelli che Rokkan e Lipset [1971] hanno definito i cleavages, le fratture politiche, intorno a cui viene a strutturarsi la competizione. Si assiste, così, al confronto tra conservatori e laburisti/socialisti, che rappresenta “lo scontro” tra due visioni alternative in competizione, con le due fazioni che vengono a costituire elementi di sintesi del sistema politico in una ideale contrapposizione Destra-Sinistra. Così è nel Regno Unito, così è – tutto sommato – in Spagna, Francia e Germania. Da noi, invece,  il Partito Democratico cerca oggi di proporsi come partito moderato senza accorgersi di aver lasciato scoperto il suo “fianco sinistro” che ha finito o per rifugiarsi nell’astensionismo o per ridistribuirsi tra M5S, SEL. A destra Berlusconi, reputato da sempre fattore “bipolarizzante” della competizione si è rivelato nel lungo periodo elemento destrutturante del sistema partitico. Rappresentante di una politica priva di storia e legami ideologici, il centrodestra italiano ha perso contatto con la parte moderata del conservatorismo italiano, rifugiatasi anch’essa nel baratro dell’astensionismo, nell’effimero Terzo Polo e nel M5S. Ora che il Cavaliere sembra avvicinarsi alla fine della sua esperienza politica appare inevitabile una scomposizione ulteriore del suo elettorato, diviso tra i falchi e le colombe pidielline, e gli altri partiti minori alleati e non.

2) Maggioritario a doppio turno come incentivo alla ristrutturazione del sistema, ma serve altro. La seppur breve analisi fatta in queste righe porta a esprimere un deciso sostegno a favore del sistema elettorale usato in Francia per l’elezione dell’Assemblea Nazionale, il maggioritario a doppio turno. Un sistema che gli italiani conoscono piuttosto bene, dal momento che – seppure in una forma diversa – lo utilizzano a livello locale per l’elezione dei sindaci, soluzione che, per tale motivo, potrebbe incontrare anche il favore di Matteo Renzi che più di una volta ha invocato – seppure con una certa vaghezza – l’adozione anche a livello nazionale della legge utilizzata per l’elezione dei primi cittadini. In Francia tale sistema ha funzionato efficacemente nella limitazione della frammentazione partitica che caratterizza – al pari di quello italiano – il suo elettorato e che quindi potrebbe dispiegare tali effetti benefici anche da noi. Infatti, tale sistema garantirebbe: chiarezza degli esiti elettorali la sera stessa delle elezioni, evitando situazioni di stallo e contrattazioni “oscure” tra forze politiche; possibilità di rappresentanza per quelle forze politiche concentrate territorialmente; possibilità per gli elettori di scegliere i propri candidati direttamente al’interno dei collegi; forte legittimazione sia a livello nazionale per il partito che e a livello locale per i deputati grazie all’alta percentuale con cui il candidato viene, spesso, eletto. Tutto questo, unito a soglie di sbarramento efficaci, ridurrebbe la frammentazione facendo convergere i voti sui partiti maggiori e sui loro (pochissimi, al massimo due) alleati. L’esempio francese è illuminante: il PS nelle ultime elezioni con il 29,4% ha ottenuto il 48,5% dei seggi (280 deputati) raggiungendo la maggioranza assoluta grazie ai 12 seggi portati in dote dagli alleati Radicali. Naturalmente, come detto all’inizio, i sistemi elettorali sono “prodotti di alta sartoria”, ovvero meccanismi che vanno ritagliati su misura della realtà in cui vengono impiegati e in cui difficilmente vi si adattano forzosamente.

L’obiezione che si potrebbe fare al ragionamento precedente è che oggi il sistema italiano, a differenza di quello francese, conta anche un “terzo incomodo” rappresentato dal Movimento 5 Stelle che, alle ultime elezioni, ha raccolto un ottimo 25% dei voti, risultando il primo partito alla Camera. Questo è certamente vero, ma proprio il basso rendimento del partito (in media sotto il 10%)  nelle elezioni amministrative che adottano un sistema simile a quello francese dovrebbe incoraggiare almeno il centrosinistra (PD e SEL) a perseguire tale obiettivo di riforma nell’ottica della costruzione di una democrazia finalmente maggioritaria. Sia chiaro che doppio turno alla francese non implica necessariamente il semipresidenzialismo, come troppo spesso parti del centrodestra hanno voluto far credere. La riforma istituzionale è altra cosa, e non solo non è necessaria ma potrebbe rivelarsi dannosa. Stimati docenti di scienza politica, tra cui Piero Ignazi e Marco Revelli, hanno ribadito la natura parlamentare della cultura istituzionale italiana, decisa in sede costituente nel lontano 1946. Una riforma della Costituzione rappresenterebbe una forzatura e, come già scritto in precedenza, potrebbe avere conseguenze nefaste vista la scarsa responsabilità delle attuali elite politiche. La riforma della legge elettorale appare ben più urgente, per selezionare una classe parlamentare non solo (più) competente ma che goda dell’indispensabile fiducia dei cittadini per poter così mettere mano all’unica riforma istituzionale necessaria, l’abolizione del bicameralismo perfetto.

L’intramontabile Mugabe e la stretta mortale sullo Zimbabwe

Sono passati ormai 33 anni da quando, nell’aprile del 1980 lo Zimbabwe vide riconosciuta ufficialmente la propria indipendenza e sovranità dal Regno Unito, che per quasi cento anni ne aveva fatto proprio possedimento coloniale. Il cammino del Paese verso l’indipendenza fu, infatti, uno dei più duri e lunghi di tutta l’Africa, risultando il penultimo stato – solo nel 1990 la Namibia ha completato il processo di decolonizzazione del continente – ad ottenere l’emancipazione prima dal governo di Londra e poi dal governo “ribelle” e razzista instaurato dalla minoranza bianca guidata da Ian Smith. Dopo ottantacinque anni di vita, quella che fu la Rhodesia (fino al 1965 Rhodesia del Sud) divenne l’attuale Zimbabwe ottenendo la liberazione dalla segregazione razziale e vedendo riconosciuto il diritto per la maggioranza nera di accedere alla vita politica, sociale ed economica del Paese. Nello stesso tempo alla minoranza bianca fu concesso il mantenimento della proprietà della maggior parte dei latifondi, con l’agricoltura che ha sempre costituito il volano dell’economia zimbabweano.

Guida politica verso l’indipendenza, Robert Mugabe, è considerato da tutti padre (e padrone) della patria, al vertice dello Zimbabwe prima in qualità di primo ministro e poi – dopo averne abolito l’ufficio – come presidente della Repubblica, carica alla quale nel luglio scorso è stato rieletto per la settima volta. Nonostante le accuse di brogli avanzate sia dall’opposizione che dagli osservatori dell’ONU e dell’Unione Europea, Mugabe continua ad essere – letteralmente – il “padrone incontrastato” del Paese, la cui sorte pare essere a questi legata a doppio filo. Infatti la storia dello Zimbabwe sembra divisibile in due fasi, corrispondenti a due diversi approcci di governo tenuti dallo stesso presodente: il primo periodo va dall’indipendenza alla fine degli anni Novanta e coincide con il massimo sviluppo del Paese; il secondo periodo, dagli ultimi anni del secolo scorso ad oggi, è definibile come la fase “discendente” della società zimbabwana a livello sia politico che economico. Minimo comun denominatore dei due periodi di riferimento appare essere la riforma agraria approvata con il Land Reform Act del 1979 che, nell’ultimo decennio, ha sconvolto i rapporti economici e sociali tra bianchi e neri che avevano fatto della ex colonia britannica un modello economico per tutta l’Africa sub-sahariana.

All’indomani della sua nascita lo Zimbabwe, da più parti conosciuto come il granaio dell’Africa, godeva di un settore agricolo particolarmente produttivo e che lo aveva posto all’avanguardia rispetto agli altri Stati della regione. Gli accordi di Lancaster House, sancendo la rinascita democratica del Paese con l’ingresso alla vita pubblica anche della popolazione nera indigena, avevano mantenuto per i bianchi alcuni privilegi, tra cui – appunto – la proprietà della maggior parte dei latifondi, che rimanevano così per il 70% in mano a poco più del 5% della popolazione. Tuttavia, la capacità di questi nell’amministrazione dei terreni agricoli, con l’utilizzo di economie di scala e l’impiego di macchine moderne per massimizzarne la produttività, hanno permesso fino alla fine degli anni Novanta una, tutto sommato, pacifica convivenza tra gruppi etnici, permettendo alla nazione un discreto sviluppo economico, con il tasso di crescita annuale del PIL che dal 1980 al 1999 si è attestato in media intorno all’8%.

La situazione si è, invece, aggravata quando all’inizio del secolo l’esecutivo guidato da Mugabe ha intrapreso la seconda fase della Riforma agraria – il cosiddetto fast track resettlement program – enfatizzando le tensioni sociali che avevano colpito la minoranza bianca, i cui fondi erano stati spesso oggetto di invasioni e distruzioni. Con tale provvedimento il governo chiude la fase della conciliazione in nome del “willing buyer, willing seller”, che aveva pacificamente ordinato la redistribuzione delle terre coltivabili tra le etnie zimbabwiane, aprendo quella più dura e improntata alla violenza, alla coercizione e all’esproprio senza indennizzo nei confronti ai farmers bianchi. La riassegnazione della terra viene fatta in modo discutibile, spesso favorendo i membri della classe politica affine al governo di Mugabe e tradendo l’ideale di equità alla base del progetto di riordino dei latifondi. Così, sia a causa dell’emigrazione di quasi tutti i coltivatori bianchi costretti a fuggire dalle violenze crescenti delle quali erano vittime, sia a causa dell’impreparazione dei nuovi proprietari nella gestione delle terre riassegnate, l’economia zimbabwiana inizia il suo rapido declino in tutti i settori produttivi aggravato dall’impennata dell’inflazione. La crescente mancanza di beni alimentari di prima necessità (-45%), il crollo delle esportazioni (tabacco in primis), l’aumento vertiginoso del tasso di disoccupazione (salito al 95%) e la drastica riduzione delle importazioni (in particolare di greggio) hanno costretto il Paese – già piegato dal problema dell’AIDS – a dover fare i conti con un nemico altrettanto tremendo: la fame. Così Robert Mugabe ha legato indissolubilmente la propria vita a quella del Paese, compromettendone non solo il futuro ma anche il presente. Tra il 2007 e il 2008 il Paese ha conosciuto quel fenomeno conosciuto come hyperinflaction – l’iperinflazione – con un tasso di crescita dei prezzi che due economisti della Johns Hopkins University, Steve Hanke e Alex Kwok, hanno calcolato intorno agli 80.000.000.000% ed con il dollaro zimbabwano svalutato a 2 miliardi di dollari USA, costringendo il governo a ritirarla dalla circolazione.

Inflation and money supply in Zimbabwe

Oggi lo Zimbabwe vive in una situazione difficile, a causa del “decennio terribile” in cui la scelleratezza delle politiche del suo presidente l’ha trascinato. All’indomani della sua recente rielezione, l’ottantanovenne Mugabe ha promesso una svolta decisa in ambito economico, con l’obiettivo di migliorare le cattive condizioni di vita in cui versa la maggior parte della popolazione. Si attendono gli efficaci provvedimenti contenuti nello Short Term Economic Recovery Program (STERP) approvato quasi cinque anni fa e che avrebbe dovuto riformare tre pilastri: il sistema politico – rafforzandone l’accountability – e dei media; il sistema sociale con programmi di welfare in materia di sanità e istruzione; il sistema economico mirando al rilancio della produzione agricola, dell’industria e del settore estrattivo, nonché la reintroduzione del dollaro zimbabwano.

trillion-dollar-ad-zimbabwe

Alcuni segnali di ripresa si sono visti, grazie anche alla discesa dell’inflazione dovuta principalmente alla sostituzione della moneta nazionale con il dollaro americano. Altrettanto apprezzabile il timido, ma costante, aumento del del PIL tornato tra il 3 e il 5% e, secondo le previsioni, destinato a crescere ulteriormente. Tuttavia, la situazione generale resta particolarmente grave. I dieci anni “bui” di inizio secolo hanno minato fino alle fondamenta l’architettura sociale dello Zimbabwe.  La corruzione dell’elite governativa continua a minare la credibilità interna e internazionale di un Paese in cui la disparità tra coloro che gestiscono il potere e i comuni cittadini è spaventosamente grande e in continuo aumento. L’inflazione e le violenze di questi anni hanno spinto poi molti docenti a emigrare all’estero, causando la chiusura di scuole e università. Come conseguenza tasso di alfabetizzazione, da sempre uno dei più alti di tutto il continente, è sceso vertiginosamente. La povertà, salita a livelli impressionanti dal 2008 (oggi attestata all’80%), ha minato la salute di un Paese già martoriato dal’AIDS che colpisce un terzo della popolazione. Le strade della vecchia capitale Salisbury – oggi Harare – raccontano contrasti tra ciò che era (e sarebbe potuto essere) e ciò che è. Alti grattacieli futuristici fanno da contraltare all’immagine dei bambini orfani di genitori morti di AIDS che giocano inconsapevoli della realtà che li circonda. I distributori di carburante – appena due in una città 1.600.000 abitanti – sono spesso a secco perché il governo non ha abbastanza fondi per acquistare greggio dai paesi produttori. Questo è lo Zimbabwe, una terra ricca di materie prime di tipo agricolo e minerario, di bellezze naturali e di enormi potenzialità oggi totalmente sprecate. Il suo “padre-padrone”, Robert Mugabe, si è auto-investito di un divino ius vitae ac necis, come se la propria vita e quella del suo Paese fossero indissolubilmente legate. Come il suo presidente, lo Zimbabwe sta invecchiando, sfiorendo, martoriato non dal passare del tempo, ma dalla corruzione delle istituzioni, dalla povertà e dalle malattie che affliggono il suo popolo e che, come le rughe sulla pelle del vecchio Mugabe, segnano senza pietà il decadimento del suo “corpo sociale”. Piccoli segni di ripresa si intravedono, ma perché essi siano effettivi ed efficaci sembra necessario un cambio radicale al vertice e l’instaurazione di un sistema istituzionale democratico che rimetta al primo posto un Paese dalle potenzialità economiche strategiche per l’intero continente africano.

Obama e la guerra in Siria: fine dell’impero americano?

La decisione del presidente Barack Obama di ricorrere al voto del Congresso per ottenere il via libera all’intervento militare in Siria, potrebbe essere letto come la volontà degli Stati Uniti di mettere definitivamente da parte quell’approccio di foreign policy che aveva caratterizzato, soprattutto nell’ultimo decennio, le relazioni internazionali americane in medio oriente. Infatti, dalla guerra in Afghanistan dell’ottobre 2001 voluta da George W. Bush all’intervento militare in Libia del marzo 2011 sotto la presidenza Obama, la politica militare americana ha sempre fatto ricorso al concetto di preemptive war (guerra preventiva) secondo quella che è stata definita come “dottrina Bush”. Tale approccio, le cui linee furono illustrate nel 2002 dall’allora presidente repubblicano all’accademia militare di West Point, prevedeva il ricorso alla cosiddetta “guerra preventiva”, basata sull’azione militare unilaterale, nonché sulla sua necessità nel ristabilire l’ordine democratico, la libertà e la sicurezza in tutte le regioni del mondo, come diritto «of every person and the future of every nation».

Invece il ricorso di Obama al procedimento di consultazione del Congresso previsto dalla Costituzione del 1787 (articolo 1, sezione VIII, paragrafo 11) è stato giustificato dallo stesso Presidente facendo richiamo al radicamento dei principi dello Stato di Diritto nell’ordinamento americano: «I’m the president of the world’s oldest constitutional democracy. I will seek authorization for the use of force from the American people’s representatives in Congress». In una sola frase Obama ha richiamato due principi cardine per qualunque democrazia moderna. In primo luogo, la Carta Costituzionale, legge fondamentale del paese, che si erge “eterna” davanti al susseguirsi del tempo e degli uomini chiamati ad interpretarla e agire secondo i suoi precetti. In secondo luogo, il principio della rappresentanza, scolpito nella formula «We, the people» e che proprio nel Congresso trova espressione al suo livello più alto. soldato-americano-afghanistan La scelta di richiamare questi principi e di agire all’interno del solco da essi tracciati non è casuale: in un periodo di crisi di fiducia da parte dei cittadini, provati dalla crisi economica degli ultimi anni e dal recente scandalo sui programmi di “spionaggio” portati avanti dalla National Security Agency (NSA), la mossa di Obama di tentare un riavvicinamento ai cittadini cercando, tramite i loro rappresentanti, una maggiore condivisione decisionale, è parsa decisamente azzeccata. Una scelta che trova ulteriore forza anche alla luce non solo dei recenti sondaggi che indicano come quattro americani su cinque reputino necessaria l’approvazione del Congresso circa un eventuale intervento armato, ma anche delle due lettere firmate da più di cento deputati per richiedere in questo frangente un maggiore dialogo tra le due istituzioni.

Tuttavia, l’impegno di Obama deve ora fare i conti con l’isolazionismo internazionale che sta venendo a crearsi in questi giorni. La Russia, contraria ad un attacco militare, difende i propri interessi economici in Siria, dal momento che questa rappresenta un importante partner di Mosca in termini di esportazioni di armamenti (10%) e di gas naturale, con Damasco snodo fondamentale anche per il collegamento del gasdotto verso Turchia e Unione europea. La Gran Bretagna, ad oggi, è l’assente più ingombrante. La settimana scorsa la Camera dei Comuni ha bocciato, con 285 voti contrari, la mozione del governo Con-Lib di David Cameron per il via libera all’azione militare in Siria. Il risultato è stato accolto con una certa freddezza dallo stesso primo ministro, forse sollevato di non doversi impegnare in un nuovo e dispendioso conflitto internazionale, potendo così continuare a guardare più al di qua che al di là della Manica. Obama ha, invece, trovato un insospettato alleato nel presidente francese François Hollande, nei giorni scorsi dettosi pronto a partecipare attivamente all’azione militare contro il regime siriano. Tuttavia, le sue dichiarazioni sono state raffreddate dalle previsioni dell’art. 36 della Costituzione francese, secondo cui è solo il Parlamento a poter «autorizzare» un intervento militare, senza possibilità per Hollande di fare appello alle “cause eccezionali” previste all’art. 16 e che allargherebbero la sfera d’azione presidenziale. La discussione e la relativa votazione, tra l’altro, non avverranno prima della prossima settimana, permettendo così al Presidente socialista di studiare le mosse dell’alleato americano e degli altri partners europei – tra cui l’Italia – che tuttavia hanno già fatto sapere di escludere qualunque azione senza un mandato delle Nazioni Unite. Anche in questo caso i più critici hanno visto in questo isolamento la fine irreversibile dell'”Impero americano”, e la perdita del ruolo di guida indiscutibilmente esercitato da Washington sugli alleati europei dal secondo dopoguerra.

Oggi, quindi, gli Stati Uniti – e il suo Presidente – si trovano davanti ad una vera e propria prova di forza, diplomatica e politica prima ancor che militare. L’Impero unipolare nato con la fine della Guerra Fredda sta lentamente lasciando il passo ad un sistema sempre più multipolare, in cui la corsa al primato economico va sostituendosi a quella sul piano militare, con l’emergere di quelle nuove potenze regionali raccolte sotto l’acronimo BRICS. La fase post-1990 che ha visto gli USA come “watchdog dell’ordine mondiale” sembra venir meno, con la Presidenza americana forse convinta della necessità di un progetto di progressivo abbandono del militarismo internazionale umanitario (di cui Clinton fu abile interprete negli anni Novanta), e di una exit-strategy soprattutto dal “pantano mediorientale”. Questo era il progetto della Presidenza Bush (2001), prima che gli attentati di Al Qaeda al cuore dell’America costringessero l’amministrazione repubblicana a rivedere la propria agenda di politica estera. Questo spiegherebbe anche la lentezza con cui, rispetto al passato, l’amministrazione Obama sembra essersi mossa nei confronti della crisi siriana, quasi fosse da un lato costretta ad intervenire per coscienza ma dall’altro lato riluttante a farlo per opportunità. Certo è che la condotta tenuta da Obama in questa situazione, con la decisione di seguire in modo lineare l’iter costituzionale, rappresenta una rara eccezione nella prassi istituzionale del paese, e una decisa risposta a quanti nel 2011, a seguito della sua decisione di muovere guerra alla Libia di Gheddafi senza il parere del Congresso, parlarono di “incostituzionalità” dell’azione presidenziale e di trasformazione dell’America in un Impero autocratico, caratterizzato da una deriva verticistica e militare del potere esecutivo. Tra questi, Bruce Ackerman, nel 2010 in un suo libro parlava di «decline and fall of the American Republic», accusando la deriva di un Congresso incostituzionalmente spogliato di prerogative decisive conferitegli dai padri costituenti tre secoli prima e rinforzate nel 1973 con il War Power Resolution nel tentativo  di limitare i poteri del Presidente quale Commander-in-chief.  La scelta  compiuta da Obama capovolge questo scenario. Se da un lato dà voce a coloro che accusano il Presidente un lack of leadership sia interna che internazionale, dall’altro lato rafforza il “sacro” principio costituzionale americano dei checks and balances che fanno degli USA, come ha ricordato lo stesso Presidente, la più antica democrazia costituzionale del mondo.

La strategia di Berlusconi tra conservazione e logoramento

Che la sentenza pronunciata la scorsa settimana dalla Corte di Cassazione sul “caso Mediaset” sarebbe stata portatrice di (infinite) discussioni e polemiche lo si sapeva. La levata di scudi dei “pasdaran berlusconiani” – Biancofiore, Bondi e Santanché su tutti – sono stato i più banali tra titoli di coda che avrebbero potuto accompagnare la decisione dei giudici di piazza Cavour. I richiami alla guerra civile del “poeta maledetto” Bondi, oltre che infastidire e far sorridere i più, non sono stati altro se non quello che Piero Ignazi ha ben definito come l’ennesimo “riflesso pavloviano” del PDL, sempre pronto a giocarsi la carta – spesso vincente – dell’attacco alle cosiddette “toghe rosse”. Tuttavia, ciò che tutti si chiedevano nei giorni immediatamente precedenti (e in quelli successivi) alla pronuncia della Cassazione, era se tale decisione avrebbe potuto influire sui destini del governo di larghe intese guidato dal premier democratico Enrico Letta. Ci si è chiesti – e ci si domanda ancora oggi – infatti, se la condanna definitiva di Berlusconi per frode fiscale porrà fine al traballante esecutivo, dove il secondo principale azionista giace ormai acefalo e sempre più allo sbando.

La risposta appare molto più semplice di quanto non possa sembrare, ed è stata a grandi linee esposta da Berlusconi nel suo comizio-lampo di domenica pomeriggio a Roma. Ovvero, tutto resterà così come è. Infatti, se da un lato il PD ha chiaramente spiegato attraverso il segretario Epifani che non farà altre mosse se non favorire l’esecuzione della sentenza – votando in Commissione e in Aula per la decadenza di Berlusconi da senatore – il PDL non sembra avere alcuna intenzione di mandare tutto all’aria e ritornare alle urne in autunno. Berlusconi: Santanchè, F. Cristiana pensi a fedeQuesto perché ora Berlusconi può ancora contare su un esecutivo da lui fortemente monopolizzato negli uomini e nell’azione e che rischierebbe di non avere più se si tornasse ad eleggere un nuovo Parlamento. Questo per due motivi.

Il primo deriverebbe dalla considerazione secondo cui, sebbene i sondaggi premino il PDL come primo partito nelle intenzioni di voto, il declino costante del partner leghista da una parte, e i ribollimenti interni ai democratici dall’altra, potrebbero dar vita dopo le elezioni anche ad una – quanto mai ad oggi inaspettata – alleanza di questi ultimi con M5S e SEL, evento che sarebbe senza dubbio quanto di più nefasto per il Cavaliere.

Il secondo motivo è costituito dalla perdita di consenso che potrebbe derivare dallo “staccare la spina” al governo in una fase tanto delicata della sua azione politica. Sembra, infatti, che “l’approccio responsabile” dei partiti al governo sia stato particolarmente “remunerativo” in termini di voti, soprattutto per il PD che, per diverse settimane, è riuscito a contendersi con il PDL la prima posizione nei consensi dell’elettorato. Pertanto, un atteggiamento irresponsabile a meno di un anno dalle elezioni, sembra poter soltanto nuocere a Berlusconi e al suo partito.

Fatto sta che, pur restando saldamente al governo, difficilmente il PD e il suo elettorato potrà digerire la cohabitation con chi in questi giorni scalpita e urla con la bava alla bocca contro uno dei tre poteri dello Stato, nel tentativo di delegittimarne l’azione e le decisioni. In aprile la parte moderata e dialogante dei democratici aveva potuto trovare sponda nella “responsabilità pidiellina”. Oggi che i berluscones appaiono compatti nel minare – senza remora alcuna – le basi dello Stato di diritto fondato sulla separazione dei poteri, una tale convivenza appare più che mai sconveniente e scomoda per l’establishment di un partito già dilaniato dai conflitti interni tra correnti in vista del Congresso d’autunno che dovrà eleggere il nuovo segretario.

In questa fase a trarre vantaggio potrebbe essere sia il Movimento 5 Stelle, che sembra aver trovato finalmente una propria dimensione anche a livello istituzionale, sia Sinistra Ecologia e Libertà che ha evidentemente goduto in questi mesi di un discreto travaso di voti dal PD, intercettando buona parte di coloro che sembrano aver mal digerito l’unione “contro natura” con il PDL.

Oggi più che mai appaiono perfette per Berlusconi i versi dell’epitaffio dello scrittore statunitense Saul Bellow, il quale volle che nel luogo della propria sepoltura fosse riportata la frase: “Qui giace un vinto che non si è arreso”. Così come Bellow, infatti, il Cavaliere giace oggi sì condannato, ma sia lui che il PDL – almeno per il momento – sembrano ben lontani dallo sventolare bandiera bianca. Oltre alle manifestazioni e alle folkloristiche richieste di grazia da parte dei suoi fedelissimi, Berlusconi appare ancora una volta avere in pugno i propri avversari, tenendoli sotto scacco e puntando al loro lento e progressivo logoramento, cercando nel contempo di aumentare i propri consensi ricorrendo alla intramontabile strategia delle persecuzioni giudiziarie. Tuttavia, nel lungo periodo, la situazione non sembra altrettanto rosea per il suo partito, che prima o poi dovrà fare i conti con l’ormai necessario ricambio di leadership per troppo tempo procrastinata, a causa probabilmente della natura “padronale” del movimento, creato a immagine e somiglianza di Berlusconi e per tale ragione a questi, forse, indissolubilmente legato.

La Spagna verso la fine del bipolarismo?

A quasi due anni dal trionfale ritorno del Partido Popular (PP) alla Moncloa con la vittoria dell’ “aznariano” Rajoy, il sistema politico spagnolo versa in uno stato di crisi per certi versi molto simile a quello italiano. Infatti, complici anche i vincoli economici imposti dalla troika, l’esecutivo popolare appare oggi in profonda crisi avendo perso nell’ultimo anno, secondo le recenti rilevazioni di Metroscopia, ben 14 punti percentuali, passando dal 44,8 % delle elezioni del 20-N al 23 %. In tutto questo il Partito Socialista (PSOE), orfano della carismatica leadership di Zapatero, non sembra riuscire ad approfittare del crollo della destra, attestadosi ad un modesto 21,6%, con un calo annuo minore rispetto al PP (-1,6%), ma in misura più consistente rispetto al risultato ottenuto nelle elezioni del 2011 (-9,1%), anno della derrota terible da cui  il partito di Rubalcaba non sembra essersi ancora ripreso. Tuttavia, al crollo del PSOE fa da contraltare la crescita esponenziale condotta in questo biennio dalle cosiddette “terze forze”, rappresentate dalla sinistra post-comunista di Izquierda Unida (IU), forte di un sorprendente 16,6 % (+9,9 rispetto al 2011) e Union, Progreso y Democracia (UPyD) – partito di Rosa Diez e da questa fondato dopo la propria fuoriuscita dal PSOE – autore di un vero e proprio exploit che lo ha proiettato dal 4,7% di due anni fa al 13 % registrato nelle ultime rilevazioni statistiche.

Si tratta, dunque, di un quadro politico che appare oggi destrutturato e frammentato, in cui i due partiti storici (PSOE e PP) non riescono più ad essere catalizzatori di consenso, così come era sempre avvenuto nel corso della pur breve storia democratica del Paese. Appare oggi convergere su di essi appena il 44,6% degli elettori, ben al di sotto del 73,3% raccolto insieme nel 2011, segno che per la prima volta nella sua storia, la Spagna ha perso i propri riferimenti politici, secondo una dinamica ben nota all’Italia. Da un lato vi è la deludente performance in campo economico e sociale del governo di Rajoy, che sembra aver assistito impotente alla crescita del tasso di disoccupazione al 27% e del rapporto debito/Pil all’80%, nonché il recente scandalo su presunti finanziamenti illeciti al partito, che ha pesantemente coinvolto il premier Rajoy tanto da costringerlo a riferire nei prossimi giorni davanti al Congresso. Dall’altro lato vi è il percepito immobilismo della segreteria socialista di Rubalcaba, apparso “un leader senza leadership” e incapace di presentare il proprio partito come una credibile alternativa al governo della destra, soprattutto se si pensa che fu proprio il governo Zapatero nel 2010 a inaugurare la politica dell’austerity oggi tanto attaccata dall’opposizione socialista. Ma se il PP sembra poter invocare a sua discolpa la fine della luna di miele elettorale e una linea di policy condizionata dal rigore comunitario, il PSOE sembra oggi ostaggio di sé stesso, diviso al suo interno nella lotta alla futura leadership, ad oggi contesa tra due donne, Carme Chacon (ex ministro della Difesa nel governo Zapatero e sfidante di Rubalcaba alla segreteria due anni fa) e Elena Valenciano, eletta nel febbraio scorso vicesegretario del partito, una mossa che è sembrata quasi volta a voler rimodulare gli equilibri interni al PSOE in questa fase di profonda divisione.

Sondaggio Metroscopia per El Pais del 5 luglio
Sondaggio Metroscopia per El Pais del 5 luglio

Dall’altra parte IU e UPyD contano – come detto – su un 29,6% di voti potenziali, costituendo la vera novità per il sistema politico spagnolo. Un terzo degli spagnoli sembra oggi guardare altrove rivolgendosi verso partiti nuovi – come quello di Rosa Diez – o che comunque appaiono non compromessi con il sistema di potere degli ultimi trent’anni (come IU). Si tratta di partiti che, seppur affondino – in misura diversa – le proprie radici nella cultura politica della sinistra spagnola, si differenziano tra loro per alcuni aspetti sostanziali. In particolare, l’UPyD appare posizionarsi oggi al centro dello spettro politico, secondo un approccio “populista” e di critica totale ad entrambi gli schieramenti. Si tratta di un partito che punta, e sembra ad oggi riuscirci, ad attrarre quello che in scienza politica viene definito “elettore mediano” [cfr. Downs 1957], ovvero quello che “fluttua” tra Partito Popolare e Partito Socialista.  Per quanto concerne IU, invece, questa sembra pescare consensi non solo nell’elettorato socialista deluso tanto dagli ultimi anni del governo Zapatero quanto dalla “morbida opposizione” condotta da Rubalcaba, ma anche in una buona parte degli indignados, un bacino tendenzialmente riconducibile a sinistra e in aperto contrasto con il sistema di governo dell’austerity prima socialista e poi popolare.

Il successo di tali organizzazioni può essere spiegato per due principali ragioni.

Innanzitutto tale accresciuta popolarità conferma l’idea secondo cui la Spagna sia un Paese culturalmente orientato a sinistra [Sanchez-Cuenca 2008]: è evidente come il voto “di protesta” sia stato catalizzato da due partiti di tradizione progressista – con l’UPyD che,tuttavia, tende ad assumere tendenze populiste trasversali – segno che, anche in questa fase di crisi della politica, l’elettorato appare rimanere stabilmente posizionato alla sinistra – o, quantomeno al centro-sinistra – dello spettro politico. Si tratta di un dato importante, che segnala una certa maturità e stabilità della giovane democrazia spagnola. Anche in tempi di crisi, la preferenza politica viene indirizzata a partiti che, seppur in aperta polemica con il “sistema”, sono essi stessi parte dell’arco parlamentare e agiscono secondo le regole proprie della democrazia rappresentativa rifiutando, pertanto, il sostegno a partiti antisistema, come invece accaduto – sebbene con diverse intensità – in Grecia e in Italia. In un clima di generale disaffezione dalla politica, e l’indebolimento progressivo dei legami ideologici, il mantenimento della fiducia nella politica tradizionale rappresenta un punto di forza sostanziale per il rendimento democratico della Spagna.

Da qui ci si collega alla seconda ragione con cui spiegare il successo di IU e UPyD. L’antipolitica, o meglio la critica al sistema politico tradizionale è, ormai, un dato comune e consolidato in gran parte delle democrazie europee. Tanto i sistemi politici più maturi come il Regno Unito, quanto quelle più giovani come Italia e Grecia, stanno attraversando una fase di rimodulazione dei rapporti di forza all’interno del proprio sistema partitico. Si assiste, in tutte queste democrazie ad una perdita – graduale ma importante – di consenso nei confronti dei partiti tradizionali a favore di quei partiti che si pongono come “antisistema”, ovvero come “il nuovo” rispetto al consolidato sistema di potere politico. Così avviene in Gran Bretagna e Grecia con l’ascesa vertiginosa dei partiti nazionalisti di destra (UKIP all’11% e Alba Dorata al 12%) e in Italia con l’exploit del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che nelle ultime elezioni è addirittura risultato il primo partito con più del 25% dei voti e che ancora oggi lo vede posizionarsi intorno al 17%. IU e PDyU rappresentano proprio questo tipo di elettorato deluso e sfiduciato nei confronti dei due partiti maggiori e che cede ai messaggi di rinnovamento (e di rottura) presentati da chi fino ad ora è sempre rimasto escluso dalla gestione del potere esecutivo.

Come si è visto, il sistema politico spagnolo versa oggi in condizioni particolarmente difficili, causate da fattori contingenti quali la crisi economica, ma soprattutto da fattori che sembrano aver agito nel lungo periodo, quali la disaffezione dei cittadini per la politica e, soprattutto, per quei partiti che per più di trent’anni si sono avvicendati alla guida del Paese. A trarne vantaggio sembrano essere le “terze forze”, gli eredi del PCE, Izquierda Unida, e il giovane partito di centro-sinistra – o, come esso stesso si definisce nel proprio manifesto programmatico, progressista – UPyD che, per la prima volta nella storia della cosiddetta Terza Repubblica, sembrano poter mettere in discussione il quasi-bipartitismo spagnolo. E’ proprio a tal proposito che sarà interessante vedere tra due anni cosa accadrà, ovvero se il sistema elettorale spagnolo sarà in grado di assicurare, come ha sempre fatto in questi decenni, una maggioranza stabile al Paese. Oggi la Spagna appare molto più vicina all’Italia di quanto non sia mai accaduto, con il bipartitismo – o, come nel caso italiano, bipolarismo – messo in crisi dal crollo di PP e PSOE e con la catalizzazione del consenso da parte di partiti finora del tutto minoritari in Parlamento e nel Paese. Naturalmente, i dati dei sondaggi vanno devo essere ben ponderati, come insegnano proprio l’Italia e le rilevazioni fatte immediatamente prima delle elezioni di febbraio, che disegnavano uno scenario molto simile, costituito da quella che Duverger avrebbe definito una “quadriglia”, e che invece le urne hanno sancito essere un sistema tripolare con la marginalizzazione del polo centrista di Monti. Certo è che quello che si delinea rappresenta qualcosa di nuovo e interessante, che merita un costante monitoraggio per studiarne l’evoluzione nel tentativo di capire se anche per la Spagna si possa parlare – erroneamente, per la verità – di “nuova” Repubblica.

E se invece che a Washington si finisse a Caracas?

Sembra che Grillo stavolta ci abbia azzeccato scrivendo sul suo blog che il governo, riconosciutosi incapace di proporre una vera riforma elettorale, abbia deciso di dedicarsi a distruggere la Costituzione e, conseguentemente, il Paese. Dopo settimane di discussioni apparse sterili tra un PD sempre più debole nel rivendicare le sue proposte e un PDL deciso a mantenere lo ‘status quo’ di un proporzionale che la storia elettorale del paese dal 1993 ha dimostrato avvantaggiare nettamente, l’attenzione della classe politica e dell’opinione pubblica si è spostata repentinamente verso la ben più ambiziosa riforma costituzionale, che dovrebbe modificare radicalmente l’attuale forma di governo giudicata da molti – forse spesso in modo superficiale – inadeguata a garantire la stabilità e la governabilità di un Paese visto da molti come l’agonizzante Francia della Quarta Repubblica nel 1958.

Per l’Italia tratta di una crisi istituzionale che, proprio come quella nella Francia del secondo dopoguerra, trova la sua origine nell’instabilità governativa, nella paralisi dell’esecutivo e nell’estrema frammentazione di partiti fortemente in crisi che impediscono al Paese di affrontare con efficacia la difficile situazione finanziaria che sta investendo l’Eurozona da quasi quattro anni. Secondo un’opinione diffusa, sembra giunto il momento anche per il nostro paese di abbandonare le istituzioni parlamentari, ereditate dal Regno di Sardegna e fatte proprie dallo Stato unitario sin dal 1861 – ad eccezione della triste parentesi dittatoriale fascista – ed adottare un assetto costituzionale, come quello presidenziale o semipresidenziale, che garantisca maggiori performance governative.

Sembra, infatti, che molti vedano nella ‘svolta presidenziale’ la panacea di tutti i mali italiani, quasi che liberare dei ‘contrappesi’ il potere esecutivo, rendendolo non più diretta emanazione del legislativo possa finalmente chiudere quella ‘transizione infinita’ di cui il Paese sembra perennemente ostaggio. Si tratterebbe, dunque, di mettere da parte quasi 150 anni di parlamentarismo e adottare anche nel nostro paese un sistema politico – come avrebbe detto Lijphart –  meno ‘consensuale’, che premierebbe maggiormente il vincitore fornendogli non solo grandi poteri, ma anche maggiori responsabilità. Ma è davvero possibile far questo? E’ davvero possibile che dalla Francia oltre la legge elettorale si importi anche l’assetto politico semipresidenziale?

Nonostante nelle ultime ore rispettabili esponenti politici (come l’ex premier Romano Prodi) e del mondo dell’università (tra gli altri, Giovanni Guzzetta, Stefano Ceccanti, Sergio Fabbrini) abbiano compiuto un vero e proprio endorsement per tale soluzione, si tratta di una scelta che appare ancora tutta da discutere. E’ vero che l’Italia oggi appare sempre più come la Francia della Quatrième République, ma molti elementi in profondità sembrano delineare una realtà diversa che sconsiglia un innesto ‘a freddo’ del sistema politico transalpino sul nostro assetto costituzionale.

Innanzitutto la Francia del 1958 poteva contare su un personale politico di indubbio valore, forgiato dalle difficoltà della guerra e la cui responsabilità pareva indiscutibile. Nonostante la forte leadership e la altrettanto decisa tendenza accentratrice, il Generale Charles De Gaulle rappresentava un punto fermo su cui costruire una nuova Repubblica che avrebbe consegnato al Capo dello Stato nuovi e forti poteri decisionali nei confronti del governo e del parlamento ormai delegittimato. La classe politica italiana, invece, appare oggi sfaldata e dominata dalla irresponsabilità e mediocrità, tanto da sconsigliare qualunque attribuzione di eccessiva responsabilità nella guida del Paese. Neanche i retorici richiami alla ‘volontà popolare’ potrebbero convincere in questo senso, posto che qui si metterebbe a rischio la stabilità democratica della nazione, che diventerebbe particolarmente sensibile all’azione discrezionale del vertice istituzionale. La possibilità di avere in un ruolo chiave persone come Berlusconi o Grillo appare un’eventualità da scongiurare, viste le tendenze populistiche della loro leadership che causerebbero inevitabilmente un cortocircuito all’interno del sistema costituzionale. Si verrebbe a creare qualcosa più simile al Venezuela di Hugo Chávez che alla Francia di Hollande, paura questa indirettamente espressa dai cittadini nel referendum del 2006, in cui bocciarono il ‘premierato forte’ di marca ‘calderoliana’.

Non si capisce poi il fervore dimostrato per l’inserimento in Costituzione dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica proposta in questi giorni da più parti, tra cui anche il premier Enrico Letta.

'Berluschavez'
Presidenzialismo all’italiana?

Oggi il Presidente è titolare di poteri da sempre riconosciuti come limitati, finanche scarsamente utilizzati tranne che durante la paralisi istituzionale dei mesi scorsi. Oggi invece parlano di questa ‘arma spuntata’ come di ‘ampi poteri discrezionali’, negando evidentemente la realtà. Ma un Capo dello Stato davvero potente avrebbe come gesto risolutore nominato un discutibile comitato di saggi per le riforme? Che senso avrebbe eleggere a suffragio universale un ‘arbitro’ i cui poteri appaiono sempre e comunque soggetti alla volontà ultima del Parlamento? Una elezione diretta sarebbe si comprensibile in un riformato sistema ‘semi’ o del tutto presidenziale, ma in un sistema, per l’appunto, ‘parlamentare’ come il nostro tale scelta sembra inutile e fuori luogo.

La dichiarazione di morte del parlamentarismo giunta da più parti desta altrettanta perplessità. Le democrazie parlamentari esistono e reggono bene come dimostra il caso plurisecolare del Regno Unito, così come quelli di Spagna, Olanda o Germania. Si tratta, in questi casi, di ‘parlamentarismo razionalizzato’, ovvero stabilizzato e reso funzionale da determinate clausole – la sfiducia costruttiva, la fiducia individuale al capo del governo, il potere di questi di nominare/revocare i ministri, quello di sciogliere le Camere – tali per cui il parlamento cede parte della propria sovranità all’esecutivo e, in particolare al premier. Si tratta di previsioni costituzionali che hanno garantito alti rendimenti delle istituzioni e forte stabilità sistemica ma che in Italia oggi non vengono neanche prese in considerazione. Probabilmente per lo stesso motivo che ha impedito di istituire un sistema presidenziale, ovvero quello che qualche hanno fa Sartori definì come lo spettro della dittatura fascista che, sin dalla Costituente, ha impedito al legislatore nazionale di accentrare eccessivamente i poteri nelle mani di un vertice esecutivo, fosse questo il presidente o il premier, anche se in questo caso tali modifiche inciderebbero in modo assai minore rispetto al totale cambiamento sistemico.

Oggi, pertanto, la sponsorizzazione di queste alchimie costituzionali appare più come un vezzo di retorica accademica o populista che come una reale elaborazione analitica della complessa situazione socio-politica. Certamente un problema di efficacia delle Istituzioni esiste e va affrontato. Ma forse andrebbe innanzitutto modificata la legge elettorale, prima tappa del circuito democratico costituito dal flusso “elettori –> parlamento –> governo”. E qui il sistema (elettorale) francese appare la soluzione migliore, visti i livelli di polarizzazione e frammentazione pressoché simili tra i due sistemi e che ha permesso oltralpe la conciliazione tra stabilità e rappresentatività. La storia ha dimostrato che maggioranze stabili create dall’azione corretta della legge elettorale hanno permesso al governo di operare, nonostante spesso l’azione dei singoli attori abbia comportato notevoli difficoltà. Per questo il cambiamento del Porcellum, soprattutto nel senso una maggiore governabilità al Senato, appare oggi provvedimento indifferibile per il governo di grande coalizione in cui il PD ne è azionista di maggioranza.

Diverso appare il discorso per la riforma costituzionale di cui tanto si parla in questi giorni dentro e fuori il Parlamento. Come detto, il sistema parlamentare c’è ed è vivo oggi come nel 1948. E non solo in Italia ma in gran parte d’Europa e del mondo. Il problema pregiudiziale non è costituito dal sistema presidenziale o da quello semipresidenziale, che indubbiamente nei rispettivi contesti hanno agito notevolmente bene. La questione risiede nel fatto che un piede difficilmente si adatta – senza rischiare dolorose deformazioni – ad un numero sbagliato di scarpe. E’ evidente oggi come l’Italia non possegga quei requisiti di responsabilità e coesione socio-politica tale da garantire l’impianto di un sistema fortemente competitivo come quelli sopra richiamati. Tuttavia è evidente che il nostro sistema parlamentare appare suscettibile di alcuni miglioramenti, tali per cui una modifica costituzionale non è da demonizzare tout court. Il punto è che bisognerebbe migliorare e rafforzare le istituzioni parlamentari che hanno permesso a questo paese di rialzarsi dopo il terribile ventennio fascista. La Germania e la Spagna, nazioni comunitarie a noi vicine ci insegnano che il sistema parlamentare può essere un sistema efficiente se dotato di quelle clausole di razionalizzazione tali da permetterne un corretto funzionamento. Clausole di cui l’Italia è oggi sprovvista e che rappresentano un punto debole per la stabilità sistemica del paese. E’ forse qui che politici e tecnici dovrebbero concentrare la propria attenzione, piuttosto che cercare di importare ‘modelli prefabbricati’ che sembrano, almeno oggi, inapplicabili e che invece che a Washington rischiano di portarci a Caracas.

La riforma elettorale può passare per la Cassazione?

L’ordinanza 12060/2013, con la quale la Corte Suprema di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso di un gruppo di cittadini riguardante la legittimità costituzionale della Legge 270/2005 (il cosiddetto Porcellum), ha acceso con nuova forza il dibattito politico intorno alla riforma del sistema elettorale per l’elezione del Parlamento. La Cassazione ha, infatti, accolto il ricorso relativo a due ambiti specifici della stessa legge: il premio di maggioranza per Camera e Senato e l’esclusione del voto di preferenza, rigettando invece il ricorso in merito ad una presunta “menomazione” dei poteri di nomina del Presidente della Repubblica causata dall’indicazione preventiva del nome del candidato premier da parte delle coalizioni. Tuttavia, l’ordinanza presenta punti piuttosto critici che sembra necessario illustrare, soprattutto in riferimento alle questioni riguardanti il premio di maggioranza e le liste bloccate.

Per quanto riguarda il premio di maggioranza per la Camera, si tratta di un sistema majority-assuring, per il suo effetto di trasformare una pur minima maggioranza relativa nella maggioranza assoluta dei seggi. E’ questo il primo punto che la Corte contesta, richiamando i rilievi già avanzati in passato dalla Corte Costituzionale e dalla Presidenza della Repubblica relativi all’assenza di una soglia minima di seggi/voti in grado di far scattare l’attribuzione del premio stesso. Accanto a questo, vengono rilevati dubbi circa l’effettivo livello di governabilità garantito, nonché circa un’eventuale lesione dei principi di uguaglianza del voto e di rappresentanza democratica. Senza entrare nel dettaglio delle motivazioni fornite dalla Corte, si tratta di rilievi che appaiono piuttosto deboli. Innanzitutto, proprio l’effetto “dispropozionale” del Porcellum appare oggi più che mai un valore aggiunto da salvaguardare. In un sistema partitico estremamente fluido, frammentato e polarizzato come quello attuale, assicurare ad uno dei tre poli la governabilità appare condizione necessaria per stabilizzare il sistema. Deboli appaiono, infatti, le critiche dei giudici che, senza imbarazzo, definiscono l’attuale legge peggiore della Legge Truffa e della Legge Acerbo in quanto maggiormente distorcente della volontà popolare espressa nelle urne. Altrettanto discutibili appaiono le motivazioni alle critiche mosse, basate sul fatto che, contrariamente ad altri sistemi elettorali, la disproporzionalità sia causata da “un meccanismo […] normativamente programmato a tale esito”. referendum-legge-elettorale-porcellum1Dunque, il problema starebbe nella “positivizzazione” del premio, problema che, evidentemente, non sussisterebbe nel momento in cui fosse “casualmente” provocato da fattori di meccanica elettorale così come avviene in Spagna o in Francia, dove partiti con il 30% possono anche ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento. Dunque, in merito al premio di maggioranza per la Camera, le motivazioni della Corte appaiono non solo deboli, ma legate forse eccessivamente ad una lettura rigida del dettato costituzionale, un limite che troppo spesso anche i giudici costituzionali sembrano aver scontato. Per quanto riguarda, invece, il premio al Senato, la Corte sembra muovere critiche condivisibili, soprattutto laddove si auspica una modifica nelle modalità di assegnazione, che rischiano non solo di impedire la formazione di una maggioranza a livello nazionale, ma che sembrano violare i principi di uguaglianza del voto, variando sensibilmente tra regioni più grandi e regioni più piccole. Ciò sembrerebbe, infatti, causare una differenziazione del peso del voto in base alla collocazione geografica dei cittadini. Basti pensare agli Stati Uniti, dove in Senato tutti i 50 Stati sono rappresentati da due membri ciascuno a prescindere dal proprio “peso demografico”. Per tali ragioni, i rilievi mossi in questo ambito appaiono piuttosto condivisibili.

Anche sul tema delle preferenze, le motivazioni della Corte mostrano alcuni punti di debolezza, non tanto nella sostanza quanto nelle motivazioni addotte per giustificarle. Infatti, sebbene appaiano condivisibili i dubbi sulla portata democratica delle “liste bloccate” che priverebbero gli elettori della possibilità di scegliere i propri rappresentanti, non lo sembrano totalmente i dubbi sul fatto che il suffragio possa essere “indiretto”,  “non libero” e “spersonalizzato”, e quindi in palese violazione degli articoli 56, 58 e 48 Cost. Innanzitutto, il fatto che il voto sia “diretto” non viene certo inficiato dall’impiego del voto di lista, utilizzato in molte altre democrazie consolidate europee come la Germania che, come ricorda la stessa Corte, prescrive all’art. 38 GG che “I deputati del Bundestag sono eletti con elezioni […] dirette, libere, uguali e segrete”. Quindi lo stesso esempio fornito dalla Corte contraddice da sé la propria ipotesi. Parimenti non si può condividere il dubbio avanzato sulla “libertà” del voto effettuato con le liste bloccate, in quanto il voto di lista non incide sulla libertà di voto come valore democraticamente consolidato nel nostro ordinamento, ma piuttosto funge da vincolo alla scelta dell’elettore. Infine, per voto “personale” la Corte sembra intendere che il voto per essere costituzionalmente legittimo debba essere rivolto alla “persona” del candidato, quando una lettura attenta dell’art. 48.2 Cost lascia intendere che per “personale” debba intendersi “individuale”, espressione della propria volontà interiore, venendo dunque a far cadere i rilievi della Cassazione stessa. Dunque, i rilievi della Corte appaiono piuttosto discutibili nel merito, facendo riferimento anche in questo caso ad una interpretazione letterale ed eccessivamente restrittiva del dettato costituzionale, mostrandosi in sostanza assai deboli. La questione del voto di lista, o delle “liste bloccate”, è un problema sentito dalla maggioranza degli elettori italiani, che merita certamente attenzione e la cui risoluzione passa certamente da una riforma che restituisca loro la facoltà di scelta dei propri rappresentanti, possibilmente attraverso i collegi uninominali, così come avvenuto dal 1993 al 2001. Un problema ben più grave, e che la Cassazione non ha minimamente affrontato, è rappresentato invece dalle “candidature multiple” che consentono a un candidato di presentarsi in più circoscrizioni scegliendo dopo le elezioni in quale di esse risultare eletto. Si tratta di un elemento di una certa gravità che lede – questo si fortemente – il principio di “voto diretto” dei cittadini, richiamato dalla Corte nella sua ordinanza.

In definitiva, il pronunciamento della Corte di Cassazione ha, senza dubbio, avuto il merito di gettare ulteriormente la luce su un tema particolarmente delicato e bisognoso di riforma come la legge elettorale. Tuttavia, come evidenziato sopra, le motivazioni addotte sono apparse deboli e lacunose, quasi guidate da un sentimento di “neo-proporzionalismo estremo” in virtù del quale demonizzare qualunque meccanismo “maggioritario” che implementi la governabilità del sistema. In tutte le democrazie consolidate, le istanze di rappresentanza vengono a scontrarsi o, meglio, coniugarsi con le necessità di stabilità governativa, in virtù di un rapporto di cui l’Italia non può fare a meno. La riforma della Legge 270/2005 appare oggi necessaria nei suoi aspetti più critici quali: le candidature multiple e, come le ha definite D’Alimonte [2007] le 17 lotterie del Senato. Il premio di maggioranza alla Camera va, invece, salvaguardato in quanto unica clausola di salvaguardia contro la deriva “weimariana” del sistema politico italiano. D’altronde a livello sub-nazionale – e regionale in particolare – il sistema elettorale con premio di maggioranza è già ampiamente sperimentato e apprezzato, fornendo alti tassi di rendimento sia dal punto di vista rappresentativo che governativo, tale per cui sembra oggi possibile – e necessario – un suo impiego anche per le elezioni del Parlamento nazionale.

Sic transit (in)gloria mundi..

E così dopo le Idi di marzo che furono fatali a Cesare, accoltellato da coloro di cui più si fidava, si ricorderà anche il 19 aprile del 2013 come il giorno in cui il PD cade, forse mortalmente, sotto i colpi dei franchi tiratori, costringendo alle dimissioni il segretario Bersani. Una sconfitta imperdonabile quella di questo pomeriggio, in cui  l’elezione quasi certa di Prodi al Quirinale si è trasformata in una disfatta, tra accuse, sospetti traditori e oscure manovre orchestrate da vecchi e nuovi “barones” democratici. Termina così, dopo quasi quattro anni l’avventura di Bersani alla guida del PD. Certamente non sarà ricordato per la sua capacità strategica e comunicativa. Ma se per la seconda ci si può appellare al naturale handicap del centrosinistra italiano per qualunque forma di comunicazione efficace e chiara, per la prima, però, difficilmente sembra potersi trovare una giustificazione.

2009/2011 – L’arrivo di Bersani alla segreteria del PD, dopo la vittoria delle (morbide) primarie contro Franceschini e le altre  “comparse” segna un leggero, quanto incerto spostamento del’asse del partito verso sinistra. Sono i tempi della “Foto di Vasto”, quasi una versione moderna della foto di Yalta, dove al posto di Roosvelt, Stalin e Churchill spiccano Vendola, Di Pietro e lo stesso Bersani. Siamo nel 2011, il PD sembra rivolgersi nuovamente verso la propria sinistra, dopo l’abiura fatta nel 2008 da Veltroni che, ostaggio dei pasdaran cattolici del partito, rinnegò qualunque alleanza con la cosiddetta sinistra massimalista, nel frattempo atomizzata e in cerca di una nuova identità.

Ma se mentre con una mano accarezza la vecchia moglie ritrovata, il Segretario sotto il tavolo continua a fare il piedino all’amante di sempre, l’Udc di Pierferdinando Casini, con il quale il PD, grazie anche al suo ambasciatore presso la Santa Sede (di Arcore) Massimo D’Alema, continua a intavolare una trattativa piuttosto confusa e incerta per una futura alleanza di governo. Nascono così le giunte locali “bianco-rosse”, nelle Marche, in Sicilia (dove il PD finisce per sostenere la Giunta Lombardo) e in gran parte d’Italia, con il vecchio Casini sempre pronto a trovar marito con cui metter su famiglia.

Nel frattempo in Parlamento la “chiassosa” opposizione bersanian-dipietrista permette a Berlusconi di varare qualunque legge ad personam e contra nationem, mentre lo spread, futuro #TT del 2012, prende il volo come l’Apollo 11. Tant’è che la prima crisi del governo Berlusconi IV avviene proprio grazie a…Fini, che si sfila dalla maggioranza nel dicembre 2010 mettendo a rischio la tenuta del governo. E’ qui che avviene la prima “vittoria mutilata” del prode Bersani. Quando il Cavaliere sembrava spacciato ecco arrivare in suo soccorso una pattuglia di “responsabili”, incorruttibili volontari, capitanati dall’Onorevole Scilipoti, che mettono in salvo la nave del rinnovato governo Pdl-Lega.

Il secondo “triumphum interruptumdi Bersani arriva nel 2011. Prima le amministrative gli consegnano una serie di “vittorie di Pirro”, ottenute solo grazie all’erosione del consenso berlusconiano crollato sotto i colpi della crisi e della propaganda finiana che in quel momento raggiunge il suo massimo splendore con un roboante 2% ottenuto al Comune di Milano. Vittorie, ottenute con la creazione di quelle “unioni sacre a geometria variabile” con SEL e UDC, mentre Di Pietro lentamente finisce per fare il ruolo dell’amante abbandonata.

Ma l’anno 2011 si chiude con la terza impresa del Segretario: il Berlusconi-quater finisce, quando alcuni onorevoli non gli votano la fiducia perché impegnati ad espletare bisogni fisiologici alla toilette della Camera. E Bersani è li, a raccogliere la vittoria…e a consegnarla a Monti, nominato premier di una squadra di tecnici. La “paura di vincere” la chiamano alcuni. Ma sembra sempre più che Bersani abbia “voglia di perdere”. La partecipazione al “governissimo” con il PDL spiana intanto la strada al Movimento 5 Stelle di Grillo, che diventerà il nuovo seviziatore (spesso involontario) di Pierluigi.

Il 2012 inizia con altre “travolgenti” vittorie alle amministrative, dove vincere al primo turno e con una coalizione che non sia un circo di Moira Orfei diventa un’utopia. Lo stesso accade alle Regionali siciliane, dove Bersani raccoglie la sua quarta prova di forza: questa volta il centrodestra è spaccato, il PDL a stento supera il 10% e la sinistra sembra accarezzare la possibilità per la prima volta nella storia di conquistare la Regione del 61 a 0 del 2001. Ma sul più bello arriva Grillo che con un risultato sorprendente diventa primo partito dell’Isola costringendo il neo Presidente del PD Crocetta ad una quasi semipresidenziale “cohabitation” con il M5S. Tuttavia l’anno si chiude in bellezza per Bersani: vince a mani basse le primarie del centrosinistra per la premiership al ballottaggio contro Matteo Renzi, quello della cena con Berlusconi ad Arcore, che sportivamente si mette al servizio del partito, aspettando qualche mese prima di cominciare a distruggerlo.

Il 2013 è l’anno di grazia di Pierluigi. Berlusconi è di nuovo in campo e tutti giurano di non votarlo più. Persino la Lega nn vuole più saperne di allearsi con il presidente del Milan. Grillo è dato al 10-15%, Monti non impensierisce, anzi, dopo le elezioni potrà far comodo per amministrare il vantaggio sul centrodestra. Bersani si prepara alla quinta impresa della sua segreteria: riuscire dove neanche Prodi è riuscito nel 2006 con il Porcellum: perdere rovinosamente al Senato. E’ talmente sicuro di vincere che decide di non fare campagna elettorale e risparmiare quei soldi per il partito. Il risultato è chiaro: perde anche nella sua Bettola, dove trionfa il PDL, perde tra le macerie dell’Aquila e i rifiuti di Napoli che Berlusconi ha lasciato lì consapevole dell’acume del popolo italico. Il governo non si può fare, bisogna collaborare.

Da dove cominciare? Ma naturalmente dall’elezione del Presidente della Repubblica. Siccome Bersani è uomo di partito decide che stavolta a mettere a segno il sesto punto sarà non solo lui ma anche il suo PD. Decide, dopo mesi di strategia decisa a non dialogare con il PDL ma con il M5S, di ghettizzare questi ultimi e di abbracciare Alfano e Co. scegliendo come candidato presidente l’esperto (…) Franco Marini, che proprio 7 anni fa Berlusconi e alleati rifiutarono come guida di un governo di scopo per la riforma della legge elettorale dopo la caduta di Prodi. La scelta va male, i frondisti affossano il vecchio sindacalista e a testa alta, come se nulla fosse successo il segretario decide di candidare Prodi.

Sic transit (in)gloria mundi.  Questa volta la settima impresa non si compie. Ma non perché la strategia di Bersani abbia successo, ma perché come per Cesare qualche Bruto (con i baffetti) decide che pur di bloccare il nemico di sempre Prodi si può accoltellare alle spalle un tuo compagno e mandare all’aria un intero partito. I franchi tiratori democratici portano all’ennesima sconfitta di Bersani che, senza pensarci troppo, si dimette. Lascia un partito spaccato, senza identità e senza una classe dirigente responsabile, ma ancora altamente competitiva e rissosa. Tuttavia, l’epilogo di oggi è frutto di 4 anni fatti di approssimazione, mancanza di strategia, assenza di comunicazione e soprattutto assenza di un partito vero, rimasto ancora alla “fusione a freddo” tra DS e Margherita e che appare fragile come un vaso fatto solo di cocci incollati. Resta la mediocrità dell’uomo politico, che aveva come unico pregio una visione della politica di “vecchio stampo”, fatta meno di individui e più di comunità. I limiti sono stati la mancanza di leadership, il non tracciare una strada ben precisa da seguire e l’incapacità di porsi come alternativa credibile, come ha dimostrato il voto di febbraio dove gli italiani hanno scelto che sarebbe stato meglio rivotare chi lo sfascio l’ha causato piuttosto che “quegli altri” che non si sa bene cosa dicano e vogliano fare. Il compito che attende il successore di Bersani sarà arduo a dir poco, e lo stesso sarà per il partito. Il PD va a fare compagnia al PSOE spagnolo e alla SPD tedesca, partiti entrambi alla difficile ricerca di un’identità e che sembrano destinati per molti anni a restare spettatori della vita politica nazionale.

La svolta autoritaria dell’Ungheria e il silenzio dell’Europa

La nuova Costituzione ungherese (Magyarország Alaptörvénye) entrata in vigore il 1° gennaio 2012 e gli emendamenti approvati pochi giorni fa a larga maggioranza dall’Assemblea Nazionale, rappresentano un grave attacco al concetto moderno di Stato di diritto, in cui vigono inderogabilmente il principio di indipendenza reciproca dei poteri dello Stato (esecutivo, legislativo e giudiziario) – nonostante la previsione contenuta all’articolo C del testo riformato – e i diritti civili e politici universalmente riconosciuti ai cittadini. La nuova Legge Fondamentale dell’Ungheria condensa nel suo articolato istinti nazionalisti, conservatori e autoritari che difficilmente un qualunque Paese democratico, ancorché membro dell’Unione Europea, potrebbe concepire. Con il “colpo di Stato costituzionale” il Governo di Viktor Orbán, forte della maggioranza dei 2/3 necessari per la riforma della Legge Fondamentale ha riscritto le regole del gioco democratico in quel Paese già tristemente famoso per aver tra i primi inaugurato il “secolo breve dei regimi totalitari” con l’avvento al potere nel 1920 dell’ammiraglio Miklós Horthy, dittatore antisemita, che fece dell’Ungheria uno dei Paesi più fedeli al blocco nazi-fascista guidato dal Fürher Adolf Hitler.

Proprio alle politiche nazionaliste e revisioniste di Horthy – recentemente riabilitato dal Governo di Budapest – sembra ispirarsi la strategia di Orbán, spostatosi negli ultimi vent’anni da posizioni progressiste a posizioni sempre più conservatrici e intransigenti nei confronti di ogni potere democratico costituito, sia a livello nazionale che comunitario. Come l’Ammiraglio Horthy, anche il premier rivendica per l’Ungheria un suo “spazio vitale”, costituito dai territori appartenuti al Regno di Ungheria fino alla Prima Guerra Mondiale e persi in seguito al Trattato di Pace del Trianon (oggi facenti parte della Romania, della Slovacchia  e, più in generale, dell’area balcanica fino alla città di Fiume) e la cui secessione fece passare la popolazione ungherese da 19 a 7 milioni con una superficie ridotta di circa due terzi. Plantu-HongrieTale orientamento risulta ben visibile nel Preambolo della nuova Costituzione in cui vi sono continui rimandi alla Nazione fondata dal Re, Santo Stefano I, e dove la religione cristiana diventa pilastro fondamentale per l’intera architettura costituzionale e sociale del rinnovato Stato ungherese.

Ma scorrendo gli articoli recentemente emendati della nuova Legge Fondamentale, diverse sono le zone d’ombra che non possono non essere evidenziate.

Innanzitutto la previsione di cui all’articolo L, primo comma, che riconosce l’istituto del matrimonio unicamente come unione tra uomo e donna, secondo i valori della religione cristiana che, come detto, nella nuova Carta assumono un rilievo decisivo. Vengono così non solo disconosciute, ma indirettamente condannate le unioni tra persone dello stesso sesso, segnando per il Paese una brusca battuta d’arresto in un percorso evolutivo in tema di diritti civili che a livello globale proprio in questi anni sta facendo registrare importanti passi in avanti.

Il Quarto emendamento ha poi previsto la modifica dell’articolo VII, commi 2 e 3, della Legge Fondamentale, riguardante la libertà di culto all’interno del territorio nazionale. Dopo aver riconosciuto all’inizio dell’articolo la libertà di culto per i cittadini ungheresi, al successivo paragrafo viene specificato che è (solo) il Parlamento che «può, con legge organica, riconoscere come chiesa quelle organizzazioni che si occupano di opere religiose e collaborano con lo Stato per l’interesse pubblico», ponendo perciò sotto l’influenza del potere politico anche la facoltà di stabilire i culti e definirne le forme, affinché questi non vadano contro i principi etici stabiliti dal Governo tramite il Parlamento, con quest’ultimo che diventa mera propaggine del potere esecutivo.

Le limitazioni, tuttavia, riguardano anche i partiti politici, le minoranze etniche e la libertà di espressione, grazie ad una serie di norme costituzionali che, sebbene presentate in altri termini lasciano trapelare il loro carattere scarsamente liberale. Infatti, l’articolo IX, terzo comma, stabilisce che «per garantire le condizioni adatte alla formazione di una opinione pubblica democratica», è previsto accesso gratuito e uguale agli spot politici sui media pubblici a quei partiti che hanno «un’ampia diffusione a livello nazionale», prevedendo però che sia una legge organica a definire tale accesso e che essa stessa possa limitare «altre forme di campagna politica». Come si può notare, il paletto del “consenso diffuso”, nonché delle ricorrenti leggi organiche (in ungherese sarkalatos törvény) potrebbe costituire un efficace filtro alla partecipazione delle varie forze politiche alla campagna elettorale televisiva e radiofonica. Nel medesimo articolo IX, ai commi 4-6, analoghi “filtri” sono posti, come detto, per quanto riguarda la libertà di espressione. La normativa prevede, infatti, che «l’esercizio del diritto individuale di parola non può avere come scopo quello di violare la dignità umana di un’altra persona», nonché quella della «nazione ungherese» o di minoranze nazionali, etniche o religiose. Come è facile intuire, si tratta di clausole capaci, in particolari circostanze, di essere soggette a restringimenti, funzionando come vere e proprie “valvole elastiche”, qualora fosse messa in pericolo la reputazione del Governo, o di uno dei suoi esponenti secondo schemi propagandistici già conosciuti con i regimi autoritari del Novecento. L’articolo XXIX, al terzo comma, stabilisce che sarà la solita legge organica a «prescrivere le dettagliate regole riguardanti le minoranze etniche che vivono in Ungheria» e le condizioni per il riconoscimento di un gruppo come minoranza, in base a criteri di tempo e di consistenza numerica. Inutile notare come anche in questo caso si tratti di norme facilmente suscettibili di un criterio di giudizio soggettivo, e che potrebbero inasprire le condizioni di vita di gruppi etnici invisi al Governo nazionalista e xenofobo del premier Orbán.

Ma la parte della nuova Legge Fondamentale che ha forse più attirato le attenzioni e le critiche dei giuristi e degli osservatori è stata quella riguardante la Corte Costituzionale e gli organi giudiziari in generale. Qui, infatti, la maggioranza di governo ha condotto una sistematica opera di imbrigliamento del potere giudiziario, cercando di porlo sotto il proprio controllo e cercando di ridurne il più possibile l’azione di controllo sulle leggi. Questo vero e proprio “golpe costituzionale” è stato condotto in due mosse. In primo luogo è stato aumentato il numero dei giudici costituzionali (quindici) e inserirvi così membri politicamente allineati alla maggioranza, dal momento che, ai sensi del riformato articolo 24, ottavo comma, essi sono eletti per «dodici anni dal Parlamento con una maggioranza dei 2/3 dei voti dei membri», ponendo sotto diretto controllo politico un organo che per sua natura dovrebbe essere indipendente. In secondo luogo, il Legislatore costituzionale ha proceduto a porre dei “filtri” istituzionali per il ricorso alla Corte e costituiti, tra gli altri, dal Governo, dal Parlamento, dal Procuratore Generale e dal Commissario per i Diritti Fondamentali come previsti all’articolo 24, secondo comma, lettera e), rendendo più difficile un giudizio di costituzionalità delle leggi in via diretta (o preventivo), e in aggiunta contraendo i tempi di giudizio, ridotti a trenta giorni dalla pubblicazione della legge. Tali elementi, nonostante gli sforzi della Corte, hanno inevitabilmente compromesso l’indipendenza del potere giudiziario rispetto a quello esecutivo e legislativo. Infatti la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nella nota sentenza Findlay c. Regno Unito del 5 febbraio 1997 ha considerato come elementi fondamentali per stabilire l’indipendenza di un tribunale le modalità di designazione, la durata del mandato e le tutele costituzionalmente previste contro le pressioni esterne. Tutti elementi che oggi in Ungheria sembrano non esistere più.

Dopo aver illustrato a grandi linee l’architettura costituzionale costruita dal Legislatore ungherese, è possibile trarre alcune conclusioni. Nel 2010 il partito di centrodestra Fidesz, guidato da Viktor Orbán ha conquistato ben 262 seggi sui 386 dell’Assemblea Nazionale – pari ai 2/3 della sua totalità – frutto di 2.706.292 voti pari al 52,7%. Si è trattato, pertanto, del risultato di regolari elezioni democratiche, che hanno consegnato al Fidesz un’ampia maggioranza e, conseguentemente, ampi poteri garantiti dalla Costituzione del 1949 rimasta in vigore, dopo le riforme del 1990, fino al 31 dicembre 2011. Se da un lato Orbán può aver esercitato prerogative costituzionalmente concesse e legittimate da un ampio consenso popolare, dall’altro lato sembra che il premier ungherese si sia spinto oltre i limiti consentiti da qualunque sistema democratico moderno. Infatti, il richiamo più o meno velato alla dittatura militare degli anni Venti e alla Grande Ungheria, con la rivendicazione di territori a maggioranza magiara ormai perduti, nonché la limitazione sistematica di principi democratici quali la partecipazione politica, il culto religioso, la libertà di espressione, e l’annullamento dell’indipendenza della Magistratura rispetto al potere politico, rappresentano un grave vulnus per un Paese moderno, membro dell’Unione Europea che proprio di queste libertà fondamentali ha sempre fatto la propria ragion d’essere. Il nazionalismo estremo, la volontà di creare un’identità ungherese forte passa proprio attraverso un controllo pervasivo di tutti i gangli dello Stato. Ma questo, insieme alla rivendicazione del proprio “spazio vitale” sono elementi già visti in Europa in un passato mai troppo lontano. Allora l’appeasement anglo-francese permise alla Germania di Hitler di annientare ogni ombra di Stato di diritto all’interno del Paese e di calpestare qualunque norma di diritto internazionale nei confronti di cecoslovacchi, austriaci e polacchi in un “mercato delle vacche” culminato nella Conferenza di Monaco del 1938. Oggi la Comunità Internazionale non è sembrata ancora interessata a “volgere lo sguardo a Est”, verso l’erede di quell’Impero che fece per secoli proprio della multietnicità e del compromesso sociale il suo punto di forza. La Comunità Economica Europea, diventata oggi Unione Europea nacque proprio dalle macerie della guerra per impedire che fatti del genere potessero accadere un’altra volta. Ed ora sembra giunto il momento di intervenire, perché le parole non rimangano tali, ma possano impedire ciò che la nostra memoria non può dimenticare e che è giusto non lo faccia.

“Pensavo fosse vittoria e invece…”

Alla fine è accaduto quello che ci si aspettava e che era stato prospettato in questo blog nelle due settimane prima del voto. Le elezioni politiche 2013 – tenute per la prima volta dal 1946 a febbraio – hanno fatto registrare quattro dati fondamentali, dove i primi appaiono connessi con i secondi da una diretta relazione causa-effetto. I primi due sono la frammentazione e l’astensione: la prima era stata considerata un elemento che avrebbe sfavorito il PD nella sua corsa alla vittoria, mentre per la seconda si era evidenziato un certo collegamento con la crescita del “fenomeno Grillo”. Il terzo e quarto elemento, figli di queste elezioni, sono dunque conseguenze dei primi due: la disfatta inaspettata della coalizione di Bersani e l’exploit del Movimento 5 Stelle, diventato primo partito alla Camera dei Deputati con il 25.55% dei voti. Il risultato delle elezioni del 24 e 25 febbraio ha disegnato, dentro e fuori il Parlamento, un sistema partitico del tutto nuovo alla storia repubblicana del Paese.

Nonostante si tratta di una tesi da confutare nelle prossime consultazioni nazionali, sembra poteri dire finita la stagione ventennale del “bipolarismo italiano”, con l’affermazione di un “terzo polo” rappresentato dal Movimento 5 Stelle, primo partito nella storia della Repubblica a raggiungere il 25% alla sua prima elezione. Sembra tramontato, così, il sogno bipolare e bipartitico che proprio negli ultimi anni aveva ricevuto una decisa spinta, raggiungendo l’apice nel 2008, quando l’indice di bipartitismo toccò il 70,6%. Oggi, invece, poco più della metà (51%) ha scelto di dare fiducia al PD o al PDL, facendo crollare di quasi 30 punti (-25,7%) anche l’indice di bipolarismo riguardante le coalizioni, oggi attestato al 58,7%, come conferma l’ultima indagine del CISE. Tale frammentazione si è fatta sentire inevitabilmente a livello parlamentare, dove il proporzionale corretto del Porcellum ha potuto solo parzialmente garantire la maggioranza. Questo, infatti, è avvenuto solo alla Camera, dove il premio di maggioranza nazionale ha operato in senso fortemente disproporzionale (con LSq = 17,34, in crescita di quasi 12 punti rispetto al 2008 e raggiungendo livelli persino superiori a quelli della Spagna del 1977), garantendo il 55% dei seggi alla coalizione di centrosinistra. Al Senato, invece, il meccanismo dei 17 premi regionali non ha funzionato in modo analogo. Nella “Camera Alta” del Parlamento, il centrosinistra – a causa soprattutto delle sconfitte in regioni chiave come Lombardia, Veneto e Campania – non è andato oltre i 121 seggi, al di sotto dunque dei 158 che avrebbero garantito la maggioranza assoluta del’assemblea.

Tralasciando altri dati o elementi già ben noti a tutti, sembra più interessante capire ora quali potranno essere gli scenari futuri per la politica italiana, soprattutto in vista di importanti scadenze come l’elezione del Presidente della Repubblica – l’attuale Presidente Giorgio Napolitano, infatti, non può sciogliere le Camere ai sensi del comma 2° dell’art. 88 Cost (il cosiddetto “semestre bianco”) – che costringeranno le forze politiche a trovare, almeno temporaneamente, un accordo per impedire la paralisi del sistema in un momento delicato come quello attuale. grillo_2493286bI mercati e l’Unione Europea intanto non restano a guardare. Entrambi hanno espresso forte preoccupazione per l’esito delle elezioni, auspicando nel più breve tempo possibile la creazione di un esecutivo stabile e operativo che sappia rilanciare l’economia italiana ancora convalescente dopo la “cura Monti”. Gli scenari percorribili appaiono oggi essere soltanto due (premettendo che Napolitano incarichi Bersani in quanto leader della coalizione vincente di formare il nuovo governo): 1) accordo tra PD e PDL per un governo che i cronisti hanno definito di “salute pubblica”, con lo scopo di mettere a punto quelle riforme strutturali (lavoro, fisco e legge elettorale) considerate maggiormente urgenti per il rilancio e la stabilità economico-politica del paese; 2) accordo tra PD e Movimento 5 Stelle per una collaborazione programmatica ispirata al “modello Sicilia”, ovvero non un’alleanza vera e propria ma piuttosto un appoggio politico su temi specifici che incontrino il favore dei “movimentisti” (legge elettorale, riforma del fisco e del welfare, legge sul conflitto di interessi) e che quindi coinvolga attivamente il primo partito italiano nell’attività di governo del Paese.

Tra i due scenari possibili, il secondo – seppure con estreme difficoltà – sembrerebbe in teoria maggiormente percorribile rispetto al primo. Infatti, sebbene il rifiuto di Grillo ad appoggiare “a scatola chiusa” qualunque forza politica, l’appoggio su un programma minimo appare possibile, vista anche la non eccessiva distanza ideologica che separa le due forze politiche sui temi particolarmente cari ad entrambe: riduzione del numero e della retribuzione dei parlamentari, riforma della legge elettorale, reddito minimo garantito, rimodulazione della pressione fiscale per rilanciare i consumi e la crescita. Insomma alcuni temi su cui iniziare una collaborazione costruttiva con l’obiettivo di formare un governo che duri abbastanza per rimettere in moto l’economia e restituire serenità ad un Paese profondamente diviso e disorientato, come confermato dalle ultime consultazioni. Le difficoltà, però, non sono inesistenti. Il M5S per sua natura è “antisistema”, contrario a qualunque alleanza (o “inciucio” per dirla come Grillo) con i partiti tradizionali rappresentanti di quel Ancien Régime politico che avrebbe soppiantato la sovranità dei cittadini a favore dei poteri forti delle banche e della finanza. Le parole di chiusura di questi giorni di Grillo – “Bersani è un morto che parla”, “Nessuna alleanza col PD o chiunque altro” – addensano nubi sull’immediato futuro del Paese. Tuttavia, in queste ore proprio il “popolo del web”, quello che secondo Grillo dovrà guidare l’azione in Parlamento del Movimento, sembra schierarsi in maggioranza per la collaborazione programmatica con il centrosinistra. Una petizione di change.org e appelli lanciati dagli internauti sul suo blog beppegrillo.it sembrano spingere in questa direzione. E’ evidente, l’obiettivo di Grillo sarebbe la formazione di una grande coalizione PD-PDL per poter rimanere all’opposizione e accrescere il proprio consenso fuori dal Parlamento, e poter continuare nelle sue arringhe contro “la Casta” che governa chiusa nel Palazzo e rimane sorda ai bisogni dei cittadini. Ma l’ora della responsabilità sembra arrivata e un suo contributo appare oggi indefettibile. Il Movimento 5 Stelle, con i suoi 8 milioni di voti rappresenta oggi un quarto degli elettori italiani e, pertanto, non sembra potersi sottrarre alla responsabilità affidatagli di rilancio del Paese, da perseguire anche in collaborazione con le altre forze politiche secondo gli schemi costituzionalmente previsti da una democrazia parlamentare come quella italiana.

Verso le elezioni/2: la partecipazione, il vero protagonista della competizione?

Cinque anni dopo le ultime elezioni politiche, quelle che attribuirono alla coalizione di centrodestra composta da PDL e Lega e guidata da Silvio Berlusconi la maggioranza parlamentare più ampia della storia repubblicana, tra due settimane gli italiani saranno chiamati a scegliere i propri rappresentanti in Parlamento e, attraverso questi, il sessantaduesimo governo della storia repubblicana. Tuttavia, a quasi due settimane dalle consultazioni i sondaggi mettono in evidenza due elementi principali: un sistema partitico estremamente frammentato e una grossa fetta di elettorato indeciso o intenzionato ad astenersi, in un panorama elettorale che, sebbene a grandi linee delineato non sembra essere ancora del tutto stabilizzato. Quali scenari si prospettano per il Paese?

Dunque, le prossime elezioni politiche – a meno di clamorosi colpi di scena – faranno registrare il più basso tasso di partecipazione della storia repubblicana stimato, presumibilmente, tra il 70 e il 75 per cento degli aventi diritto. Questo calo, di circa 5 punti rispetto alle precedenti consultazioni, non rappresenta una sorpresa, ma va letto in un quadro di costante decrescita del livello di affluenza alle urne iniziato con le elezioni del 1976, come illustra il grafico sottostante.

partecipazioneCome una parte autorevole della letteratura politologica [Diamond e Morlino 2005] ha affermato, la partecipazione politica è considerata un importante indicatore per la misurazione della qualità democratica di un sistema politico, nonché elemento necessario affinché gli altri possano operare con efficacia. Basti pensare che in caso di partecipazione pari a zero, non potrebbe esistere alcun processo di accountability, dal momento che verrebbe meno qualunque rapporto di delega elettore-eletto. Va comunque ricordato che il livello di turnout in Italia è sempre stato tra i più elevati dell’intero panorama europeo nonostante la fase calante registratasi a partire dal 1976.

Le prossime elezioni quindi sembrerebbero mantenere tale tendenza al ribasso, causata dai ben noti processi sociali contemporanei di allontanamento dalla politica. Il diffuso sentimento di distacco dalle istituzioni politiche, in particolare dai partiti, che sempre più è andata aumentando negli anni sino a creare il noto fenomeno dell’antipolitica (canalizzato in maggior misura dal Movimento 5 Stelle) ha contemporaneamente portato a un calo visibile della partecipazione politica nel duplice ambito, partitico ed elettorale. Si tratta di un’astensione  ormai fisiologica e in parte irrecuperabile (intorno al 20%), per cui sembra molto difficile aspettarsi un ritorno in massa alle urne. Potrebbe essere, invece, più plausibile (ma comunque altamente incerto) che Berlusconi riesca a mobilitare l’elettorato deluso del PDL – che oggi costituisce la parte più massiccia del cosiddetto “polo dell’astensione” – mantenendo il tasso di partecipazione intorno all’80%, in linea con quello di cinque anni fa evitando un ulteriore decremento della curva dell’affluenza.

Grillo e l’astensione. In tutto questo, chi ha giovato e gioverebbe di un alto tasso di astensione sembrerebbe essere il Movimento 5 Stelle. Infatti, l’exploit del partito di Grillo è coinciso con la crescita vertiginosa dell’astensione a partire dalle elezioni amministrative 2011 e culminata con le elezioni regionali in Sicilia dell’ottobre scorso, dove il tasso di “diserzione” delle urne è stato del 52,6%, con il M5S incoronato primo partito dell’Isola. Secondo i dati forniti dall’Istituto Cattaneo, nelle elezioni amministrative del 2012, infatti, si è registrato un livello record di crescita dell’astensione, pari a circa il 7% (35,1% di non voto), in crescita di 5 punti rispetto alla tornata omologa dell’anno precedente. Tale astensione ha raggiunto il picco massimo proprio al Nord e, in particolare, nella cosiddetta “zona rossa” con Emilia Romagna (-11%), Toscana (-10%) e Lombardia (-9%) capofila. Al Centro-Sud, in controtendenza, tale indice si è assestato invece intorno al 5%.  Interessante sembrerebbe, pertanto, vedere se esista una relazione tra aumento dell’astensionismo e incremento del Movimento 5 Stelle.

Astensione GrilloCome è facile notare, sembra esistere una certa “simmetria” tra incremento dell’astensione e un’alta performance elettorale del Movimento 5 Stelle. Naturalmente si tratta di un’ipotesi che necessita di ulteriori prove empiriche per essere confermata, anche se questo elemento potrebbe costituire un interessante indizio su cui basare tale analisi. L’elettorato italiano è suddiviso secondo la tripartizione qui proposta (Nord, Zona rossa, Centro-Sud) basata sui comportamenti elettorali consolidati all’interno di queste aree.

Ciò che è facilmente osservabile è il “conservatorismo” elettorale del Centro-Sud, espresso nel voto ai partiti tradizionali (PD e PDL) e nella difficoltà di attecchimento da parte del M5S, relegato a percentuali particolarmente modeste. Spostandoci nel resto d’Italia, se al Nord si tratta in gran parte di un astensionismo “fisiologico” a danno della coalizione governativa di centrodestra, è la cosiddetta “zona rossa” l’area di maggior interesse. Qui l’astensione ha fatto registrare, da un lato, i livelli più elevati, con picchi proprio nelle regioni di maggior forza per la sinistra (Toscana ed Emilia Romagna), dall’altro lato, ha visto un vero e proprio exploit della lista di Grillo, che nella pianura padana sembra essere ormai una realtà consolidata. In questa zona, più che altrove, sembra avvertirsi una certa voglia di cambiamento che anche le primarie del centrosinistra hanno evidenziato, registrando nelle regioni rosse l’affermazione del sindaco di Firenze Matteo Renzi, e lasciando a Bersani il Centro-Sud e buona parte del Nord. L’andamento quasi sincronico tra astensione e consenso al M5S sembrerebbe, quindi, indicare una certa connessione tra le due variabili, particolarmente evidente proprio nell’area geografico-elettorale storicamente dominata dal centrosinistra. Un dato che, come accennato, sembra essere confermato anche dal risultato delle primarie del centrosinistra svolte lo scorso ottobre.

L’elemento che certamente preoccupa in vista delle prossime elezioni politiche è rappresentato dal fatto che un anno fa, alle elezioni comunali – che per la loro “prossimità” ai cittadini e per la presenza di liste e candidati direttamente eleggibili avrebbero dovuto in qualche modo mantenere un buon livello di partecipazione – l’astensione sia stata molto più elevata di quella attesa, scontando anche a questo livello il clima di antipolitica profondamente diffuso del Paese. Si tratta di un dato non molto incoraggiante in vista delle elezioni di domenica prossima, che già scontano in termini di partecipazione gli effetti negativi di una legge elettorale reputata dai cittadini limitante delle proprie scelte, in particolare a causa delle liste bloccate e delle candidature multiple. Accanto a questo, il M5S si prepara a entrare in Parlamento, ma il suo risultato sembra dipendere anche dal livello di mobilitazione che i partiti tradizionali sapranno dare negli ultimi giorni di campagna elettorale. Grillo è stato abile a inserirsi nel vuoto creato dall’antipolitica, dominando le ultime consultazioni locali in cui la partecipazione è notevolmente calata anche in quelle zone – Emilia e Toscana, su tutte – che hanno storicamente fatto registrare i livelli più alti di affluenza alle urne. E’ qui che il M5S dimostra, forse, di essere frutto della contingenza e non progetto politico a lungo termine, ed è qui che i partiti tradizionali hanno una grande occasione per ritornare protagonisti, a patto che sappiano giocare al meglio le loro carte.

Verso le elezioni/1: una forte frammentazione nemica del centrosinistra

Cinque anni dopo le ultime elezioni politiche, quelle che attribuirono alla coalizione di centrodestra composta da PDL e Lega e guidata da Silvio Berlusconi la maggioranza parlamentare più ampia della storia repubblicana, tra due settimane gli italiani saranno chiamati a scegliere i propri rappresentanti in Parlamento e, attraverso questi, il sessantaduesimo governo della storia repubblicana. Tuttavia, a quasi due settimane dalle consultazioni i sondaggi mettono in evidenza due elementi principali: un sistema partitico estremamente frammentato e una grossa fetta di elettorato indeciso o intenzionato ad astenersi, in un panorama elettorale che, sebbene a grandi linee delineato non sembra essere ancora del tutto stabilizzato. Quali scenari si prospettano per il Paese?

Per quanto riguarda la frammentazione partitica sembra evidente che rispetto a cinque anni fa qualcosa è cambiato. Il riferimento, più che al numero di partiti o coalizioni e rispettivi candidati premier, è al numero di partiti o coalizioni che oggi supererebbero lo sbarramento. Se nel 2008 la Camera era composta da sei gruppi parlamentari (PD, PDL, IDV, Lega Nord, UDC e MpA), oggi secondo gran parte dei  sondaggi verrebbero a formarsi almeno 11 “partiti parlamentari”, come riportato nella tabella sotto:

ImmagineCome è possibile notare dai dati riportati, la situazione attuale sembra ricordare molto quella del 2006, quando alla Camera erano rappresentati 19 partiti e ben 11 gruppi parlamentari, delineando quello che alcuni studiosi definirono «bipolarismo frammentato» [Chiaramonte 2010]. Il processo di “bipolarizzazione” o, addirittura, di “bipartizzazione” del sistema partitico italiano, iniziato lentamente nel 1994 sembra, pertanto, registrare oggi una brusca battuta d’arresto. Nel campo politico dominato fino a pochi anni fa da Ulivo (poi PD) e Forza Italia (poi PDL), sembrano oggi inserirsi nuovi soggetti politici con un certo peso specifico, quali il Movimento 5 Stelle e Scelta Civica, che insieme intercettano più di un quarto dell’elettorato italiano, con una riduzione totale di PD e PDL di circa il 21% rispetto al 2008. Dove sono andati questi voti? Probabilmente sono in parte confluiti nella “zona grigia” dell’astensione – prevista intorno al 25-30% – in parte negli indecisi attestati secondo il sondaggio EMG intorno al 8%, e in parte proprio in questi soggetti politici nuovi, capaci di intercettare da sinistra e da destra un buon numero di elettori delusi dalle loro scelte precedenti.

Fatto sta che oggi il sistema partitico italiano è andato strutturandosi non più secondo le fratture tipiche del bipolarismo anglosassone, ma piuttosto verso una quadripartizione, con una leggera prevalenza della coalizione di centrosinistra (PD, SEL e altri partner minori). Si tratta di una frammentazione del tutto peculiare alla realtà italiana e che nulla ha di simile ad altri sistemi politici europei. Che sia Francia, Germania, Spagna, Regno Unito o Scandinavia, tutti hanno un sistema tendenzialmente bipolare, quand’anche bipartitico, frutto di divisioni ideologiche ormai decisamente allentate nel sistema Italiano. Il risultato è un sistema estremamente frammentato che trova prospettive di governabilità solo grazie al particolare funzionamento della legge elettorale, che assegna un sostanzioso premio di maggioranza secondo la logica del winner takes all e che permette anche ad una coalizione con il 36-40% di ottenere il 54% dei seggi alla Camera. D’altra parte, però, questo sistema frammentato fa sentire tutto il suo peso al Senato dove, sebbene viga un sistema di ripartizione dei seggi su base regionale, l’esistenza di più partiti o coalizioni al di sopra delle soglie di sbarramento, costringono il PD a dover vincere anche in Lombardia e Sicilia, ovvero in due regioni dove con il bipolarismo del 2008 sarebbe bastata anche una “normale” sconfitta. E’ possibile capire tale funzionamento osservando l’esempio della Lombardia riportato in basso:

Immagine2

Come è facilmente comprensibile se, analogamente al 2006 o al 2008, la frammentazione fosse ridotta ad un livello intra-coalizionale lo schieramento di centrosinistra avrebbe potuto permettersi anche di non vincere in Lombardia senza eccessivi problemi, poiché la sconfitta sarebbe costata soli 5 seggi. Ma nel caso più realistico, cioè il secondo, la coalizione di Bersani dovrà dividere il 45% dei seggi lombardi con gli altri partiti perdenti (Monti e Grillo) oltre l’8%, subendo così una perdita di 14 seggi sulla coalizione vincente. Ecco perché la “salita” in campo di Monti sembra aver rappresentato per il centrosinistra più un handicap che un punto a favore, dal momento che anche qualora questi non abbia catturato voti dal bacino elettorale dei bersaniani, appare indubbio il suo ruolo decisivo al Senato in quelle regioni “in bilico” come Lombardia, Sicilia, Campania e Puglia.

In conclusione, la frammentazione cui oggi assistiamo sembrerebbe nel complesso esercitare limitati effetti negativi sulla governabilità, grazie anche al premio majority-assuring previsto alla Camera. Di converso, tali effetti sembrano acuiti al Senato dove la sfida si disputa non tanto tra due schieramenti, ma sulla possibilità di uno dei “quattro poli” (in particolare quello guidato da Bersani) di raggiungere una maggioranza tale da permettere al Paese di avere una maggioranza consonante tra Camera e Senato, sventando così il rischio di bloccare il sistema e tornare a votare dopo un anno di Parlamento bloccato.

La Germania al voto: Merkel, cercasi alleato disperatamente

Il 2013 appena iniziato sarà un anno elettorale particolarmente importante non solo per l’Italia, ma anche per altri Paesi strategicamente influenti a livello regionale. In particolare si fa riferimento a Germania e Israele, chiamati a rinnovare per intero le rispettive assemblee legislative – il Bundestag e la Knesset – nonché i relativi governi, entrambi guidati da leader di centrodestra, la cristiano-democratica Angela Merkel e il nazionalista Benjamin Netanyahu. In particolare in Germania, i sondaggi e le previsioni elettorali delle ultime settimane danno il cancelliere tedesca in vantaggio sugli avversari, anche se sembrerebbe destinata a formare un governo di coalizione, non potendo contare da sola o con l’appoggio dei liberali, sulla maggioranza assoluta dei voti in Parlamento.

Le elezioni federali tedesche, fissate per il prossimo 22 settembre, serviranno a rinnovare i circa 600 seggi del Deutscher Bundestag, la Camera “federale” del Parlamento tedesco, titolare di importanti poteri non solo legislativi, ma anche di controllo e sanzione nei confronti del governo, essendo l’unico organo cui questi chiede la fiducia ed è l’unico a poterne chiedere le dimissioni e la sostituzione in base all’art. 67 della Grundgesetz – la Legge Fondamentale del 1949 – in cui è appunto previsto l’istituto della “sfiducia costruttiva” (il Misstrauensvotum). Si parla di “circa 600 seggi” poiché la composizione del Bundestag, in virtù del particolare funzionamento del sistema elettorale utilizzato, ha una composizione numerica variabile. Infatti, tale sistema prevede che la metà dei seggi (299) venga assegnata attraverso formula plurality in collegi uninominali, mentre la restante metà sia ripartita attraverso formula proporzionale con metodo del divisore Sainte Lagüe. Tuttavia, nonostante questo doppio sistema di elezione, è la parte proporzionale che assegna il numero totale dei seggi spettanti a ciascun partito, motivo per cui tale sistema non può essere definito misto, venendo piuttosto fatto rientrare tra i sistemi proporzionali: dopo aver stabilito attraverso il riparto proporzionale quanti seggi spettano a ciascun gruppo, tale quota può essere “aumentata” nel caso in cui un determinato partito abbia vinto più “seggi maggioritari” di quelli spettanti dalla quota proporzionale. Si parla in questo caso di Überhangmandaten, ovvero di seggi in sovrannumero che fanno si che il Bundestag abbia una sua peculiare “composizione elastica” tale da non poter prevedere in anticipo il numero totale dei seggi che andranno a essere rinnovati.

Come detto, il Cancelliere uscente Angela Merkel si presenta a queste elezioni forte di un rinnovato consenso popolare, come dimostra il sondaggio della Forschungsgruppe Wahlen dell’11 gennaio scorso, in cui la presidente della CDU vanta un tasso di popolarità pari al 65% contro il 25% del suo sfidante, il candidato della SPD, Peer Steinbrück, discusso Ministro delle Finanze nella Grosse Koalition guidata proprio dall’attuale Cancelliere tra il 2005 e il 2009. Sebbene il governo uscente – e  il suo leader in particolare – goda attualmente di una certa stima da parte dell’opinione pubblica tedesca, il risultato delle prossime elezioni potrebbe non essergli del tutto favorevole, prefigurando l’impossibilità di riformare un governo “politicamente omogeneo” come quello che ha governato il Paese dal 2009 ad oggi. BundestagInfatti, nonostante tutti i sondaggi attestino la CDU-CSU intorno al 40-42% – ben più in alto del 33.8% ottenuto nelle elezioni di quattro anni fa – a mettere in crisi la certezza della vittoria è stato il declino costante dell’unico alleato di governo, il FDP (il partito liberale) di Philipp Rösler – succeduto al leader dello “storico exploit”, Guido Westerwelle, dimessosi dopo le numerose sconfitte nelle elezioni per il rinnovo dei länder – oggi crollato al 2-4% rispetto al 14.6% delle ultime elezioni, risultato che permise ai liberali di tornare dopo dieci anni al governo del Paese. I voti persi dal FDP sembrano esser stati drenati in gran parte dalla CDU che, tuttavia, sembrano essere insufficienti per conquistare da soli la maggioranza assoluta del Bundestag. La SPD, dall’altro lato, sembrano anch’essi privi dei numeri per governare, nonostante la buona dote di voti potenziali garantita dagli storici alleati ambientalisti di Bündnis 90/Die Grünen (14 % secondo il sondaggio Emnid di ieri), anche per il costante rifiuto a qualunque tipo di accordo con Die Linke, la sinistra post-comunista di Bernd Riexinger e Katja Kipping, attestati intorno all’8% dei voti.

SI annuncia, comunque, una campagna elettorale molto accesa, in cui entrambi i candidati cercheranno di strappare per sé la maggioranza dei seggi per evitare di ricorrere a scomode “coabitazioni”. Angela Merkel, dopo i due anni di sconfitte a livello locale, sembra oggi godere di rinnovata fiducia, probabilmente sia per quanto fatto per l’economia nazionale, sia  per il rilevante peso acquisito dalla Germania a livello europeo. In particolare, di deve a lei il rilancio di quella che è stata definita la “locomotiva tedesca”, realizzata attraverso misure di austerity, di grossi tagli alla spesa pubblica ma anche di diminuzione della pressione fiscale soprattutto a favore delle imprese, misure che hanno favorito la crescita del PIL tedesco tornato ai livelli pre-crisi già nel 2011. E’ stato questo il modello “vincente” che la “Cancelliera” ha voluto trasferire anche a livello comunitario durante l’ultimo anno sferzato duramente dalla crisi dell’Eurozona. Un modello di rigore e di tagli della spesa pubblica, contrario a qualunque forma di “doping monetario” da parte degli Stati e della Banca Centrale Europea, che hanno fatto della Germania uno dei principali critici della politica di sostegno ai debiti sovrani degli Stati membri intrapresa dall’attuale Presidente della BCE Mario Draghi. Un approccio che, sebbene sia stato messo da parte a causa della contrarietà di gran parte dei Paesi dell’Unione, sembra aver riscosso un buon successo in Germania, grazie anche alla crescente attenzione verso le vicende di Bruxelles e Strasburgo. Un successo che ha forse contribuito a invertire quella tendenza negativa che aveva visto negli ultimi anni la CDU ripetutamente sconfitta nelle elezioni statali per il rinnovo dei parlamenti dei länder a vantaggio della SPD ma anche del celebre Partito dei Pirati, antesignano del MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo e oggi attestato intorno al 4%. Dall’altra parte proprio la SPD sconta ancora un certo deficit di credibilità, dovuto soprattutto all’incapacità di saper spiegare concretamente come risolvere la crisi, limitandosi a criticare l’utilizzo di misure restrittive come risoluzione dei problemi trovando però in questo scarso appoggio da parte della maggioranza dell’opinione pubblica convinta invece della necessità delle stesse.

Volendo tracciare un quadro sintetico del panorama politico tedesco a nove mesi dalle elezioni si potrebbe dire che l’elettorato sembra essere tendenzialmente frammentato, seppure per più di un terzo vicino alle posizioni del governo cristianodemocratico uscente. Il rigore sui conti interni e sulle politiche comunitarie durante l’apice della crisi economica sembrano – dopo una fase probabilmente fisiologica di calo del consenso – aver ripagato in termini di popolarità, forse grazie anche alla sostanziale assenza di una reale alternativa fornita dai suoi avversari. In casa SPD il socialdemocratico Steinbrück, è stato criticato anche da una parte dei suoi compagni di partito per essere troppo vicino alle politiche economiche del centrodestra, di cui lui, forse giova ricordare, fu tra gli artefici durante il governo CDU-SPD tra il 2005 e il 2009, nelle vesti di Ministro delle Finanze. Accanto a questo, la mancata volontà di aprire l’alleanza “a sinistra”, ovvero alla Linke, sembra convergere sempre più le prospettive verso la seconda Grande Coalizione degli ultimi dieci anni. Il sistema politico tedesco, da sempre fondato su due partiti maggiori, considerati poli d’attrazione per i partiti minori, non sembrano oggi in grado di creare coalizioni alternative che possano conquistare la maggioranza della Camera federale. Il risultato, come detto, potrà essere probabilmente la creazione di un governo “trasversale” con a capo l’attuale Cancelliere e che, seppure “mitigato” nella composizione partitica, difficilmente cambierà la sua linea politica, vista anche la sintonia di fondo in tema di politica economica ed estera tra la Merkel, Steinbrük e, nel complesso, l’elettorato tedesco.

Il ritorno del Cavaliere e il Porcellum: quali strategie per i partiti?

A poche ore dalle “dimissioni postdatate” e irrevocabili di Mario Monti formalizzate durante l’incontro con il Presidente Napolitano al Quirinale, sembra già tempo di volgere lo sguardo all’imminente campagna elettorale. Nell’attesa che il Parlamento approvi la legge di stabilità e di bilancio (attesa soprattutto dai vertici comunitari) per poi congedare il governo tecnico, i partiti si iniziano a delineare le loro strategie verso le prossime elezioni politiche, le terze regolate dal sistema elettorale delineato dalla legge 270/2005. Questo sistema elettorale, avversato sin dalla nascita perfino dal suo ideatore, resta così in piedi, con tutti i suoi aspetti critici: l’impossibilità per i cittadini di scegliere direttamente i propri rappresentanti in Parlamento e – soprattutto in questa fase politica – il rischio di non assicurare a nessuna coalizione una maggioranza consonante tra Camera e Senato.

Infatti, se alla Camera il Partito Democratico – che negli ultimi sondaggi sembra viaggiare tra il 27-30% – non dovrebbe avere problemi ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi (sia che si presenti da solo, sia che concorra in coalizione con Sinistra Ecologia e Libertà, attestata tra il 4-6%), al Senato lo scenario appare molto più incerto. Questo perché a Palazzo Madama il premio, “frammentato” in diciassette premi regionali, potrebbe non essere in grado di garantire al centrosinistra la vittoria. L’attuale fase politica di generale de-strutturazione ha, infatti, permesso l’emersione di forze politiche nuove come il Movimento 5 Stelle che proprio su base regionale possono far valere il loro peso specifico. La forte concentrazione soprattutto al Nord, ma – come dimostrato con le ultime elezioni siciliane – anche in alcune regioni del meridione rendono il confronto per il Senato notevolmente interessante. E’ soprattutto in quelle che D’Alimonte ha recentemente ribattezzato in un suo articolo sul Sole 24 Ore, battleground regions – Lombardia, Piemonte, Veneto e Sicilia – che si deciderà la partita, poiché si tratta di circoscrizioni che non solo assegnano un alto numero di seggi, ma anche di regioni in cui sia il Movimento 5 Stelle che – in misura forse minore – il Popolo della Libertà potrebbero risultare particolarmente competitivi.

Quest’ultimo aspetto, in realtà, meriterebbe un ulteriore e approfondito studio empirico da compiersi attraverso la misurazione dell’effetto che la nuova discesa in campo di Berlusconi avrà sull’elettorato di centrodestra, finora in gran parte orientato verso l’astensione. Nei sondaggi di questi mesi, il PDL non sembra, infatti, andare oltre il 15-17%, con il serbatoio di voti del 2008 che appare oggi quasi per metà drenato verso l’area di coloro che sono intenzionati a disertare le urne. vauro-300x300La mossa del Cavaliere sembrerebbe puntare anche a smuovere quest’area di delusi e mobilitarli verso le urne in modo da poter almeno essere competitivo al Senato. In quest’ottica va letta la sua richiesta di accorpare le elezioni politiche con quelle regionali lombarde del 10 marzo: strappare l’alleanza a Maroni per il post-Formigoni e presentarsi alle elezioni per il Parlamento nuovamente insieme, con l’obiettivo di vincere in almeno due delle quattro regioni decisive e strappare un “pareggio” al Senato vanificando la larga maggioranza che il PD avrebbe a Montecitorio. L’obiettivo di Berlusconi è lo stesso che spinse nel 2005 l’allora Casa delle Libertà a studiare il Porcellum, ovvero impedire la vittoria del centrosinistra con tutti i mezzi a disposizione, anche grazie ad una legge elettorale che, con un sistema di assegnazione dei seggi senatoriali su base regionale, rischia di impedire ancora una volta al centrosinistra di avere i numeri sufficienti per governare.

Gli scenari che ora sembrano aprirsi appaiono ancora piuttosto nebulosi e solo le prossime settimane potranno chiarire le strategie dei partiti. Il mantenimento del Porcellum prospetta al PD due strade alternative. Da un lato, la possibilità di una “coalizione minima vincente” con SEL e Partito Socialista, e dunque di una coalizione “di sinistra”, omogenea che garantisca comunque un certo numero di voti (intorno al 35%) per conquistare anche la maggioranza al Senato. Dall’altro lato, la logica  winner takes all insita nel premio di maggioranza alla Camera potrebbe consentire al PD di correre da solo alle prossime elezioni, anche se questo creerebbe diversi problemi al Senato, dove difficilmente – per i motivi sopra ricordati – potrebbe riuscire a conquistare da solo la maggioranza. Il PDL del ritrovato Berlusconi probabilmente lavorerà in queste settimane per ricostruire l’alleanza con la Lega Nord, sia in vista delle politiche sia, come detto, in vista delle elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale lombardo, dove il centrodestra rischia per la prima volta nella storia della cosiddetta Seconda Repubblica, di perderne la maggioranza. Il M5S, uscito un po’ provato dalle polemiche interne sulle cosiddette “parlamentarie”, prepara la propria campagna contro il sistema politico e, in particolare, i partiti cercando di convogliare su di sé anche i voti dei delusi del centrosinistra – che rimane il principale serbatoio di voti per Grillo – e del centrodestra, in questa fase particolarmente contesi, anche se appare difficile che molti di questi compiano uno spostamento “inter-coalizionale” secondo una prassi consolidata negli ultimi diciotto anni. Infine il Centro di Casini e Fini (e forse Montezemolo), orfano di un Monti che ancora non ha ben chiarito le proprie intenzioni per il futuro, risulta essere la parte politica oggi più in difficoltà. Senza una strategia chiara, senza un leader designato, il bacino elettorale dei moderati rischia di perdere pezzi, creando difficoltà anche per l’accesso al Parlamento, nonostante viaggi attualmente intorno al 6% dei voti. L’improvvisa uscita di scena di Mario Monti sembra aver scombinato le carte sul tavolo da gioco dei partiti. Il tempo per organizzarsi è poco, soprattutto per PDL, Lega e Terzo Polo che sono ad oggi quelli che scontano un evidente ritardo in termini di strategia. Le prossime settimane di campagna elettorale sapranno forse chiarire quanto il ritorno di Berlusconi potrà influire sul rendimento di un centrodestra oggi allo sbando, e se Casini deciderà di correre da solo o tentare l’alleanza con il centrosinistra, con i sondaggi che certamente aiuteranno a decifrare questi movimenti e definirne l’efficacia.

La qualità della democrazia in Italia: i diritti civili. Un percorso complesso tra Politica e Diritto

In una fase in cui la crisi economica continua a dettare l’agenda di policy ai governi europei, alcuni temi indubbiamente importanti sembrano finiti in secondo piano, primo tra tutti il riconoscimento dei diritti civili alle coppie omosessuali da parte dell’ordinamento giuridico italiano. Un’annosa questione che non sembra aver mai incontrato una reale volontà di soluzione da parte della classe politica, protesa, da un lato, ad affossare qualunque disegno di legge presentato in Parlamento, dall’altro, ad avanzare supposti limiti di legittimità costituzionale che richiederebbero una riforma non solo della legislazione ordinaria ma anche della Carta del 1948. Azioni queste che lasciano trasparire la ferma volontà della politica di non agire per non entrare in un terreno minato e particolarmente sensibile agli occhi della Chiesa trasversalmente legata al mondo parlamentare italiano.

La materia riguardante i diritti per le coppie omosessuali a contrarre matrimonio e godere pienamente di quei diritti sociali (soprattutto fiscali e previdenziali) già riconosciuti alle coppie eterosessuali, è stato oggetto di analisi da parte della giurisprudenza italiana, non solo da parte della Corte Costituzionale con la sentenza 138/2010 – ha affermato l’impossibilità per due persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio in virtù delle disposizioni ex artt. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis del codice civile «sistematicamente interpretate», ma anche davanti alla Corte Suprema di Cassazione che ha affrontato la questione in una più recente sentenza, la n. 4184 del 15 marzo 2012.

In tale pronuncia, la Cassazione, ha ribadito preliminarmente gli orientamenti espressi due anni prima dal Giudice delle Leggi secondo cui, sebbene non esistano norme di rango costituzionale che vietino o permettano espressamente matrimoni tra coppie same-gender, «non si può eludere il parametro tradizionalista associato alla parola matrimonio» aggiungendo che, sebbene la normativa italiana appaia in contrasto con il dettato degli articoli 9-21 della CEDU, la materia riguardante il matrimonio ricade al’interno della giurisdizione nazionale, così come previsto dall’articolo 6 TUE [Di Bari 2012]. Tuttavia, dopo aver premesso ciò, la Cassazione facendo valere le linee guida emerse dalla giurisprudenza CEDU ha altresì evidenziato che «i componenti della coppia omosessuale, conviventi in stabile relazione di fatto, se secondo la legislazione italiana non possono far valere né il diritto a contrarre matrimonio né il diritto alla trascrizione del matrimonio contratto all’estero, tuttavia – a prescindere dall’intervento del legislatore in materia – quali titolari del diritto alla vita famigliare e nell’esercizio del diritto inviolabile di vivere liberamente una condizione di coppia e del diritto alla tutela giurisdizionale di specifiche situazioni, segnatamente alla tutela di altri diritti fondamentali possono adire i giudici comuni per far valere, in presenza di specifiche situazioni, il diritto ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata».

Pertanto, la sentenza 4184/2012 sembrerebbe rappresentare un punto di svolta e, forse, anche di partenza del cammino verso il riconoscimento, anche nel nostro Paese, di più ampi ed efficaci diritti per le coppie dello stesso sesso colmando quell’imbarazzante ritardo nei confronti di molte altre democrazie europee.

Fonte: The Economist

La Cassazione ha, infatti, riconosciuto un diritto inalienabile alla “vita familiare” anche per coppie dello stesso sesso, riprendendo il filone giurisprudenziale comunitario tracciato dalla Corte di Giustizia Europea (si vedano i casi Maruko vs Versorgungsanstalt der deutschen Bühnendel 2008 e Römer vs Freie und Hausestadt Hamburg del 2011) che, pur riconoscendo l’esclusività statale in materia matrimoniale ha sancito l’uguaglianza di trattamento per le due situazioni, seppur ricomprendendole nell’ambito relazionale tracciato dalla Corte Costituzionale con la sentenza del 2010 («relazioni stabili e durature»).

C’è chi ha parlato in proposito di vera e propria “rivoluzione copernicana”, di un cambiamento di prospettiva verso una nuova “età dei diritti” per dirla come Norberto Bobbio. La portata di questa pronuncia è, infatti, senz’altro rilevante perché riconosce un diritto fino a pochi anni fa messo in discussione da più parti o, spesso, non riconosciuto come tale. Oggi, invece, grazie alla giurisprudenza non solo nazionale, ma anche comunitaria è stato possibile porre le basi per una nuova fase di progresso civile per il nostro Paese. Si tratta di una fase importante, fondamentale per qualunque democrazia che si voglia definire tale o che aspiri ad esserlo. Il raggiungimento di tale obiettivo non può che essere letto all’interno di un più complesso percorso evolutivo nel’ambito dei diritti umani, ovvero un percorso che allarghi le garanzie di cittadinanza a tutti gli elementi della società, siano essi diversificati a livello economico, religioso o sociale. Riprendendo ancora una volta Bobbio – padre di quello che si potrebbe definire il dibattito “dei diritti nel Diritto” – questi affermava brillantemente che «i diritti non nascono tutti in una volta. Nascono quando devono o possono nascere», ovvero attraverso l’uso dell’imprescindibile individualismo metodologico, ontologico e morale, per cui nuovi diritti sono nati e nasceranno quando l’individuo comprenderà, sia attraverso l’osservazione della realtà, sia grazie alle proprie convinzioni sulla società, ma anche in virtù del proprio “bagaglio” morale che nuovi diritti sono “maturi” e necessari per essere introdotti nella comunità politica attraverso l’ordinamento giuridico. Così è stato per i diritti politici, per il diritto di libertà e uguaglianza tra bianchi e neri con la fine della segregazione razziale, e per molti altri diritti che in altre fasi della storia l’uomo non avrebbe mai immaginato di ritenere tali. La storia è un percorso, nella maggior parte dei casi evolutivo, che migliora l’uomo attraverso l’esperienza diretta e l’osservazione empirica e che ha permesso nel corso dei secoli il miglioramento delle condizioni democratiche nella maggior parte delle nazioni.

Ora sembra essere la volta dei diritti civili per le coppie dello stesso sesso. Il riconoscimento di diritti pari a quelli concessi a coppie eterosessuali è diventato un tema sempre più pressante. La via è stata tracciata dal Diritto nei limiti della legislazione vigente, adesso tocca alla Politica, al potere legislativo quale unico soggetto autorizzato (come ricordato nella sentenza della Corte Costituzionale) ad allargare l’ambito di tutela per questi soggetti la cui richiesta si fa oggi sempre più indifferibile. Gli alibi e i silenzi usati fino ad oggi da una classe politica in maggioranza conservatrice sono stati neutralizzati dall’intervento dei giudici, tale per cui ogni nuovo ritardo in materia suonerebbe come un’opposizione volontaria al progresso democratico del Paese. L’auspicio è che con l’avvento della nuova legislatura e di un governo politico e scelto prima delle elezioni si possa scrivere una nuova pagina nella storia italiana dei diritti civili, tale da fare del nostro Paese una democrazia sempre più solida ed efficace innanzitutto con i propri cittadini, in nome di quel principio di uguaglianza costituzionalmente sancito dall’art. 3 della Costituzione repubblicana.

Dalla vittoria di Grillo al rilancio dei partiti. Una sfida possibile?

Il risultato ottenuto domenica scorsa nelle elezioni regionali siciliane dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo non rappresenta solo l’avanzata di un movimento politico che sino a un paio di anni fa sembrava poco più che un comitato di condomini arrabbiati, ma sembrerebbe indicare anche la sconfitta della politica – o almeno di quella tradizionalmente intesa – su più versanti, tra tutti quello della partecipazione elettorale e quello del consenso ai partiti fino ad oggi protagonisti della vita politica non solo siciliana ma anche nazionale. Proprio attraverso i risultati delle elezioni regionali dello scorso 28 ottobre è possibile effettuare una breve analisi di sia di tipo quantitativo che qualitativo sull’attuale stato di salute della politica italiana.

Le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Regionale Siciliana hanno fatto registrare un tasso di affluenza pari al 47,42%, rappresentando il culmine di un trend negativo attestatosi al 20% rispetto alle consultazioni di quattro anni prima. Come confermato dall’analisi dei flussi elettorali pubblicata oggi dal CISE, in una situazione di generale disaffezione da parte degli elettori siciliani, il M5S ha avuto gioco facile nell’attirare a sé l’elettorato deluso soprattutto di centrosinistra, con l’area di centrodestra che, invece, sembra aver pagato non solo il forte livello di astensione del proprio elettorato, ma anche le defezioni di diversi partiti storicamente alleati (UDC, MPA, FLI) e la presenza di un concorrente particolarmente influente a livello regionale come Miccichè, registrando un crollo di consensi, con le conseguente riduzione del proprio bacino elettorale di circa un milione e trecentomila voti (-71%). Dunque, la fase di destrutturazione che caratterizza da diversi anni il sistema politico italiano sembra trovare riscontro anche nella realtà regionale siciliana, in cui anche il centrosinistra – seppur in misura minore  – sconta una erosione del proprio bacino elettorale (a vantaggio del M5S) con una riduzione di circa il 29% rispetto alla performance del 2008. Nello specifico il M5S ha guadagnato circa 117 mila voti rispetto alle precedenti consultazioni, quadruplicando il proprio bacino elettorale, unica formazione insieme all’IDV (+36%) ad aver incrementato il proprio rendimento nelle urne. Dall’altra parte il PDL, il PD e una “rediviva” Sinistra Arcobaleno (SEL, FdS, Verdi) presentano una vera e propria emorragia di voti, con il partito di Berlusconi che perde più di due terzi dei consensi mentre il PD e la Sinistra vedono dimezzato il proprio elettorato. Il risultato di questi dati, unito al particolare funzionamento della legge elettorale siciliana, ha portato alla mancata assegnazione della maggioranza ad uno degli schieramenti in competizione, disegnando una quadro di precaria stabilità istituzionale per la Regione.

Accanto a questi dati di natura quantitativa, sembra possibile condurre alcune valutazioni di natura qualitativa, con particolare riferimento alla situazione di destrutturazione del sistema politico italiano e alla fase di transizione che gli schieramenti sembrano attraversare in questo importante frangente, molto simile agli anni che preannunciarono l’imminente fine della Prima Repubblica. Sembra che il M5S stia riuscendo in quella azione di intercettazione dello scontento nei confronti della politica, esercitata nel 1994 con successo da Forza Italia di Silvio Berlusconi. Tuttavia, la differenza sostanziale in questo frangente è rappresentata proprio dal tasso di affluenza alle urne, il cui crollo ha permesso a forze politiche come il Movimento di Beppe Grillo di divenire forza catalizzatrice di consenso, mentre gli elettori dei partiti “storici” allentano i legami con tali strutture preferendo rivolgersi a soggetti politici diversi o astenersi completamente dalla vita politica. Seguendo la teoria di Mény e Surel [2001] dei “due pilastri” della democrazia – quello elettorale e quello costituzionale – si potrebbe dire che l’Italia stia registrando, dal 1994 in poi, un netto “sbilanciamento” a favore del primo pilastro, con una prevalenza del fattore politico-elettivo su quello costituzionale, un dato, questo, essenzialmente tipico dei regimi populistici. Il costante richiamo alla volontà popolare diretta in contrapposizione all’ormai – per alcuni – “vecchio” principio della rappresentanza politica fornisce la misura della qualità democratica in riferimento al sistema partitico. L’invenzione delle primarie, per certi aspetti, sembra rispondere a questi principi. Sotto le spoglie della democrazia partecipativa si cela l’ulteriore indebolimento dei partiti, i quali delegano le proprie funzioni al leader eletto direttamente dal proprio popolo e che, in virtù di tale forza legittimante, si slega dai vincoli dell’organizzazione partitica. Le primarie danno così l’illusione di mettere al centro del processo l’iscritto o il simpatizzante, celando però una realtà piuttosto diversa. Con queste consultazioni che diventano il momento fondamentale nella propria vita, il focus del partito non può che spostarsi verso il momento esclusivamente elettorale, con il conseguente abbandono delle sue storiche funzioni di organizzazione, socializzazione e formazione. L’organizzazione territoriale si fa più leggera, poiché le risorse devono essere impiegate a livello centrale per la conquista delle cariche istituzionali. Agli elettori non resta che divenire “tifosi” e rivolgersi ad altri organismi – non politici – per il soddisfacimento delle proprie istanze. È in questo panorama che trovano sempre più spazio quei movimenti pseudo-politici che fanno della lotta alla politica la loro ragion d’essere, primo fra tutti il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

Dopo questa breve analisi si potrebbero trarre alcune parziali conclusioni sulla natura del successo di Grillo e sulle prospettive della vita politica del suo movimento. Innanzitutto il M5S non ha preso il posto dei partiti tradizionali ma sembra, piuttosto, sfruttare il vuoto di consenso lasciato da questi soprattutto in termini di partecipazione politica. Il partito di Grillo ha iniziato la sua scalata lungo una curva di tendenza inversamente proporzionale al livello di partecipazione elettorale. In Sicilia, nelle precedenti elezioni regionali, il M5S raccolse appena il 2,4% di voti a fronte di un tasso di affluenza del 66,7% che, seppur non particolarmente elevata rispetto agli standard italiani, rappresenta un dato sensibilmente superiore se paragonato a quello delle elezioni di domenica scorsa. E’ nel vuoto di partecipazione lasciato dagli altri partiti che Grillo sembra trovare la sua “linfa vitale”. Tuttavia questo elemento rappresenta una delle numerose contraddizioni che il movimento porta con sé: un partito – perché di partito si tratta – che si definisce democratico ma che fa della mancanza di uno dei pilastri della qualità democratica di un Paese (la partecipazione elettorale) la sua stessa ragione di vita, non può che destare un certo scetticismo. Allargando la visuale a livello nazionale, colpisce come Grillo vesta i panni del leader politico che si auto-investe a guida del partito e, in caso di vittoria, a Presidente del Consiglio, indicando Antonio Di Pietro come candidato ideale al Quirinale, quasi a voler attirare un potenziale alleato – l’IDV – in vista della imminente campagna elettorale nazionale. L’antidoto – se si ritiene il fenomeno del “grillismo” una anomalia nel normale funzionamento del sistema – sembrerebbe risiedere proprio nei partiti stessi che continuano ad esercitare un ruolo innegabilmente rilevante nell’influenzare il sistema politico. E’, infatti, attraverso di essi che gli elettori accedono alle assemblee legislative e possono influire – attraverso gli eletti – sull’agenda di policy-making. Il processo di trasformazione dei partiti italiani sembra ancora in atto ed è difficile capire a quale punto sia destinato a giungere. Le elezioni siciliane rappresentano un importante segnale che il mondo politico è chiamato a non lasciar cadere nel vuoto: il cambiamento è possibile, ma tutti – partiti e cittadini – sono chiamati a fare la propria parte. «Partecipare per cambiare», potrebbe essere questo il motto per una nuova fase della politica italiana, una fase che chiuda finalmente la “transizione infinita” di cui tanta parte della letteratura politologica oggi parla. Alla pars destruens di critica totale al sistema dei partiti è necessario far seguire una pars costruens di rinnovamento, dando vita ad un processo che non può fare a meno dei principi democratici su cui il nostro sistema si basa, e rifiutando derive populistiche e antipolitiche che tanto seguito stanno riscuotendo in questa fase storica. I partiti sono cambiati, in Italia come in Europa, ma non necessariamente cambiamento vuol dire declino. I partiti, considerati elementi fondamentali del sistema politico italiano, tanto da essere inseriti nella Parte Prima della nostra Carta Costituzionale – all’art. 49 – restano gli strumenti indifferibili attraverso cui rilanciare una politica che aspetta uno sforzo comune per rilanciarsi, senza cedere alle periodiche promesse di leader carismatici e, in fondo, ben poco democratici.