Larghe intese in salsa populista

Da diversi anni ho smesso di esultare per una vittoria politica. Soprattutto perché la Politica è cosa diversa dal calcio e più che le vittorie contano gli obiettivi che un governo riesce a portare a casa nel corso della legislatura. La vittoria di ‪Alexis Tsipras incuriosisce, stimolando spunti interessanti per capire come e perché la Grecia‬ guardi finalmente “a sinistra” per uscire dalla crisi piuttosto che affidarsi ai messaggi di paura e intolleranza della variegata destra (anti)europea. Incuriosisce anche capire a chi il nuovo premier chiederà “un pugno di seggi” per governare, se ai centristi di To Potami‬, al‪ PASOK‬, ai comunisti del KKE o alla destra anti-austerity di ANEL‬ (come fantastica stamani La Repubblica, evidentemente per giustificare le “larghe intese” dell’amato Renzi‬). Al di là di tutto, esulterò con gli amici greci solo quando l’Europa “cambierà verso” davvero, non con le vittorie (che ricorderei ai renziani non essere tutto in politica) ma con del buon vecchio policy-making.

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Mentre scrivo è giunta la notizia dell’alleanza di governo tra SYRIZA e il partito di destra dei Greci Indipendenti (ANEL) di Panos Kammenos. Ecco, chi cantava “bella ciao” probabilmente non sarà del tutto felice. E’ vero, ANEL era l’unico partito coalizzabile per portare avanti il programma anti-Troika e anti-austerity, ma una legislatura di quattro anni non può avere in agenda un solo tema. E poi c’era Potami, il partito di centro-sinistra su posizioni meno critiche verso il sistema-EU ma comunque più adatto a metter su una coalizione duratura di governo. In questo caso Tsipras piuttosto che una strada più tortuosa ma guidata dal senso di responsabilità – dote indispensabile per un capo di governo – ha preferito la comoda strada in discesa del breve periodo. Ma il rilancio greco passa anche dai diritti civili, dalla riforma della Pubblica Amministrazione più corrotta dell’Unione e da molte altre issues. E su tanti temi SYRIZA e il suo partner di governo sono oggi agli antipodi. Basterà per governare? O dopo la luna di miele la Grecia sprofonderà di nuovo nella crisi di governo?  Intanto l’Europa inaugura la sua prima “Grosse Koalition” in salsa populista.

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Una storia ancora senza lieto fine: l’Eritrea a vent’anni dall’indipendenza

Ultimo territorio dell’Africa ad ottenere l’indipendenza – conquistata ufficialmente nel 1993 –  dopo trent’anni di lotta contro l’Etiopia socialista di Menghistu, l’Eritrea detiene ad oggi uno dei primati più tristi, ovvero quello di essere uno degli Stati più repressivi del continente, con un governo che nega ai propri cittadini sia l’esistenza di organi di informazione indipendenti all’interno dei confini nazionali, sia l’accesso ai mezzi di informazione stranieri.

In questi ventuno anni di indipendenza, infatti, l’Eritrea è stata stabilmente governata da un sistema politico fondamentalmente autoritario e a pluralismo limitato, con il partito del presidente Isaias Afewerki – il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (PFDJ) – che ha occupato tutti i suo gangli istituzionali dello Stato, godendo della totale assenza delle opposizioni, messe fuori legge. Una riforma costituzionale disattesa (approvata nel 1997) e un’elezione del 2001 rinviata sine die, danno la misura della situazione politica interna al Paese. Una situazione di totale chiusura all’interno e all’esterno quindi, che ha ridotto alla povertà estrema una Nazione che con la fine del secolare controllo etiope sperava in una definitiva rinascita, non solo politica, ma anche economica e sociale.

E invece le politiche autoritarie del presidente Afewerki hanno portato il paese al collasso, privandolo di beni essenziali per la vita dei cittadini come, ad esempio, acqua, elettricità e benzina. Questo ha significato per il più giovane paese del Corno d’Africa, l’obbligo di importazione di grandi quantità di materie prime e non, inclinando la bilancia commerciale verso sul segno negativo. La conseguenza principale – secondo quanto sostengono i leader dell’opposizione costretti oggi alla clandestinità –  è che anche i ceti medi hanno difficoltà a trovare cibo sufficiente per il fabbisogno delle proprie famiglie.

L’Eritrea è oggi un paese scosso al suo interno anche dalla “militarizzazione” voluta da Afewerki negli ultimi anni dopo il colpo di stato fallito nel gennaio 2013. La risposta governativa agli insorti, infatti, è stata quella di occupare la capitale Asmara con l’aiuto delle forze militari mercenarie facenti riferimento al Fronte Popolare del Popolo del Tigray (TPDM). Il Movimento, fondamentale tra gli anni Settanta e gli anni Novanta del secolo scorso per la caduta del regime di Menghistu in Etiopia e l’indipendenza dell’Eritrea, è diventato ora un fattore decisivo per la sopravvivenza dell’elite di governo. October15kabine1 La sua duplice funzione di opposizione armata al governo Etiope (in una regione confinante con l’Eritrea) e di protezione per il governo di Afewerki, ha portato ques’ultimo a moltiplicarne la presenza nel paese (le Nazioni Unite stimano la presenza di circa 20 mila uomini nel Paese) con l’obiettivo di respingere, da una parte, la pressione etiope nei territori di confine contesi e, dall’altra parte, quella dell’opposizione interna nella società eritrea.

Nonostante le misure repressive messe in atto da Afewerki, oggi le opposizioni clandestine hanno trovato nuovi mezzi di diffusione dei propri messaggi – soprattutto per mezzo di manifesti e volantini –  permettendo ai cittadini di riacquistare consapevolezza della propria situazione e spingerli lentamente, ma con maggiore convinzione, verso la ribellione nei confronti del padre-padrone dell’Eritrea. L’azione si sta dimostrando talmente efficace che persino soldati e ufficiali delle Forze Armate iniziano a pensare a un’azione di cambiamento per il Paese, tanto da spingere il Presidente a rafforzare la propria difesa personale con l’impego del TPDM, diventato un vero e proprio corpo di “pretoriani” a servizio del “cesare” Afewerki e a quest’ultimo molto più fedele dell’esercito regolare.

Le migliaia di rifugiati scappati in Europa dall’inferno eritreo chiedono oggi maggiore attenzione alla propria situazione e uno sforzo da parte delle istituzioni UE per garantire il rispetto dei diritti umani da parte del governo etiope.  Il popolo d’Etiopia, sin da quando era solo una provincia dell’Impero coloniale italiano non ha mai smesso di lottare per i propri diritti. La lotta d’indipendenza condotta durante la Guerra Fredda contro il Derg di Menghistu ha dato ad Afewerki e ai suoi uomini la convinzione che il potere fosse loro garantito di diritto e che dovesse restare stabilmente nelle loro mani in quanto legittimamente conquistato. Si tratta, purtroppo, di un copione già visto in diversi Paesi dell’Africa sub-sahariana all’indomani della fine dell’occupazione coloniale europea (Zimbabwe, Zaire – poi Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana,ecc). L’azione delle opposizioni, costrette ad operare in situazione di massima difficoltà sta dando buoni risultati, ma difficilmente potrà da sola portare alla fine del giogo autoritario se anche la comunità internazionale – e l’Unione Europea in particolare – non agiranno sul piano diplomatico (e delle sanzioni economiche) nei confronti non tanto del governo ma soprattutto di un popolo alla ricerca dell’agognata, piena democrazia.

Piero Ignazi: Re Giorgio lascia un’eredità difficile

di Piero Ignazieditoriale pubblicato su L’Espresso del 5 dicembre 2014

La presidenza di Giorgio Napolitano non ha avuto sempre lo stesso “tono”. È partita in sordina, in continuità con quella, molto notarile, di Carlo Azeglio Ciampi. Poi, dopo la vittoria del PdL nel 2008 e lo straripare del potere berlusconiano, Napolitano ha incominciato progressivamente a fare argine alle disinvolture istituzionali della destra.

Il punto di svolta arrivò con il caso Englaro quando il presidente si oppose al varo di un decreto del governo volto a impedire che i medici e la famiglia interrompessero lo stato vegetativo di Eluana Englaro. In seguito, di fronte ai ripetuti sfregi istituzionali delle varie leggi ad personam, alla insipienza sul piano economico, e al dileggio internazionale per i comportamenti “disinvolti” del capo del governo il presidente ha dovuto innalzare la propria figura a protezione del sistema politico-istituzionale e della credibilità internazionale dell’Italia.

Lo sfarinamento etico-politico della maggioranza di centro-destra in assenza di una alternativa credibile e forte ha obbligato Napolitano a un’opera di supplenza come mai si era visto in precedenza. Dalla crisi dell’ agosto 2011 in poi la presenza sulla scena politica del Quirinale è diventata sempre più forte. Insomma, di supplenza in supplenza il presidente ha occupato stabilmente la cattedra. Napolitano ha potuto farlo sia per la sua autorevolezza politico-personale, sia per il vuoto di moralità, di capacità e di legittimazione che si era creato.

Ora, di figure come la sua – politica a tutta tondo e di lunghissima esperienza, ma senza accenti antagonistici – ce ne sono pochissime in circolazione. E tuttavia non è possibile tornare ad un presidente notaio. Per due ragioni. In primo luogo per i tempi incerti e burrascosi che si profilano nei prossimi anni. Il sistema partitico non si è stabilizzato. Il grande successo del M5S è in via di riassorbimento, la meteora montiana si è spenta e Fi segue il declino del suo leader: ciò significa che più di un quinto di elettori è pronto a cambiare casa (e non tutti andranno al Pd: Renzi abbandoni l’illusione di ripetere il risultato delle europee). Altrettanto sta accadendo in parlamento con la – ormai consueta – frammentazione post-elettorale dei gruppi parlamentari.

Il paesaggio politico è in uno stato fluido, e nuove elezioni a breve sarebbero opportune, vista l’enorme distanza tra la composizione attuale delle camere e la realtà politica del paese. Quindi, il profilo dell’inquilino del Quirinale dovrebbe avere i tratti di una personalità esperta ed autorevole. Ma una scelta sulla base di queste considerazioni rimanda, inevitabilmente, a persone navigate e mature; proprio quel profilo che non piace al king-maker Renzi, insofferente di chiunque non sia adeguatamente gestibile. E invece proprio la bulimia di potere del premier costituisce il secondo motivo della opportunità di avere un personaggio politico di lungo corso al Colle, perché in questo modo si assicura un equilibrio tra i poteri. Un tempo valeva l’alternanza tra cattolici e laici nella scelta del presidente, criterio poi abbandonato per l’irrilevanza della questione. Ora si tratta piuttosto di garantire che i pesi e contrappesi previsti dall’assetto costituzionale funzionino bene e non ci sia uno squilibrio eccessivo in direzione del governo (così come invece c’è stato, in questi ultimi tempi, a favore del Quirinale).

Infine, il presidente della Repubblica, come sappiamo, incarna l’unità della nazione in quanto super partes. Napolitano veniva da una storia a lungo considerata “antisistemica” come quella comunista dei primi decenni post-bellici; eppure la sua azione si è ispirata agli interessi collettivi, senza indulgenze per la propria origine politico-partitica. E tutti lo hanno riconosciuto. Sono queste le qualità di buon presidente, oggi: autorevole, non partigiano, libero da condizionamenti e padrinaggi, e con una caratura morale tale da far comprendere agli italiani che la politica è una attività nobile e importante. E riguarda tutti noi.

Elezioni anticipate in Grecia: cercasi maggioranza disperatamente

Dopo poco più di metà legislatura – quella nata dalle turbolenti “elezioni gemelle” della primavera 2012 – il 25 gennaio prossimo la Grecia tornerà alle urne per rinnovare i 300 deputati del Parlamento di Piazza Syntagma. Fatale, al governo conservatore di Antonis Samaras, l’incapacità di formare una maggioranza in Aula per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Era certamente difficile, se non impossibile per il premier, riuscire a convogliare una larga parte di voti – due terzi (e tre quinti dal terzo scrutinio) – su un unico nome, vista la decisa opposizione messa in piedi da Alexis Tsipras, leader di SYRIZA. Quali scenari si aprono ora per il Paese? Si rischia davvero un epilogo simile a quello delle elezioni del maggio 2012 che videro i cittadini tornare alle urne dopo appena un mese?

Un sistema partitico in movimento. I sondaggi circolati nelle ultime settimane parlano chiaro: SYRIZA è primo partito (forte di circa il 28% dei voti) con un deciso margine di vantaggio sul diretto avversario di centrodestra Nea Demokratia di Samaras, fermo al 25%. Alle spalle dei due giganti – e sopra la soglia di accesso al riparto dei seggi – si è creato sostanzialmente il vuoto, con un patrimonio di circa 20-25% del bacino elettorale frazionato tra ben 4-5 formazioni politiche: To Potami (“Il Fiume”), nuovo partito di centro-sinistra, europeista nato meno di un anno fa forte di un buon 6,1%; il partito neo-nazista di Alba Dorata che mantiene il proprio pacchetto elettorale intorno al 6%; i comunisti del KKE con il 5,4%; le “macerie” dei socialisti del PASOK (4,6%), per decenni protagonista della politica greca; i Greci Indipendenti di ANEL, partito di destra critico verso le misure di austerità imposte dalla Troika al Paese ellenico, apparentemente penalizzato negli ultimi anni dall’exploit di Alba Dorata, e per questo dato dai sondaggi in bilico sulla soglia di sbarramento al 3%.

Il sondaggio pubblicato da AlphaTV il 30 dicembre scorso
Il sondaggio pubblicato da AlphaTV il 30 dicembre scorso

Il quadro tracciato dal sondaggio trasmesso il 30 dicembre scorso da AlphaTV conferma l’immagine di un sistema partitico in rapida evoluzione, che dal 2009 ad oggi ha subito profonde trasformazioni non ancora completamente definite. Prima di tutto, il sistema sembra diretto verso la ristrutturazione della tradizionale competizione sostanzialmente bipartitica incentrata ora intorno a ND e SYRIZA, con quest’ultima a raccogliere l’eredità del PASOK fondato nel 1974 da Andreas Papandreu. Tuttavia, l’indice di bipartitismo oggi – attestato al 53,2% – resta ben lontano dal 77,4% del 2009, quando PASOK e ND si spartivano più di due terzi dei voti e dei seggi disponibili nel Parlamento ellenico. Un ulteriore fattore di cambiamento sembra essere legato alla struttura della competizione partitica, non più ordinata lungo il tradizionale asse “sinistra-destra”, ma sempre più verosimilmente condotta lungo la frattura “pro-contro UE” o “pro-contro austerity”, dividendo gli schieramenti in competizione in base al sostegno o meno al “memorandum” imposto dalla Troika nel 2011. Da qui deriva la sostanziale incompatibilità tra partiti ideologicamente prossimi e la conseguente difficoltà per il partito vincitore di formare una coalizione di governo duratura. Il governo uscente, infatti, sebbene incentrato sul perno costituito da ND, contava sull’appoggio esterno di PASOK e DIMAR (quest’ultima fino al giugno 2013). Un’altra problematica, seppur in secondo piano, sembra essere costituita dalla crescita – in numero e in rilevanza – di partiti populisti, sia a sinistra e al centro-sinistra (SYRIZA e Potami) che a destra (Alba Dorata) dello spettro politico, e che potrebbero rendere indubbiamente più complicata la possibilità di costituire una solida coalizione di governo.

La “trappola” del sistema elettorale. Oltre alla complicata situazione a livello sistemico, anche le regole formali che regolano il sistema elettorale greco tendono a complicare parzialmente la situazione. Come è facilmente intuibile, se questo fosse basato sulla regola britannica del first past the post, oggi Tsipras avrebbe la vittoria in pugno. E invece, il meccanismo prescritto dalla legge elettorale, così come riformata in ultimo nel 2008, prevede un iniziale riparto proporzionale di 250 dei 300 seggi tra i partiti che hanno superato la clausola di sbarramento del 3%. Stando all’ultimo sondaggio preso in considerazione, tale clausola permetterebbe oggi la formazione di 7 gruppi parlamentari: SYRIZA, ND, Potami, Alba Dorata, KKE, il decaduto PASOK di Venizelos e ANEL. Il sistema assegna poi al partito più suffragato un premio “di maggioranza” o meglio “di governabilità” (ma non majority-assuring) di 50 seggi, pari a circa il 16% dei seggi. E questo potrebbe costituire un ulteriore problema per il vincitore. Infatti, la legge – riformata nel 2008 con l’introduzione del suddetto premio – prescrive che tale premio venga assegnato “solo” al primo partito o, in alternativa, alla coalizione che però abbia una media di voti maggiore di quella del primo partito della coalizione stessa. Ciò implica che Tsipras non solo farà fatica a trovare partner con cui condividere la responsabilità di governo, ma qualora riuscisse a formare una coalizione pre-elettorale, rischierebbe seriamente di compromettere la possibilità di avere il prezioso premio di governabilità visto che qualunque alleato porterebbe in dote meno della metà dei voti di SYRIZA.

PARLAMENTO ELLENICO. Possibile distribuzione dei seggi.
PARLAMENTO ELLENICO. Possibile distribuzione dei seggi.

Prospettive. Sistema partitico e sistema elettorale sembrano pertanto costituire un mix esplosivo per la già precaria situazione politica greca. Il rischio che dalle urne venga fuori un risultato inconcludente – come già accaduto nel maggio 2012 – appare indubbiamente alto, a causa dell’azione congiunta di alcuni fattori.

La polarizzazione e la frammentazione di un sistema partitico caratterizzato ancora da un’alta ‘fluidità’ e alla ricerca di una sua nuova identità non sembra in grado di poter permettere a un partito di primeggiare con decisione sugli altri. Il sistema politico per come è andato consolidatosi dopo il 1974 appare ormai un ricordo e, seppur nuovamente orientato – dopo la parentesi “tripolare” del 2012 – a un modello competitivo bipartitico, i due attori preponderanti non possiedono più (o non ancora) il peso specifico avuto in passato da PASOK e ND. Il vincitore, che sia Tsipras o Samaras, avrà bisogno di un importante sostegno in termini di seggi da parte di uno o più alleati, non potendo contare più da soli sulle proprie forze. Tuttavia, il riallineamento dei partiti lungo nuovi cleavages rende il tutto ancora più complesso. SYRIZA, seppur fortemente critico verso le misure di austerità promosse dall’UE, si distanzia sia da partiti di sinistra che propongono una exit-strategy dal “giogo di Bruxelles” (i comunisti del KKE), sia da quelli più concilianti verso l’ordoliberalismo della Merkel (PASOK e Potami). Infine, la clausola riguardante l’assegnazione del premio di governabilità che pone dei paletti alla costituzione di coalizioni pre-elettorali, non sembra facilitare la formazione di alleanze tra attori politici prima dello scrutinio di gennaio.

Saranno dunque tre settimane movimentate quelle che separano i greci dal ritorno alle urne per la quarta volta in meno di sei anni. La campagna elettorale chiarirà ulteriormente le strategie di leader e partiti, e in particolare quella di Tsipras, vero favorito della vigilia e che sembra forzato a convergere verso posizioni più moderate tali da incontrare il consenso di possibili alleati di governo, in particolare Potami, che appare non solo per il prezioso pacchetto di voti portato in dote, ma anche perché tra tutti i competitor appare forse il partito ideologicamente meno lontano da SYRIZA.