La riforma elettorale può passare per la Cassazione?

L’ordinanza 12060/2013, con la quale la Corte Suprema di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso di un gruppo di cittadini riguardante la legittimità costituzionale della Legge 270/2005 (il cosiddetto Porcellum), ha acceso con nuova forza il dibattito politico intorno alla riforma del sistema elettorale per l’elezione del Parlamento. La Cassazione ha, infatti, accolto il ricorso relativo a due ambiti specifici della stessa legge: il premio di maggioranza per Camera e Senato e l’esclusione del voto di preferenza, rigettando invece il ricorso in merito ad una presunta “menomazione” dei poteri di nomina del Presidente della Repubblica causata dall’indicazione preventiva del nome del candidato premier da parte delle coalizioni. Tuttavia, l’ordinanza presenta punti piuttosto critici che sembra necessario illustrare, soprattutto in riferimento alle questioni riguardanti il premio di maggioranza e le liste bloccate.

Per quanto riguarda il premio di maggioranza per la Camera, si tratta di un sistema majority-assuring, per il suo effetto di trasformare una pur minima maggioranza relativa nella maggioranza assoluta dei seggi. E’ questo il primo punto che la Corte contesta, richiamando i rilievi già avanzati in passato dalla Corte Costituzionale e dalla Presidenza della Repubblica relativi all’assenza di una soglia minima di seggi/voti in grado di far scattare l’attribuzione del premio stesso. Accanto a questo, vengono rilevati dubbi circa l’effettivo livello di governabilità garantito, nonché circa un’eventuale lesione dei principi di uguaglianza del voto e di rappresentanza democratica. Senza entrare nel dettaglio delle motivazioni fornite dalla Corte, si tratta di rilievi che appaiono piuttosto deboli. Innanzitutto, proprio l’effetto “dispropozionale” del Porcellum appare oggi più che mai un valore aggiunto da salvaguardare. In un sistema partitico estremamente fluido, frammentato e polarizzato come quello attuale, assicurare ad uno dei tre poli la governabilità appare condizione necessaria per stabilizzare il sistema. Deboli appaiono, infatti, le critiche dei giudici che, senza imbarazzo, definiscono l’attuale legge peggiore della Legge Truffa e della Legge Acerbo in quanto maggiormente distorcente della volontà popolare espressa nelle urne. Altrettanto discutibili appaiono le motivazioni alle critiche mosse, basate sul fatto che, contrariamente ad altri sistemi elettorali, la disproporzionalità sia causata da “un meccanismo […] normativamente programmato a tale esito”. referendum-legge-elettorale-porcellum1Dunque, il problema starebbe nella “positivizzazione” del premio, problema che, evidentemente, non sussisterebbe nel momento in cui fosse “casualmente” provocato da fattori di meccanica elettorale così come avviene in Spagna o in Francia, dove partiti con il 30% possono anche ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento. Dunque, in merito al premio di maggioranza per la Camera, le motivazioni della Corte appaiono non solo deboli, ma legate forse eccessivamente ad una lettura rigida del dettato costituzionale, un limite che troppo spesso anche i giudici costituzionali sembrano aver scontato. Per quanto riguarda, invece, il premio al Senato, la Corte sembra muovere critiche condivisibili, soprattutto laddove si auspica una modifica nelle modalità di assegnazione, che rischiano non solo di impedire la formazione di una maggioranza a livello nazionale, ma che sembrano violare i principi di uguaglianza del voto, variando sensibilmente tra regioni più grandi e regioni più piccole. Ciò sembrerebbe, infatti, causare una differenziazione del peso del voto in base alla collocazione geografica dei cittadini. Basti pensare agli Stati Uniti, dove in Senato tutti i 50 Stati sono rappresentati da due membri ciascuno a prescindere dal proprio “peso demografico”. Per tali ragioni, i rilievi mossi in questo ambito appaiono piuttosto condivisibili.

Anche sul tema delle preferenze, le motivazioni della Corte mostrano alcuni punti di debolezza, non tanto nella sostanza quanto nelle motivazioni addotte per giustificarle. Infatti, sebbene appaiano condivisibili i dubbi sulla portata democratica delle “liste bloccate” che priverebbero gli elettori della possibilità di scegliere i propri rappresentanti, non lo sembrano totalmente i dubbi sul fatto che il suffragio possa essere “indiretto”,  “non libero” e “spersonalizzato”, e quindi in palese violazione degli articoli 56, 58 e 48 Cost. Innanzitutto, il fatto che il voto sia “diretto” non viene certo inficiato dall’impiego del voto di lista, utilizzato in molte altre democrazie consolidate europee come la Germania che, come ricorda la stessa Corte, prescrive all’art. 38 GG che “I deputati del Bundestag sono eletti con elezioni […] dirette, libere, uguali e segrete”. Quindi lo stesso esempio fornito dalla Corte contraddice da sé la propria ipotesi. Parimenti non si può condividere il dubbio avanzato sulla “libertà” del voto effettuato con le liste bloccate, in quanto il voto di lista non incide sulla libertà di voto come valore democraticamente consolidato nel nostro ordinamento, ma piuttosto funge da vincolo alla scelta dell’elettore. Infine, per voto “personale” la Corte sembra intendere che il voto per essere costituzionalmente legittimo debba essere rivolto alla “persona” del candidato, quando una lettura attenta dell’art. 48.2 Cost lascia intendere che per “personale” debba intendersi “individuale”, espressione della propria volontà interiore, venendo dunque a far cadere i rilievi della Cassazione stessa. Dunque, i rilievi della Corte appaiono piuttosto discutibili nel merito, facendo riferimento anche in questo caso ad una interpretazione letterale ed eccessivamente restrittiva del dettato costituzionale, mostrandosi in sostanza assai deboli. La questione del voto di lista, o delle “liste bloccate”, è un problema sentito dalla maggioranza degli elettori italiani, che merita certamente attenzione e la cui risoluzione passa certamente da una riforma che restituisca loro la facoltà di scelta dei propri rappresentanti, possibilmente attraverso i collegi uninominali, così come avvenuto dal 1993 al 2001. Un problema ben più grave, e che la Cassazione non ha minimamente affrontato, è rappresentato invece dalle “candidature multiple” che consentono a un candidato di presentarsi in più circoscrizioni scegliendo dopo le elezioni in quale di esse risultare eletto. Si tratta di un elemento di una certa gravità che lede – questo si fortemente – il principio di “voto diretto” dei cittadini, richiamato dalla Corte nella sua ordinanza.

In definitiva, il pronunciamento della Corte di Cassazione ha, senza dubbio, avuto il merito di gettare ulteriormente la luce su un tema particolarmente delicato e bisognoso di riforma come la legge elettorale. Tuttavia, come evidenziato sopra, le motivazioni addotte sono apparse deboli e lacunose, quasi guidate da un sentimento di “neo-proporzionalismo estremo” in virtù del quale demonizzare qualunque meccanismo “maggioritario” che implementi la governabilità del sistema. In tutte le democrazie consolidate, le istanze di rappresentanza vengono a scontrarsi o, meglio, coniugarsi con le necessità di stabilità governativa, in virtù di un rapporto di cui l’Italia non può fare a meno. La riforma della Legge 270/2005 appare oggi necessaria nei suoi aspetti più critici quali: le candidature multiple e, come le ha definite D’Alimonte [2007] le 17 lotterie del Senato. Il premio di maggioranza alla Camera va, invece, salvaguardato in quanto unica clausola di salvaguardia contro la deriva “weimariana” del sistema politico italiano. D’altronde a livello sub-nazionale – e regionale in particolare – il sistema elettorale con premio di maggioranza è già ampiamente sperimentato e apprezzato, fornendo alti tassi di rendimento sia dal punto di vista rappresentativo che governativo, tale per cui sembra oggi possibile – e necessario – un suo impiego anche per le elezioni del Parlamento nazionale.