PD, verso le primarie in cerca di identità


“Non moriremo democristiani!”. Questo il celebre titolo con cui trent’anni fa, all’alba della stagione “crepuscolare” dei governi Craxi, l’allora direttore de “Il Manifesto” Luigi Pintor rivendicava l’aspirazione per la sinistra di essere finalmente protagonista attiva della vita politica del Paese. Di lì a meno di dieci anni il sistema politico così come si era strutturato alla fine della guerra sarebbe crollato, spazzando via i grandi partiti tradizionali come (DC e PSI ma non solo) e aprendo la strada alla competizione bipolare dominata per vent’anni dalla destra berlusconiana.

Quel titolo, che appariva essere insieme un grido di dolore e speranza, è diventato negli anni il simbolo della disfatta culturale e politica di una sinistra oggi incompiuta e priva di identità. Tra i militanti, i simpatizzanti e gli elettori del Partito Democratico, infatti, la convinzione è che “moriranno democristiani”, ostaggi prima di un Berlusconi capace di annientare culturalmente attraverso i suoi mezzi di comunicazione il senso civico del Paese, e oggi delle “larghe intese”, ultimo baluardo – democristiano questo si – posto a difesa delle prerogative della ruling (political) class contro lo tzunami rappresentato dal Movimento 5 Stelle di Grillo.

L’esperienza del governo Letta non ha fatto altro che acuire tale sentimento di rassegnazione verso un partito rassegnato negli anni ad essere comprimario, incapace di elaborare una propria linea politica capace di distinguerlo nettamente dall’avversario di turno. Rassegnazione dunque, ovvero conservazione. E’ questo il più deficit grande di quello che aspira ad essere il partito guida della sinistra italiana, una parte politica che nel proprio dna porta – o dovrebbe portare – i connotati del cambiamento come destino ultimo, del miglioramento globale della società, della lotta verso chi fa dell’oligarchia in politica e dell’oligopolio in economia la propria raison d’être. E invece la linea politica di questo governo appare strozzata in una costante torsione tra necessità e consenso, secondo la più antica e riuscita ricetta democristiana, che per cinquant’anni ha avvelenato un Paese oggi in ginocchio.

Tale approccio trova spiegazione nella natura stessa del partito. Il PD è un partito composito, frutto della sintesi a freddo tra due anime tradizionalmente diverse del centrosinistra italiano. Nel 2007 la tradizione socialista-ex comunista e quella democristiana-popolare si sono unite in un unico corpo politico mantenendo però ben distinti i propri patrimoni culturali e ideologici. Ne è nato un partito a due teste, in cui due culture, distanti su molti temi, sono finite spesso per collidere. Così oggi il partito risulta spaccato in una lotta tra Orazi e Curiazi, tra Fioroni e Bindi da una parte, e D’Alema dall’altro, in uno scontro sempre più ostile in prossimità delle primarie, passate da momento di ratifica plebiscitaria di investiture già decise (vedi Veltroni nel 2007 e Bersani nel 2009), a veri e propri “regolamenti di conti” tra fazioni rivali, secondo quello schema competitivo ad alta polarizzazione a livello non solo interpartitico ma anche intrapartitico.

Così, mentre la faida viene consumata all’interno dell’establishment, il partito si appresta ad incoronare il suo nuovo leader, Matteo Renzi, definito da Gianfranco Pasquino “vincitore (auto) preannunciato”. Infatti, la maggioranza del partito composta dagli ex democristiani e dai coloro che potremmo definire band-wagon democrats, sostengono il leader catch-all, l’uomo capace di parlare “a tutti gli elettori”, di destra e di sinistra. In caso di vittoria appare perciò inevitabile, nonostante le rivendicazioni identitarie del sindaco di Firenze, che il partito si sposti al centro dello spettro politico, moderando sempre più le proprie rivendicazioni in modo da massimizzare i consensi e trasformarli in voti.

Minoritaria nel partito è, poi, quella parte erede della tradizione comunista e socialista che vorrebbe riprendersi lo spazio “vitale” perduto a sinistra, rilanciando il progetto di socialdemocrazia accantonato con la segreteria Veltroni. Il progetto è la creazione di un partito che non abbia paura di definirsi “di sinistra” o, addirittura, “socialista”, che prenda esempio da altre democrazie moderne e consolidate come Francia, Spagna, Germania o i Paesi della penisola scandinava. Proprio questi ultimi ci insegnano come l’esperienza socialista inserita nei confini del modello istituzionale proprio della democrazia liberale sia in grado garantire un efficiente livello di benessere economico, politico e sociale.

Pertanto, chiunque sarà il nuovo segretario del PD, dovrà occuparsi prima di tutto di ricostruire un partito culturalmente diviso e privo di una strategia di lungo periodo. L’impianto c’è, ed è quello costituito dalle organizzazioni locali, regionali e da quella nazionale, nonché dalle tante persone che hanno creduto nel progetto nato alla fine degli anni Novanta con Prodi. renzi_segreteria_pd_italia_cambia_verso3_okIl vero problema risiede oggi nel trovare un buon architetto che sappia ridisegnarne il progetto e una squadra di ingegneri ed operai capaci di applicarlo a tutti i piani della partecipazione politica, capendo soprattutto il terreno sul quale tale edificio dovrebbe essere costruito.

Scegliere se essere socialisti o meno non significa chiudersi nel proprio recinto, parlare solo ad una parte del Paese, escludere chi la pensa diversamente, come molti politici e intellettuali vorrebbero far credere. Questo non è accaduto in nessuno dei Paesi in cui grandi partiti socialisti sono andati al governo. La competizione fa parte della democrazia; la tecnocrazia e le larghe intese ne rappresentano piuttosto una degenerazione. Oggi come allora c’è una parte del Paese che non vuole “morire democristiana”. E non farlo vuol dire innanzitutto proporre un modello di partecipazione alternativo, a partire dal sostrato culturale e in un certo senso ideologico, che crei cioè un terreno comune di condivisione di determinati valori.

Non bastano dichiarazioni di principio né prematuri programmi di governo. Servono “visioni” politiche, progetti a lungo termine, capaci di chiudere l’infinita transizione politica italiana aperta nel 1992 con l’ondata antipartitica post-Tangentopoli e rappresentata dall’anomalia dei nostri partiti spesso deficitari non solo in termini organizzativi, ma anche di raccolta e sintesi di idee e di culture. Tale ondata – apripista dei populismi di matrice berlusconiana e grillina – chiedeva un cambiamento radicale negli uomini e nelle strutture, non già nelle culture e nei valori, ampiamente condivisi e istituzionalizzati ben prima del 1946. E invece si è preferito andare oltre, affidandosi ai leader e al loro carisma come se ciò potesse bastare a colmare il vuoto di fiducia e controllo venutosi a creare. Per tutti questi motivi, l’occasione per il prossimo segretario è ghiotta: dire finalmente al PD da che parte stare e indicargli una rotta precisa che guardi al lungo periodo, puntando a ricostruire le fondamenta di un partito in profonda crisi di identità.

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