Research Reveals Influence of Media Moguls

Published on Science Daily on December 13th, 2011

Concentrated individual or family ownership of media outlets is bad for editorial independence, according to new research by an academic at the University of East Anglia (UEA).

 Dr Chris Hanretty, a lecturer in politics, investigated the levels of owner influence in 211 different print and broadcast outlets in 32 European media markets, including the UK, France, Germany, Italy, Russia and Spain.

He found that owner influence is greater where voting power within the company is concentrated in the hands of individuals and families rather than companies.

The findings also show that groups which own multiple titles on a national level only are more likely to exercise owner influence, whereas groups which spread their ownership across titles in different countries are less likely to.

Dr Hanretty looked at whether more concentrated ownership increases owner influence and whether individual owners (or ownership stakes held by individuals) bring with them more influence than corporate owners (or stakes held by corporations). He said the findings had implications for policy-makers and regulators.

“Competition authorities might want to look not just at how concentrated the ownership of a particular media outlet is, but also who owns it.

“To the extent that policy-makers and regulators are involved in scrutiny of the acquisition of ownership shares in media outlets, they should exercise different levels of scrutiny depending on whether a proposed acquisition will take an ownership interest from an already-controlling share to a larger share, or whether instead the acquisition will increase the ownership interest’s voting power compared to the status quo.

“Policy-makers and regulators interested in minimizing proprietorial influence have good reason to ‘pierce the corporate veil’ and examine the ultimate owners behind ownership interests, because ultimate owners of different types differ in their propensity to exercise owner influence.”

Dr Hanretty also warned against putting “higher barriers” in the way of ownership of media outlets by foreign operators, in particular groups which have other international titles but no other domestic title, as these groups reduce owner influence.

Anche i Dottorati di Ricerca al giudizio dell’ANVUR

ANVUR – acronimo di Agenzia per la Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca – ha lanciato in queste settimane un progetto sperimentale di accreditamento e valutazione di 104 corsi di Dottorato di Ricerca italiani, presentandolo lo scorso 27 novembre a Roma con Stefano Fantoni e Roberto Benedetto del Consiglio Direttivo.

Obiettivo del progetto è quello di valutare – e si spera innalzare – la qualità dell’offerta dottorale e della ricerca italiana, con il duplice obiettivo non solo di uniformarla agli standard europei, ma di garantirle anche un più alto livello di internazionalizzazione e competitività verso le Università straniere che sempre più spesso diventano mete prescelte di giovani studiosi in cerca di più sicure e allettanti prospettive di ricerca nell’accademia e non solo.

Accreditamento

La partenza di tale progetto ha fatto seguito a quanto deciso nel DM MIUR n. 45/2013 che all’art.3, comma 7 stabilisce:

L’attività di monitoraggio diretta a verificare il rispetto nel tempo dei requisiti richiesti per l’accreditamento ai sensi dell’articolo 4 è svolta annualmente dall’ANVUR, anche sulla base dei risultati dell’attività di controllo degli organi di valutazione interna delle istituzioni accreditate, secondo criteri e modalità stabiliti ai sensi dell’articolo 3, comma 1, lettera b), del decreto del Presidente della Repubblica 1 febbraio 2010, n. 76.

Tale attività di monitoraggio verrà svolta con riguardo specifico ai requisiti minimi richiesti per l’accreditamento, di cui al successivo articolo 4 lett. a) – f).

Ma a tale proposito l’ANVUR, nelle sue linee guida emanate per l’avvio dei Corsi di Dottorato per il XXIX Ciclo, ha aggiunto la possibilità di stabilire ulteriori criteri e indicatori che possono anche essere parametrati alle «caratteristiche medie dei ricercatori del settore a livello internazionale». Si tratta di indicazioni preliminari, ad oggi limitate solo ai 16 membri obbligatori (art. 4.1 lett. a) del Decreto MIUR). Interessante appare, però, la possibilità di inserire tra gli indicatori anche la produzione scientifica di dottorandi e dottori di ricerca da non più di 2 anni.

Valutazione

In tema di valutazione dei Corsi di Dottorato, l’attività di monitoraggio dell’ANVUR trova fondamento giuridico nell’art. 13, comma 2 del DM 45/2013 e riguarderà:

a) qualità della ricerca svolta dai membri del collegio dei docenti;

b) grado di internazionalizzazione del dottorato;

c) grado di collaborazione con il sistema delle imprese e ricadute del dottorato sul sistema socio-economico;

d) attrattività del dottorato;

e) dotazione di servizi, risorse infrastrutturali e risorse finanziarie a disposizione del dottorato e dei dottorandi, anche a seguito di processi di fusione o di federazione tra atenei;

f) sbocchi professionali dei dottori di ricerca.

Per la loro misurazione l’ANVUR utilizzerà indicatori sia qualitativi che quantitativi, così come illustrato nelle slide 30-36. Tra questi vi sono gli indicatori R e X utilizzati in sede di VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca), qui applicati in maniera esemplificativa al caso dei Dottorati di Ricerca attivati presso l’Università di Roma – La Sapienza.

Conclusioni

In conclusione, la fase storica che l’Università italiana si trova ad affrontare oggi è, certamente, di profondo cambiamento, in cui tutti i settori che ne fanno parte – didattica e, soprattutto, ricerca – sono posti a costante valutazione degli organi del MIUR. Il settore della ricerca è oggi quello posto maggiormente sotto la lente d’ingrandimento dell’ANVUR. Mentre si avviano, lentamente, a conclusione le procedure di valutazione dell’ASNAbilitazione Scientifica Nazionale – per l’anno 2012 (e attendono ancora l’apertura quelle per il 2013), e continuano quelle della VQR , una nuova figlia di ANVUR sembra così nascere alla fine di quest’anno proprio con la valutazione e accreditamento dei Corsi di Dottorato (VACD).

Il colpo di spugna che la riforma del 2010 voleva dare al sovraccarico sistema universitario sembra ancora lontana dall’esprimere appieno i suoi risultati, rallentata dagli interminabili lavori dell’ASN (e dal conseguente blocco del turnover) e per la quale il Presidente di ANVUR, Fantoni, ha parlato di possibile ultima tornata con le attuali regole, addensando nuvole e ombre sul futuro di questa procedura considerata – forse a giusta ragione – folle anche per la sua unicità in tutto il panorama internazionale.

Come in qualunque settore di policy, anche in questo caso sembra tocchi alle nuove generazioni pagare le colpe e le irresponsabilità di quelle precedenti. Mancanza di giustizia intergenerazionale direbbe John Rawls. Solita storia per un Paese che azzera le prospettive di (più o meno) giovani studiosi per pagare le colpe di vecchi ricercatori e professori che hanno scalato i gradini della carriera accademica senza meriti, occupando posti e producendo a volte meno di uno studente di Dottorato (si veda l’ex Ministro Renato Brunetta).

Oggi l’ANVUR – “braccio armato” del MIUR – nel tentativo di conciliare la qualità della ricerca con i tagli previsti dalla montiana “spending review” si inventa costantemente tecniche e “formule magiche” per valutare non solo docenti e ricercatori ma anche i loro stessi esaminatori, “strozzati” tra mediane e indici bibliometrici che per quanto discutibili diventano spesso vero e proprio terreno di scontro e disaccordo. Nella sostanza poco cambia, la riforma si è posta traguardi, forse, troppo ambiziosi da raggiungere. La realtà è che sono passati poco più di 1000 giorni e ancora non si vede la luce in fondo al tunnel.

An Hour with Adam Przeworski

Interview published on balticworlds.com on January 11th, 2011

Professor Adam Przeworski often asks the questions most of us are a little embarrassed to ask. We see democracy as the natural state of affairs. We believe that non-democratic states are abnormal cases that in due course will grow democratic through modernization. We do not ponder the fact that, historically, electoral defeat by incumbents is rare. The American public is brought up to see its roots as democratic and disregards the disdain for party politics often expressed by the Founding Fathers….

continues on Baltic Worlds

Piero Ignazi: Chissà che sistema di voto vuole il Pd

Da L’Espresso, 25 novembre 2013

di Piero Ignazi, Docente di Scienza Politica presso Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

Per fortuna il Porcellum al quadrato, il sistema elettorale messo a punto da Pd, Sel e Scelta civica nella commissione Affari costituzionali del Senato, è stato bocciato. Era una proposta indigeribile e anche un po’ truffaldina. Indigeribile perché oltre a mantenere la distorsione del premio – una concezione aberrante delle logiche di rappresentanza – lasciava intatte sia le liste bloccate sia la differenza di attribuzione dei seggi tra Camera e Senato. Truffaldina perché spacciava per “doppio turno” non il sistema francese ma la ripetizione del voto tra le prime due coalizioni se nessuna superava il 40 per cento dei voti. Ora si volta pagina. In questi giorni sembra ritornato in voga il Mattarellum, il sistema misto (tre quarti maggioritario, un quarto proporzionale) con cui abbiamo votato dal 1994 al 2001.

Ma ci siamo dimenticati dei difetti? La complicazione dello “scorporo” con conseguente nascita delle liste civetta, il mantenimento di una logica proporzionale, l’àncora di salvataggio per i candidati eccellenti grazie alla doppia presentazione (maggioritario e proporzionale). Si continua invece a sorvolare con una leggerezza sospetta sulla ipotesi che ufficialmente dovrebbe accomunare tutto il Pd: il maggioritario uninominale a doppio turno, come quello adottato in Francia per l’elezione dei parlamentari (il “vero” doppio turno). Sui suoi meriti molto è stato già detto e scritto. Per riprendere l’appello in favore di tale sistema, promosso dal capostipite della scienza politica italiana, Giovanni Sartori, e firmato da oltre cento scienziati politici, il vero doppio turno presenta una serie di indiscutibili meriti, cruciali per migliorare la rappresentanza politica e il rapporto cittadini-istituzioni.

In breve: la legittimità degli eletti è alta perché essi necessitano di percentuali elevate per vincere , anche superiori al 50 per cento quando lo scontro si riduce solo a due contendenti nel secondo turno; la frammentazione è contenuta perché per accedere al secondo turno bisogna superare uno sbarramento che (seguendo l’esempio francese) dovrebbe essere intorno al 15 per cento dei votanti – e allo stesso tempo nessuno è escluso in partenza perché il candidato di un partito minore ma ben radicato territorialmente e ben considerato può superare il primo turno e cercare poi il sostegno dei partiti maggiori al secondo; l’elezione diretta di un candidato rinforza il rapporto tra elettori ed eletti e allo stesso tempo evita le degenerazioni insite in un sistema con preferenze; la necessità di assicurare un largo sostegno ai propri candidati spinge i partiti a creare alleanze che prefigurano le coalizioni governo.

Nessun sistema è perfetto, però dato il contesto italiano questa ipotesi costituisce di gran lunga la soluzione migliore. Ma come spesso accade nel nostro paese, le soluzioni limpide e chiare non hanno buona fama né buona sorte. Il Pd sembra seguire lo stesso percorso intrapreso nelle trattative per l’elezione del presidente della Repubblica. Incontri, accordi, scambi con gli altri partiti e soprattutto con l’ex Pdl per arrivare a una qualche sintesi. Con questo atteggiamento, peraltro benemerito e generoso, non fa che complicarsi la vita e perder tempo. A meno che questo non sia il vero fine della ragnatela tessuta in questi mesi, il Pd deve ora indicare la sua preferenza sulla quale obbligare gli altri a scegliere. In questo compito non è certo aiutato da Matteo Renzi che si rifugia in una formuletta, “il sindaco d’Italia”, che in sé non significa nulla. Infatti, se si discute di un sistema elettorale per eleggere i parlamentari e non il presidente del consiglio, allora il sindaco di Firenze deve chiarire che vuole eleggere 630 sindaci d’Italia, tanti quanti sono i seggi della Camera (più i 315 al Senato). Altrimenti parla d’altro, e cioè dell’elezione del premier sul modello adottato in Israele negli anni Novanta e poi subito abbandonato per la sua totale impraticabilità. Ma questo, appunto, è un altro discorso, che va al di là della riforma elettorale. Alla fine , rimane che il Pd, pur disponendo della maggioranza assoluta alla Camera, non ha la convinzione o il coraggio di presentare una sua proposta. In questo modo sarà solo chi lo rappresenta a essere accusato dell’inazione e della mancata riforma.