E se invece che a Washington si finisse a Caracas?

Sembra che Grillo stavolta ci abbia azzeccato scrivendo sul suo blog che il governo, riconosciutosi incapace di proporre una vera riforma elettorale, abbia deciso di dedicarsi a distruggere la Costituzione e, conseguentemente, il Paese. Dopo settimane di discussioni apparse sterili tra un PD sempre più debole nel rivendicare le sue proposte e un PDL deciso a mantenere lo ‘status quo’ di un proporzionale che la storia elettorale del paese dal 1993 ha dimostrato avvantaggiare nettamente, l’attenzione della classe politica e dell’opinione pubblica si è spostata repentinamente verso la ben più ambiziosa riforma costituzionale, che dovrebbe modificare radicalmente l’attuale forma di governo giudicata da molti – forse spesso in modo superficiale – inadeguata a garantire la stabilità e la governabilità di un Paese visto da molti come l’agonizzante Francia della Quarta Repubblica nel 1958.

Per l’Italia tratta di una crisi istituzionale che, proprio come quella nella Francia del secondo dopoguerra, trova la sua origine nell’instabilità governativa, nella paralisi dell’esecutivo e nell’estrema frammentazione di partiti fortemente in crisi che impediscono al Paese di affrontare con efficacia la difficile situazione finanziaria che sta investendo l’Eurozona da quasi quattro anni. Secondo un’opinione diffusa, sembra giunto il momento anche per il nostro paese di abbandonare le istituzioni parlamentari, ereditate dal Regno di Sardegna e fatte proprie dallo Stato unitario sin dal 1861 – ad eccezione della triste parentesi dittatoriale fascista – ed adottare un assetto costituzionale, come quello presidenziale o semipresidenziale, che garantisca maggiori performance governative.

Sembra, infatti, che molti vedano nella ‘svolta presidenziale’ la panacea di tutti i mali italiani, quasi che liberare dei ‘contrappesi’ il potere esecutivo, rendendolo non più diretta emanazione del legislativo possa finalmente chiudere quella ‘transizione infinita’ di cui il Paese sembra perennemente ostaggio. Si tratterebbe, dunque, di mettere da parte quasi 150 anni di parlamentarismo e adottare anche nel nostro paese un sistema politico – come avrebbe detto Lijphart –  meno ‘consensuale’, che premierebbe maggiormente il vincitore fornendogli non solo grandi poteri, ma anche maggiori responsabilità. Ma è davvero possibile far questo? E’ davvero possibile che dalla Francia oltre la legge elettorale si importi anche l’assetto politico semipresidenziale?

Nonostante nelle ultime ore rispettabili esponenti politici (come l’ex premier Romano Prodi) e del mondo dell’università (tra gli altri, Giovanni Guzzetta, Stefano Ceccanti, Sergio Fabbrini) abbiano compiuto un vero e proprio endorsement per tale soluzione, si tratta di una scelta che appare ancora tutta da discutere. E’ vero che l’Italia oggi appare sempre più come la Francia della Quatrième République, ma molti elementi in profondità sembrano delineare una realtà diversa che sconsiglia un innesto ‘a freddo’ del sistema politico transalpino sul nostro assetto costituzionale.

Innanzitutto la Francia del 1958 poteva contare su un personale politico di indubbio valore, forgiato dalle difficoltà della guerra e la cui responsabilità pareva indiscutibile. Nonostante la forte leadership e la altrettanto decisa tendenza accentratrice, il Generale Charles De Gaulle rappresentava un punto fermo su cui costruire una nuova Repubblica che avrebbe consegnato al Capo dello Stato nuovi e forti poteri decisionali nei confronti del governo e del parlamento ormai delegittimato. La classe politica italiana, invece, appare oggi sfaldata e dominata dalla irresponsabilità e mediocrità, tanto da sconsigliare qualunque attribuzione di eccessiva responsabilità nella guida del Paese. Neanche i retorici richiami alla ‘volontà popolare’ potrebbero convincere in questo senso, posto che qui si metterebbe a rischio la stabilità democratica della nazione, che diventerebbe particolarmente sensibile all’azione discrezionale del vertice istituzionale. La possibilità di avere in un ruolo chiave persone come Berlusconi o Grillo appare un’eventualità da scongiurare, viste le tendenze populistiche della loro leadership che causerebbero inevitabilmente un cortocircuito all’interno del sistema costituzionale. Si verrebbe a creare qualcosa più simile al Venezuela di Hugo Chávez che alla Francia di Hollande, paura questa indirettamente espressa dai cittadini nel referendum del 2006, in cui bocciarono il ‘premierato forte’ di marca ‘calderoliana’.

Non si capisce poi il fervore dimostrato per l’inserimento in Costituzione dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica proposta in questi giorni da più parti, tra cui anche il premier Enrico Letta.

'Berluschavez'
Presidenzialismo all’italiana?

Oggi il Presidente è titolare di poteri da sempre riconosciuti come limitati, finanche scarsamente utilizzati tranne che durante la paralisi istituzionale dei mesi scorsi. Oggi invece parlano di questa ‘arma spuntata’ come di ‘ampi poteri discrezionali’, negando evidentemente la realtà. Ma un Capo dello Stato davvero potente avrebbe come gesto risolutore nominato un discutibile comitato di saggi per le riforme? Che senso avrebbe eleggere a suffragio universale un ‘arbitro’ i cui poteri appaiono sempre e comunque soggetti alla volontà ultima del Parlamento? Una elezione diretta sarebbe si comprensibile in un riformato sistema ‘semi’ o del tutto presidenziale, ma in un sistema, per l’appunto, ‘parlamentare’ come il nostro tale scelta sembra inutile e fuori luogo.

La dichiarazione di morte del parlamentarismo giunta da più parti desta altrettanta perplessità. Le democrazie parlamentari esistono e reggono bene come dimostra il caso plurisecolare del Regno Unito, così come quelli di Spagna, Olanda o Germania. Si tratta, in questi casi, di ‘parlamentarismo razionalizzato’, ovvero stabilizzato e reso funzionale da determinate clausole – la sfiducia costruttiva, la fiducia individuale al capo del governo, il potere di questi di nominare/revocare i ministri, quello di sciogliere le Camere – tali per cui il parlamento cede parte della propria sovranità all’esecutivo e, in particolare al premier. Si tratta di previsioni costituzionali che hanno garantito alti rendimenti delle istituzioni e forte stabilità sistemica ma che in Italia oggi non vengono neanche prese in considerazione. Probabilmente per lo stesso motivo che ha impedito di istituire un sistema presidenziale, ovvero quello che qualche hanno fa Sartori definì come lo spettro della dittatura fascista che, sin dalla Costituente, ha impedito al legislatore nazionale di accentrare eccessivamente i poteri nelle mani di un vertice esecutivo, fosse questo il presidente o il premier, anche se in questo caso tali modifiche inciderebbero in modo assai minore rispetto al totale cambiamento sistemico.

Oggi, pertanto, la sponsorizzazione di queste alchimie costituzionali appare più come un vezzo di retorica accademica o populista che come una reale elaborazione analitica della complessa situazione socio-politica. Certamente un problema di efficacia delle Istituzioni esiste e va affrontato. Ma forse andrebbe innanzitutto modificata la legge elettorale, prima tappa del circuito democratico costituito dal flusso “elettori –> parlamento –> governo”. E qui il sistema (elettorale) francese appare la soluzione migliore, visti i livelli di polarizzazione e frammentazione pressoché simili tra i due sistemi e che ha permesso oltralpe la conciliazione tra stabilità e rappresentatività. La storia ha dimostrato che maggioranze stabili create dall’azione corretta della legge elettorale hanno permesso al governo di operare, nonostante spesso l’azione dei singoli attori abbia comportato notevoli difficoltà. Per questo il cambiamento del Porcellum, soprattutto nel senso una maggiore governabilità al Senato, appare oggi provvedimento indifferibile per il governo di grande coalizione in cui il PD ne è azionista di maggioranza.

Diverso appare il discorso per la riforma costituzionale di cui tanto si parla in questi giorni dentro e fuori il Parlamento. Come detto, il sistema parlamentare c’è ed è vivo oggi come nel 1948. E non solo in Italia ma in gran parte d’Europa e del mondo. Il problema pregiudiziale non è costituito dal sistema presidenziale o da quello semipresidenziale, che indubbiamente nei rispettivi contesti hanno agito notevolmente bene. La questione risiede nel fatto che un piede difficilmente si adatta – senza rischiare dolorose deformazioni – ad un numero sbagliato di scarpe. E’ evidente oggi come l’Italia non possegga quei requisiti di responsabilità e coesione socio-politica tale da garantire l’impianto di un sistema fortemente competitivo come quelli sopra richiamati. Tuttavia è evidente che il nostro sistema parlamentare appare suscettibile di alcuni miglioramenti, tali per cui una modifica costituzionale non è da demonizzare tout court. Il punto è che bisognerebbe migliorare e rafforzare le istituzioni parlamentari che hanno permesso a questo paese di rialzarsi dopo il terribile ventennio fascista. La Germania e la Spagna, nazioni comunitarie a noi vicine ci insegnano che il sistema parlamentare può essere un sistema efficiente se dotato di quelle clausole di razionalizzazione tali da permetterne un corretto funzionamento. Clausole di cui l’Italia è oggi sprovvista e che rappresentano un punto debole per la stabilità sistemica del paese. E’ forse qui che politici e tecnici dovrebbero concentrare la propria attenzione, piuttosto che cercare di importare ‘modelli prefabbricati’ che sembrano, almeno oggi, inapplicabili e che invece che a Washington rischiano di portarci a Caracas.

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