Dal “quasi bipartitismo” alla “quadriglia bipolare”?/2: cosa dicono i numeri

L’articolo pubblicato lunedì ha tentato di spiegare come durante questi decenni la competizione elettorale in Spagna abbia seguito un modello preciso, strutturando passo dopo passo e con alcuni piccoli shock (come nel 1982 e nei primi anni Novanta), un sistema partitico con aspetti peculiari piuttosto rilevanti. In altre parole la teoria dei cleavage di Lipset and Rokkan [1967] sembra adattarsi bene al caso spagnolo, con le due dimensioni (centro/periferia e destra/sinistra) ancora capaci di strutturare la competizione.

A differenza di molti altri paesi UE – in cui un costante processo di disaffezione e disallineamento dei cittadini dalla politica ha portato a costanti modifiche del loro assetto sistemico – la Spagna, ad eccezione del primo periodo della sua storia democratica (1976-82), ha rappresentato un modello stabile di comportamento elettorale almeno fino al 2011. In quell’occasione, alcuni elementi di cambiamento sono venuti alla luce, come ad esempio il drenaggio di voti subito da PP e PSOE a favore di partiti minori come IU e UPyD, aprendo la strada ad un processo che appare tutt’altro che in fase di arresto. Si è giunti così alle recenti elezioni del 20-D, che hanno visto un vero e proprio crollo di consensi per i due partiti maggiori e l’emersione di due nuovi attori dal peso elettorale sostanzialmente simile: Podemos – ideologicamente riconducibile all’alveo della sinistra – e Ciudadanos, piattaforma politica orientata invece verso l’area di centro-destra.

Possiamo allora considerare questi elementi come l’inizio di un processo di cambiamento dell’intero sistema partitico? Per tentare di capirlo e di fornire alcune conclusioni preliminari sembra utile analizzare brevemente il processo di stabilizzazione e cambiamento guardando a quattro indicatori principali: il volume del trasferimento di voti tra due elezioni successive, l’intensità della competizione elettorale, l’impatto del sistema elettorale e il numero dei partiti rilevanti nel sistema.

Volatilità elettorale. Secondo Bartolini e Mair [1990], il livello di volatilità elettorale riflette in modo rilevante la stabilità o l’instabilità di un sistema partitico, essendo un indicatore di forza relativa nonché di radicamento sociale dei partiti principali.

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Il grafico sopra mostra alcuni elementi piuttosto interessanti. Prima di tutto, tra il 1979 e il 2008 la Spagna ha registrato bassi livelli di volatilità elettorale in confronto ad altre democrazie dell’Europa occidentale. Solo in due casi sono osservabili dei “picchi”: nel 1982 e, più recentemente, nelle elezioni del 2015.

Il primo shock è riconducibile alla conclusione della fase costituente, con la fine del primo governo democratico guidato dall’UCD di Adolfo Suarez. Una fase di riallineamento generale, con i socialisti finalmente “riabilitati” dalla piena stabilizzazione del regime democratico e in grado di competere per la guida del Paese. Sarebbe stato l’inizio di una nuova fase politica che avrebbe portato all’egemonia del PSOE di Felipe Gonzaléz per oltre un decennio.

Il secondo picco, invece, è visibile proprio in corrispondenza delle elezioni di domenica scorsa. Cosa sta a significare questo? Che probabilmente ci troviamo di fronte ad una nuova fase di fluidità sistemica e di rimescolamento delle preferenze degli elettori, non più canalizzate verso i due partiti tradizionali (PP e PSOE) ma indirizzate ora verso altri attori in ascesa (Ciudadanos e Podemos). Le elezioni del 1982 videro infatti il crollo dell’UCD di Suarez e l’ascesa – che sarebbe stata poi definitiva – di Alianza Popular (poi trasformatasi nell’odierno PP) accanto al ridimensionamento del PCE a favore del PSOE. Del tutto analoga a quella di trentatré anni fa, anche quella odierna sembrerebbe essere una fase di rimescolamento per l’intero sistema, la cui portata però è ancora di difficile misurazione. Sarà infatti necessario studiare l’evoluzione di queste dinamiche sul lungo periodo per confermare che si tratti di un riallineamento definitivo e non solo di una fase temporanea di shock causata da un disorientamento congiunturale dell’elettorato spagnolo.

Fine del bipartitismo? Fino al 1989 il sistema spagnolo ha costituito quella tipologia di sistema definita da Sartori [1976] «predominant party system» in cui il PSOE ha agito come unico partito in grado di governare, favorito anche dall’assenza di competitors credibili. La trasformazione già accennata di AP in Partido Popular e la moderazione del suo programma politico ha favorito il modellamento del sistema verso un formato tendenzialmente bipartitico, con i due partiti in grado di competere alternativamente per la conquista della Moncloa.

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Il grafico riportato illustra bene l’andamento della dinamica competitiva sviluppatasi in Spagna a partire dagli anni Novanta, ovvero quella di due grandi partiti con le stesse possibilità di formare il governo da soli o con il sostegno parlamentare dei partiti regionali. Tuttavia, i dati del 2011 e, ancora di più, quelli delle elezioni di domenica mostrano una chiara inversione di tendenza. Per la prima volta le percentuali di voto ottenute da PP e PSOE superano appena il 50% dei voti, con Podemos, Ciudadanos e Union Popular (eredi di Izquierda Unida) che insieme raggiungono circa il 40% dei voti. A differenza del 2011, in cui il crollo del PSOE fu bilanciato dalla netta vittoria del PP, questa volta i partiti emergenti sono stati in grado di intercettare una grande fetta di elettori appartenenti in larga parte ai due partiti maggiori. Un dato che troverebbe conferma anche nell’aumento della partecipazione elettorale, salita di poco più del 6% rispetto a quattro anni fa. La distribuzione dell’elettorato continua ad essere distribuito maggiormente sulla sinistra dello spettro politico, ma appare evidente come il sistema stia attraversando una fase di profonda fluidità in cui i protagonisti precedenti vengono inevitabilmente ridimensionati.

L’impatto del sistema elettorale? Il sistema elettorale spagnolo ha da senza dubbio garantito una forte stabilità istituzionale a un sistema nato dalle macerie della dittatura franchista, con un meccanismo che ha da sempre teso a sovrarappresentare i partiti nazionali maggiori come PP e PSOE, penalizzando i partiti nazionali più piccoli come Izquierda Unida.

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Come si vede dal grafico, a partire dal 1993, l’effetto disproporzionale del sistema è andato gradualmente riducendosi, aumentando poi nelle elezioni del 2011 e scendendo leggermente nelle consultazioni di domenica. Tale effetto, lungi dall’essere frutto di una semplice meccanica elettorale – come potrebbe essere il nostrano Italicum – sembra esser stato favorito da un progressivo rafforzamento della dinamica bipartitica che ha caratterizzato la competizione fin dai primi anni Novanta. L’azione congiunta dei partiti maggiori, sempre più decisi a costituire una “democrazia (maggioritaria) dell’alternanza” con una competizione di carattere centripeto, e di un sistema sostanzialmente disproporzionale ha certamente contribuito a stabilizzare il sistema in questi anni.

Se però nel 2011, la frammentazione era stata in grado di mettere in moto l’effetto disproporzionale di quel sistema elettorale che Douglas Rae aveva definito “lo Sceriffo di Nottingham”, permettendo così il mantenimento di un formato sostanzialmente bipartitico in Parlamento, lo stesso non è accaduto nelle elezioni dell’altro ieri. L’indice di bipartitsmo è crollato, e con esso l’effetto disproporzionale del sistema proporzionale spagnolo, consegnando una Camera quanto mai frammentata e priva, per la prima volta, di un partito in grado di formare il governo da solo. Questo dato, può suggerirci una breve conclusione, ovvero che sebbene il sistema elettorale abbia certamente un ruolo importante, pare innegabile che accanto ad esso vi sia la necessaria azione congiunta dei partiti, gli stessi in grado per vent’anni di strutturare la competizione in senso maggioritario.

Nuovi attori rilevanti? Gli effetti disproporzionali del sistema elettorale possono essere osservati anche guardando al numero effettivo di partiti calcolati con la formula di Laakso and Taagepera [1979].

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I dati riportati sopra appaiono abbastanza chiari. La stabilizzazione del sistema spagnolo è ben rappresentato dalla scarsa variazione di questo indicatore e quindi del suo formato fino alle elezioni del 2011. Infatti, fino alle ultime elezioni le preferenze elettorali sono convertite su pochi partiti, solitamente PP, PSOE, IU e pochi partiti regionali, permettendo alla Spagna di registrare uno dei più bassi livelli di frammentazione partitica dell’Europa occidentale dietro solamente a Regno Unito e Grecia fino al 2009. Grazie anche all’azione del sistema elettorale, il sistema è stato chiuso a nuovi attori come dimostra la differenza tra ENPv (voti) e ENPs (seggi).

Tuttavia, proprio dal 2011 si è registrato un punto di rottura con un “trend al ribasso” costantemente consolidato a partire dal 1989. Le elezioni di domenica scorsa hanno costituito più di ogni altre un vero e proprio shock, registrando il dato più elevato il termini di partiti effettivi mai visto fino ad ora. Il sistema ha aperto le porte a nuovi attori (Podemos e Ciudadanos), attori rilevanti in termini di voti e di seggi, non più considerabili attori secondari come IU o UPyD e quindi marginalizzabili. Per la prima volta la Spagna fa i conti con un sistema multipartitico ed è ancora difficile sapere come il sistema reagirà a questo dato inedito.

Conclusioni. Per lungo tempo la Spagna è stata caratterizzata da un alto grado di stabilità assicurato, da un lato, da un sistema elettorale nella sostanza maggioritario e, dall’altro lato, da un comportamento elettorale strutturato in direzione maggioritaria grazie anche a caratteristiche peculiari della democrazia spagnola quali un alto grado di personalizzazione della politica, organizzazioni partitiche catch-all e una competizione strutturata lungo la “frattura” destra/sinista. Tutti questi elementi hanno contribuito così a restringere la competizione tra due partiti principali – PSOE e PP – in grado di catalizzare gran parte dei voti, costantemente incrementati fino al 2008 quando insieme assommavano l’82% dei voti totali.

Le elezioni del 2011 e, ancor di più, quelle di domenica hanno modificato questo modello, come testimoniato dal declino deciso dell’indice di bipartitismo crollato prima al 73% e poi al 50%, con un crollo sostanziale prima del PSOE e infine anche del PP. Se nel 2011 questo crollo è stato in parte assorbito nella “zona grigia” dell’astensione e in parte da partiti rimasti comunque marginali come IU e UPyD, domenica scorsa la situazione è decisamente cambiata. La partecipazione è aumentata di ben 4 punti percentuali e la crescita di nuovi partiti come Podemos e Ciudadanos è stata evidente, con un consistente drenaggio di voti dai partiti tradizionali. A differenza di quattro anni fa, in questo caso si tratta di partiti non più marginali, in grado di raccogliere un consenso ampio non solo nelle grandi città ma anche in alcune zone rurali, storicamente ad appannaggio dei partiti tradizionali. Questi partiti siedono oggi nel Congreso de los Diputados con la decisa volontà di contare e influenzare la formazione del futuro governo, non solo come sostegno esterno ma come vero e proprio partner di coalizione.

La situazione è tanto chiara (nel breve periodo) quanto ancora di difficile definizione (nel lungo periodo). Oggi la Spagna si risveglia in un sistema multipartitico in cui un governo di coalizione appare quanto mai inevitabile seppur di difficile costituzione. Un fattore in grado di favorire possibili alleanze tra vecchi e nuovi partiti resta però quella caratteristica peculiare del sistema illustrata nel precedente articolo, ovvero il mantenimento dello schema ideologico consolidato e in virtù quale potrebbe essere più agevole trovare un accordo.

Ciò che appare con minor chiarezza è se si tratti di un cambiamento di lungo periodo o solo di uno shock temporaneo dovuto anche a fattori contingenti come la crisi economica. La breve analisi e i dati portati a sostegno lasciano trasparire un certo pessimismo a riguardo, ma ad oggi appare impossibile dire con certezza se il sistema bipartitico costruito in questi trent’anni sia destinato a finire oppure se, attraverso questo pesante shock, possa rafforzarsi ulteriormente grazie anche ai numerosi anticorpi presenti nel sistema. Certo è che sta ai suoi attori, in primo luogo i partiti, stimolare l’attivazione di tali anticorpi, evitando così di abbandonarsi fatalisticamente alla meccanica elettorale che pare affascinare tanto la classe politica – e intellettuale – nostrana.

 

 

 

 

 

 

Dal “quasi bipartitismo” alla “quadriglia bipolare”?/1: un modello di competizione ancora valido

Il sistema partitico spagnolo si è strutturato sin dagli inizi della sua vita democratica secondo un modello “quasi bipartitico” che si è rivelato stabile nel corso del tempo. La stutturazione della società spagnola lungo due tipi di quelli che Lipset and Rokkan [1967] hanno chiamato cleavages – quello territorial e quello funzionale – hanno condotto alla creazione di un Sistema fatto di partiti allineati secondo due dimensioni: la “frattura” destra/sinistra e quella centro/periferia, con quest’ultima che ha favorito la nascita dei numerosi movimenti regionalisti.

Questo modello è durato circa trent’anni, entrando in crisi con le elezioni anticipate del 2011 quando il premier socialista Zapatero sancì anticipatamente la fine del suo mandato. Questo ha portato già quattro anni fa ad un terremoto capace di mettere in crisi il sistema collaudato di un quasi bipartitismo arricchito da numerosi partiti nazionalisti/regionalisti. In quell’occasione, la forte emorragia di voti subita dal PSOE fu raccolta dai post-comunisti di Izquierda Unida e dal UPyD dell’ex parlamentare socialista Rosa Diéz, capaci di incrementare il loro consenso di più del 3% se paragonato alle elezioni del 2008.

Le elezioni di ieri, hanno infine sancito probabilmente la fine di questo modello di competizione partitica sviluppatosi dal 1982 ad oggi. La crescita esponenziale dei partiti “di protesta” come Podemos e Ciudadanos unita all’arretramento dei partiti storici quali PP e PSOE e all’impossibilità di formare un governo monocolore anche solo di minoranza pare costituire un messaggio inequivoco. Il “modello spagnolo”, preso spesso ad esempio dalle altre democrazie instabili d’Europa – prima tra tutte l’Italia – è davvero entrato in una crisi irreversibile, i cui segni già erano apparsi evidenti nelle elezioni del novembre 2011? Prima di rispondere a questa domanda è necessario comprendere il funzionamento della competizione politica e la strutturazione del comportamento elettorale dei cittadini spagnoli.

Dato per scontata l’importanza assunta dal cleavage centro/periferia nella strutturazione del sistema partitico spagnolo, sembra interessante focalizzare l’attenzione su come il comportamento elettorale e la competizione tra partiti a livello nazionale si siano modellati in accordo con il cleavage ideologico “destra-sinistra”.

Il modello di competizione intorno al quale il sistema spagnolo è andato strutturandosi corrisponde al più comune diffuso tra i paesi europei: il cleavage destra/sinistra [Dalton et al. 1984; Knutsen 1997; Eijk 2005]. Si tratta di quello secondo cui la maggior parte dei cittadini è in grado di collocarsi e di collocare i partiti politici su una scala che va da sinistra a destra (solitamente 0-10) d votare secondo tale preferenza. Ma un elemento particolarmente interessante è quello suggerito da uno studio di Adams et al. [2011], secondo cui il posizionamento dei cittadini su questo “continuum” è esogeno all’azione dei partiti, ovvero essi non sono in grado di influire sugli orientamenti degli individui. Questo punto sancirebbe la separazione tra interesse politico e identificazione partitica, contraddicendo quanto insegnatoci dal modello Michigan.

Come suggeritoci nelle diverse tornate dell’Eurobarometro e della European Value Surveys raccolte dall’inizio degli anni Ottanta, gli spagnoli hanno sempre segnato i livelli piiù bassi di partisanship rispetto a tutte gli altri Paesi membri dell’Unione Europea. Il caso spagnolo sembra aderire perfettamente al tipo di modello sopra descritto. Infatti, in tutti questi anni i maggiori partiti a livello nazionale (PP, PSOE and IU) hanno mantenuto un elettorato eterogeneo ma, comunnque, strutturato secondo stabili confini ideologici.

Per dirla con Morlino (1998) è possibile affermare che il fattore ideologico è servitor per “ancorare” il voto sin dalla ricostruzione della democrazia spagnola, istituzionalizzando così un modello di competizione che sembra esser rimasto a lungo valido. In altre parole, l’identificazione politica (o ideologica) – considerata come il modo in cui gli elettori vedono se stessi e i partiti in termini di sinistra v. destra – sembra avere maggiore importanza non solo rispetto al fattore sociale di strutturazione del voto ma anche dell’identificazione partitica che è sempre stata molto bassa  [Gunther and Montero, 1994; Linz and Montero, 1999]. Dall’altro lato diversi studi [Freire and Costa Lobo, 2002; Calvo et al. 2011] hanno mostrato che il fattore ideologico presenta il più alto tasso di correlazione nei confronti del comportamento di voto, indicando che gli elettori non solo legati a uno specifico partito – anche a causa della loro natura catch-all [Morlino 1998] – ma al “generico spazio” sinistra-centro-destra.

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Come mostrato nella figura sopra, il cleavage destra-sinistra sembra mantenere una certa rilevanza, come osservabile dal più o meno costante score fatto registrar nel corso del tempo da ciascuna categoria e il decline simultaneo – iniziato dopo il 2000 – di quella porzione di elettorato che rifiuta di porsi lungo la scala.

Questo schema appare dunque ancora valido per il sistema politico spagnolo, dominato per lungo tempo dai due maggiori partiti – PP e PSOE – e, allo stesso tempo caratterizzati da un alto grado di polarizzazione che permette di adottare le conclusion di Dalton and Wattemberg [2009: 912] circa la relazione tra ‘left-right attitudes’ e la polarizzazione politica: la correlazione tra queste due variabili sembra maggiore in un sistema con pochi partiti ma con maggiore polarizzazione (come nel caso della Spagna, almeno fino al 2011), strutturato secondo un abbastanza polarizzato modello di competizione destra-sinistra. Questi dati mostrano come gli elettori spagnoli siano più legati a categorie ampie – in cui possono essere ricompresi più partiti – piuttosto che all’identificazione con un preciso partito. Inoltre, questa divisione non riflette divisioni di classe – che sono invece attraversate egualmente da ciascun partito – ma piuttosto diverse “visioni politiche” associate con la divisione destra-sinistra attraverso simpatie e identità di ciascun elettore.

Tali conclusioni potrebbero anche spiegare la recente nascita e la crescita di partiti di partiti di protesta quali Podemos e Ciudadanos, capaci – come si vedrà nel prossimo articolo – di scardinare l’assetto quasi-bipolare del sistema spagnolo pur collocandosi all’interno di quel sistema di competizione destra-sinistra che appare quanto mai valido per spiegare il funzionamento delle dinamiche politiche ed elettorali del paese sud-europeo. Entrambi si sono proposti come partiti nuovi, nati per scardinare il sistema “corrotto” dei partiti tradizionali. Ma entrambi, a differenza del caso-Grillo in Italia, hanno deciso di muoversi e di strutturarsi all’interno di un sistema competitivo non solo tradizionale quale quello della competizione partitica, ma soprattutto hanno scelto di aderire a quel modello strutturale di competizione destra-sinistra tanto diffuso nell’Europa occidentale.

 

 

La transizione alla democrazia: la Costituzione spagnola del 6 dicembre 1978

La dittatura franchista che ha accompagnato la Spagna per quasi quarant’anni, cessa il 20 novembre del 1975 quando all’età di 82 anni muore il caudillo Francisco Franco, dando il via alla transizione del paese verso la democrazia. Si tratta di una fase di passaggio caratterizzata da una sostanziale continuità sia in riferimento agli uomini (Adolfo Suárez, primo capo del governo dell’era post-franchista era stato un uomo del regime) sia per quanto riguarda le procedure legislative utilizzate, tutte nel solco dell’architettura istituzionale creata sotto il regime franchista. In questa fase si compie, dunque, una scelta precisa, che emargina il progetto di ruptura totale con il regime proposto dalle forze di opposizione, che, dunque, si trovano costrette a collaborare con le forze al governo. È la fase della cosiddetta ruptura/reforma pactada, rappresentata dal “compromesso” in forza del quale le opposizioni avrebbero dovuto rinunciare a far parte del governo provvisorio, a mettere in discussione l’istituzione monarchica, rassegnandosi a vedere rinviata la discussione sul problema delle autonomie locali [Bosco 2005, 25]. Questo compromesso è alla base della Ley para la reforma política approvata, a larga maggioranza, dalle Cortes “franchiste” il 18 novembre del 1976, con la quale si stabilisce che la riforma costituzionale venga elaborata dalle nuove Cortes composte da un congresso di deputati e da un senato, entrambi da eleggere attraverso elezioni libere e democratiche. Vi è, dunque, all’interno delle élite politiche una voglia comune di evitare le polarizzazioni ideologiche, nella consapevolezza delle conseguenze tragiche e sanguinose che esse avevano comportato nei primi anni Trenta del secolo scorso. Secondo Powell [1991], un ruolo decisivo a favore di questa conciliazione, sembrerebbe essere stato svolto dal nuovo re Juan Carlos I di Borbone, designato capo dello Stato dallo stesso Franco prima della sua morte. L’apertura verso le forze democratiche attraverso colloqui informali con i leader delle opposizioni ancora in clandestinità, l’uso del suo potere di nomina per collocare in posizione chiave i politici che maggiormente si sono distinti nella fase della transizione, nonché il suo impegno diretto per l’approvazione della riforma del 1976, hanno consentito all’istituzione monarchica di riscuotere consenso anche presso i settori ad essa meno favorevoli, primi tra tutti comunisti e socialisti, che, invece, speravano nella restaurazione della repubblica finita nel 1936.

Le prime elezioni democratiche per il rinnovo delle Cortes vengono convocate per il 15 giugno 1977, segnando un dato chiaro: gli spagnoli si orientano verso il centro dello spettro politico, conferendo all’Unión del Centro Democrático (Ucd) di Suárez la maggioranza relativa dei voti (34,4%) e, dunque, la facoltà di formare il nuovo governo. Dietro l’Ucd si piazza il Partido Socialista Obrero Español (Psoe) con il 29,3%, mentre i due partiti “estremi”, il Pce e gli eredi del franchismo di Alianza Popular non riescono a superare il 10% [ibidem, 30]. L’elezione del nuovo governo segna una fase di collaborazione tra le forze politiche volta alla stesura della nuova carta costituzionale, ma anche alla risoluzione dei problemi contingenti del paese, dall’economia alla questione territoriale, fino al problema del terrorismo basco rappresentato dalla violenza del movimento separatista Euskadi Ta Askatasuna (ETA). Questa fase, detta del consenso, viene sancita dalla scelta di Suárez di affidare il compito di redigere la nuova Costituzione spagnola esclusivamente al parlamento, rigettando l’ipotesi di un procedimento di matrice esclusivamente governativa. A tale scopo viene nominata una Sottocommissione per gli Affari costituzionali composta da sette deputati (tre dell’Ucd, uno per Psoe, Pce, Ap e nazionalisti catalani) con il compito di redigere una bozza del progetto da presentare poi in commissione per la discussione. Nonostante alcune spaccature createsi all’interno della sottocommissione, causate da divergenze di natura ideologica [Gunther 1992, 58-59], i successivi lavori in Commissione Affari costituzionali del Congresso sono contraddistinti da un clima di sostanziale collaborazione tra le principali forze politiche (Ucd e Psoe), esteso in seguito anche agli altri partiti. La fine ufficiale della transizione alla democrazia viene sancita dall’approvazione finale del nuovo testo costituzionale da parte del parlamento il 31 ottobre 1978, con un’ampia maggioranza sia al Congresso che al Senato[1] e con la ratifica della stessa da parte dei cittadini spagnoli mediante referendum il successivo 6 dicembre: nell’occasione più dell’88% degli spagnoli si esprimono favorevolmente alla nuova Costituzione, con una partecipazione che, però, non si attesta a livelli particolarmente elevati (appena il 66% degli aventi diritto).

La legge fondamentale spagnola rappresenta la sintesi di due tendenze connaturate al processo di democratizzazione portato avanti in quegli anni [van Biezen e Hopkin 2007, 107-108]. Innanzitutto, essa recepisce gli insegnamenti provenienti dalla crisi istituzionale che aveva colpito la Seconda Repubblica nei primi anni Trenta, causata da un sistema politico in cui il potere esecutivo era diviso in modo non efficiente tra presidente e primo ministro, provocando debolezza e instabilità: è proprio il cortocircuito sistemico prodotto da questo fattore a spingere i costituenti del 1978 a disegnare un sistema che si caratterizzi per un esecutivo forte e capace di governare con la propria autorità. Inoltre, il passaggio dalla dittatura alla democrazia avviene con una certa continuità istituzionale (a differenza di quanto avrebbero voluto le sinistre): provenendo da un’esperienza in cui il potere politico era stato concentrato nelle mani del governo, e in particolare di Franco, la nuova Costituzione procede ad un rafforzamento del potere esecutivo e del presidente del gobierno. Attraverso la riforma costituzionale, fu creato un «sistema riconducibile al genus parlamentare» [Raniolo 2005, 200], ovvero una monarchia parlamentare in cui, però, il potere del legislativo viene ridimensionato a vantaggio del potere del governo e del primo ministro. Si tratta di un sistema politico particolare, che riprende alcuni caratteri tipici del parlamentarismo delineato nella Grundgesetz (Legge Fondamentale) della Repubblica federale tedesca, per cui il parlamento cede parte della sovranità all’esecutivo e, in particolare, al capo del governo. La volontà di non incorrere nelle “disfunzioni sistemiche” che avevano causato il collasso della Seconda Repubblica, spinge le élite politiche a disegnare un sistema che garantisca la stabilità governativa, sostanzialmente con due partiti principali e con un parlamento strutturato intorno a gruppi consistenti e disciplinati, in modo da impedirne la frammentazione [Bosco 2005, 46]. L’architettura istituzionale concordata all’inizio, e sostenuta dal Psoe e dal Pce, basata su un forte potere parlamentare (secondo il modello classico delle democrazie consensuali), viene accantonata da Suárez che, invece, decide di perseguire un approccio più “presidenziale”, delineando un sistema in cui il capo del governo può essere definito come «primo tra gli ineguali» [Sartori 1995, 116]. Si decide in questo frangente, di optare per una forma di governo che assicuri al governo di avere i mezzi sufficienti per gestire e controllare il processo di transizione, decisivo per il futuro del paese. Come hanno evidenziato anche van Biezen e Hopkin [2007, 108], proprio i socialisti, oppositori di questa soluzione istituzionale, in futuro sarebbero stati tra coloro che in modo speciale avrebbero beneficiato di questi ampi poteri.

[1]  Il Congresso approva, infatti, la Costituzione con 325 voti favorevoli, 6 contrari e 14 astenuti. Al Senato il progetto passa, invece, con 226 voti favorevoli, 5 contrari e 8 astenuti. I voti contrari sono espressi da alcuni esponenti di Ap e dal partito radicale basco Euskadiko Ezkerra, mentre ad astenersi sono i rappresentanti del Partido Nacionalista Vasco (Pnv).