La svolta autoritaria dell’Ungheria e il silenzio dell’Europa


La nuova Costituzione ungherese (Magyarország Alaptörvénye) entrata in vigore il 1° gennaio 2012 e gli emendamenti approvati pochi giorni fa a larga maggioranza dall’Assemblea Nazionale, rappresentano un grave attacco al concetto moderno di Stato di diritto, in cui vigono inderogabilmente il principio di indipendenza reciproca dei poteri dello Stato (esecutivo, legislativo e giudiziario) – nonostante la previsione contenuta all’articolo C del testo riformato – e i diritti civili e politici universalmente riconosciuti ai cittadini. La nuova Legge Fondamentale dell’Ungheria condensa nel suo articolato istinti nazionalisti, conservatori e autoritari che difficilmente un qualunque Paese democratico, ancorché membro dell’Unione Europea, potrebbe concepire. Con il “colpo di Stato costituzionale” il Governo di Viktor Orbán, forte della maggioranza dei 2/3 necessari per la riforma della Legge Fondamentale ha riscritto le regole del gioco democratico in quel Paese già tristemente famoso per aver tra i primi inaugurato il “secolo breve dei regimi totalitari” con l’avvento al potere nel 1920 dell’ammiraglio Miklós Horthy, dittatore antisemita, che fece dell’Ungheria uno dei Paesi più fedeli al blocco nazi-fascista guidato dal Fürher Adolf Hitler.

Proprio alle politiche nazionaliste e revisioniste di Horthy – recentemente riabilitato dal Governo di Budapest – sembra ispirarsi la strategia di Orbán, spostatosi negli ultimi vent’anni da posizioni progressiste a posizioni sempre più conservatrici e intransigenti nei confronti di ogni potere democratico costituito, sia a livello nazionale che comunitario. Come l’Ammiraglio Horthy, anche il premier rivendica per l’Ungheria un suo “spazio vitale”, costituito dai territori appartenuti al Regno di Ungheria fino alla Prima Guerra Mondiale e persi in seguito al Trattato di Pace del Trianon (oggi facenti parte della Romania, della Slovacchia  e, più in generale, dell’area balcanica fino alla città di Fiume) e la cui secessione fece passare la popolazione ungherese da 19 a 7 milioni con una superficie ridotta di circa due terzi. Plantu-HongrieTale orientamento risulta ben visibile nel Preambolo della nuova Costituzione in cui vi sono continui rimandi alla Nazione fondata dal Re, Santo Stefano I, e dove la religione cristiana diventa pilastro fondamentale per l’intera architettura costituzionale e sociale del rinnovato Stato ungherese.

Ma scorrendo gli articoli recentemente emendati della nuova Legge Fondamentale, diverse sono le zone d’ombra che non possono non essere evidenziate.

Innanzitutto la previsione di cui all’articolo L, primo comma, che riconosce l’istituto del matrimonio unicamente come unione tra uomo e donna, secondo i valori della religione cristiana che, come detto, nella nuova Carta assumono un rilievo decisivo. Vengono così non solo disconosciute, ma indirettamente condannate le unioni tra persone dello stesso sesso, segnando per il Paese una brusca battuta d’arresto in un percorso evolutivo in tema di diritti civili che a livello globale proprio in questi anni sta facendo registrare importanti passi in avanti.

Il Quarto emendamento ha poi previsto la modifica dell’articolo VII, commi 2 e 3, della Legge Fondamentale, riguardante la libertà di culto all’interno del territorio nazionale. Dopo aver riconosciuto all’inizio dell’articolo la libertà di culto per i cittadini ungheresi, al successivo paragrafo viene specificato che è (solo) il Parlamento che «può, con legge organica, riconoscere come chiesa quelle organizzazioni che si occupano di opere religiose e collaborano con lo Stato per l’interesse pubblico», ponendo perciò sotto l’influenza del potere politico anche la facoltà di stabilire i culti e definirne le forme, affinché questi non vadano contro i principi etici stabiliti dal Governo tramite il Parlamento, con quest’ultimo che diventa mera propaggine del potere esecutivo.

Le limitazioni, tuttavia, riguardano anche i partiti politici, le minoranze etniche e la libertà di espressione, grazie ad una serie di norme costituzionali che, sebbene presentate in altri termini lasciano trapelare il loro carattere scarsamente liberale. Infatti, l’articolo IX, terzo comma, stabilisce che «per garantire le condizioni adatte alla formazione di una opinione pubblica democratica», è previsto accesso gratuito e uguale agli spot politici sui media pubblici a quei partiti che hanno «un’ampia diffusione a livello nazionale», prevedendo però che sia una legge organica a definire tale accesso e che essa stessa possa limitare «altre forme di campagna politica». Come si può notare, il paletto del “consenso diffuso”, nonché delle ricorrenti leggi organiche (in ungherese sarkalatos törvény) potrebbe costituire un efficace filtro alla partecipazione delle varie forze politiche alla campagna elettorale televisiva e radiofonica. Nel medesimo articolo IX, ai commi 4-6, analoghi “filtri” sono posti, come detto, per quanto riguarda la libertà di espressione. La normativa prevede, infatti, che «l’esercizio del diritto individuale di parola non può avere come scopo quello di violare la dignità umana di un’altra persona», nonché quella della «nazione ungherese» o di minoranze nazionali, etniche o religiose. Come è facile intuire, si tratta di clausole capaci, in particolari circostanze, di essere soggette a restringimenti, funzionando come vere e proprie “valvole elastiche”, qualora fosse messa in pericolo la reputazione del Governo, o di uno dei suoi esponenti secondo schemi propagandistici già conosciuti con i regimi autoritari del Novecento. L’articolo XXIX, al terzo comma, stabilisce che sarà la solita legge organica a «prescrivere le dettagliate regole riguardanti le minoranze etniche che vivono in Ungheria» e le condizioni per il riconoscimento di un gruppo come minoranza, in base a criteri di tempo e di consistenza numerica. Inutile notare come anche in questo caso si tratti di norme facilmente suscettibili di un criterio di giudizio soggettivo, e che potrebbero inasprire le condizioni di vita di gruppi etnici invisi al Governo nazionalista e xenofobo del premier Orbán.

Ma la parte della nuova Legge Fondamentale che ha forse più attirato le attenzioni e le critiche dei giuristi e degli osservatori è stata quella riguardante la Corte Costituzionale e gli organi giudiziari in generale. Qui, infatti, la maggioranza di governo ha condotto una sistematica opera di imbrigliamento del potere giudiziario, cercando di porlo sotto il proprio controllo e cercando di ridurne il più possibile l’azione di controllo sulle leggi. Questo vero e proprio “golpe costituzionale” è stato condotto in due mosse. In primo luogo è stato aumentato il numero dei giudici costituzionali (quindici) e inserirvi così membri politicamente allineati alla maggioranza, dal momento che, ai sensi del riformato articolo 24, ottavo comma, essi sono eletti per «dodici anni dal Parlamento con una maggioranza dei 2/3 dei voti dei membri», ponendo sotto diretto controllo politico un organo che per sua natura dovrebbe essere indipendente. In secondo luogo, il Legislatore costituzionale ha proceduto a porre dei “filtri” istituzionali per il ricorso alla Corte e costituiti, tra gli altri, dal Governo, dal Parlamento, dal Procuratore Generale e dal Commissario per i Diritti Fondamentali come previsti all’articolo 24, secondo comma, lettera e), rendendo più difficile un giudizio di costituzionalità delle leggi in via diretta (o preventivo), e in aggiunta contraendo i tempi di giudizio, ridotti a trenta giorni dalla pubblicazione della legge. Tali elementi, nonostante gli sforzi della Corte, hanno inevitabilmente compromesso l’indipendenza del potere giudiziario rispetto a quello esecutivo e legislativo. Infatti la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nella nota sentenza Findlay c. Regno Unito del 5 febbraio 1997 ha considerato come elementi fondamentali per stabilire l’indipendenza di un tribunale le modalità di designazione, la durata del mandato e le tutele costituzionalmente previste contro le pressioni esterne. Tutti elementi che oggi in Ungheria sembrano non esistere più.

Dopo aver illustrato a grandi linee l’architettura costituzionale costruita dal Legislatore ungherese, è possibile trarre alcune conclusioni. Nel 2010 il partito di centrodestra Fidesz, guidato da Viktor Orbán ha conquistato ben 262 seggi sui 386 dell’Assemblea Nazionale – pari ai 2/3 della sua totalità – frutto di 2.706.292 voti pari al 52,7%. Si è trattato, pertanto, del risultato di regolari elezioni democratiche, che hanno consegnato al Fidesz un’ampia maggioranza e, conseguentemente, ampi poteri garantiti dalla Costituzione del 1949 rimasta in vigore, dopo le riforme del 1990, fino al 31 dicembre 2011. Se da un lato Orbán può aver esercitato prerogative costituzionalmente concesse e legittimate da un ampio consenso popolare, dall’altro lato sembra che il premier ungherese si sia spinto oltre i limiti consentiti da qualunque sistema democratico moderno. Infatti, il richiamo più o meno velato alla dittatura militare degli anni Venti e alla Grande Ungheria, con la rivendicazione di territori a maggioranza magiara ormai perduti, nonché la limitazione sistematica di principi democratici quali la partecipazione politica, il culto religioso, la libertà di espressione, e l’annullamento dell’indipendenza della Magistratura rispetto al potere politico, rappresentano un grave vulnus per un Paese moderno, membro dell’Unione Europea che proprio di queste libertà fondamentali ha sempre fatto la propria ragion d’essere. Il nazionalismo estremo, la volontà di creare un’identità ungherese forte passa proprio attraverso un controllo pervasivo di tutti i gangli dello Stato. Ma questo, insieme alla rivendicazione del proprio “spazio vitale” sono elementi già visti in Europa in un passato mai troppo lontano. Allora l’appeasement anglo-francese permise alla Germania di Hitler di annientare ogni ombra di Stato di diritto all’interno del Paese e di calpestare qualunque norma di diritto internazionale nei confronti di cecoslovacchi, austriaci e polacchi in un “mercato delle vacche” culminato nella Conferenza di Monaco del 1938. Oggi la Comunità Internazionale non è sembrata ancora interessata a “volgere lo sguardo a Est”, verso l’erede di quell’Impero che fece per secoli proprio della multietnicità e del compromesso sociale il suo punto di forza. La Comunità Economica Europea, diventata oggi Unione Europea nacque proprio dalle macerie della guerra per impedire che fatti del genere potessero accadere un’altra volta. Ed ora sembra giunto il momento di intervenire, perché le parole non rimangano tali, ma possano impedire ciò che la nostra memoria non può dimenticare e che è giusto non lo faccia.

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2 thoughts on “La svolta autoritaria dell’Ungheria e il silenzio dell’Europa

  1. Davvero assurdo che nel XXI secolo possano ancora succedere queste cose, e soprattutto che l’UE che l’anno scorso ha vinto il Nobel per la pace sia quasi del tutto indifferente ai destini ungheresi e dell’Europa..

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