La Spagna verso la fine del bipolarismo?


A quasi due anni dal trionfale ritorno del Partido Popular (PP) alla Moncloa con la vittoria dell’ “aznariano” Rajoy, il sistema politico spagnolo versa in uno stato di crisi per certi versi molto simile a quello italiano. Infatti, complici anche i vincoli economici imposti dalla troika, l’esecutivo popolare appare oggi in profonda crisi avendo perso nell’ultimo anno, secondo le recenti rilevazioni di Metroscopia, ben 14 punti percentuali, passando dal 44,8 % delle elezioni del 20-N al 23 %. In tutto questo il Partito Socialista (PSOE), orfano della carismatica leadership di Zapatero, non sembra riuscire ad approfittare del crollo della destra, attestadosi ad un modesto 21,6%, con un calo annuo minore rispetto al PP (-1,6%), ma in misura più consistente rispetto al risultato ottenuto nelle elezioni del 2011 (-9,1%), anno della derrota terible da cui  il partito di Rubalcaba non sembra essersi ancora ripreso. Tuttavia, al crollo del PSOE fa da contraltare la crescita esponenziale condotta in questo biennio dalle cosiddette “terze forze”, rappresentate dalla sinistra post-comunista di Izquierda Unida (IU), forte di un sorprendente 16,6 % (+9,9 rispetto al 2011) e Union, Progreso y Democracia (UPyD) – partito di Rosa Diez e da questa fondato dopo la propria fuoriuscita dal PSOE – autore di un vero e proprio exploit che lo ha proiettato dal 4,7% di due anni fa al 13 % registrato nelle ultime rilevazioni statistiche.

Si tratta, dunque, di un quadro politico che appare oggi destrutturato e frammentato, in cui i due partiti storici (PSOE e PP) non riescono più ad essere catalizzatori di consenso, così come era sempre avvenuto nel corso della pur breve storia democratica del Paese. Appare oggi convergere su di essi appena il 44,6% degli elettori, ben al di sotto del 73,3% raccolto insieme nel 2011, segno che per la prima volta nella sua storia, la Spagna ha perso i propri riferimenti politici, secondo una dinamica ben nota all’Italia. Da un lato vi è la deludente performance in campo economico e sociale del governo di Rajoy, che sembra aver assistito impotente alla crescita del tasso di disoccupazione al 27% e del rapporto debito/Pil all’80%, nonché il recente scandalo su presunti finanziamenti illeciti al partito, che ha pesantemente coinvolto il premier Rajoy tanto da costringerlo a riferire nei prossimi giorni davanti al Congresso. Dall’altro lato vi è il percepito immobilismo della segreteria socialista di Rubalcaba, apparso “un leader senza leadership” e incapace di presentare il proprio partito come una credibile alternativa al governo della destra, soprattutto se si pensa che fu proprio il governo Zapatero nel 2010 a inaugurare la politica dell’austerity oggi tanto attaccata dall’opposizione socialista. Ma se il PP sembra poter invocare a sua discolpa la fine della luna di miele elettorale e una linea di policy condizionata dal rigore comunitario, il PSOE sembra oggi ostaggio di sé stesso, diviso al suo interno nella lotta alla futura leadership, ad oggi contesa tra due donne, Carme Chacon (ex ministro della Difesa nel governo Zapatero e sfidante di Rubalcaba alla segreteria due anni fa) e Elena Valenciano, eletta nel febbraio scorso vicesegretario del partito, una mossa che è sembrata quasi volta a voler rimodulare gli equilibri interni al PSOE in questa fase di profonda divisione.

Sondaggio Metroscopia per El Pais del 5 luglio
Sondaggio Metroscopia per El Pais del 5 luglio

Dall’altra parte IU e UPyD contano – come detto – su un 29,6% di voti potenziali, costituendo la vera novità per il sistema politico spagnolo. Un terzo degli spagnoli sembra oggi guardare altrove rivolgendosi verso partiti nuovi – come quello di Rosa Diez – o che comunque appaiono non compromessi con il sistema di potere degli ultimi trent’anni (come IU). Si tratta di partiti che, seppur affondino – in misura diversa – le proprie radici nella cultura politica della sinistra spagnola, si differenziano tra loro per alcuni aspetti sostanziali. In particolare, l’UPyD appare posizionarsi oggi al centro dello spettro politico, secondo un approccio “populista” e di critica totale ad entrambi gli schieramenti. Si tratta di un partito che punta, e sembra ad oggi riuscirci, ad attrarre quello che in scienza politica viene definito “elettore mediano” [cfr. Downs 1957], ovvero quello che “fluttua” tra Partito Popolare e Partito Socialista.  Per quanto concerne IU, invece, questa sembra pescare consensi non solo nell’elettorato socialista deluso tanto dagli ultimi anni del governo Zapatero quanto dalla “morbida opposizione” condotta da Rubalcaba, ma anche in una buona parte degli indignados, un bacino tendenzialmente riconducibile a sinistra e in aperto contrasto con il sistema di governo dell’austerity prima socialista e poi popolare.

Il successo di tali organizzazioni può essere spiegato per due principali ragioni.

Innanzitutto tale accresciuta popolarità conferma l’idea secondo cui la Spagna sia un Paese culturalmente orientato a sinistra [Sanchez-Cuenca 2008]: è evidente come il voto “di protesta” sia stato catalizzato da due partiti di tradizione progressista – con l’UPyD che,tuttavia, tende ad assumere tendenze populiste trasversali – segno che, anche in questa fase di crisi della politica, l’elettorato appare rimanere stabilmente posizionato alla sinistra – o, quantomeno al centro-sinistra – dello spettro politico. Si tratta di un dato importante, che segnala una certa maturità e stabilità della giovane democrazia spagnola. Anche in tempi di crisi, la preferenza politica viene indirizzata a partiti che, seppur in aperta polemica con il “sistema”, sono essi stessi parte dell’arco parlamentare e agiscono secondo le regole proprie della democrazia rappresentativa rifiutando, pertanto, il sostegno a partiti antisistema, come invece accaduto – sebbene con diverse intensità – in Grecia e in Italia. In un clima di generale disaffezione dalla politica, e l’indebolimento progressivo dei legami ideologici, il mantenimento della fiducia nella politica tradizionale rappresenta un punto di forza sostanziale per il rendimento democratico della Spagna.

Da qui ci si collega alla seconda ragione con cui spiegare il successo di IU e UPyD. L’antipolitica, o meglio la critica al sistema politico tradizionale è, ormai, un dato comune e consolidato in gran parte delle democrazie europee. Tanto i sistemi politici più maturi come il Regno Unito, quanto quelle più giovani come Italia e Grecia, stanno attraversando una fase di rimodulazione dei rapporti di forza all’interno del proprio sistema partitico. Si assiste, in tutte queste democrazie ad una perdita – graduale ma importante – di consenso nei confronti dei partiti tradizionali a favore di quei partiti che si pongono come “antisistema”, ovvero come “il nuovo” rispetto al consolidato sistema di potere politico. Così avviene in Gran Bretagna e Grecia con l’ascesa vertiginosa dei partiti nazionalisti di destra (UKIP all’11% e Alba Dorata al 12%) e in Italia con l’exploit del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che nelle ultime elezioni è addirittura risultato il primo partito con più del 25% dei voti e che ancora oggi lo vede posizionarsi intorno al 17%. IU e PDyU rappresentano proprio questo tipo di elettorato deluso e sfiduciato nei confronti dei due partiti maggiori e che cede ai messaggi di rinnovamento (e di rottura) presentati da chi fino ad ora è sempre rimasto escluso dalla gestione del potere esecutivo.

Come si è visto, il sistema politico spagnolo versa oggi in condizioni particolarmente difficili, causate da fattori contingenti quali la crisi economica, ma soprattutto da fattori che sembrano aver agito nel lungo periodo, quali la disaffezione dei cittadini per la politica e, soprattutto, per quei partiti che per più di trent’anni si sono avvicendati alla guida del Paese. A trarne vantaggio sembrano essere le “terze forze”, gli eredi del PCE, Izquierda Unida, e il giovane partito di centro-sinistra – o, come esso stesso si definisce nel proprio manifesto programmatico, progressista – UPyD che, per la prima volta nella storia della cosiddetta Terza Repubblica, sembrano poter mettere in discussione il quasi-bipartitismo spagnolo. E’ proprio a tal proposito che sarà interessante vedere tra due anni cosa accadrà, ovvero se il sistema elettorale spagnolo sarà in grado di assicurare, come ha sempre fatto in questi decenni, una maggioranza stabile al Paese. Oggi la Spagna appare molto più vicina all’Italia di quanto non sia mai accaduto, con il bipartitismo – o, come nel caso italiano, bipolarismo – messo in crisi dal crollo di PP e PSOE e con la catalizzazione del consenso da parte di partiti finora del tutto minoritari in Parlamento e nel Paese. Naturalmente, i dati dei sondaggi vanno devo essere ben ponderati, come insegnano proprio l’Italia e le rilevazioni fatte immediatamente prima delle elezioni di febbraio, che disegnavano uno scenario molto simile, costituito da quella che Duverger avrebbe definito una “quadriglia”, e che invece le urne hanno sancito essere un sistema tripolare con la marginalizzazione del polo centrista di Monti. Certo è che quello che si delinea rappresenta qualcosa di nuovo e interessante, che merita un costante monitoraggio per studiarne l’evoluzione nel tentativo di capire se anche per la Spagna si possa parlare – erroneamente, per la verità – di “nuova” Repubblica.

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