Perché ricordare (e raccontare) è un dovere

Oggi molti di noi sono troppo impegnati per fermarsi a riflettere, oppure credono che ci siano cose più importanti a cui pensare. Altri sono semplicemente troppo pigri e decidono di non volersi informare, altri ancora rifiutano di affrontare una realtà dolorosa e che per questo motivo meriterebbe invece di essere mantenuta in vita giorno per giorno. Tutte queste persone però oggi sono complici esattamente come tutti coloro che tra il 1935 e il 1945 pur sapendo, permisero che si commettesse uno dei crimini più orrendi conosciuti dal genere umano: la discriminazione progressiva di ebrei, sinti e omosessuali fino all’olocausto messo in atto dal regime nazista e dei suoi alleati. Un crimine orrendo non solo per la sua efferatezza, per la violenza e per le forme in cui esso fu condotto, ma anche per la sistematicità con questo progetto criminale fu portato avanti. Una sistematicità che implica la progettazione del piano criminale, la costruzione del consenso intorno ad esso, la conduzione dello stesso in termini materiali ed l’efficacia dei suoi risultati.

Ecco, proprio per la natura “scientifica” del piano di sterminio portato avanti in quel decennio da Hitler e dal suo regime, non parlerei di “follia nazista”. Perché di follia ce n’è stata ben poca. Si è trattato di gente normale, in alcuni casi indubbiamente intelligente, proprio come tanti di noi, cittadini o rappresentanti politici. Ovviamente questo piano “razionale” implicava anche una componente “emozionale”. Ovvero, su cosa ha fatto leva questo spirito criminale per conquistare tanti consensi in così breve tempo?

Proprio come accadde allora, anche oggi in Europa quei partiti populisti di destra che tanto successo hanno riscosso negli ultimi anni, giocano sulle paure, sugli egoismi, sull’ignoranza delle persone comuni, di noi elettori. Così come oggi, anche allora la costruzione del consenso partì da messaggi che cercavano di infondere in queste persone la paura del diverso, il rancore verso precisi gruppi sociali, finendo per diventare una valvola di sfogo capace di andare oltre il recinto tradizionale della politica. Si potrebbe dire, in modo un po’ retorico, che coloro i quali oggi dimenticano tutto questo fanno sì che milioni di ebrei, sinti, omosessuali, oppositori politici e gente comune siano morti invano e che, in un certo senso, muoiano ancora.

Si badi bene, non si vuole arrivare a dire che i populisti di oggi, dalla Le Pen a Orban, siano destinati in caso di vittoria a portare avanti un progetto criminale come quello hitleriano. Certo è che i toni ricalcano spesso un copione già visto, anche se fino ad ora gli anticorpi sistemici presenti nelle nostre democrazie hanno funzionato – seppur con qualche limite – in modo adeguato. Ma la sostanza immunogena in grado di attivare questi anticorpi resta senza dubbio la memoria storica. La memoria del passato, di quello che è significato per tutte quelle persone che da un giorno all’altro hanno perso il loro diritto alla vita e, prima ancora, a quella dignità riconosciuta per diritto naturale ad ogni essere umano.

Si è trattato di persone innocenti, uomini, donne, ragazzi, ragazze e bambini che sono state non solo condannate a morte in nome di una assurda legge, ma anche freddamente strappate alla vita di tutti i giorni, private della loro quotidiana normalità e di un futuro per sé e per i propri cari. Ecco cosa deve farci più paura: la possibilità di essere privati ex nunc del proprio presente, di vedere il proprio passato cancellato con violenza senza sapere perché, di non avere più un futuro sia che la propria vita termini tra le fredde pareti piastrellate di una camera a gas o che si riesca a fare ritorno alle proprie case. Case di cui, nella maggior parte dei casi, non restava altro che un cumulo di macerie.

Un futuro negato in ogni caso quindi. Come quello di tanti sopravvissuti ai campi di sterminio, privati di ogni voglia di vivere perché impossibilitati a dimenticare le persecuzioni patite prima e durante la loro detenzione. Tra queste persone è possibile forse includere anche Primo Levi, ebreo torinese, strappato alla sua giovinezza di brillante chimico e deportato dopo una breve esperienza da partigiano, nel campo di Auschwitz. L’esperienza di Levi, autore della bellissima poesia “Se questo è un uomo” riportata sotto queste righe, ha ispirato profondamente questo breve e modesto articolo, non solo per la sua testimonianza diretta della discriminazione e della persecuzione subita da tanti cittadini europei ma soprattutto per quel tormento interiore che mai lo ha abbandonato e che lo spinse a diventare testimone fedele di quella tragica esperienza attraverso alcuni dei romanzi più belli della letteratura italiana.

Ecco, ciò a cui non ci si può rassegnare è che ci si possa presto o tardi dimenticare di tutto questo. La paura, le lacrime, i lividi, il sangue di tante famiglie distrutte da chi si è arrogato un diritto non suo, ma se lo è assegnato e legittimato con il consenso e il silenzio di chi non voleva sapere o di chi non si è preoccupato di conoscere. Oggi, in questa società che Lazarsfeld definirebbe “narcotizzata” il rischio di dimenticare tutto o, peggio ancora, ignorare l’esperienza di Primo Levi e di tanti altri che come lui hanno “perso la vita” pur riuscendo a tornare a casa è molto alto, e sta a ognuno di noi mantenere alta l’attenzione su ciò che è stato. Perché il pericolo che non ci si riesca più a indignare davanti agli orrori della storia è vivo, e la storia – questa storia – come scrive Levi va scolpita nel cuore “stando in casa, andando per via, coricandoci e alzandoci”.

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.