Piero Ignazi: Chissà che sistema di voto vuole il Pd


Da L’Espresso, 25 novembre 2013

di Piero Ignazi, Docente di Scienza Politica presso Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

Per fortuna il Porcellum al quadrato, il sistema elettorale messo a punto da Pd, Sel e Scelta civica nella commissione Affari costituzionali del Senato, è stato bocciato. Era una proposta indigeribile e anche un po’ truffaldina. Indigeribile perché oltre a mantenere la distorsione del premio – una concezione aberrante delle logiche di rappresentanza – lasciava intatte sia le liste bloccate sia la differenza di attribuzione dei seggi tra Camera e Senato. Truffaldina perché spacciava per “doppio turno” non il sistema francese ma la ripetizione del voto tra le prime due coalizioni se nessuna superava il 40 per cento dei voti. Ora si volta pagina. In questi giorni sembra ritornato in voga il Mattarellum, il sistema misto (tre quarti maggioritario, un quarto proporzionale) con cui abbiamo votato dal 1994 al 2001.

Ma ci siamo dimenticati dei difetti? La complicazione dello “scorporo” con conseguente nascita delle liste civetta, il mantenimento di una logica proporzionale, l’àncora di salvataggio per i candidati eccellenti grazie alla doppia presentazione (maggioritario e proporzionale). Si continua invece a sorvolare con una leggerezza sospetta sulla ipotesi che ufficialmente dovrebbe accomunare tutto il Pd: il maggioritario uninominale a doppio turno, come quello adottato in Francia per l’elezione dei parlamentari (il “vero” doppio turno). Sui suoi meriti molto è stato già detto e scritto. Per riprendere l’appello in favore di tale sistema, promosso dal capostipite della scienza politica italiana, Giovanni Sartori, e firmato da oltre cento scienziati politici, il vero doppio turno presenta una serie di indiscutibili meriti, cruciali per migliorare la rappresentanza politica e il rapporto cittadini-istituzioni.

In breve: la legittimità degli eletti è alta perché essi necessitano di percentuali elevate per vincere , anche superiori al 50 per cento quando lo scontro si riduce solo a due contendenti nel secondo turno; la frammentazione è contenuta perché per accedere al secondo turno bisogna superare uno sbarramento che (seguendo l’esempio francese) dovrebbe essere intorno al 15 per cento dei votanti – e allo stesso tempo nessuno è escluso in partenza perché il candidato di un partito minore ma ben radicato territorialmente e ben considerato può superare il primo turno e cercare poi il sostegno dei partiti maggiori al secondo; l’elezione diretta di un candidato rinforza il rapporto tra elettori ed eletti e allo stesso tempo evita le degenerazioni insite in un sistema con preferenze; la necessità di assicurare un largo sostegno ai propri candidati spinge i partiti a creare alleanze che prefigurano le coalizioni governo.

Nessun sistema è perfetto, però dato il contesto italiano questa ipotesi costituisce di gran lunga la soluzione migliore. Ma come spesso accade nel nostro paese, le soluzioni limpide e chiare non hanno buona fama né buona sorte. Il Pd sembra seguire lo stesso percorso intrapreso nelle trattative per l’elezione del presidente della Repubblica. Incontri, accordi, scambi con gli altri partiti e soprattutto con l’ex Pdl per arrivare a una qualche sintesi. Con questo atteggiamento, peraltro benemerito e generoso, non fa che complicarsi la vita e perder tempo. A meno che questo non sia il vero fine della ragnatela tessuta in questi mesi, il Pd deve ora indicare la sua preferenza sulla quale obbligare gli altri a scegliere. In questo compito non è certo aiutato da Matteo Renzi che si rifugia in una formuletta, “il sindaco d’Italia”, che in sé non significa nulla. Infatti, se si discute di un sistema elettorale per eleggere i parlamentari e non il presidente del consiglio, allora il sindaco di Firenze deve chiarire che vuole eleggere 630 sindaci d’Italia, tanti quanti sono i seggi della Camera (più i 315 al Senato). Altrimenti parla d’altro, e cioè dell’elezione del premier sul modello adottato in Israele negli anni Novanta e poi subito abbandonato per la sua totale impraticabilità. Ma questo, appunto, è un altro discorso, che va al di là della riforma elettorale. Alla fine , rimane che il Pd, pur disponendo della maggioranza assoluta alla Camera, non ha la convinzione o il coraggio di presentare una sua proposta. In questo modo sarà solo chi lo rappresenta a essere accusato dell’inazione e della mancata riforma.

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