Una storia ancora senza lieto fine: l’Eritrea a vent’anni dall’indipendenza


Ultimo territorio dell’Africa ad ottenere l’indipendenza – conquistata ufficialmente nel 1993 –  dopo trent’anni di lotta contro l’Etiopia socialista di Menghistu, l’Eritrea detiene ad oggi uno dei primati più tristi, ovvero quello di essere uno degli Stati più repressivi del continente, con un governo che nega ai propri cittadini sia l’esistenza di organi di informazione indipendenti all’interno dei confini nazionali, sia l’accesso ai mezzi di informazione stranieri.

In questi ventuno anni di indipendenza, infatti, l’Eritrea è stata stabilmente governata da un sistema politico fondamentalmente autoritario e a pluralismo limitato, con il partito del presidente Isaias Afewerki – il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (PFDJ) – che ha occupato tutti i suo gangli istituzionali dello Stato, godendo della totale assenza delle opposizioni, messe fuori legge. Una riforma costituzionale disattesa (approvata nel 1997) e un’elezione del 2001 rinviata sine die, danno la misura della situazione politica interna al Paese. Una situazione di totale chiusura all’interno e all’esterno quindi, che ha ridotto alla povertà estrema una Nazione che con la fine del secolare controllo etiope sperava in una definitiva rinascita, non solo politica, ma anche economica e sociale.

E invece le politiche autoritarie del presidente Afewerki hanno portato il paese al collasso, privandolo di beni essenziali per la vita dei cittadini come, ad esempio, acqua, elettricità e benzina. Questo ha significato per il più giovane paese del Corno d’Africa, l’obbligo di importazione di grandi quantità di materie prime e non, inclinando la bilancia commerciale verso sul segno negativo. La conseguenza principale – secondo quanto sostengono i leader dell’opposizione costretti oggi alla clandestinità –  è che anche i ceti medi hanno difficoltà a trovare cibo sufficiente per il fabbisogno delle proprie famiglie.

L’Eritrea è oggi un paese scosso al suo interno anche dalla “militarizzazione” voluta da Afewerki negli ultimi anni dopo il colpo di stato fallito nel gennaio 2013. La risposta governativa agli insorti, infatti, è stata quella di occupare la capitale Asmara con l’aiuto delle forze militari mercenarie facenti riferimento al Fronte Popolare del Popolo del Tigray (TPDM). Il Movimento, fondamentale tra gli anni Settanta e gli anni Novanta del secolo scorso per la caduta del regime di Menghistu in Etiopia e l’indipendenza dell’Eritrea, è diventato ora un fattore decisivo per la sopravvivenza dell’elite di governo. October15kabine1 La sua duplice funzione di opposizione armata al governo Etiope (in una regione confinante con l’Eritrea) e di protezione per il governo di Afewerki, ha portato ques’ultimo a moltiplicarne la presenza nel paese (le Nazioni Unite stimano la presenza di circa 20 mila uomini nel Paese) con l’obiettivo di respingere, da una parte, la pressione etiope nei territori di confine contesi e, dall’altra parte, quella dell’opposizione interna nella società eritrea.

Nonostante le misure repressive messe in atto da Afewerki, oggi le opposizioni clandestine hanno trovato nuovi mezzi di diffusione dei propri messaggi – soprattutto per mezzo di manifesti e volantini –  permettendo ai cittadini di riacquistare consapevolezza della propria situazione e spingerli lentamente, ma con maggiore convinzione, verso la ribellione nei confronti del padre-padrone dell’Eritrea. L’azione si sta dimostrando talmente efficace che persino soldati e ufficiali delle Forze Armate iniziano a pensare a un’azione di cambiamento per il Paese, tanto da spingere il Presidente a rafforzare la propria difesa personale con l’impego del TPDM, diventato un vero e proprio corpo di “pretoriani” a servizio del “cesare” Afewerki e a quest’ultimo molto più fedele dell’esercito regolare.

Le migliaia di rifugiati scappati in Europa dall’inferno eritreo chiedono oggi maggiore attenzione alla propria situazione e uno sforzo da parte delle istituzioni UE per garantire il rispetto dei diritti umani da parte del governo etiope.  Il popolo d’Etiopia, sin da quando era solo una provincia dell’Impero coloniale italiano non ha mai smesso di lottare per i propri diritti. La lotta d’indipendenza condotta durante la Guerra Fredda contro il Derg di Menghistu ha dato ad Afewerki e ai suoi uomini la convinzione che il potere fosse loro garantito di diritto e che dovesse restare stabilmente nelle loro mani in quanto legittimamente conquistato. Si tratta, purtroppo, di un copione già visto in diversi Paesi dell’Africa sub-sahariana all’indomani della fine dell’occupazione coloniale europea (Zimbabwe, Zaire – poi Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana,ecc). L’azione delle opposizioni, costrette ad operare in situazione di massima difficoltà sta dando buoni risultati, ma difficilmente potrà da sola portare alla fine del giogo autoritario se anche la comunità internazionale – e l’Unione Europea in particolare – non agiranno sul piano diplomatico (e delle sanzioni economiche) nei confronti non tanto del governo ma soprattutto di un popolo alla ricerca dell’agognata, piena democrazia.

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