Dal “quasi bipartitismo” alla “quadriglia bipolare”?/2: cosa dicono i numeri


L’articolo pubblicato lunedì ha tentato di spiegare come durante questi decenni la competizione elettorale in Spagna abbia seguito un modello preciso, strutturando passo dopo passo e con alcuni piccoli shock (come nel 1982 e nei primi anni Novanta), un sistema partitico con aspetti peculiari piuttosto rilevanti. In altre parole la teoria dei cleavage di Lipset and Rokkan [1967] sembra adattarsi bene al caso spagnolo, con le due dimensioni (centro/periferia e destra/sinistra) ancora capaci di strutturare la competizione.

A differenza di molti altri paesi UE – in cui un costante processo di disaffezione e disallineamento dei cittadini dalla politica ha portato a costanti modifiche del loro assetto sistemico – la Spagna, ad eccezione del primo periodo della sua storia democratica (1976-82), ha rappresentato un modello stabile di comportamento elettorale almeno fino al 2011. In quell’occasione, alcuni elementi di cambiamento sono venuti alla luce, come ad esempio il drenaggio di voti subito da PP e PSOE a favore di partiti minori come IU e UPyD, aprendo la strada ad un processo che appare tutt’altro che in fase di arresto. Si è giunti così alle recenti elezioni del 20-D, che hanno visto un vero e proprio crollo di consensi per i due partiti maggiori e l’emersione di due nuovi attori dal peso elettorale sostanzialmente simile: Podemos – ideologicamente riconducibile all’alveo della sinistra – e Ciudadanos, piattaforma politica orientata invece verso l’area di centro-destra.

Possiamo allora considerare questi elementi come l’inizio di un processo di cambiamento dell’intero sistema partitico? Per tentare di capirlo e di fornire alcune conclusioni preliminari sembra utile analizzare brevemente il processo di stabilizzazione e cambiamento guardando a quattro indicatori principali: il volume del trasferimento di voti tra due elezioni successive, l’intensità della competizione elettorale, l’impatto del sistema elettorale e il numero dei partiti rilevanti nel sistema.

Volatilità elettorale. Secondo Bartolini e Mair [1990], il livello di volatilità elettorale riflette in modo rilevante la stabilità o l’instabilità di un sistema partitico, essendo un indicatore di forza relativa nonché di radicamento sociale dei partiti principali.

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Il grafico sopra mostra alcuni elementi piuttosto interessanti. Prima di tutto, tra il 1979 e il 2008 la Spagna ha registrato bassi livelli di volatilità elettorale in confronto ad altre democrazie dell’Europa occidentale. Solo in due casi sono osservabili dei “picchi”: nel 1982 e, più recentemente, nelle elezioni del 2015.

Il primo shock è riconducibile alla conclusione della fase costituente, con la fine del primo governo democratico guidato dall’UCD di Adolfo Suarez. Una fase di riallineamento generale, con i socialisti finalmente “riabilitati” dalla piena stabilizzazione del regime democratico e in grado di competere per la guida del Paese. Sarebbe stato l’inizio di una nuova fase politica che avrebbe portato all’egemonia del PSOE di Felipe Gonzaléz per oltre un decennio.

Il secondo picco, invece, è visibile proprio in corrispondenza delle elezioni di domenica scorsa. Cosa sta a significare questo? Che probabilmente ci troviamo di fronte ad una nuova fase di fluidità sistemica e di rimescolamento delle preferenze degli elettori, non più canalizzate verso i due partiti tradizionali (PP e PSOE) ma indirizzate ora verso altri attori in ascesa (Ciudadanos e Podemos). Le elezioni del 1982 videro infatti il crollo dell’UCD di Suarez e l’ascesa – che sarebbe stata poi definitiva – di Alianza Popular (poi trasformatasi nell’odierno PP) accanto al ridimensionamento del PCE a favore del PSOE. Del tutto analoga a quella di trentatré anni fa, anche quella odierna sembrerebbe essere una fase di rimescolamento per l’intero sistema, la cui portata però è ancora di difficile misurazione. Sarà infatti necessario studiare l’evoluzione di queste dinamiche sul lungo periodo per confermare che si tratti di un riallineamento definitivo e non solo di una fase temporanea di shock causata da un disorientamento congiunturale dell’elettorato spagnolo.

Fine del bipartitismo? Fino al 1989 il sistema spagnolo ha costituito quella tipologia di sistema definita da Sartori [1976] «predominant party system» in cui il PSOE ha agito come unico partito in grado di governare, favorito anche dall’assenza di competitors credibili. La trasformazione già accennata di AP in Partido Popular e la moderazione del suo programma politico ha favorito il modellamento del sistema verso un formato tendenzialmente bipartitico, con i due partiti in grado di competere alternativamente per la conquista della Moncloa.

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Il grafico riportato illustra bene l’andamento della dinamica competitiva sviluppatasi in Spagna a partire dagli anni Novanta, ovvero quella di due grandi partiti con le stesse possibilità di formare il governo da soli o con il sostegno parlamentare dei partiti regionali. Tuttavia, i dati del 2011 e, ancora di più, quelli delle elezioni di domenica mostrano una chiara inversione di tendenza. Per la prima volta le percentuali di voto ottenute da PP e PSOE superano appena il 50% dei voti, con Podemos, Ciudadanos e Union Popular (eredi di Izquierda Unida) che insieme raggiungono circa il 40% dei voti. A differenza del 2011, in cui il crollo del PSOE fu bilanciato dalla netta vittoria del PP, questa volta i partiti emergenti sono stati in grado di intercettare una grande fetta di elettori appartenenti in larga parte ai due partiti maggiori. Un dato che troverebbe conferma anche nell’aumento della partecipazione elettorale, salita di poco più del 6% rispetto a quattro anni fa. La distribuzione dell’elettorato continua ad essere distribuito maggiormente sulla sinistra dello spettro politico, ma appare evidente come il sistema stia attraversando una fase di profonda fluidità in cui i protagonisti precedenti vengono inevitabilmente ridimensionati.

L’impatto del sistema elettorale? Il sistema elettorale spagnolo ha da senza dubbio garantito una forte stabilità istituzionale a un sistema nato dalle macerie della dittatura franchista, con un meccanismo che ha da sempre teso a sovrarappresentare i partiti nazionali maggiori come PP e PSOE, penalizzando i partiti nazionali più piccoli come Izquierda Unida.

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Come si vede dal grafico, a partire dal 1993, l’effetto disproporzionale del sistema è andato gradualmente riducendosi, aumentando poi nelle elezioni del 2011 e scendendo leggermente nelle consultazioni di domenica. Tale effetto, lungi dall’essere frutto di una semplice meccanica elettorale – come potrebbe essere il nostrano Italicum – sembra esser stato favorito da un progressivo rafforzamento della dinamica bipartitica che ha caratterizzato la competizione fin dai primi anni Novanta. L’azione congiunta dei partiti maggiori, sempre più decisi a costituire una “democrazia (maggioritaria) dell’alternanza” con una competizione di carattere centripeto, e di un sistema sostanzialmente disproporzionale ha certamente contribuito a stabilizzare il sistema in questi anni.

Se però nel 2011, la frammentazione era stata in grado di mettere in moto l’effetto disproporzionale di quel sistema elettorale che Douglas Rae aveva definito “lo Sceriffo di Nottingham”, permettendo così il mantenimento di un formato sostanzialmente bipartitico in Parlamento, lo stesso non è accaduto nelle elezioni dell’altro ieri. L’indice di bipartitsmo è crollato, e con esso l’effetto disproporzionale del sistema proporzionale spagnolo, consegnando una Camera quanto mai frammentata e priva, per la prima volta, di un partito in grado di formare il governo da solo. Questo dato, può suggerirci una breve conclusione, ovvero che sebbene il sistema elettorale abbia certamente un ruolo importante, pare innegabile che accanto ad esso vi sia la necessaria azione congiunta dei partiti, gli stessi in grado per vent’anni di strutturare la competizione in senso maggioritario.

Nuovi attori rilevanti? Gli effetti disproporzionali del sistema elettorale possono essere osservati anche guardando al numero effettivo di partiti calcolati con la formula di Laakso and Taagepera [1979].

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I dati riportati sopra appaiono abbastanza chiari. La stabilizzazione del sistema spagnolo è ben rappresentato dalla scarsa variazione di questo indicatore e quindi del suo formato fino alle elezioni del 2011. Infatti, fino alle ultime elezioni le preferenze elettorali sono convertite su pochi partiti, solitamente PP, PSOE, IU e pochi partiti regionali, permettendo alla Spagna di registrare uno dei più bassi livelli di frammentazione partitica dell’Europa occidentale dietro solamente a Regno Unito e Grecia fino al 2009. Grazie anche all’azione del sistema elettorale, il sistema è stato chiuso a nuovi attori come dimostra la differenza tra ENPv (voti) e ENPs (seggi).

Tuttavia, proprio dal 2011 si è registrato un punto di rottura con un “trend al ribasso” costantemente consolidato a partire dal 1989. Le elezioni di domenica scorsa hanno costituito più di ogni altre un vero e proprio shock, registrando il dato più elevato il termini di partiti effettivi mai visto fino ad ora. Il sistema ha aperto le porte a nuovi attori (Podemos e Ciudadanos), attori rilevanti in termini di voti e di seggi, non più considerabili attori secondari come IU o UPyD e quindi marginalizzabili. Per la prima volta la Spagna fa i conti con un sistema multipartitico ed è ancora difficile sapere come il sistema reagirà a questo dato inedito.

Conclusioni. Per lungo tempo la Spagna è stata caratterizzata da un alto grado di stabilità assicurato, da un lato, da un sistema elettorale nella sostanza maggioritario e, dall’altro lato, da un comportamento elettorale strutturato in direzione maggioritaria grazie anche a caratteristiche peculiari della democrazia spagnola quali un alto grado di personalizzazione della politica, organizzazioni partitiche catch-all e una competizione strutturata lungo la “frattura” destra/sinista. Tutti questi elementi hanno contribuito così a restringere la competizione tra due partiti principali – PSOE e PP – in grado di catalizzare gran parte dei voti, costantemente incrementati fino al 2008 quando insieme assommavano l’82% dei voti totali.

Le elezioni del 2011 e, ancor di più, quelle di domenica hanno modificato questo modello, come testimoniato dal declino deciso dell’indice di bipartitismo crollato prima al 73% e poi al 50%, con un crollo sostanziale prima del PSOE e infine anche del PP. Se nel 2011 questo crollo è stato in parte assorbito nella “zona grigia” dell’astensione e in parte da partiti rimasti comunque marginali come IU e UPyD, domenica scorsa la situazione è decisamente cambiata. La partecipazione è aumentata di ben 4 punti percentuali e la crescita di nuovi partiti come Podemos e Ciudadanos è stata evidente, con un consistente drenaggio di voti dai partiti tradizionali. A differenza di quattro anni fa, in questo caso si tratta di partiti non più marginali, in grado di raccogliere un consenso ampio non solo nelle grandi città ma anche in alcune zone rurali, storicamente ad appannaggio dei partiti tradizionali. Questi partiti siedono oggi nel Congreso de los Diputados con la decisa volontà di contare e influenzare la formazione del futuro governo, non solo come sostegno esterno ma come vero e proprio partner di coalizione.

La situazione è tanto chiara (nel breve periodo) quanto ancora di difficile definizione (nel lungo periodo). Oggi la Spagna si risveglia in un sistema multipartitico in cui un governo di coalizione appare quanto mai inevitabile seppur di difficile costituzione. Un fattore in grado di favorire possibili alleanze tra vecchi e nuovi partiti resta però quella caratteristica peculiare del sistema illustrata nel precedente articolo, ovvero il mantenimento dello schema ideologico consolidato e in virtù quale potrebbe essere più agevole trovare un accordo.

Ciò che appare con minor chiarezza è se si tratti di un cambiamento di lungo periodo o solo di uno shock temporaneo dovuto anche a fattori contingenti come la crisi economica. La breve analisi e i dati portati a sostegno lasciano trasparire un certo pessimismo a riguardo, ma ad oggi appare impossibile dire con certezza se il sistema bipartitico costruito in questi trent’anni sia destinato a finire oppure se, attraverso questo pesante shock, possa rafforzarsi ulteriormente grazie anche ai numerosi anticorpi presenti nel sistema. Certo è che sta ai suoi attori, in primo luogo i partiti, stimolare l’attivazione di tali anticorpi, evitando così di abbandonarsi fatalisticamente alla meccanica elettorale che pare affascinare tanto la classe politica – e intellettuale – nostrana.

 

 

 

 

 

 

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