“Pensavo fosse vittoria e invece…”

Alla fine è accaduto quello che ci si aspettava e che era stato prospettato in questo blog nelle due settimane prima del voto. Le elezioni politiche 2013 – tenute per la prima volta dal 1946 a febbraio – hanno fatto registrare quattro dati fondamentali, dove i primi appaiono connessi con i secondi da una diretta relazione causa-effetto. I primi due sono la frammentazione e l’astensione: la prima era stata considerata un elemento che avrebbe sfavorito il PD nella sua corsa alla vittoria, mentre per la seconda si era evidenziato un certo collegamento con la crescita del “fenomeno Grillo”. Il terzo e quarto elemento, figli di queste elezioni, sono dunque conseguenze dei primi due: la disfatta inaspettata della coalizione di Bersani e l’exploit del Movimento 5 Stelle, diventato primo partito alla Camera dei Deputati con il 25.55% dei voti. Il risultato delle elezioni del 24 e 25 febbraio ha disegnato, dentro e fuori il Parlamento, un sistema partitico del tutto nuovo alla storia repubblicana del Paese.

Nonostante si tratta di una tesi da confutare nelle prossime consultazioni nazionali, sembra poteri dire finita la stagione ventennale del “bipolarismo italiano”, con l’affermazione di un “terzo polo” rappresentato dal Movimento 5 Stelle, primo partito nella storia della Repubblica a raggiungere il 25% alla sua prima elezione. Sembra tramontato, così, il sogno bipolare e bipartitico che proprio negli ultimi anni aveva ricevuto una decisa spinta, raggiungendo l’apice nel 2008, quando l’indice di bipartitismo toccò il 70,6%. Oggi, invece, poco più della metà (51%) ha scelto di dare fiducia al PD o al PDL, facendo crollare di quasi 30 punti (-25,7%) anche l’indice di bipolarismo riguardante le coalizioni, oggi attestato al 58,7%, come conferma l’ultima indagine del CISE. Tale frammentazione si è fatta sentire inevitabilmente a livello parlamentare, dove il proporzionale corretto del Porcellum ha potuto solo parzialmente garantire la maggioranza. Questo, infatti, è avvenuto solo alla Camera, dove il premio di maggioranza nazionale ha operato in senso fortemente disproporzionale (con LSq = 17,34, in crescita di quasi 12 punti rispetto al 2008 e raggiungendo livelli persino superiori a quelli della Spagna del 1977), garantendo il 55% dei seggi alla coalizione di centrosinistra. Al Senato, invece, il meccanismo dei 17 premi regionali non ha funzionato in modo analogo. Nella “Camera Alta” del Parlamento, il centrosinistra – a causa soprattutto delle sconfitte in regioni chiave come Lombardia, Veneto e Campania – non è andato oltre i 121 seggi, al di sotto dunque dei 158 che avrebbero garantito la maggioranza assoluta del’assemblea.

Tralasciando altri dati o elementi già ben noti a tutti, sembra più interessante capire ora quali potranno essere gli scenari futuri per la politica italiana, soprattutto in vista di importanti scadenze come l’elezione del Presidente della Repubblica – l’attuale Presidente Giorgio Napolitano, infatti, non può sciogliere le Camere ai sensi del comma 2° dell’art. 88 Cost (il cosiddetto “semestre bianco”) – che costringeranno le forze politiche a trovare, almeno temporaneamente, un accordo per impedire la paralisi del sistema in un momento delicato come quello attuale. grillo_2493286bI mercati e l’Unione Europea intanto non restano a guardare. Entrambi hanno espresso forte preoccupazione per l’esito delle elezioni, auspicando nel più breve tempo possibile la creazione di un esecutivo stabile e operativo che sappia rilanciare l’economia italiana ancora convalescente dopo la “cura Monti”. Gli scenari percorribili appaiono oggi essere soltanto due (premettendo che Napolitano incarichi Bersani in quanto leader della coalizione vincente di formare il nuovo governo): 1) accordo tra PD e PDL per un governo che i cronisti hanno definito di “salute pubblica”, con lo scopo di mettere a punto quelle riforme strutturali (lavoro, fisco e legge elettorale) considerate maggiormente urgenti per il rilancio e la stabilità economico-politica del paese; 2) accordo tra PD e Movimento 5 Stelle per una collaborazione programmatica ispirata al “modello Sicilia”, ovvero non un’alleanza vera e propria ma piuttosto un appoggio politico su temi specifici che incontrino il favore dei “movimentisti” (legge elettorale, riforma del fisco e del welfare, legge sul conflitto di interessi) e che quindi coinvolga attivamente il primo partito italiano nell’attività di governo del Paese.

Tra i due scenari possibili, il secondo – seppure con estreme difficoltà – sembrerebbe in teoria maggiormente percorribile rispetto al primo. Infatti, sebbene il rifiuto di Grillo ad appoggiare “a scatola chiusa” qualunque forza politica, l’appoggio su un programma minimo appare possibile, vista anche la non eccessiva distanza ideologica che separa le due forze politiche sui temi particolarmente cari ad entrambe: riduzione del numero e della retribuzione dei parlamentari, riforma della legge elettorale, reddito minimo garantito, rimodulazione della pressione fiscale per rilanciare i consumi e la crescita. Insomma alcuni temi su cui iniziare una collaborazione costruttiva con l’obiettivo di formare un governo che duri abbastanza per rimettere in moto l’economia e restituire serenità ad un Paese profondamente diviso e disorientato, come confermato dalle ultime consultazioni. Le difficoltà, però, non sono inesistenti. Il M5S per sua natura è “antisistema”, contrario a qualunque alleanza (o “inciucio” per dirla come Grillo) con i partiti tradizionali rappresentanti di quel Ancien Régime politico che avrebbe soppiantato la sovranità dei cittadini a favore dei poteri forti delle banche e della finanza. Le parole di chiusura di questi giorni di Grillo – “Bersani è un morto che parla”, “Nessuna alleanza col PD o chiunque altro” – addensano nubi sull’immediato futuro del Paese. Tuttavia, in queste ore proprio il “popolo del web”, quello che secondo Grillo dovrà guidare l’azione in Parlamento del Movimento, sembra schierarsi in maggioranza per la collaborazione programmatica con il centrosinistra. Una petizione di change.org e appelli lanciati dagli internauti sul suo blog beppegrillo.it sembrano spingere in questa direzione. E’ evidente, l’obiettivo di Grillo sarebbe la formazione di una grande coalizione PD-PDL per poter rimanere all’opposizione e accrescere il proprio consenso fuori dal Parlamento, e poter continuare nelle sue arringhe contro “la Casta” che governa chiusa nel Palazzo e rimane sorda ai bisogni dei cittadini. Ma l’ora della responsabilità sembra arrivata e un suo contributo appare oggi indefettibile. Il Movimento 5 Stelle, con i suoi 8 milioni di voti rappresenta oggi un quarto degli elettori italiani e, pertanto, non sembra potersi sottrarre alla responsabilità affidatagli di rilancio del Paese, da perseguire anche in collaborazione con le altre forze politiche secondo gli schemi costituzionalmente previsti da una democrazia parlamentare come quella italiana.

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Verso le elezioni/2: la partecipazione, il vero protagonista della competizione?

Cinque anni dopo le ultime elezioni politiche, quelle che attribuirono alla coalizione di centrodestra composta da PDL e Lega e guidata da Silvio Berlusconi la maggioranza parlamentare più ampia della storia repubblicana, tra due settimane gli italiani saranno chiamati a scegliere i propri rappresentanti in Parlamento e, attraverso questi, il sessantaduesimo governo della storia repubblicana. Tuttavia, a quasi due settimane dalle consultazioni i sondaggi mettono in evidenza due elementi principali: un sistema partitico estremamente frammentato e una grossa fetta di elettorato indeciso o intenzionato ad astenersi, in un panorama elettorale che, sebbene a grandi linee delineato non sembra essere ancora del tutto stabilizzato. Quali scenari si prospettano per il Paese?

Dunque, le prossime elezioni politiche – a meno di clamorosi colpi di scena – faranno registrare il più basso tasso di partecipazione della storia repubblicana stimato, presumibilmente, tra il 70 e il 75 per cento degli aventi diritto. Questo calo, di circa 5 punti rispetto alle precedenti consultazioni, non rappresenta una sorpresa, ma va letto in un quadro di costante decrescita del livello di affluenza alle urne iniziato con le elezioni del 1976, come illustra il grafico sottostante.

partecipazioneCome una parte autorevole della letteratura politologica [Diamond e Morlino 2005] ha affermato, la partecipazione politica è considerata un importante indicatore per la misurazione della qualità democratica di un sistema politico, nonché elemento necessario affinché gli altri possano operare con efficacia. Basti pensare che in caso di partecipazione pari a zero, non potrebbe esistere alcun processo di accountability, dal momento che verrebbe meno qualunque rapporto di delega elettore-eletto. Va comunque ricordato che il livello di turnout in Italia è sempre stato tra i più elevati dell’intero panorama europeo nonostante la fase calante registratasi a partire dal 1976.

Le prossime elezioni quindi sembrerebbero mantenere tale tendenza al ribasso, causata dai ben noti processi sociali contemporanei di allontanamento dalla politica. Il diffuso sentimento di distacco dalle istituzioni politiche, in particolare dai partiti, che sempre più è andata aumentando negli anni sino a creare il noto fenomeno dell’antipolitica (canalizzato in maggior misura dal Movimento 5 Stelle) ha contemporaneamente portato a un calo visibile della partecipazione politica nel duplice ambito, partitico ed elettorale. Si tratta di un’astensione  ormai fisiologica e in parte irrecuperabile (intorno al 20%), per cui sembra molto difficile aspettarsi un ritorno in massa alle urne. Potrebbe essere, invece, più plausibile (ma comunque altamente incerto) che Berlusconi riesca a mobilitare l’elettorato deluso del PDL – che oggi costituisce la parte più massiccia del cosiddetto “polo dell’astensione” – mantenendo il tasso di partecipazione intorno all’80%, in linea con quello di cinque anni fa evitando un ulteriore decremento della curva dell’affluenza.

Grillo e l’astensione. In tutto questo, chi ha giovato e gioverebbe di un alto tasso di astensione sembrerebbe essere il Movimento 5 Stelle. Infatti, l’exploit del partito di Grillo è coinciso con la crescita vertiginosa dell’astensione a partire dalle elezioni amministrative 2011 e culminata con le elezioni regionali in Sicilia dell’ottobre scorso, dove il tasso di “diserzione” delle urne è stato del 52,6%, con il M5S incoronato primo partito dell’Isola. Secondo i dati forniti dall’Istituto Cattaneo, nelle elezioni amministrative del 2012, infatti, si è registrato un livello record di crescita dell’astensione, pari a circa il 7% (35,1% di non voto), in crescita di 5 punti rispetto alla tornata omologa dell’anno precedente. Tale astensione ha raggiunto il picco massimo proprio al Nord e, in particolare, nella cosiddetta “zona rossa” con Emilia Romagna (-11%), Toscana (-10%) e Lombardia (-9%) capofila. Al Centro-Sud, in controtendenza, tale indice si è assestato invece intorno al 5%.  Interessante sembrerebbe, pertanto, vedere se esista una relazione tra aumento dell’astensionismo e incremento del Movimento 5 Stelle.

Astensione GrilloCome è facile notare, sembra esistere una certa “simmetria” tra incremento dell’astensione e un’alta performance elettorale del Movimento 5 Stelle. Naturalmente si tratta di un’ipotesi che necessita di ulteriori prove empiriche per essere confermata, anche se questo elemento potrebbe costituire un interessante indizio su cui basare tale analisi. L’elettorato italiano è suddiviso secondo la tripartizione qui proposta (Nord, Zona rossa, Centro-Sud) basata sui comportamenti elettorali consolidati all’interno di queste aree.

Ciò che è facilmente osservabile è il “conservatorismo” elettorale del Centro-Sud, espresso nel voto ai partiti tradizionali (PD e PDL) e nella difficoltà di attecchimento da parte del M5S, relegato a percentuali particolarmente modeste. Spostandoci nel resto d’Italia, se al Nord si tratta in gran parte di un astensionismo “fisiologico” a danno della coalizione governativa di centrodestra, è la cosiddetta “zona rossa” l’area di maggior interesse. Qui l’astensione ha fatto registrare, da un lato, i livelli più elevati, con picchi proprio nelle regioni di maggior forza per la sinistra (Toscana ed Emilia Romagna), dall’altro lato, ha visto un vero e proprio exploit della lista di Grillo, che nella pianura padana sembra essere ormai una realtà consolidata. In questa zona, più che altrove, sembra avvertirsi una certa voglia di cambiamento che anche le primarie del centrosinistra hanno evidenziato, registrando nelle regioni rosse l’affermazione del sindaco di Firenze Matteo Renzi, e lasciando a Bersani il Centro-Sud e buona parte del Nord. L’andamento quasi sincronico tra astensione e consenso al M5S sembrerebbe, quindi, indicare una certa connessione tra le due variabili, particolarmente evidente proprio nell’area geografico-elettorale storicamente dominata dal centrosinistra. Un dato che, come accennato, sembra essere confermato anche dal risultato delle primarie del centrosinistra svolte lo scorso ottobre.

L’elemento che certamente preoccupa in vista delle prossime elezioni politiche è rappresentato dal fatto che un anno fa, alle elezioni comunali – che per la loro “prossimità” ai cittadini e per la presenza di liste e candidati direttamente eleggibili avrebbero dovuto in qualche modo mantenere un buon livello di partecipazione – l’astensione sia stata molto più elevata di quella attesa, scontando anche a questo livello il clima di antipolitica profondamente diffuso del Paese. Si tratta di un dato non molto incoraggiante in vista delle elezioni di domenica prossima, che già scontano in termini di partecipazione gli effetti negativi di una legge elettorale reputata dai cittadini limitante delle proprie scelte, in particolare a causa delle liste bloccate e delle candidature multiple. Accanto a questo, il M5S si prepara a entrare in Parlamento, ma il suo risultato sembra dipendere anche dal livello di mobilitazione che i partiti tradizionali sapranno dare negli ultimi giorni di campagna elettorale. Grillo è stato abile a inserirsi nel vuoto creato dall’antipolitica, dominando le ultime consultazioni locali in cui la partecipazione è notevolmente calata anche in quelle zone – Emilia e Toscana, su tutte – che hanno storicamente fatto registrare i livelli più alti di affluenza alle urne. E’ qui che il M5S dimostra, forse, di essere frutto della contingenza e non progetto politico a lungo termine, ed è qui che i partiti tradizionali hanno una grande occasione per ritornare protagonisti, a patto che sappiano giocare al meglio le loro carte.

Verso le elezioni/1: una forte frammentazione nemica del centrosinistra

Cinque anni dopo le ultime elezioni politiche, quelle che attribuirono alla coalizione di centrodestra composta da PDL e Lega e guidata da Silvio Berlusconi la maggioranza parlamentare più ampia della storia repubblicana, tra due settimane gli italiani saranno chiamati a scegliere i propri rappresentanti in Parlamento e, attraverso questi, il sessantaduesimo governo della storia repubblicana. Tuttavia, a quasi due settimane dalle consultazioni i sondaggi mettono in evidenza due elementi principali: un sistema partitico estremamente frammentato e una grossa fetta di elettorato indeciso o intenzionato ad astenersi, in un panorama elettorale che, sebbene a grandi linee delineato non sembra essere ancora del tutto stabilizzato. Quali scenari si prospettano per il Paese?

Per quanto riguarda la frammentazione partitica sembra evidente che rispetto a cinque anni fa qualcosa è cambiato. Il riferimento, più che al numero di partiti o coalizioni e rispettivi candidati premier, è al numero di partiti o coalizioni che oggi supererebbero lo sbarramento. Se nel 2008 la Camera era composta da sei gruppi parlamentari (PD, PDL, IDV, Lega Nord, UDC e MpA), oggi secondo gran parte dei  sondaggi verrebbero a formarsi almeno 11 “partiti parlamentari”, come riportato nella tabella sotto:

ImmagineCome è possibile notare dai dati riportati, la situazione attuale sembra ricordare molto quella del 2006, quando alla Camera erano rappresentati 19 partiti e ben 11 gruppi parlamentari, delineando quello che alcuni studiosi definirono «bipolarismo frammentato» [Chiaramonte 2010]. Il processo di “bipolarizzazione” o, addirittura, di “bipartizzazione” del sistema partitico italiano, iniziato lentamente nel 1994 sembra, pertanto, registrare oggi una brusca battuta d’arresto. Nel campo politico dominato fino a pochi anni fa da Ulivo (poi PD) e Forza Italia (poi PDL), sembrano oggi inserirsi nuovi soggetti politici con un certo peso specifico, quali il Movimento 5 Stelle e Scelta Civica, che insieme intercettano più di un quarto dell’elettorato italiano, con una riduzione totale di PD e PDL di circa il 21% rispetto al 2008. Dove sono andati questi voti? Probabilmente sono in parte confluiti nella “zona grigia” dell’astensione – prevista intorno al 25-30% – in parte negli indecisi attestati secondo il sondaggio EMG intorno al 8%, e in parte proprio in questi soggetti politici nuovi, capaci di intercettare da sinistra e da destra un buon numero di elettori delusi dalle loro scelte precedenti.

Fatto sta che oggi il sistema partitico italiano è andato strutturandosi non più secondo le fratture tipiche del bipolarismo anglosassone, ma piuttosto verso una quadripartizione, con una leggera prevalenza della coalizione di centrosinistra (PD, SEL e altri partner minori). Si tratta di una frammentazione del tutto peculiare alla realtà italiana e che nulla ha di simile ad altri sistemi politici europei. Che sia Francia, Germania, Spagna, Regno Unito o Scandinavia, tutti hanno un sistema tendenzialmente bipolare, quand’anche bipartitico, frutto di divisioni ideologiche ormai decisamente allentate nel sistema Italiano. Il risultato è un sistema estremamente frammentato che trova prospettive di governabilità solo grazie al particolare funzionamento della legge elettorale, che assegna un sostanzioso premio di maggioranza secondo la logica del winner takes all e che permette anche ad una coalizione con il 36-40% di ottenere il 54% dei seggi alla Camera. D’altra parte, però, questo sistema frammentato fa sentire tutto il suo peso al Senato dove, sebbene viga un sistema di ripartizione dei seggi su base regionale, l’esistenza di più partiti o coalizioni al di sopra delle soglie di sbarramento, costringono il PD a dover vincere anche in Lombardia e Sicilia, ovvero in due regioni dove con il bipolarismo del 2008 sarebbe bastata anche una “normale” sconfitta. E’ possibile capire tale funzionamento osservando l’esempio della Lombardia riportato in basso:

Immagine2

Come è facilmente comprensibile se, analogamente al 2006 o al 2008, la frammentazione fosse ridotta ad un livello intra-coalizionale lo schieramento di centrosinistra avrebbe potuto permettersi anche di non vincere in Lombardia senza eccessivi problemi, poiché la sconfitta sarebbe costata soli 5 seggi. Ma nel caso più realistico, cioè il secondo, la coalizione di Bersani dovrà dividere il 45% dei seggi lombardi con gli altri partiti perdenti (Monti e Grillo) oltre l’8%, subendo così una perdita di 14 seggi sulla coalizione vincente. Ecco perché la “salita” in campo di Monti sembra aver rappresentato per il centrosinistra più un handicap che un punto a favore, dal momento che anche qualora questi non abbia catturato voti dal bacino elettorale dei bersaniani, appare indubbio il suo ruolo decisivo al Senato in quelle regioni “in bilico” come Lombardia, Sicilia, Campania e Puglia.

In conclusione, la frammentazione cui oggi assistiamo sembrerebbe nel complesso esercitare limitati effetti negativi sulla governabilità, grazie anche al premio majority-assuring previsto alla Camera. Di converso, tali effetti sembrano acuiti al Senato dove la sfida si disputa non tanto tra due schieramenti, ma sulla possibilità di uno dei “quattro poli” (in particolare quello guidato da Bersani) di raggiungere una maggioranza tale da permettere al Paese di avere una maggioranza consonante tra Camera e Senato, sventando così il rischio di bloccare il sistema e tornare a votare dopo un anno di Parlamento bloccato.