Verso le elezioni/1: una forte frammentazione nemica del centrosinistra


Cinque anni dopo le ultime elezioni politiche, quelle che attribuirono alla coalizione di centrodestra composta da PDL e Lega e guidata da Silvio Berlusconi la maggioranza parlamentare più ampia della storia repubblicana, tra due settimane gli italiani saranno chiamati a scegliere i propri rappresentanti in Parlamento e, attraverso questi, il sessantaduesimo governo della storia repubblicana. Tuttavia, a quasi due settimane dalle consultazioni i sondaggi mettono in evidenza due elementi principali: un sistema partitico estremamente frammentato e una grossa fetta di elettorato indeciso o intenzionato ad astenersi, in un panorama elettorale che, sebbene a grandi linee delineato non sembra essere ancora del tutto stabilizzato. Quali scenari si prospettano per il Paese?

Per quanto riguarda la frammentazione partitica sembra evidente che rispetto a cinque anni fa qualcosa è cambiato. Il riferimento, più che al numero di partiti o coalizioni e rispettivi candidati premier, è al numero di partiti o coalizioni che oggi supererebbero lo sbarramento. Se nel 2008 la Camera era composta da sei gruppi parlamentari (PD, PDL, IDV, Lega Nord, UDC e MpA), oggi secondo gran parte dei  sondaggi verrebbero a formarsi almeno 11 “partiti parlamentari”, come riportato nella tabella sotto:

ImmagineCome è possibile notare dai dati riportati, la situazione attuale sembra ricordare molto quella del 2006, quando alla Camera erano rappresentati 19 partiti e ben 11 gruppi parlamentari, delineando quello che alcuni studiosi definirono «bipolarismo frammentato» [Chiaramonte 2010]. Il processo di “bipolarizzazione” o, addirittura, di “bipartizzazione” del sistema partitico italiano, iniziato lentamente nel 1994 sembra, pertanto, registrare oggi una brusca battuta d’arresto. Nel campo politico dominato fino a pochi anni fa da Ulivo (poi PD) e Forza Italia (poi PDL), sembrano oggi inserirsi nuovi soggetti politici con un certo peso specifico, quali il Movimento 5 Stelle e Scelta Civica, che insieme intercettano più di un quarto dell’elettorato italiano, con una riduzione totale di PD e PDL di circa il 21% rispetto al 2008. Dove sono andati questi voti? Probabilmente sono in parte confluiti nella “zona grigia” dell’astensione – prevista intorno al 25-30% – in parte negli indecisi attestati secondo il sondaggio EMG intorno al 8%, e in parte proprio in questi soggetti politici nuovi, capaci di intercettare da sinistra e da destra un buon numero di elettori delusi dalle loro scelte precedenti.

Fatto sta che oggi il sistema partitico italiano è andato strutturandosi non più secondo le fratture tipiche del bipolarismo anglosassone, ma piuttosto verso una quadripartizione, con una leggera prevalenza della coalizione di centrosinistra (PD, SEL e altri partner minori). Si tratta di una frammentazione del tutto peculiare alla realtà italiana e che nulla ha di simile ad altri sistemi politici europei. Che sia Francia, Germania, Spagna, Regno Unito o Scandinavia, tutti hanno un sistema tendenzialmente bipolare, quand’anche bipartitico, frutto di divisioni ideologiche ormai decisamente allentate nel sistema Italiano. Il risultato è un sistema estremamente frammentato che trova prospettive di governabilità solo grazie al particolare funzionamento della legge elettorale, che assegna un sostanzioso premio di maggioranza secondo la logica del winner takes all e che permette anche ad una coalizione con il 36-40% di ottenere il 54% dei seggi alla Camera. D’altra parte, però, questo sistema frammentato fa sentire tutto il suo peso al Senato dove, sebbene viga un sistema di ripartizione dei seggi su base regionale, l’esistenza di più partiti o coalizioni al di sopra delle soglie di sbarramento, costringono il PD a dover vincere anche in Lombardia e Sicilia, ovvero in due regioni dove con il bipolarismo del 2008 sarebbe bastata anche una “normale” sconfitta. E’ possibile capire tale funzionamento osservando l’esempio della Lombardia riportato in basso:

Immagine2

Come è facilmente comprensibile se, analogamente al 2006 o al 2008, la frammentazione fosse ridotta ad un livello intra-coalizionale lo schieramento di centrosinistra avrebbe potuto permettersi anche di non vincere in Lombardia senza eccessivi problemi, poiché la sconfitta sarebbe costata soli 5 seggi. Ma nel caso più realistico, cioè il secondo, la coalizione di Bersani dovrà dividere il 45% dei seggi lombardi con gli altri partiti perdenti (Monti e Grillo) oltre l’8%, subendo così una perdita di 14 seggi sulla coalizione vincente. Ecco perché la “salita” in campo di Monti sembra aver rappresentato per il centrosinistra più un handicap che un punto a favore, dal momento che anche qualora questi non abbia catturato voti dal bacino elettorale dei bersaniani, appare indubbio il suo ruolo decisivo al Senato in quelle regioni “in bilico” come Lombardia, Sicilia, Campania e Puglia.

In conclusione, la frammentazione cui oggi assistiamo sembrerebbe nel complesso esercitare limitati effetti negativi sulla governabilità, grazie anche al premio majority-assuring previsto alla Camera. Di converso, tali effetti sembrano acuiti al Senato dove la sfida si disputa non tanto tra due schieramenti, ma sulla possibilità di uno dei “quattro poli” (in particolare quello guidato da Bersani) di raggiungere una maggioranza tale da permettere al Paese di avere una maggioranza consonante tra Camera e Senato, sventando così il rischio di bloccare il sistema e tornare a votare dopo un anno di Parlamento bloccato.

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