La vera (duplice) vittoria è quella della Nigeria


Dopo quattro giorni di operazioni, ieri la Commissione Elettorale Nigeriana (INEC) ha proclamato i risultati ufficiali delle elezioni presidenziali svoltesi lo scorso fine settimana. Con il 54% dei voti l’ex generale e presidente della Nigeria, Muhammad Buhari è risultato vincitore, battendo il candidato uscente Jonathan con quasi 3 milioni di voti di scarto. Senza cadere nella retorica e senza entrare nel merito della scelta politica compiuta venerdì scorso dai 29 milioni di elettori, la Nigeria sembra in ogni caso uscire doppiamente vincitrice.

Ha vinto innanzitutto da un punto di vista “sostanziale”, riaffermando il proprio diritto di libertà contro le minacce terroristiche di Boko Haram, che alla vigilia aveva rivendicato la volontà di minare lo svolgimento delle elezioni, e che ne esce invece sconfitto dalla prova di forza di quei milioni di cittadini rimasti in fila per ore nonostante condizioni climatiche e organizzative non sempre favorevoli. Anche se le minacce di attentati hanno trovato conferma nell’uccisione di una quarantina di persone nel Nordest del Paese, la risposta della gente è stata quella di non cedere alla paura e di non rinchiudersi in casa rafforzando così la legittimità del mandato governativo del nuovo presidente. E’ quindi scesa in strada mettendosi in fila, chi sotto il sole, chi sotto la pioggia, e attendendo il proprio turno nelle lunghe file spesso createsi per intoppi nelle procedure di identificazione ai seggi. I cittadini nigeriani hanno scelto di dare un mandato pieno al nuovo presidente – il musulmano del Nordest Buhari – che in campagna elettorale aveva promesso prima di tutto di portare avanti una lotta senza quartiere ai terroristi di Boko Haram.

Ma la Nigeria ha anche vinto da un altro punto di vista, quello che gli studiosi della democrazia chiamerebbero “procedurale”. Per la prima volta dalla conquista dell’indipendenza dal Regno Unito il Paese le elezioni hanno funzionato efficacemente come meccanismo di accountability (inteso come sistema di sanzione o premio in termini di voti dei propri rappresentanti) permettendo così, in virtù dei principi classici della democrazia liberale, un’alternanza pacifica tra governo e opposizione, con la successione di Buhari al presidente uscente Goodluck Jonathan. Non era mai accaduto da quando le truppe inglesi avevano lasciato il Paese nell’autunno del 1960, che due forze politiche si avvicendassero alla guida del Paese senza che tale processo giungesse in conseguenza di un colpo di stato per rovesciare (spesso in modo violento) il sistema di potere preesistente.

Così, mentre in Europa si registrano i tassi di fiducia verso le istituzioni più bassi di sempre, una giovane nazione come la Nigeria dà una lezione importante a quelli che un tempo furono i “padroni” di questi territori: credere negli strumenti che la democrazia liberale rappresentativa mette loro a disposizione e utilizzarli come mezzo per sanzionare o premiare le performance politica dei propri rappresentanti. Sicuramente in questo la minaccia terroristica di Boko Haram ha avuto il “merito” di mobilitare indirettamente milioni di cittadini decisi a mettere fine allo spargimento di sangue con misure efficaci e che possibilmente non richiedano l’impiego di costosissimi mercenari (pagati 300 dollari al giorno) provenienti soprattutto dal Sud Africa e dai Paesi dell’ex Unione Sovietica.

Ovviamente perché si compia pienamente quella che viene definita “chain of responsiveness” è necessario che, oltre ad un processo elettorale che sia efficiente ed “accountable”, vi sia un governo in grado di fornire quelle risposte efficaci in termini di politiche pubbliche, altrimenti il processo virtuoso messo in atto in questi giorni rischia di andare inevitabilmente perduto. I prossimi mesi ci diranno se il neopresidente Buhari terrà fede al suo programma di governo in cui ha messo al primo posto la sicurezza – principalmente in relazione al fenomeno-terrorismo – ma lascia anche spazio a questioni come la lotta alla povertà, miglioramento qualitativo dei programmi di istruzione, rilancio dell’economia nazionale e soprattutto lotta alla corruzione (reato spesso contestato al suo predecessore Jonathan) anche attraverso una maggiore legittimazione del sistema costituzionale della Quarta Repubblica. Un grande aiuto in termini economici potrebbe poi venire anche dalla Cina che negli ultimi tempi sta allargando la propria sfera di influenza sull’Africa sub-sahariana – scavalcando gli Stati Uniti in un territorio da anni legato ad essi da una special relationship – con la stipula di accordi industriali e commerciali con i Paesi dell’area ricchi di grandi giacimenti minerali.

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