La banalizzazione del discorso politico: riattivare gli anticorpi della cultura contro il virus del populismo


Oggi dopo un po’ di tempo ho riascoltato una canzone scritta da Ivano Fossati nel 2006, “Il battito”, le cui parole hanno stimolato in me una breve riflessione su dove stia andando – o forse più probabilmente dove sia già finita – in questi vent’anni la nostra società, sempre più disabituata a studiare, a riflettere, e sempre più spesso incapace di avere una visione analitica dei fatti. Seguendo il percorso tracciato dalle parole di Fossati, appare sempre più chiaro come in questi ultimi vent’anni noi cittadini sembriamo esserci sempre più abituati a leggere la realtà attraverso messaggi brevi, diretti, ad effetto, ma spesso banali e il cui significato a volte non pare addirittura essere realmente compreso. “Pochi significati, titoli, ideogrammi, insegne, inglese, americano slang” sono diventati i mezzi con cui noi cittadini impostiamo sempre più spesso non solo la comunicazione interpersonale ma anche la nostra conoscenza del reale, della cronaca e della politica, con una percezione effimera della conoscenza delle cose che ci ha reso sempre più disabituati a studiare, e che ci ha portati a basare la nostra comprensione dei fatti sullo stimolo indotto, sull’emozione, su “un colpo d’occhio” che, come pare suggerire Fossati, in questa epoca di tempi compressi e incalzanti, è finito per diventare “anche troppo”.

In questo lento processo, la politica ha accompagnato noi cittadini tenendoci per mano dalla fine della Prima Repubblica, fatta di lunghi discorsi pregni di “politichese”, dei partiti organizzati non solo come macchine di costruzione del consenso elettorale ma soprattutto come organizzazioni costruite per educare i cittadini ad una visione del mondo che fosse alternativa a quella reale, proponendo modelli che affondavano – con più o meno intensità – le radici nella conoscenza della letteratura, della filosofia, della storia e della sociologia. Si è poi inaugurato, a partire dai primi anni Novanta, un modello di partito sempre più snello, che si proponeva di essere più vicino ai cittadini non perché radicato sul territorio e quindi più a contatto con essi, ma in quanto intermediato dai mezzi di comunicazione sempre più evoluti ed invasivi della sfera privata, che imponevano però l’uso di un linguaggio asciutto, chiaro, semplificato rispetto a quello adoperato dai partiti di massa nei primi cinquant’anni della storia repubblicana.

Si è assistiti così negli anni allo svuotamento del ruolo dei partiti come organizzazioni “pedagogiche”, di formazione dell’individuo (inserito in una comunità) a macchine di costruzione del consenso elettorale che hanno sempre più banalizzato il loro discorso politico, puntando sempre meno sui contenuti, sul linguaggio e sull’analisi di fatti complessi, e sempre più su slogan brevi, ad effetto spesso mutuati dalla politica anglosassone – soprattutto americana – stravolgendo il modello di partecipazione intra ed extra partitica fino ad allora consolidato.

L’apice di questo processo è stato poi l’esplosione del fenomeno conosciuto come personalizzazione della politica, in cui la scelta politica è diventata progressivamente una semplice scelta dicotomica “si/no”, un referendum nei confronti del leader al governo in un dato momento. Si è finiti così all’estrema semplificazione dei processi di informazione/giustificazione/sanzione, quelli che secondo Andreas Schedler costituiscono l’essenza del meccanismo democratico attraverso cui i cittadini partecipano con le elezioni alla formazione di una classe politica degna del compito che è chiamata a svolgere.

E la politica, così come è andata modellandosi nel corso degli ultimi vent’anni, basata spesso sullo svilimento della cultura (soprattutto umanistica) e dello studio in nome della retorica del “fare”, ha finito per colpire i centri direttamente coinvolti nella formazione della coscienza critica dei cittadini: le scuole e le università. Queste ultime hanno visto una progressiva inversione di tendenza nel numero di iscritti e di docenti/ricercatori, lentamente strette nella morsa, non solo della crisi economica, ma anche di una diffusa convinzione secondo cui basta avere a portata di mano semplici, seppur numerose, nozioni fornite da un motore di ricerca per possedere una conoscenza completa dei fatti ed essere in grado di analizzarli. Oggi il nostro Paese è tra gli ultimi posti tra i paesi OCSE per numero di laureati e ancora più in basso per numero di dottorati. Questi ultimi, sempre più visti nei nostri confini come “eterni studenti” che tentano disperatamente di rimandare il loro ingresso nel mondo del lavoro, vedono la strada davanti a sé sempre più in salita e stretta, da una parte, da un sistema universitario non in grado di assorbirne la domanda per mancanza di investimenti da parte pubblica (e privata) e, dall’altra parte, dall’incapacità delle aziende di investire su di essi come accade nella maggioranza dei Paesi europei. Tuttavia, le numerose riforme fino ad ora messe in atto dai governi negli ultimi vent’anni hanno solo avuto il duplice risultato di rendere sempre più “elitario” il sistema accademico e sempre più difficile l’inserimento di dottorati e laureati nel mondo del lavoro. E per ora non si intravede alcuna luce in fondo al tunnel.

Ma di chi è la colpa di tutto questo? Di Berlusconi e della sua politica “americana” fatta di slogan, di banalizzazione del discorso politico, della sua “democrazia del televoto”? Dei media che hanno progressivamente abbassato il livello dei loro prodotti trasmettendo spesso indirettamente un messaggio basato sulla semplificazione, sulla volgarità e sulla marginalizzazione della cultura, ormai confinata a pochissime riviste o canali monotematici o a programmi televisivi trasmessi in seconda/terza serata?

Come scrive Fossati, quasi anticipando quella che sarebbe diventata l’era dei social network, dei 140 caratteri, del messaggio sagace e immediato a tutti i costi:

“Mai più canzoni in italiano greco slavo, poca letteratura, brevi racconti al massimo, scrittori intraducibili, relazioni elementari, poeti ermetici” 

Ma tutto questa ricerca della semplicità, della notizia immediata e fruibile da tutti senza filtri, dei ritmi incalzanti di una società in cui fermarsi a riflettere diventa un inciampo, un ostacolo all’azione immediata, al pensiero istintivo, all’opinione espressa su tutto e ad ogni costo. Ed è in questa superficialità di ragionamento che trovano terreno fertile il populismo, la volgarità e la politica urlata di Grillo e Salvini o la politica fatta a colpi di tweet di Matteo Renzi, ma soprattutto tutti quei partiti populisti moltiplicatisi dalla Francia alla Polonia negli ultimi anni. Proprio quei politici che fanno leva sui sentimenti più bassi, sulle emozioni più selvagge dei cittadini, proponendo soluzioni tanto semplici quanto irrealizzabili perché prive di un progetto politico ragionato alle spalle, vivono e si nutrono di questa cultura effimera, tanto accessibile quanto superficiale.

In conclusione, pare ineludibile una riconsiderazione del ruolo della cultura nella nostra società, di quella cultura che ha reso il nostro Paese faro di un intero continente per molto tempo. La necessità di svegliarsi da quel torpore in cui la comodità della rete ci ha fatto sprofondare, dandoci l’illusione di poter partecipare con strumenti diversi ma ugualmente efficaci, tornando a partecipare attivamente con la consapevolezza di un progetto condiviso alle spalle appare l’unica via d’uscita dal pantano in cui la crisi economica più che una causa pare esserne una conseguenza. Richiamando la filosofia marxista, potremmo concludere che la partecipazione pare fondarsi su due elementi tra loro strettamente correlati: teoria e prassi. Come direbbe Antonio Gramsci, partendo da una “tale posizione teorica”, che sia frutto di studio approfondito e analisi capillare della realtà, si tratta di “organizzare l’elemento pratico indispensabile per la sua messa in opera”. Ovvero un meccanismo combinato che acceleri il processo storico in atto poiché “solo forze pratiche giustificate da forti assunti teorici sono in grado di essere più efficienti ed espansive”.

“Il Battito”, tratto dall’album “L’Arcangelo” (Sony, BMG 2006): https://www.youtube.com/watch?v=eAt7Y2iKxnI

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