Italicum: tanti vizi, poche (o nessuna) virtù

Alla fine la montagna partorì il topolino. L’Italicum – o come l’ha subito ribattezzato Giovanni Sartori, Pastrocchium – ha iniziato ieri l’iter di esame da parte del Parlamento e punta ad essere da questi licenziato entro i prossimi mesi. Sembra, infatti, che stavolta centrosinistra e centrodestra abbiano trovato l’accordo sul terreno scottante della riforma elettorale, con la convergenza tra i leader di PD e FI, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, e i loro plenipotenziari in materia, Roberto D’Alimonte e Denis Verdini. Ma quale prezzo si è dovuto pagare per ottenere tale risultato? La prima impressione è quella di aver ottenuto poco più che un Porcellum mascherato, “vino vecchio in otri nuovi”, fumo negli occhi dell’opinione pubblica. Esso sembra, infatti, mantenere in piedi tutti i punti critici della legge azzoppata dalla Corte il 4 dicembre scorso, pur presentandoli sotto una nuova veste di ritrovata “verginità costituzionale”.

Premio di maggioranza. Nel progetto di riforma Renzi-Berlusconi il premio di maggioranza resta in piedi. Non più al 55%, ma ridotto al 53% per la coalizione/lista che ottenga il 35% dei voti al primo turno o – nel caso in cui nessuno raggiunga tale soglia al primo scrutinio – si aggiudichi la vittoria al ballottaggio tra le due liste/coalizioni più votate. Come si può notare facilmente, l’abolizione del premio precedente (340 seggi) è stato sostituito con un sistema più macchinoso ma che in realtà cambia di poco la sostanza. Infatti, tramite tale meccanismo verrebbe assegnato un premio pari al 50% dei voti ottenuti che, lontano dall’essere una piccola quota aggiuntiva di seggi (come accade invece in Grecia con la recente riforma elettorale), va a distorcere senza criterio la rappresentanza parlamentare. E’ vero, anche Regno Unito, Francia e Spagna hanno sistemi fortemente disproporzionali, ma il punto è che essi creano tale risultato non “forzando” artificialmente la volontà popolare, ma strutturandola nel lungo periodo in relazione alle regole elettorali.

La logica del premio di maggioranza – come ha giustamente osservato Piero Ignazi, uno dei maggiori sostenitori del majority francese – ha in tal modo natura fondamentalmente “emergenziale”, venendo adottato solamente come presupposto alla debolezza del sistema politico nel determinato contesto storico (come, appunto, avvenuto in Grecia), assumendo carattere congiunturale e destinata a breve vita come i suoi immediati predecessori Mattarellum e Porcellum. Tale scelta appare quindi poco condivisibile, rappresentando l’ennesimo esempio dell’approccio miope di una classe politica incapace di guardare al di là dell’interesse contingente e comportarsi responsabilmente come quegli attori istituzionali che l’Italia sembra ormai incapace di produrre.

Liste bloccate. Altra eredità del Porcellum di matrice calderoliana è rappresentata dalle liste bloccate, ovvero l’impossibilità per gli elettori di poter scegliere direttamente il proprio rappresentante, rendendo quest’ultimo direttamente responsabile del proprio operato. L’escamotage in questo senso è stato quello di “accorciare” le liste, che dovrebbero ora essere composte al massimo da 6 nomi (sul modello spagnolo), in modo da far meglio digerire ai cittadini quello che in questi anni è stato considerato il maggiore vulnus al principio democratico della rappresentanza parlamentare. Per quanto lo sforzo di sfrondare le chilometriche liste di nominati sia stato apprezzabile, la scelta di optare ancora per una “spersonalizzazione” del voto è apparsa piuttosto discutibile a dimostrazione, ancora una volta, l’insensibilità della classe politica alle istanze dell’opinione pubblica.

Tale atteggiamento rischia, una volta di più, di prestare il fianco alle critiche del M5S e di Grillo, che – sebbene in diversi frangenti dichiaratisi sostenitori del Porcellum – non esiteranno presumibilmente a montare la protesta contro la casta che gioca l’ultima carta delle liste bloccate per permettere la propria autoconservazione. E’ vero, le liste corte sono ben altro rispetto a quelle conosciute dal 2006 ad oggi, e la Consulta si è espressa favorevolmente nei loro confronti. Ma il problema resta concreto, perché come l’esperienza ha dimostrato, neppure le parlamentarie del PD hanno impedito la presenza di candidati catapultati dall’alto, cui veniva assicurata l’elezione in circoscrizioni a loro da sempre estranee, e rimaste tali anche dopo il voto. E men che meno ci si aspettano passi avanti dallo schieramento opposto, con Berlusconi strenuo difensore delle nominations di emanazione presidenziale.

Fonte: La Stampa

Conclusioni. Questi i due punti maggiormente critici della nuova legge elettorale proposta dalle larghe intese renziano-berlusconiane. Ma molti altri sono i punti critici in ballo. Su tutti il difficile bilanciamento di due principi vitali della democrazia parlamentare: quello della rappresentanza e quello della governabilità. Il prossimo parlamento potrebbe consegnarci un panorama partitico “sfrondato” dei suoi rami più piccoli, in primis Scelta Civica e l’UDC, mettendo a rischio anche Sinistra Ecologia e Libertà (SEL) e il Nuovo Centro Destra  (NCD) di Alfano, pericolosamente in bilico lungo l’asticella della nuova soglia di sbarramento fissata al 5%. A salvarsi sarebbe, invece, la Lega Nord grazie alla clausola “ad partitum” che permetterebbe la rappresentanza alla lista che supera lo sbarramento in almeno tre regioni. Tuttavia, tale clausola potrebbe tornare utile anche al partito di Vendola – che potrebbe superare tale soglia nelle “regioni rosse” e in Puglia – ma che tuttavia, in un sistema del genere corre il rischio di essere fagocitato dal voto utile verso il Partito Democratico.

La strada, dunque, è ancora lunga e il tempo per apportare miglioramenti c’è. Il problema sta nella volontà o meno di Renzi – che in questo frangente detta i tempi del gioco – di voler privilegiare la qualità della legge elettorale alla sua condivisione con Berlusconi e Alfano. Roberto D’Alimonte, consulente tecnico del PD nella redazione del progetto, ha affermato che tale risultato rappresenta “il meglio che si potesse sperare”, visti i veti posti su più punti da Berlusconi. Ma queste parole non possono che lasciare perplessi. La necessità del consenso a tutti i costi, della condivisione che diventa concessione, non trova ragion d’essere se a farne le spese è proprio la qualità stessa di una legge considerata fondamentale in una nazione democratica.

Ancora una volta, la miopia della politica rischia di produrre un mostro istituzionale di cui difficilmente potremo liberarci subito. E’ vero, negli ultimi 22 anni abbiamo votato con tre diversi sistemi elettorali, e a cambiare si fa sempre in tempo. Ma stavolta il problema sta nel vedere se quando saremo di pronti per cambiare troveremo ancora qualcosa in piedi, o solo le macerie prodotte da una irresistibile rincorsa alla mediocrità.

Congresso Nazionale di SEL, l’intervento di Nichi Vendola

Inizia la due giorni di Congresso per SEL, riunita a RIccione fino a domenica per fare il punto sullo stato di salute della sinistra italiana e di tutto il Paese. Dopo il saluto del sindaco di Riccione, è stato il turno del Presidente del partito, Nichi Vendola.

“Sono passati solo tre anni da quell’ottobre del 2010, quando decidemmo a Firenze di fondare un partito per cercare di riaprire la partita. Eppure sembra un secolo. Il mondo attorno a noi e dentro di noi ha viaggiato ad una velocità tale da farci rischiare continuamente uno schianto fatale. Quel 2010 è davvero lontano.

E’ trascorsa un’intera era geologica della politica, è lunghissima la distanza che ci separa dalle speranze e dai progetti del nostro Congresso fondativo….”

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