Obama e la guerra in Siria: fine dell’impero americano?


La decisione del presidente Barack Obama di ricorrere al voto del Congresso per ottenere il via libera all’intervento militare in Siria, potrebbe essere letto come la volontà degli Stati Uniti di mettere definitivamente da parte quell’approccio di foreign policy che aveva caratterizzato, soprattutto nell’ultimo decennio, le relazioni internazionali americane in medio oriente. Infatti, dalla guerra in Afghanistan dell’ottobre 2001 voluta da George W. Bush all’intervento militare in Libia del marzo 2011 sotto la presidenza Obama, la politica militare americana ha sempre fatto ricorso al concetto di preemptive war (guerra preventiva) secondo quella che è stata definita come “dottrina Bush”. Tale approccio, le cui linee furono illustrate nel 2002 dall’allora presidente repubblicano all’accademia militare di West Point, prevedeva il ricorso alla cosiddetta “guerra preventiva”, basata sull’azione militare unilaterale, nonché sulla sua necessità nel ristabilire l’ordine democratico, la libertà e la sicurezza in tutte le regioni del mondo, come diritto «of every person and the future of every nation».

Invece il ricorso di Obama al procedimento di consultazione del Congresso previsto dalla Costituzione del 1787 (articolo 1, sezione VIII, paragrafo 11) è stato giustificato dallo stesso Presidente facendo richiamo al radicamento dei principi dello Stato di Diritto nell’ordinamento americano: «I’m the president of the world’s oldest constitutional democracy. I will seek authorization for the use of force from the American people’s representatives in Congress». In una sola frase Obama ha richiamato due principi cardine per qualunque democrazia moderna. In primo luogo, la Carta Costituzionale, legge fondamentale del paese, che si erge “eterna” davanti al susseguirsi del tempo e degli uomini chiamati ad interpretarla e agire secondo i suoi precetti. In secondo luogo, il principio della rappresentanza, scolpito nella formula «We, the people» e che proprio nel Congresso trova espressione al suo livello più alto. soldato-americano-afghanistan La scelta di richiamare questi principi e di agire all’interno del solco da essi tracciati non è casuale: in un periodo di crisi di fiducia da parte dei cittadini, provati dalla crisi economica degli ultimi anni e dal recente scandalo sui programmi di “spionaggio” portati avanti dalla National Security Agency (NSA), la mossa di Obama di tentare un riavvicinamento ai cittadini cercando, tramite i loro rappresentanti, una maggiore condivisione decisionale, è parsa decisamente azzeccata. Una scelta che trova ulteriore forza anche alla luce non solo dei recenti sondaggi che indicano come quattro americani su cinque reputino necessaria l’approvazione del Congresso circa un eventuale intervento armato, ma anche delle due lettere firmate da più di cento deputati per richiedere in questo frangente un maggiore dialogo tra le due istituzioni.

Tuttavia, l’impegno di Obama deve ora fare i conti con l’isolazionismo internazionale che sta venendo a crearsi in questi giorni. La Russia, contraria ad un attacco militare, difende i propri interessi economici in Siria, dal momento che questa rappresenta un importante partner di Mosca in termini di esportazioni di armamenti (10%) e di gas naturale, con Damasco snodo fondamentale anche per il collegamento del gasdotto verso Turchia e Unione europea. La Gran Bretagna, ad oggi, è l’assente più ingombrante. La settimana scorsa la Camera dei Comuni ha bocciato, con 285 voti contrari, la mozione del governo Con-Lib di David Cameron per il via libera all’azione militare in Siria. Il risultato è stato accolto con una certa freddezza dallo stesso primo ministro, forse sollevato di non doversi impegnare in un nuovo e dispendioso conflitto internazionale, potendo così continuare a guardare più al di qua che al di là della Manica. Obama ha, invece, trovato un insospettato alleato nel presidente francese François Hollande, nei giorni scorsi dettosi pronto a partecipare attivamente all’azione militare contro il regime siriano. Tuttavia, le sue dichiarazioni sono state raffreddate dalle previsioni dell’art. 36 della Costituzione francese, secondo cui è solo il Parlamento a poter «autorizzare» un intervento militare, senza possibilità per Hollande di fare appello alle “cause eccezionali” previste all’art. 16 e che allargherebbero la sfera d’azione presidenziale. La discussione e la relativa votazione, tra l’altro, non avverranno prima della prossima settimana, permettendo così al Presidente socialista di studiare le mosse dell’alleato americano e degli altri partners europei – tra cui l’Italia – che tuttavia hanno già fatto sapere di escludere qualunque azione senza un mandato delle Nazioni Unite. Anche in questo caso i più critici hanno visto in questo isolamento la fine irreversibile dell'”Impero americano”, e la perdita del ruolo di guida indiscutibilmente esercitato da Washington sugli alleati europei dal secondo dopoguerra.

Oggi, quindi, gli Stati Uniti – e il suo Presidente – si trovano davanti ad una vera e propria prova di forza, diplomatica e politica prima ancor che militare. L’Impero unipolare nato con la fine della Guerra Fredda sta lentamente lasciando il passo ad un sistema sempre più multipolare, in cui la corsa al primato economico va sostituendosi a quella sul piano militare, con l’emergere di quelle nuove potenze regionali raccolte sotto l’acronimo BRICS. La fase post-1990 che ha visto gli USA come “watchdog dell’ordine mondiale” sembra venir meno, con la Presidenza americana forse convinta della necessità di un progetto di progressivo abbandono del militarismo internazionale umanitario (di cui Clinton fu abile interprete negli anni Novanta), e di una exit-strategy soprattutto dal “pantano mediorientale”. Questo era il progetto della Presidenza Bush (2001), prima che gli attentati di Al Qaeda al cuore dell’America costringessero l’amministrazione repubblicana a rivedere la propria agenda di politica estera. Questo spiegherebbe anche la lentezza con cui, rispetto al passato, l’amministrazione Obama sembra essersi mossa nei confronti della crisi siriana, quasi fosse da un lato costretta ad intervenire per coscienza ma dall’altro lato riluttante a farlo per opportunità. Certo è che la condotta tenuta da Obama in questa situazione, con la decisione di seguire in modo lineare l’iter costituzionale, rappresenta una rara eccezione nella prassi istituzionale del paese, e una decisa risposta a quanti nel 2011, a seguito della sua decisione di muovere guerra alla Libia di Gheddafi senza il parere del Congresso, parlarono di “incostituzionalità” dell’azione presidenziale e di trasformazione dell’America in un Impero autocratico, caratterizzato da una deriva verticistica e militare del potere esecutivo. Tra questi, Bruce Ackerman, nel 2010 in un suo libro parlava di «decline and fall of the American Republic», accusando la deriva di un Congresso incostituzionalmente spogliato di prerogative decisive conferitegli dai padri costituenti tre secoli prima e rinforzate nel 1973 con il War Power Resolution nel tentativo  di limitare i poteri del Presidente quale Commander-in-chief.  La scelta  compiuta da Obama capovolge questo scenario. Se da un lato dà voce a coloro che accusano il Presidente un lack of leadership sia interna che internazionale, dall’altro lato rafforza il “sacro” principio costituzionale americano dei checks and balances che fanno degli USA, come ha ricordato lo stesso Presidente, la più antica democrazia costituzionale del mondo.

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