Riforma elettorale: o si fa (il doppio turno) o si muore

Alla vigilia del voto di fiducia da parte del Parlamento al governo Letta, i fantasmi del ritorno alle urne tornano ad aleggiare sul nostro Paese, riaccendendo per l’ennesima volta il dibattito su un sistema elettorale da riformare per evitare l’impasse verificatasi a febbraio con la “vittoria mutilata” della coalizione guidata da Bersani. L’obiettivo da perseguire rimane principalmente quello di garantire stabilità al sistema politico bilanciando le istanze di rappresentatività dei i cittadini con quelle di riduzione della frammentazione del sistema partitico. In questi anni, le proposte di sostituzione del porcellum non si sono fatte certo desiderare: dal ritorno al Mattarellum, al modello ispano-tedesco di Vassallo e Ceccanti, al sistema tedesco voluto da Casini fino al doppio turno francese e al “doppio turno all’italiana” proposto di recente da Roberto D’Alimonte. Tra queste proposte, le uniche su cui appare oggi possibile discutere sembrano le ultime due poiché, seppure perfettibili, appaiono maggiormente adattabili al frammentato sistema italiano e quindi capaci di risolvere le patologie che hanno portato a veder cadere prematuramente la maggior parte dei governi susseguitisi alla guida del Paese.

Naturalmente appare necessario premettere come un sistema elettorale non sia un “abito preconfezionato”, indossabile da chiunque senza il rischio che si strappi non riuscendo a svolgere al meglio i compiti assegnatogli. Molto dipende dal sistema partitico e dal suo livello di strutturazione, che sembra influenzare a sua volta – e forse con maggiore intensità – il sistema elettorale. E’ questo, d’altronde, il dibattito che stimolò il confronto a distanza tra due padri della scienza politica contemporanea, Maurice Duverger e Giovanni Sartori, con il secondo che contestava la supposta relazione causale tra sistemi elettorali e formato partitico così come descritta dal politologo francese [cfr. Duverger 1954; Sartori 1996]. Ma tale teoria non sembra accettabile né in ambito elettorale né in ambito istituzionale, contrariamente a quanto pensano molti coinvolti nel recente dibattito riformatore. Tralasciando quest’ultimo punto, occorre rivolgere invece l’attenzione al sistema partitico (italiano) e alle sue possibili interazioni con la meccanica elettorale. Sembra, pertanto, utile ragionare sugli aspetti strutturali e contingenti del sistema italiano cercando di inserirli nel contesto delle well-established democracies dell’Europa occidentale.

Il primo aspetto degno di attenzione è la mancata bipolarizzazione e la frammentazione del sistema partitico italiano, che né con il Mattarellum prima, né con il Porcellum dopo ha saputo strutturarsi sul modello degli altri paesi europei basati sulla competizione tra due grandi partiti o tra due coalizioni “minime vincenti”, capaci di essere tra loro competitive e alternative. E questo risulta ancor più evidente se si osserva l’indice di Laasko e Taagepera [1979] relativo al numero effettivo di partiti (ENP) che, proprio in quegli anni che dovevano sancire il trionfo del bipolarismo (1994-2001), ha raggiunto il suo apice con una media di 7,01, riducendosi a una media di 4,94 punti dal 2006 ad oggi (5,33 nel 2013). In Europa, solo la Francia ha un valore simile al nostro (5,27 nel 2012), mentre nelle altre maggiori democrazie si hanno valori inferiori, con il 3,34 in Spagna, il 3,95 ottenuto dalla Germania dopo le elezioni della scorsa settimana e il 3,71 del Regno Unito.

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Guardando i dati in tabella, ci si accorge subito come Francia e Italia abbiano un rendimento molto simile in termini di frammentazione partitica, con un andamento parallelo degli indici che si riducono nel biennio 2006-2007 per tornare a livelli superiori nelle ultime elezioni, avvenute rispettivamente nel 2012 e nel 2013. Ma la situazione cambia se si osserva il dato relativo al numero dei partiti presenti in Parlamento. I numeri tra Camera dei Deputati e Assemblea Nazionale stavolta appaiono sostanzialmente diversi. La Francia negli ultimi vent’anni ha tenuto una media di ENPs=2,79, mentre l’Italia ha una media di 5,10, con un apice di ENPs=6,35 nel periodo 1994-2001, quando neanche il discreto tasso di disproporzionalità del Mattarellum è riuscito ad impedire la frammentazione dell’arena parlamentare. L’osservazione dei dati riferiti a questi cinque Paesi europei porta a fare due considerazioni sulla situazione italiana e sulle sue prospettive.

1) Il sistema elettorale sembra influire, ma non automaticamente, sulla frammentazione e sulla governabilità. Una conferma in tal senso sembra venire dall’Italia che, nonostante un sistema fortemente disproporzionale come il Mattarellum e, in parte, il Porcellum, non è riuscita a creare un reale sistema di competizione bipolare sul modello europeo. Si sono create, invece, coalizioni all-inclusive, “pigliatutto”, il cui scopo è quello di aggregare la porzione più ampia possibile del  sistema partitico ed ottenere così la maggioranza dei seggi in Parlamento. Un andamento particolare si è avuto poi dal 2006 ad oggi. Se in quell’anno, con il “battesimo” del Porcellum, il risultato si è esplicato in un elevato livello di frammentazione in termini di voti e seggi, le elezioni del 2008 e del 2013 hanno fatto registrare una certa inversione di tendenza, ascrivibile a cause diverse. Nel 2008 la ridotta frammentazione è imputabile al comportamento dei maggiori partiti (PD e PDL) che hanno bipolarizzato la competizione [cfr. D’Alimonte e Chiaramonte 2010], come conferma anche il basso livello di disproporzionalità generato dal sistema elettorale. Nel 2013, invece, il – relativamente – ridotto numero di partiti presenti in Parlamento è da collegare all’alto tasso di disproporzionalità del Porcellum (LSq=17,34), pari solo a quello di Regno Unito e Francia che usano sistemi elettorali maggioritari (rispettivamente plurality e majority) che, come si sa, tendono a premiare i due partiti maggiori. In breve, il sistema elettorale rappresenta un incentivo. Tuttavia, come dimostra l’esperienza del 2008, il formato partitico appare influenzabile in misura non trascurabile anche dall’atteggiamento dei partiti (nonché dei loro leader) e, conseguentemente, dal giudizio che gli elettori ne danno.

La patologia italiana dell’instabilità va, perciò, curata alla fonte, agendo sui partiti e sulla classe politica che ne è espressione. E’ questa la vera differenza tra il nostro Paese e il resto d’Europa. Nelle democrazie prese in considerazione due partiti principali si contendono la guida del Paese perché essi rappresentano al meglio gli opposti divisi da quelli che Rokkan e Lipset [1971] hanno definito i cleavages, le fratture politiche, intorno a cui viene a strutturarsi la competizione. Si assiste, così, al confronto tra conservatori e laburisti/socialisti, che rappresenta “lo scontro” tra due visioni alternative in competizione, con le due fazioni che vengono a costituire elementi di sintesi del sistema politico in una ideale contrapposizione Destra-Sinistra. Così è nel Regno Unito, così è – tutto sommato – in Spagna, Francia e Germania. Da noi, invece,  il Partito Democratico cerca oggi di proporsi come partito moderato senza accorgersi di aver lasciato scoperto il suo “fianco sinistro” che ha finito o per rifugiarsi nell’astensionismo o per ridistribuirsi tra M5S, SEL. A destra Berlusconi, reputato da sempre fattore “bipolarizzante” della competizione si è rivelato nel lungo periodo elemento destrutturante del sistema partitico. Rappresentante di una politica priva di storia e legami ideologici, il centrodestra italiano ha perso contatto con la parte moderata del conservatorismo italiano, rifugiatasi anch’essa nel baratro dell’astensionismo, nell’effimero Terzo Polo e nel M5S. Ora che il Cavaliere sembra avvicinarsi alla fine della sua esperienza politica appare inevitabile una scomposizione ulteriore del suo elettorato, diviso tra i falchi e le colombe pidielline, e gli altri partiti minori alleati e non.

2) Maggioritario a doppio turno come incentivo alla ristrutturazione del sistema, ma serve altro. La seppur breve analisi fatta in queste righe porta a esprimere un deciso sostegno a favore del sistema elettorale usato in Francia per l’elezione dell’Assemblea Nazionale, il maggioritario a doppio turno. Un sistema che gli italiani conoscono piuttosto bene, dal momento che – seppure in una forma diversa – lo utilizzano a livello locale per l’elezione dei sindaci, soluzione che, per tale motivo, potrebbe incontrare anche il favore di Matteo Renzi che più di una volta ha invocato – seppure con una certa vaghezza – l’adozione anche a livello nazionale della legge utilizzata per l’elezione dei primi cittadini. In Francia tale sistema ha funzionato efficacemente nella limitazione della frammentazione partitica che caratterizza – al pari di quello italiano – il suo elettorato e che quindi potrebbe dispiegare tali effetti benefici anche da noi. Infatti, tale sistema garantirebbe: chiarezza degli esiti elettorali la sera stessa delle elezioni, evitando situazioni di stallo e contrattazioni “oscure” tra forze politiche; possibilità di rappresentanza per quelle forze politiche concentrate territorialmente; possibilità per gli elettori di scegliere i propri candidati direttamente al’interno dei collegi; forte legittimazione sia a livello nazionale per il partito che e a livello locale per i deputati grazie all’alta percentuale con cui il candidato viene, spesso, eletto. Tutto questo, unito a soglie di sbarramento efficaci, ridurrebbe la frammentazione facendo convergere i voti sui partiti maggiori e sui loro (pochissimi, al massimo due) alleati. L’esempio francese è illuminante: il PS nelle ultime elezioni con il 29,4% ha ottenuto il 48,5% dei seggi (280 deputati) raggiungendo la maggioranza assoluta grazie ai 12 seggi portati in dote dagli alleati Radicali. Naturalmente, come detto all’inizio, i sistemi elettorali sono “prodotti di alta sartoria”, ovvero meccanismi che vanno ritagliati su misura della realtà in cui vengono impiegati e in cui difficilmente vi si adattano forzosamente.

L’obiezione che si potrebbe fare al ragionamento precedente è che oggi il sistema italiano, a differenza di quello francese, conta anche un “terzo incomodo” rappresentato dal Movimento 5 Stelle che, alle ultime elezioni, ha raccolto un ottimo 25% dei voti, risultando il primo partito alla Camera. Questo è certamente vero, ma proprio il basso rendimento del partito (in media sotto il 10%)  nelle elezioni amministrative che adottano un sistema simile a quello francese dovrebbe incoraggiare almeno il centrosinistra (PD e SEL) a perseguire tale obiettivo di riforma nell’ottica della costruzione di una democrazia finalmente maggioritaria. Sia chiaro che doppio turno alla francese non implica necessariamente il semipresidenzialismo, come troppo spesso parti del centrodestra hanno voluto far credere. La riforma istituzionale è altra cosa, e non solo non è necessaria ma potrebbe rivelarsi dannosa. Stimati docenti di scienza politica, tra cui Piero Ignazi e Marco Revelli, hanno ribadito la natura parlamentare della cultura istituzionale italiana, decisa in sede costituente nel lontano 1946. Una riforma della Costituzione rappresenterebbe una forzatura e, come già scritto in precedenza, potrebbe avere conseguenze nefaste vista la scarsa responsabilità delle attuali elite politiche. La riforma della legge elettorale appare ben più urgente, per selezionare una classe parlamentare non solo (più) competente ma che goda dell’indispensabile fiducia dei cittadini per poter così mettere mano all’unica riforma istituzionale necessaria, l’abolizione del bicameralismo perfetto.

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