Il crollo degli iscritti e il futuro del PD: quali prospettive?


Nelle ultime settimane si è ampiamente discusso sui media dell’ “emorragia di iscritti” sofferta dal Partito Democratico nell’ultimo anno, con una perdita di circa 400 mila tessere rispetto al 2013. Si è vivacemente dibattuto se tale risultato sia stato frutto di fattori contingenti – ovvero della strategia del segretario-premier Matteo Renzi di privilegiare il ‘momento elettorale’ sull’aspetto organizzativo – oppure sia stato una conseguenza del più ampio processo di rimodulazione del peso specifico della membership che ha caratterizzato, e che sta investendo tutt’ora, tutti i partiti politici del vecchio continente.

Se ad una prima lettura una ipotesi non sembra escludere l’altra, si potrebbe inquadrare tale dinamica nel più ampio processo di declino della membership partitica largamente studiato nel corso dell’ultimo ventennio da autorevole parte della letteratura politologica (Lawson e Merkl 1988; Mair e Van Biezen 2001; Whiteley 2011). Il PD di Matteo Renzi non sembra essere rimasto immune a tale processo, scegliendo di affrontare il problema – se tale può definirsi – enfatizzando il proprio ruolo di partito “di iscritti ed elettori” forte del dettato statutario partorito dal PD veltroniano nel 2007, grazie anche ad un exploit elettorale che non si registrava dai tempi della Democrazia Cristiana pre-Tangentopoli. Ma se tale processo di “svuotamento” della base è davvero in atto, come può il PD porvi rimedio, pur considerando che si è di fronte ad un processo apparentemente irreversibile e che rende difficile (se non impossibile) la rinascita dalle proprie ceneri del vecchio partito di massa che poteva contare, in alcuni casi, su più di un milione di iscritti?

Una possibile risposta sembra arrivare dal Regno Unito dove ricerche recenti (Fisher et al. 2014) hanno mostrato come il calo progressivo degli iscritti tradizionali – quello che Katz e Mair (2009) definiscono party on the ground – sia stato in parte bilanciato da nuove forme di partecipazione volontaria e attiva sempre nell’ambito partitico. Non si fa riferimento (o almeno non solo) alla partecipazione attraverso i social media, bensì a tutte quelle attività di ‘propaganda elettorale’ come la distribuzione di volantini, visite a domicilio e telefonate agli elettori e, in generale, collaborazione con le attività del partito, tradizionalmente riservate agli iscritti. Si tratta di un filone di ricerca recente, che è stato studiato con attenzione a ridosso delle ultime elezioni generali del 2010 e che ha mostrato come i cosiddetti supporters – ovvero i ‘sostenitori’ –  abbiano preso parte alla maggior parte (circa due terzi) delle attività intraprese dai members tradizionali. La differenza sostanziale è che i supporters non sono legati da un vincolo effettivo al partito – non sono cioè tesserati – ma ne sono sostenitori, intraprendono in larga parte azioni volontarie e gratuite, mobilitandosi solo in occasione di campagne specifiche.

Quindi, come lo studio di Fisher, Fieldhouse e Cutts dimostra e da cui lo stesso prende il nome, “members are not the only fruit”, in altre parole l’azione dei supporters non si limita a essere complementare a quella degli iscritti tradizionali ma nella maggior parte dei casi viene ad essere ‘supplementare’ a questa. Pd_crollo_tessere_iscrittiSi tratta di un dato che testimonierebbe come – almeno oltremanica – il crollo progressivo degli iscritti che ha colpito in egual misura Laburisti, Conservatori e Liberal-Democratici abbia innescato in essi un processo ‘evolutivo’ di azione-reazione, quasi una risposta darwiniana dettata dall’istinto di sopravvivenza al cambiamento anche delle condizioni ambientali in cui questi partiti svolgono la loro azione. In linea generale il ruolo assunto da questa nuova figura rappresenta un punto importante nell’ambito di studio dei partiti politici, in quanto l’osservato crollo in termini di membership sembra poter fornire spiegazioni e ipotesi alternative e meno pessimiste al semplice declino o tramonto dell’organizzazione-partito.

Ritornando all’Italia, e al Partito Democratico, la drastica diminuzione del numero degli iscritti è – come detto all’inizio – certamente l’esito di un processo globale di lungo periodo, ma il totale svuotamento del party on the ground tradizionalmente inteso non può essere bilanciato semplicemente dalla conquista di nuovi elettori ovvero, in senso stretto, di schede elettorali, della loro trasformazione in seggi e, come conseguenza indiretta, della crescita del party in public office (cioè gli eletti nell’arena parlamentare). Un partito, per quanto in trasformazione/evoluzione, per definirsi tale deve ancora necessariamente basarsi sulla tripartizione “iscritti-dirigenti-eletti” che, con diverse modalità, assicurerebbe adeguati livelli di responsiveness ed accountability (a livello partitico) e di policy-making.

Date queste premesse, è possibile esportare il modello britannico di Fisher al nostro Paese come strumento per rimediare al processo di vaporizzazione della membership ed evitare così il cortocircuito del sistema rappresentativo a livello partitico? La risposta, come qualsiasi procedimento scientifico, necessita di una attenta sperimentazione sul campo e di una altrettanto rigorosa misurazione empirica. L’unica certezza è che la strategia del segretario PD Renzi di mascherare il crollo degli iscritti (che difficilmente possono essere riconquistati) dietro i recenti successi elettorali (che facilmente possono essere dissipati) appare un approccio miope ad un problema strutturale e di fondamentale importanza per una democrazia liberale come quella italiana.

Riferimento bibliografico

Fisher J., Fieldhouse E., Cutts D. (2014), Members Are Not the Only Fruit: Volunteer Activity in British Political Parties at the 2010 General Election, in “The British Journal of Politics and International Relations”, Vol. 16, pp. 75-95.

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