L’intramontabile Mugabe e la stretta mortale sullo Zimbabwe

Sono passati ormai 33 anni da quando, nell’aprile del 1980 lo Zimbabwe vide riconosciuta ufficialmente la propria indipendenza e sovranità dal Regno Unito, che per quasi cento anni ne aveva fatto proprio possedimento coloniale. Il cammino del Paese verso l’indipendenza fu, infatti, uno dei più duri e lunghi di tutta l’Africa, risultando il penultimo stato – solo nel 1990 la Namibia ha completato il processo di decolonizzazione del continente – ad ottenere l’emancipazione prima dal governo di Londra e poi dal governo “ribelle” e razzista instaurato dalla minoranza bianca guidata da Ian Smith. Dopo ottantacinque anni di vita, quella che fu la Rhodesia (fino al 1965 Rhodesia del Sud) divenne l’attuale Zimbabwe ottenendo la liberazione dalla segregazione razziale e vedendo riconosciuto il diritto per la maggioranza nera di accedere alla vita politica, sociale ed economica del Paese. Nello stesso tempo alla minoranza bianca fu concesso il mantenimento della proprietà della maggior parte dei latifondi, con l’agricoltura che ha sempre costituito il volano dell’economia zimbabweano.

Guida politica verso l’indipendenza, Robert Mugabe, è considerato da tutti padre (e padrone) della patria, al vertice dello Zimbabwe prima in qualità di primo ministro e poi – dopo averne abolito l’ufficio – come presidente della Repubblica, carica alla quale nel luglio scorso è stato rieletto per la settima volta. Nonostante le accuse di brogli avanzate sia dall’opposizione che dagli osservatori dell’ONU e dell’Unione Europea, Mugabe continua ad essere – letteralmente – il “padrone incontrastato” del Paese, la cui sorte pare essere a questi legata a doppio filo. Infatti la storia dello Zimbabwe sembra divisibile in due fasi, corrispondenti a due diversi approcci di governo tenuti dallo stesso presodente: il primo periodo va dall’indipendenza alla fine degli anni Novanta e coincide con il massimo sviluppo del Paese; il secondo periodo, dagli ultimi anni del secolo scorso ad oggi, è definibile come la fase “discendente” della società zimbabwana a livello sia politico che economico. Minimo comun denominatore dei due periodi di riferimento appare essere la riforma agraria approvata con il Land Reform Act del 1979 che, nell’ultimo decennio, ha sconvolto i rapporti economici e sociali tra bianchi e neri che avevano fatto della ex colonia britannica un modello economico per tutta l’Africa sub-sahariana.

All’indomani della sua nascita lo Zimbabwe, da più parti conosciuto come il granaio dell’Africa, godeva di un settore agricolo particolarmente produttivo e che lo aveva posto all’avanguardia rispetto agli altri Stati della regione. Gli accordi di Lancaster House, sancendo la rinascita democratica del Paese con l’ingresso alla vita pubblica anche della popolazione nera indigena, avevano mantenuto per i bianchi alcuni privilegi, tra cui – appunto – la proprietà della maggior parte dei latifondi, che rimanevano così per il 70% in mano a poco più del 5% della popolazione. Tuttavia, la capacità di questi nell’amministrazione dei terreni agricoli, con l’utilizzo di economie di scala e l’impiego di macchine moderne per massimizzarne la produttività, hanno permesso fino alla fine degli anni Novanta una, tutto sommato, pacifica convivenza tra gruppi etnici, permettendo alla nazione un discreto sviluppo economico, con il tasso di crescita annuale del PIL che dal 1980 al 1999 si è attestato in media intorno all’8%.

La situazione si è, invece, aggravata quando all’inizio del secolo l’esecutivo guidato da Mugabe ha intrapreso la seconda fase della Riforma agraria – il cosiddetto fast track resettlement program – enfatizzando le tensioni sociali che avevano colpito la minoranza bianca, i cui fondi erano stati spesso oggetto di invasioni e distruzioni. Con tale provvedimento il governo chiude la fase della conciliazione in nome del “willing buyer, willing seller”, che aveva pacificamente ordinato la redistribuzione delle terre coltivabili tra le etnie zimbabwiane, aprendo quella più dura e improntata alla violenza, alla coercizione e all’esproprio senza indennizzo nei confronti ai farmers bianchi. La riassegnazione della terra viene fatta in modo discutibile, spesso favorendo i membri della classe politica affine al governo di Mugabe e tradendo l’ideale di equità alla base del progetto di riordino dei latifondi. Così, sia a causa dell’emigrazione di quasi tutti i coltivatori bianchi costretti a fuggire dalle violenze crescenti delle quali erano vittime, sia a causa dell’impreparazione dei nuovi proprietari nella gestione delle terre riassegnate, l’economia zimbabwiana inizia il suo rapido declino in tutti i settori produttivi aggravato dall’impennata dell’inflazione. La crescente mancanza di beni alimentari di prima necessità (-45%), il crollo delle esportazioni (tabacco in primis), l’aumento vertiginoso del tasso di disoccupazione (salito al 95%) e la drastica riduzione delle importazioni (in particolare di greggio) hanno costretto il Paese – già piegato dal problema dell’AIDS – a dover fare i conti con un nemico altrettanto tremendo: la fame. Così Robert Mugabe ha legato indissolubilmente la propria vita a quella del Paese, compromettendone non solo il futuro ma anche il presente. Tra il 2007 e il 2008 il Paese ha conosciuto quel fenomeno conosciuto come hyperinflaction – l’iperinflazione – con un tasso di crescita dei prezzi che due economisti della Johns Hopkins University, Steve Hanke e Alex Kwok, hanno calcolato intorno agli 80.000.000.000% ed con il dollaro zimbabwano svalutato a 2 miliardi di dollari USA, costringendo il governo a ritirarla dalla circolazione.

Inflation and money supply in Zimbabwe

Oggi lo Zimbabwe vive in una situazione difficile, a causa del “decennio terribile” in cui la scelleratezza delle politiche del suo presidente l’ha trascinato. All’indomani della sua recente rielezione, l’ottantanovenne Mugabe ha promesso una svolta decisa in ambito economico, con l’obiettivo di migliorare le cattive condizioni di vita in cui versa la maggior parte della popolazione. Si attendono gli efficaci provvedimenti contenuti nello Short Term Economic Recovery Program (STERP) approvato quasi cinque anni fa e che avrebbe dovuto riformare tre pilastri: il sistema politico – rafforzandone l’accountability – e dei media; il sistema sociale con programmi di welfare in materia di sanità e istruzione; il sistema economico mirando al rilancio della produzione agricola, dell’industria e del settore estrattivo, nonché la reintroduzione del dollaro zimbabwano.

trillion-dollar-ad-zimbabwe

Alcuni segnali di ripresa si sono visti, grazie anche alla discesa dell’inflazione dovuta principalmente alla sostituzione della moneta nazionale con il dollaro americano. Altrettanto apprezzabile il timido, ma costante, aumento del del PIL tornato tra il 3 e il 5% e, secondo le previsioni, destinato a crescere ulteriormente. Tuttavia, la situazione generale resta particolarmente grave. I dieci anni “bui” di inizio secolo hanno minato fino alle fondamenta l’architettura sociale dello Zimbabwe.  La corruzione dell’elite governativa continua a minare la credibilità interna e internazionale di un Paese in cui la disparità tra coloro che gestiscono il potere e i comuni cittadini è spaventosamente grande e in continuo aumento. L’inflazione e le violenze di questi anni hanno spinto poi molti docenti a emigrare all’estero, causando la chiusura di scuole e università. Come conseguenza tasso di alfabetizzazione, da sempre uno dei più alti di tutto il continente, è sceso vertiginosamente. La povertà, salita a livelli impressionanti dal 2008 (oggi attestata all’80%), ha minato la salute di un Paese già martoriato dal’AIDS che colpisce un terzo della popolazione. Le strade della vecchia capitale Salisbury – oggi Harare – raccontano contrasti tra ciò che era (e sarebbe potuto essere) e ciò che è. Alti grattacieli futuristici fanno da contraltare all’immagine dei bambini orfani di genitori morti di AIDS che giocano inconsapevoli della realtà che li circonda. I distributori di carburante – appena due in una città 1.600.000 abitanti – sono spesso a secco perché il governo non ha abbastanza fondi per acquistare greggio dai paesi produttori. Questo è lo Zimbabwe, una terra ricca di materie prime di tipo agricolo e minerario, di bellezze naturali e di enormi potenzialità oggi totalmente sprecate. Il suo “padre-padrone”, Robert Mugabe, si è auto-investito di un divino ius vitae ac necis, come se la propria vita e quella del suo Paese fossero indissolubilmente legate. Come il suo presidente, lo Zimbabwe sta invecchiando, sfiorendo, martoriato non dal passare del tempo, ma dalla corruzione delle istituzioni, dalla povertà e dalle malattie che affliggono il suo popolo e che, come le rughe sulla pelle del vecchio Mugabe, segnano senza pietà il decadimento del suo “corpo sociale”. Piccoli segni di ripresa si intravedono, ma perché essi siano effettivi ed efficaci sembra necessario un cambio radicale al vertice e l’instaurazione di un sistema istituzionale democratico che rimetta al primo posto un Paese dalle potenzialità economiche strategiche per l’intero continente africano.

Obama e la guerra in Siria: fine dell’impero americano?

La decisione del presidente Barack Obama di ricorrere al voto del Congresso per ottenere il via libera all’intervento militare in Siria, potrebbe essere letto come la volontà degli Stati Uniti di mettere definitivamente da parte quell’approccio di foreign policy che aveva caratterizzato, soprattutto nell’ultimo decennio, le relazioni internazionali americane in medio oriente. Infatti, dalla guerra in Afghanistan dell’ottobre 2001 voluta da George W. Bush all’intervento militare in Libia del marzo 2011 sotto la presidenza Obama, la politica militare americana ha sempre fatto ricorso al concetto di preemptive war (guerra preventiva) secondo quella che è stata definita come “dottrina Bush”. Tale approccio, le cui linee furono illustrate nel 2002 dall’allora presidente repubblicano all’accademia militare di West Point, prevedeva il ricorso alla cosiddetta “guerra preventiva”, basata sull’azione militare unilaterale, nonché sulla sua necessità nel ristabilire l’ordine democratico, la libertà e la sicurezza in tutte le regioni del mondo, come diritto «of every person and the future of every nation».

Invece il ricorso di Obama al procedimento di consultazione del Congresso previsto dalla Costituzione del 1787 (articolo 1, sezione VIII, paragrafo 11) è stato giustificato dallo stesso Presidente facendo richiamo al radicamento dei principi dello Stato di Diritto nell’ordinamento americano: «I’m the president of the world’s oldest constitutional democracy. I will seek authorization for the use of force from the American people’s representatives in Congress». In una sola frase Obama ha richiamato due principi cardine per qualunque democrazia moderna. In primo luogo, la Carta Costituzionale, legge fondamentale del paese, che si erge “eterna” davanti al susseguirsi del tempo e degli uomini chiamati ad interpretarla e agire secondo i suoi precetti. In secondo luogo, il principio della rappresentanza, scolpito nella formula «We, the people» e che proprio nel Congresso trova espressione al suo livello più alto. soldato-americano-afghanistan La scelta di richiamare questi principi e di agire all’interno del solco da essi tracciati non è casuale: in un periodo di crisi di fiducia da parte dei cittadini, provati dalla crisi economica degli ultimi anni e dal recente scandalo sui programmi di “spionaggio” portati avanti dalla National Security Agency (NSA), la mossa di Obama di tentare un riavvicinamento ai cittadini cercando, tramite i loro rappresentanti, una maggiore condivisione decisionale, è parsa decisamente azzeccata. Una scelta che trova ulteriore forza anche alla luce non solo dei recenti sondaggi che indicano come quattro americani su cinque reputino necessaria l’approvazione del Congresso circa un eventuale intervento armato, ma anche delle due lettere firmate da più di cento deputati per richiedere in questo frangente un maggiore dialogo tra le due istituzioni.

Tuttavia, l’impegno di Obama deve ora fare i conti con l’isolazionismo internazionale che sta venendo a crearsi in questi giorni. La Russia, contraria ad un attacco militare, difende i propri interessi economici in Siria, dal momento che questa rappresenta un importante partner di Mosca in termini di esportazioni di armamenti (10%) e di gas naturale, con Damasco snodo fondamentale anche per il collegamento del gasdotto verso Turchia e Unione europea. La Gran Bretagna, ad oggi, è l’assente più ingombrante. La settimana scorsa la Camera dei Comuni ha bocciato, con 285 voti contrari, la mozione del governo Con-Lib di David Cameron per il via libera all’azione militare in Siria. Il risultato è stato accolto con una certa freddezza dallo stesso primo ministro, forse sollevato di non doversi impegnare in un nuovo e dispendioso conflitto internazionale, potendo così continuare a guardare più al di qua che al di là della Manica. Obama ha, invece, trovato un insospettato alleato nel presidente francese François Hollande, nei giorni scorsi dettosi pronto a partecipare attivamente all’azione militare contro il regime siriano. Tuttavia, le sue dichiarazioni sono state raffreddate dalle previsioni dell’art. 36 della Costituzione francese, secondo cui è solo il Parlamento a poter «autorizzare» un intervento militare, senza possibilità per Hollande di fare appello alle “cause eccezionali” previste all’art. 16 e che allargherebbero la sfera d’azione presidenziale. La discussione e la relativa votazione, tra l’altro, non avverranno prima della prossima settimana, permettendo così al Presidente socialista di studiare le mosse dell’alleato americano e degli altri partners europei – tra cui l’Italia – che tuttavia hanno già fatto sapere di escludere qualunque azione senza un mandato delle Nazioni Unite. Anche in questo caso i più critici hanno visto in questo isolamento la fine irreversibile dell'”Impero americano”, e la perdita del ruolo di guida indiscutibilmente esercitato da Washington sugli alleati europei dal secondo dopoguerra.

Oggi, quindi, gli Stati Uniti – e il suo Presidente – si trovano davanti ad una vera e propria prova di forza, diplomatica e politica prima ancor che militare. L’Impero unipolare nato con la fine della Guerra Fredda sta lentamente lasciando il passo ad un sistema sempre più multipolare, in cui la corsa al primato economico va sostituendosi a quella sul piano militare, con l’emergere di quelle nuove potenze regionali raccolte sotto l’acronimo BRICS. La fase post-1990 che ha visto gli USA come “watchdog dell’ordine mondiale” sembra venir meno, con la Presidenza americana forse convinta della necessità di un progetto di progressivo abbandono del militarismo internazionale umanitario (di cui Clinton fu abile interprete negli anni Novanta), e di una exit-strategy soprattutto dal “pantano mediorientale”. Questo era il progetto della Presidenza Bush (2001), prima che gli attentati di Al Qaeda al cuore dell’America costringessero l’amministrazione repubblicana a rivedere la propria agenda di politica estera. Questo spiegherebbe anche la lentezza con cui, rispetto al passato, l’amministrazione Obama sembra essersi mossa nei confronti della crisi siriana, quasi fosse da un lato costretta ad intervenire per coscienza ma dall’altro lato riluttante a farlo per opportunità. Certo è che la condotta tenuta da Obama in questa situazione, con la decisione di seguire in modo lineare l’iter costituzionale, rappresenta una rara eccezione nella prassi istituzionale del paese, e una decisa risposta a quanti nel 2011, a seguito della sua decisione di muovere guerra alla Libia di Gheddafi senza il parere del Congresso, parlarono di “incostituzionalità” dell’azione presidenziale e di trasformazione dell’America in un Impero autocratico, caratterizzato da una deriva verticistica e militare del potere esecutivo. Tra questi, Bruce Ackerman, nel 2010 in un suo libro parlava di «decline and fall of the American Republic», accusando la deriva di un Congresso incostituzionalmente spogliato di prerogative decisive conferitegli dai padri costituenti tre secoli prima e rinforzate nel 1973 con il War Power Resolution nel tentativo  di limitare i poteri del Presidente quale Commander-in-chief.  La scelta  compiuta da Obama capovolge questo scenario. Se da un lato dà voce a coloro che accusano il Presidente un lack of leadership sia interna che internazionale, dall’altro lato rafforza il “sacro” principio costituzionale americano dei checks and balances che fanno degli USA, come ha ricordato lo stesso Presidente, la più antica democrazia costituzionale del mondo.