Verso le elezioni/2: la partecipazione, il vero protagonista della competizione?


Cinque anni dopo le ultime elezioni politiche, quelle che attribuirono alla coalizione di centrodestra composta da PDL e Lega e guidata da Silvio Berlusconi la maggioranza parlamentare più ampia della storia repubblicana, tra due settimane gli italiani saranno chiamati a scegliere i propri rappresentanti in Parlamento e, attraverso questi, il sessantaduesimo governo della storia repubblicana. Tuttavia, a quasi due settimane dalle consultazioni i sondaggi mettono in evidenza due elementi principali: un sistema partitico estremamente frammentato e una grossa fetta di elettorato indeciso o intenzionato ad astenersi, in un panorama elettorale che, sebbene a grandi linee delineato non sembra essere ancora del tutto stabilizzato. Quali scenari si prospettano per il Paese?

Dunque, le prossime elezioni politiche – a meno di clamorosi colpi di scena – faranno registrare il più basso tasso di partecipazione della storia repubblicana stimato, presumibilmente, tra il 70 e il 75 per cento degli aventi diritto. Questo calo, di circa 5 punti rispetto alle precedenti consultazioni, non rappresenta una sorpresa, ma va letto in un quadro di costante decrescita del livello di affluenza alle urne iniziato con le elezioni del 1976, come illustra il grafico sottostante.

partecipazioneCome una parte autorevole della letteratura politologica [Diamond e Morlino 2005] ha affermato, la partecipazione politica è considerata un importante indicatore per la misurazione della qualità democratica di un sistema politico, nonché elemento necessario affinché gli altri possano operare con efficacia. Basti pensare che in caso di partecipazione pari a zero, non potrebbe esistere alcun processo di accountability, dal momento che verrebbe meno qualunque rapporto di delega elettore-eletto. Va comunque ricordato che il livello di turnout in Italia è sempre stato tra i più elevati dell’intero panorama europeo nonostante la fase calante registratasi a partire dal 1976.

Le prossime elezioni quindi sembrerebbero mantenere tale tendenza al ribasso, causata dai ben noti processi sociali contemporanei di allontanamento dalla politica. Il diffuso sentimento di distacco dalle istituzioni politiche, in particolare dai partiti, che sempre più è andata aumentando negli anni sino a creare il noto fenomeno dell’antipolitica (canalizzato in maggior misura dal Movimento 5 Stelle) ha contemporaneamente portato a un calo visibile della partecipazione politica nel duplice ambito, partitico ed elettorale. Si tratta di un’astensione  ormai fisiologica e in parte irrecuperabile (intorno al 20%), per cui sembra molto difficile aspettarsi un ritorno in massa alle urne. Potrebbe essere, invece, più plausibile (ma comunque altamente incerto) che Berlusconi riesca a mobilitare l’elettorato deluso del PDL – che oggi costituisce la parte più massiccia del cosiddetto “polo dell’astensione” – mantenendo il tasso di partecipazione intorno all’80%, in linea con quello di cinque anni fa evitando un ulteriore decremento della curva dell’affluenza.

Grillo e l’astensione. In tutto questo, chi ha giovato e gioverebbe di un alto tasso di astensione sembrerebbe essere il Movimento 5 Stelle. Infatti, l’exploit del partito di Grillo è coinciso con la crescita vertiginosa dell’astensione a partire dalle elezioni amministrative 2011 e culminata con le elezioni regionali in Sicilia dell’ottobre scorso, dove il tasso di “diserzione” delle urne è stato del 52,6%, con il M5S incoronato primo partito dell’Isola. Secondo i dati forniti dall’Istituto Cattaneo, nelle elezioni amministrative del 2012, infatti, si è registrato un livello record di crescita dell’astensione, pari a circa il 7% (35,1% di non voto), in crescita di 5 punti rispetto alla tornata omologa dell’anno precedente. Tale astensione ha raggiunto il picco massimo proprio al Nord e, in particolare, nella cosiddetta “zona rossa” con Emilia Romagna (-11%), Toscana (-10%) e Lombardia (-9%) capofila. Al Centro-Sud, in controtendenza, tale indice si è assestato invece intorno al 5%.  Interessante sembrerebbe, pertanto, vedere se esista una relazione tra aumento dell’astensionismo e incremento del Movimento 5 Stelle.

Astensione GrilloCome è facile notare, sembra esistere una certa “simmetria” tra incremento dell’astensione e un’alta performance elettorale del Movimento 5 Stelle. Naturalmente si tratta di un’ipotesi che necessita di ulteriori prove empiriche per essere confermata, anche se questo elemento potrebbe costituire un interessante indizio su cui basare tale analisi. L’elettorato italiano è suddiviso secondo la tripartizione qui proposta (Nord, Zona rossa, Centro-Sud) basata sui comportamenti elettorali consolidati all’interno di queste aree.

Ciò che è facilmente osservabile è il “conservatorismo” elettorale del Centro-Sud, espresso nel voto ai partiti tradizionali (PD e PDL) e nella difficoltà di attecchimento da parte del M5S, relegato a percentuali particolarmente modeste. Spostandoci nel resto d’Italia, se al Nord si tratta in gran parte di un astensionismo “fisiologico” a danno della coalizione governativa di centrodestra, è la cosiddetta “zona rossa” l’area di maggior interesse. Qui l’astensione ha fatto registrare, da un lato, i livelli più elevati, con picchi proprio nelle regioni di maggior forza per la sinistra (Toscana ed Emilia Romagna), dall’altro lato, ha visto un vero e proprio exploit della lista di Grillo, che nella pianura padana sembra essere ormai una realtà consolidata. In questa zona, più che altrove, sembra avvertirsi una certa voglia di cambiamento che anche le primarie del centrosinistra hanno evidenziato, registrando nelle regioni rosse l’affermazione del sindaco di Firenze Matteo Renzi, e lasciando a Bersani il Centro-Sud e buona parte del Nord. L’andamento quasi sincronico tra astensione e consenso al M5S sembrerebbe, quindi, indicare una certa connessione tra le due variabili, particolarmente evidente proprio nell’area geografico-elettorale storicamente dominata dal centrosinistra. Un dato che, come accennato, sembra essere confermato anche dal risultato delle primarie del centrosinistra svolte lo scorso ottobre.

L’elemento che certamente preoccupa in vista delle prossime elezioni politiche è rappresentato dal fatto che un anno fa, alle elezioni comunali – che per la loro “prossimità” ai cittadini e per la presenza di liste e candidati direttamente eleggibili avrebbero dovuto in qualche modo mantenere un buon livello di partecipazione – l’astensione sia stata molto più elevata di quella attesa, scontando anche a questo livello il clima di antipolitica profondamente diffuso del Paese. Si tratta di un dato non molto incoraggiante in vista delle elezioni di domenica prossima, che già scontano in termini di partecipazione gli effetti negativi di una legge elettorale reputata dai cittadini limitante delle proprie scelte, in particolare a causa delle liste bloccate e delle candidature multiple. Accanto a questo, il M5S si prepara a entrare in Parlamento, ma il suo risultato sembra dipendere anche dal livello di mobilitazione che i partiti tradizionali sapranno dare negli ultimi giorni di campagna elettorale. Grillo è stato abile a inserirsi nel vuoto creato dall’antipolitica, dominando le ultime consultazioni locali in cui la partecipazione è notevolmente calata anche in quelle zone – Emilia e Toscana, su tutte – che hanno storicamente fatto registrare i livelli più alti di affluenza alle urne. E’ qui che il M5S dimostra, forse, di essere frutto della contingenza e non progetto politico a lungo termine, ed è qui che i partiti tradizionali hanno una grande occasione per ritornare protagonisti, a patto che sappiano giocare al meglio le loro carte.

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