“Siam tre piccoli porcell(um)”: il sistema elettorale italo-tedesco in continuità con il recente passato


E’ iniziata ieri nell’Aula della Camera dei Deputati la discussione sulla proposta di riforma della legge elettorale portata avanti dai quattro maggiori partiti attualmente in Parlamento: Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega Nord.

Dopo varie l’approvazione di numerosi emendamenti al testo originario in Commissione I – Affari Costituzionali, il disegno di legge in discussione alla Camera delinea un sistema elettorale largamente ispirato a quello tedesco in vigore per l’elezione del Bundestag ma – come spiegato in un altro articolo recente – con delle peculiarità che lo differenziano sostanzialmente dal modello originario. Tra queste, due aspetti risaltano su tutti e riguardano il “rapporto di forze” tra voto maggioritario e voto proporzionale che, come illustrato dalla figura in basso, saranno formule complementari del nuovo sistema elettorale.

Figura 1. La nuova scheda per l’elezione alla Camera e al Senato?Screen Shot 2017-06-07 at 07.54.52Fonte: La Repubblica

1) Come già detto in precedenza, in Germania l’elettore ha a disposizione una scheda su cui esprimere due voti, uno di collegio (maggioritario) e uno di lista (proporzionale). Quest’ultimo ha la “priorità” sul primo voto in quanto funge da “pallottoliere” per il riparto dei seggi a cui accedono tutti i partiti in grado di superare la soglia di sbarramento del 5 percento. Ma mentre il voto di lista delinea l’architettura del nuovo Bundestag, il voto maggioritario entra in gioco per assegnare in prima battuta circa la metà (299) dei seggi ai vincitori dei collegi uninominali e che hanno, quindi, la precedenza sui candidati inseriti nelle liste bloccate. Si tratta di un elemento che punta a rafforzare il rapporto tra elettore ed eletto, personalizzando il voto e rendendo direttamente accountable almeno la metà dei deputati in Parlamento. La priorità del voto maggioritario è confermata dalla previsione dell’Huberhangmandaten, ovvero la possibilità per quei partiti che abbiano ottenuto più seggi “uninominali” che “proporzionali” di mantenere tale quota, aumentando il numero complessivo dei seggi dell’assemblea che, a differenza dell’Italia, non è fissato dalla Costituzione (630 per la Camera e 315 per il Senato).

Il “Germanellum” (o “Rosatellum-bis” o “Fianellum”) sulla scia di una (cattiva) consuetudine inaugurata con il Porcellum nel 2005 e perpetuata con l’Italicum nel 2015, ovvero l’introduzione e la strenua difesa della lista bloccata come sistema di assegnazione dei seggi, ha ribaltato quanto previsto dal modello tedesco, ribadendo la preminenza del voto di lista su quello di collegio per il riparto dei seggi. Il sistema di assegnazione dei seggi prevede che sia data precedenza ai capilista (bloccati) dei listini proporzionali e che una volta ripartiti questi, si passi all’assegnazione dei seggi ai vincitori dei collegi uninominali. In questo modo i (pochi) eletti nei collegi avranno una posizione subordinata rispetto agli eletti in blocco nelle liste, indebolendo il già logoro rapporto fiduciario tra elettori e rappresentanti. Inoltre, dal momento che la nostra Costituzione non prevede composizioni “elastiche” del Parlamento, il rischio di mandati in sovrannumero è stato superato con un ulteriore giro di vite sulla quota maggioritaria: alla Camera, ad esempio, dai 303 collegi uninominali inizialmente previsti (pari al 49,2%) si è passati a 225 collegi, pari al 36,5% dei seggi da assegnare a livello nazionale (non si considerano le Regioni a Statuto speciale e i 12 deputati eletti nella circoscrizione Estero). Si configura, pertanto, un evidente tentativo di “marginalizzazione” del voto nominale, che è poi quello che assicura una maggiore identificabilità del candidato ed livelli elevati di accountability del sistema elettorale, con la possibilità per l’elettore di punire o premiare direttamente il proprio candidato al termine del mandato quinquennale.

 

2) Un altro elemento di “garanzia” previsto dalla legge elettorale tedesca è la possibilità di esercitare il cosiddetto “voto disgiunto”, ovvero di esprimere, nella parte proporzionale, la preferenza per una lista diversa da quella del candidato votato nella parte maggioritaria. Si tratta di un elemento importante, che valorizza il voto per il candidato giudicato principalmente per il lavoro svolto durante il proprio mandato al di là della sua appartenenza partitica. Si tratta di un voto genuinamente “diretto” che, seppur complementare al riparto proporzionale, è un efficace sistema di controllo del candidato da parte dell’elettorato.

La riforma in esame alla Camera, anche in questo caso, modifica questa previsione in modo sostanziale. Se è vero che da un lato mantiene la possibilità di votare per un candidato in un collegio e vieta la candidatura in più circoscrizioni, dall’altro elimina qualunque possibilità di voto disgiunto, impedendo di barrare il nome del candidato “uninominale” e il simbolo di una lista a lui non collegata. Anzi, è fatta previsione che nel caso in cui si esprima solo il voto di lista, questo venga allargato al candidato di collegio (ma non viceversa) trasformando quest’ultimo in una sorta di “vice-capolista” bloccato e spersonalizzando del tutto il voto che diventa un proporzionale puro con liste bloccate. Anche questo punto rappresenta un’ulteriore forzatura delle dinamiche democratiche e della libertà degli elettori, con diversi studi (si veda il recente articolo di Pedro Riera & Damien Bol su West European Politics) che evidenziano come il voto disgiunto sia invece naturalmente più pronunciato in presenza di sistemi a impianto proporzionale, i c.d. Mixed-Member Proportional (MMP) systems come quelli in vigore in Bolivia, Lesotho, Nuova Zelanda e, appunto, Germania. Condizionando forzatamente una normale dinamica di comportamento elettorale senza assicurare adeguati bilanciamenti in termini di trasparenza e accountability, il legislatore rischia di commettere gli stessi errori commessi con il Porcellum prima e l’Italicum dopo e censurati due volte dalla Corte Costituzionale. Non si vuole qui giudicare la maggiore o minore appropriatezza di una formula elettorale – maggioritaria o proporzionale – rispetto ad un’altra, ma resta innegabile il fatto che qualora il rapporto tra rappresentanza e governabilità risulti sbilanciato in favore della seconda – come ad esempio avviene nei sistemi maggioritari plurality – sia necessario da parte del legislatore intervenire per rafforzare altri elementi che assicurino la più ampia partecipazione e il più efficace controllo degli eletti e che l’attuale bozza di riforma elettorale non sembra invece garantire.

Advertisements