Emilia Romagna e astensione record: lo scettro populista da Grillo a Salvini

Do parties still count?”. Potrebbe essere questo il titolo di testa del film andato in scena ieri in Emilia Romagna. “I partiti contano ancora?” La risposta sembra essere: si. Ancora una volta è la Lega Nord a fornirci un’importante chiave di lettura del risultato elettorale: il voto anti-sistema – inteso come voto contro partiti quali PD, Forza Italia, NCD e UDC – è confluito non più soltanto nel Movimento 5 Stelle ma soprattutto nel partito guidato da Matteo Salvini, attestatosi come seconda forza regionale con più del 19% delle preferenze. E’ vero, l’astensione altissima, con più del 60% (un dato storicamente anomalo per l’Emilia Romagna) potrebbe aver giocato un ruolo fondamentale. Ma il dato in termini di voti suggerisce qualche interessante ipotesi riguardo al voto populista e antisistema su cui M5S e Lega hanno da sempre basato il proprio successo elettorale.

Matteo Salvini ha, infatti, incentrato tutta la campagna del proprio partito su temi tradizionalmente cari al popolo leghista, ovvero la questione-lavoro, il problema dell’immigrazione e ovviamente la critica ai partiti “tradizionali” (per quanto in Italia questo aggettivo risulti essere oggi, sempre più, di difficile impiego). Dimenticate le velleità scissioniste degli anni Novanta, oggi la Lega salviniana vuole farsi evangelista in Italia del “Verbo Lepeniano”, magistralmente assimilato in questi primi sei mesi di convivenza nel Parlamento di Strasburgo. Lotta all’immigrazione che minaccia non solo l’integrità genetica della nazione ma, soprattutto, la situazione occupazionale dei cittadini italiani; lotta senza quartiere ai “burocrati di Bruxelles” che vessano i popoli europei col giogo monetario e le loro misure macroeconomiche “lacrime e sangue”; infine la critica ai partiti che tradizionalmente si sono fronteggiati per la conquista della Regione, e in particolare al PD il cui presidente Vasco Errani ha dovuto anticipatamente metter fine alla legislatura per la condanna inflittagli in secondo grado per falso ideologico.

Un programma, dunque, molto simile a quello del M5S, che proprio a Marine Le Pen aveva più volte guardato all’indomani delle elezioni Europee. Ma perché quindi rispetto alle elezioni di primavera la Lega – pur perdendo 55 mila voti rispetto al 2010 – ha visto ieri un incremento di 117 mila voti mentre il M5S ha perso circa 290 mila preferenze? Tra le due offerte i cittadini hanno davvero preferito dirigersi verso quel soggetto politico che, pur ponendosi da sempre come forza antisistema e di protesta, si è sempre ispirato al modello organizzativo tipico dei partiti italiani, perdendo così fiducia verso il modello organizzativo e di partecipazione on-line di Beppe Grillo?

Una risposta definitiva ancora non è possibile darla. Ineluttabile, sembra invece il fatto che il M5S nel giro di quasi due anni abbia perso gran parte del proprio appeal, non solo in Emilia Romagna – che pure per prima l’aveva visto nascere sei anni fa – ma anche in Calabria, dove è stato relegato a ruolo marginale con meno del 5% dietro anche il NCD di Alfano. 423288_3071716681628_1524966594_2914196_914478806_nSempre un’analisi superficiale dei risultati farebbe pensare che gran parte del bacino elettorale di Grillo non sia confluito solo nella Lega ma anche nell’astensione-record alimentata in Emilia dalle inchieste della magistratura e dal mancato rinnovamento a livello di establishment fortemente denunciato da gran parte dell’elettorato. Usando una felice espressione di Roberto D’Alimonte, così come nel 1992, anche oggi la Lega sembra aver “incassato i dividendi” dell’azione della magistratura nei confronti della politica, riuscendo a massimizzare la propria offerta elettorale tarata sull’insoddisfazione dei cittadini nei confronti del sistema costruito dai partiti maggiori (e dal PD in particolare). Un dato certo è che il centrodestra, tradizionalmente inteso (Forza Italia e alleati) ormai è ridotto all’osso, e l’unica opposizione al centrosinistra sembra trovare rappresentanza esclusivamente nel voto populista. La cosa interessante sarà capire perché sia stata la Lega a incassare il jackpot elettorale di queste regionali e non il Movimento 5 Stelle. Ma anche quali meccanismi di attivazione/disattivazione hanno agito sull’elettorato, regalando un risultato molto simile – in valori percentuali – a quello del 2010. Solo l’analisi dei flussi elettorali nei prossimi giorni potrà chiarirci il quadro generale e dare una risposta chiara ed esaustiva alla nostra domanda.

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Il crollo degli iscritti e il futuro del PD: quali prospettive?

Nelle ultime settimane si è ampiamente discusso sui media dell’ “emorragia di iscritti” sofferta dal Partito Democratico nell’ultimo anno, con una perdita di circa 400 mila tessere rispetto al 2013. Si è vivacemente dibattuto se tale risultato sia stato frutto di fattori contingenti – ovvero della strategia del segretario-premier Matteo Renzi di privilegiare il ‘momento elettorale’ sull’aspetto organizzativo – oppure sia stato una conseguenza del più ampio processo di rimodulazione del peso specifico della membership che ha caratterizzato, e che sta investendo tutt’ora, tutti i partiti politici del vecchio continente.

Se ad una prima lettura una ipotesi non sembra escludere l’altra, si potrebbe inquadrare tale dinamica nel più ampio processo di declino della membership partitica largamente studiato nel corso dell’ultimo ventennio da autorevole parte della letteratura politologica (Lawson e Merkl 1988; Mair e Van Biezen 2001; Whiteley 2011). Il PD di Matteo Renzi non sembra essere rimasto immune a tale processo, scegliendo di affrontare il problema – se tale può definirsi – enfatizzando il proprio ruolo di partito “di iscritti ed elettori” forte del dettato statutario partorito dal PD veltroniano nel 2007, grazie anche ad un exploit elettorale che non si registrava dai tempi della Democrazia Cristiana pre-Tangentopoli. Ma se tale processo di “svuotamento” della base è davvero in atto, come può il PD porvi rimedio, pur considerando che si è di fronte ad un processo apparentemente irreversibile e che rende difficile (se non impossibile) la rinascita dalle proprie ceneri del vecchio partito di massa che poteva contare, in alcuni casi, su più di un milione di iscritti?

Una possibile risposta sembra arrivare dal Regno Unito dove ricerche recenti (Fisher et al. 2014) hanno mostrato come il calo progressivo degli iscritti tradizionali – quello che Katz e Mair (2009) definiscono party on the ground – sia stato in parte bilanciato da nuove forme di partecipazione volontaria e attiva sempre nell’ambito partitico. Non si fa riferimento (o almeno non solo) alla partecipazione attraverso i social media, bensì a tutte quelle attività di ‘propaganda elettorale’ come la distribuzione di volantini, visite a domicilio e telefonate agli elettori e, in generale, collaborazione con le attività del partito, tradizionalmente riservate agli iscritti. Si tratta di un filone di ricerca recente, che è stato studiato con attenzione a ridosso delle ultime elezioni generali del 2010 e che ha mostrato come i cosiddetti supporters – ovvero i ‘sostenitori’ –  abbiano preso parte alla maggior parte (circa due terzi) delle attività intraprese dai members tradizionali. La differenza sostanziale è che i supporters non sono legati da un vincolo effettivo al partito – non sono cioè tesserati – ma ne sono sostenitori, intraprendono in larga parte azioni volontarie e gratuite, mobilitandosi solo in occasione di campagne specifiche.

Quindi, come lo studio di Fisher, Fieldhouse e Cutts dimostra e da cui lo stesso prende il nome, “members are not the only fruit”, in altre parole l’azione dei supporters non si limita a essere complementare a quella degli iscritti tradizionali ma nella maggior parte dei casi viene ad essere ‘supplementare’ a questa. Pd_crollo_tessere_iscrittiSi tratta di un dato che testimonierebbe come – almeno oltremanica – il crollo progressivo degli iscritti che ha colpito in egual misura Laburisti, Conservatori e Liberal-Democratici abbia innescato in essi un processo ‘evolutivo’ di azione-reazione, quasi una risposta darwiniana dettata dall’istinto di sopravvivenza al cambiamento anche delle condizioni ambientali in cui questi partiti svolgono la loro azione. In linea generale il ruolo assunto da questa nuova figura rappresenta un punto importante nell’ambito di studio dei partiti politici, in quanto l’osservato crollo in termini di membership sembra poter fornire spiegazioni e ipotesi alternative e meno pessimiste al semplice declino o tramonto dell’organizzazione-partito.

Ritornando all’Italia, e al Partito Democratico, la drastica diminuzione del numero degli iscritti è – come detto all’inizio – certamente l’esito di un processo globale di lungo periodo, ma il totale svuotamento del party on the ground tradizionalmente inteso non può essere bilanciato semplicemente dalla conquista di nuovi elettori ovvero, in senso stretto, di schede elettorali, della loro trasformazione in seggi e, come conseguenza indiretta, della crescita del party in public office (cioè gli eletti nell’arena parlamentare). Un partito, per quanto in trasformazione/evoluzione, per definirsi tale deve ancora necessariamente basarsi sulla tripartizione “iscritti-dirigenti-eletti” che, con diverse modalità, assicurerebbe adeguati livelli di responsiveness ed accountability (a livello partitico) e di policy-making.

Date queste premesse, è possibile esportare il modello britannico di Fisher al nostro Paese come strumento per rimediare al processo di vaporizzazione della membership ed evitare così il cortocircuito del sistema rappresentativo a livello partitico? La risposta, come qualsiasi procedimento scientifico, necessita di una attenta sperimentazione sul campo e di una altrettanto rigorosa misurazione empirica. L’unica certezza è che la strategia del segretario PD Renzi di mascherare il crollo degli iscritti (che difficilmente possono essere riconquistati) dietro i recenti successi elettorali (che facilmente possono essere dissipati) appare un approccio miope ad un problema strutturale e di fondamentale importanza per una democrazia liberale come quella italiana.

Riferimento bibliografico

Fisher J., Fieldhouse E., Cutts D. (2014), Members Are Not the Only Fruit: Volunteer Activity in British Political Parties at the 2010 General Election, in “The British Journal of Politics and International Relations”, Vol. 16, pp. 75-95.