Sic transit (in)gloria mundi..

E così dopo le Idi di marzo che furono fatali a Cesare, accoltellato da coloro di cui più si fidava, si ricorderà anche il 19 aprile del 2013 come il giorno in cui il PD cade, forse mortalmente, sotto i colpi dei franchi tiratori, costringendo alle dimissioni il segretario Bersani. Una sconfitta imperdonabile quella di questo pomeriggio, in cui  l’elezione quasi certa di Prodi al Quirinale si è trasformata in una disfatta, tra accuse, sospetti traditori e oscure manovre orchestrate da vecchi e nuovi “barones” democratici. Termina così, dopo quasi quattro anni l’avventura di Bersani alla guida del PD. Certamente non sarà ricordato per la sua capacità strategica e comunicativa. Ma se per la seconda ci si può appellare al naturale handicap del centrosinistra italiano per qualunque forma di comunicazione efficace e chiara, per la prima, però, difficilmente sembra potersi trovare una giustificazione.

2009/2011 – L’arrivo di Bersani alla segreteria del PD, dopo la vittoria delle (morbide) primarie contro Franceschini e le altre  “comparse” segna un leggero, quanto incerto spostamento del’asse del partito verso sinistra. Sono i tempi della “Foto di Vasto”, quasi una versione moderna della foto di Yalta, dove al posto di Roosvelt, Stalin e Churchill spiccano Vendola, Di Pietro e lo stesso Bersani. Siamo nel 2011, il PD sembra rivolgersi nuovamente verso la propria sinistra, dopo l’abiura fatta nel 2008 da Veltroni che, ostaggio dei pasdaran cattolici del partito, rinnegò qualunque alleanza con la cosiddetta sinistra massimalista, nel frattempo atomizzata e in cerca di una nuova identità.

Ma se mentre con una mano accarezza la vecchia moglie ritrovata, il Segretario sotto il tavolo continua a fare il piedino all’amante di sempre, l’Udc di Pierferdinando Casini, con il quale il PD, grazie anche al suo ambasciatore presso la Santa Sede (di Arcore) Massimo D’Alema, continua a intavolare una trattativa piuttosto confusa e incerta per una futura alleanza di governo. Nascono così le giunte locali “bianco-rosse”, nelle Marche, in Sicilia (dove il PD finisce per sostenere la Giunta Lombardo) e in gran parte d’Italia, con il vecchio Casini sempre pronto a trovar marito con cui metter su famiglia.

Nel frattempo in Parlamento la “chiassosa” opposizione bersanian-dipietrista permette a Berlusconi di varare qualunque legge ad personam e contra nationem, mentre lo spread, futuro #TT del 2012, prende il volo come l’Apollo 11. Tant’è che la prima crisi del governo Berlusconi IV avviene proprio grazie a…Fini, che si sfila dalla maggioranza nel dicembre 2010 mettendo a rischio la tenuta del governo. E’ qui che avviene la prima “vittoria mutilata” del prode Bersani. Quando il Cavaliere sembrava spacciato ecco arrivare in suo soccorso una pattuglia di “responsabili”, incorruttibili volontari, capitanati dall’Onorevole Scilipoti, che mettono in salvo la nave del rinnovato governo Pdl-Lega.

Il secondo “triumphum interruptumdi Bersani arriva nel 2011. Prima le amministrative gli consegnano una serie di “vittorie di Pirro”, ottenute solo grazie all’erosione del consenso berlusconiano crollato sotto i colpi della crisi e della propaganda finiana che in quel momento raggiunge il suo massimo splendore con un roboante 2% ottenuto al Comune di Milano. Vittorie, ottenute con la creazione di quelle “unioni sacre a geometria variabile” con SEL e UDC, mentre Di Pietro lentamente finisce per fare il ruolo dell’amante abbandonata.

Ma l’anno 2011 si chiude con la terza impresa del Segretario: il Berlusconi-quater finisce, quando alcuni onorevoli non gli votano la fiducia perché impegnati ad espletare bisogni fisiologici alla toilette della Camera. E Bersani è li, a raccogliere la vittoria…e a consegnarla a Monti, nominato premier di una squadra di tecnici. La “paura di vincere” la chiamano alcuni. Ma sembra sempre più che Bersani abbia “voglia di perdere”. La partecipazione al “governissimo” con il PDL spiana intanto la strada al Movimento 5 Stelle di Grillo, che diventerà il nuovo seviziatore (spesso involontario) di Pierluigi.

Il 2012 inizia con altre “travolgenti” vittorie alle amministrative, dove vincere al primo turno e con una coalizione che non sia un circo di Moira Orfei diventa un’utopia. Lo stesso accade alle Regionali siciliane, dove Bersani raccoglie la sua quarta prova di forza: questa volta il centrodestra è spaccato, il PDL a stento supera il 10% e la sinistra sembra accarezzare la possibilità per la prima volta nella storia di conquistare la Regione del 61 a 0 del 2001. Ma sul più bello arriva Grillo che con un risultato sorprendente diventa primo partito dell’Isola costringendo il neo Presidente del PD Crocetta ad una quasi semipresidenziale “cohabitation” con il M5S. Tuttavia l’anno si chiude in bellezza per Bersani: vince a mani basse le primarie del centrosinistra per la premiership al ballottaggio contro Matteo Renzi, quello della cena con Berlusconi ad Arcore, che sportivamente si mette al servizio del partito, aspettando qualche mese prima di cominciare a distruggerlo.

Il 2013 è l’anno di grazia di Pierluigi. Berlusconi è di nuovo in campo e tutti giurano di non votarlo più. Persino la Lega nn vuole più saperne di allearsi con il presidente del Milan. Grillo è dato al 10-15%, Monti non impensierisce, anzi, dopo le elezioni potrà far comodo per amministrare il vantaggio sul centrodestra. Bersani si prepara alla quinta impresa della sua segreteria: riuscire dove neanche Prodi è riuscito nel 2006 con il Porcellum: perdere rovinosamente al Senato. E’ talmente sicuro di vincere che decide di non fare campagna elettorale e risparmiare quei soldi per il partito. Il risultato è chiaro: perde anche nella sua Bettola, dove trionfa il PDL, perde tra le macerie dell’Aquila e i rifiuti di Napoli che Berlusconi ha lasciato lì consapevole dell’acume del popolo italico. Il governo non si può fare, bisogna collaborare.

Da dove cominciare? Ma naturalmente dall’elezione del Presidente della Repubblica. Siccome Bersani è uomo di partito decide che stavolta a mettere a segno il sesto punto sarà non solo lui ma anche il suo PD. Decide, dopo mesi di strategia decisa a non dialogare con il PDL ma con il M5S, di ghettizzare questi ultimi e di abbracciare Alfano e Co. scegliendo come candidato presidente l’esperto (…) Franco Marini, che proprio 7 anni fa Berlusconi e alleati rifiutarono come guida di un governo di scopo per la riforma della legge elettorale dopo la caduta di Prodi. La scelta va male, i frondisti affossano il vecchio sindacalista e a testa alta, come se nulla fosse successo il segretario decide di candidare Prodi.

Sic transit (in)gloria mundi.  Questa volta la settima impresa non si compie. Ma non perché la strategia di Bersani abbia successo, ma perché come per Cesare qualche Bruto (con i baffetti) decide che pur di bloccare il nemico di sempre Prodi si può accoltellare alle spalle un tuo compagno e mandare all’aria un intero partito. I franchi tiratori democratici portano all’ennesima sconfitta di Bersani che, senza pensarci troppo, si dimette. Lascia un partito spaccato, senza identità e senza una classe dirigente responsabile, ma ancora altamente competitiva e rissosa. Tuttavia, l’epilogo di oggi è frutto di 4 anni fatti di approssimazione, mancanza di strategia, assenza di comunicazione e soprattutto assenza di un partito vero, rimasto ancora alla “fusione a freddo” tra DS e Margherita e che appare fragile come un vaso fatto solo di cocci incollati. Resta la mediocrità dell’uomo politico, che aveva come unico pregio una visione della politica di “vecchio stampo”, fatta meno di individui e più di comunità. I limiti sono stati la mancanza di leadership, il non tracciare una strada ben precisa da seguire e l’incapacità di porsi come alternativa credibile, come ha dimostrato il voto di febbraio dove gli italiani hanno scelto che sarebbe stato meglio rivotare chi lo sfascio l’ha causato piuttosto che “quegli altri” che non si sa bene cosa dicano e vogliano fare. Il compito che attende il successore di Bersani sarà arduo a dir poco, e lo stesso sarà per il partito. Il PD va a fare compagnia al PSOE spagnolo e alla SPD tedesca, partiti entrambi alla difficile ricerca di un’identità e che sembrano destinati per molti anni a restare spettatori della vita politica nazionale.