La qualità della democrazia in Italia: i diritti civili. Un percorso complesso tra Politica e Diritto


In una fase in cui la crisi economica continua a dettare l’agenda di policy ai governi europei, alcuni temi indubbiamente importanti sembrano finiti in secondo piano, primo tra tutti il riconoscimento dei diritti civili alle coppie omosessuali da parte dell’ordinamento giuridico italiano. Un’annosa questione che non sembra aver mai incontrato una reale volontà di soluzione da parte della classe politica, protesa, da un lato, ad affossare qualunque disegno di legge presentato in Parlamento, dall’altro, ad avanzare supposti limiti di legittimità costituzionale che richiederebbero una riforma non solo della legislazione ordinaria ma anche della Carta del 1948. Azioni queste che lasciano trasparire la ferma volontà della politica di non agire per non entrare in un terreno minato e particolarmente sensibile agli occhi della Chiesa trasversalmente legata al mondo parlamentare italiano.

La materia riguardante i diritti per le coppie omosessuali a contrarre matrimonio e godere pienamente di quei diritti sociali (soprattutto fiscali e previdenziali) già riconosciuti alle coppie eterosessuali, è stato oggetto di analisi da parte della giurisprudenza italiana, non solo da parte della Corte Costituzionale con la sentenza 138/2010 – ha affermato l’impossibilità per due persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio in virtù delle disposizioni ex artt. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis, 156-bis del codice civile «sistematicamente interpretate», ma anche davanti alla Corte Suprema di Cassazione che ha affrontato la questione in una più recente sentenza, la n. 4184 del 15 marzo 2012.

In tale pronuncia, la Cassazione, ha ribadito preliminarmente gli orientamenti espressi due anni prima dal Giudice delle Leggi secondo cui, sebbene non esistano norme di rango costituzionale che vietino o permettano espressamente matrimoni tra coppie same-gender, «non si può eludere il parametro tradizionalista associato alla parola matrimonio» aggiungendo che, sebbene la normativa italiana appaia in contrasto con il dettato degli articoli 9-21 della CEDU, la materia riguardante il matrimonio ricade al’interno della giurisdizione nazionale, così come previsto dall’articolo 6 TUE [Di Bari 2012]. Tuttavia, dopo aver premesso ciò, la Cassazione facendo valere le linee guida emerse dalla giurisprudenza CEDU ha altresì evidenziato che «i componenti della coppia omosessuale, conviventi in stabile relazione di fatto, se secondo la legislazione italiana non possono far valere né il diritto a contrarre matrimonio né il diritto alla trascrizione del matrimonio contratto all’estero, tuttavia – a prescindere dall’intervento del legislatore in materia – quali titolari del diritto alla vita famigliare e nell’esercizio del diritto inviolabile di vivere liberamente una condizione di coppia e del diritto alla tutela giurisdizionale di specifiche situazioni, segnatamente alla tutela di altri diritti fondamentali possono adire i giudici comuni per far valere, in presenza di specifiche situazioni, il diritto ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata».

Pertanto, la sentenza 4184/2012 sembrerebbe rappresentare un punto di svolta e, forse, anche di partenza del cammino verso il riconoscimento, anche nel nostro Paese, di più ampi ed efficaci diritti per le coppie dello stesso sesso colmando quell’imbarazzante ritardo nei confronti di molte altre democrazie europee.

Fonte: The Economist

La Cassazione ha, infatti, riconosciuto un diritto inalienabile alla “vita familiare” anche per coppie dello stesso sesso, riprendendo il filone giurisprudenziale comunitario tracciato dalla Corte di Giustizia Europea (si vedano i casi Maruko vs Versorgungsanstalt der deutschen Bühnendel 2008 e Römer vs Freie und Hausestadt Hamburg del 2011) che, pur riconoscendo l’esclusività statale in materia matrimoniale ha sancito l’uguaglianza di trattamento per le due situazioni, seppur ricomprendendole nell’ambito relazionale tracciato dalla Corte Costituzionale con la sentenza del 2010 («relazioni stabili e durature»).

C’è chi ha parlato in proposito di vera e propria “rivoluzione copernicana”, di un cambiamento di prospettiva verso una nuova “età dei diritti” per dirla come Norberto Bobbio. La portata di questa pronuncia è, infatti, senz’altro rilevante perché riconosce un diritto fino a pochi anni fa messo in discussione da più parti o, spesso, non riconosciuto come tale. Oggi, invece, grazie alla giurisprudenza non solo nazionale, ma anche comunitaria è stato possibile porre le basi per una nuova fase di progresso civile per il nostro Paese. Si tratta di una fase importante, fondamentale per qualunque democrazia che si voglia definire tale o che aspiri ad esserlo. Il raggiungimento di tale obiettivo non può che essere letto all’interno di un più complesso percorso evolutivo nel’ambito dei diritti umani, ovvero un percorso che allarghi le garanzie di cittadinanza a tutti gli elementi della società, siano essi diversificati a livello economico, religioso o sociale. Riprendendo ancora una volta Bobbio – padre di quello che si potrebbe definire il dibattito “dei diritti nel Diritto” – questi affermava brillantemente che «i diritti non nascono tutti in una volta. Nascono quando devono o possono nascere», ovvero attraverso l’uso dell’imprescindibile individualismo metodologico, ontologico e morale, per cui nuovi diritti sono nati e nasceranno quando l’individuo comprenderà, sia attraverso l’osservazione della realtà, sia grazie alle proprie convinzioni sulla società, ma anche in virtù del proprio “bagaglio” morale che nuovi diritti sono “maturi” e necessari per essere introdotti nella comunità politica attraverso l’ordinamento giuridico. Così è stato per i diritti politici, per il diritto di libertà e uguaglianza tra bianchi e neri con la fine della segregazione razziale, e per molti altri diritti che in altre fasi della storia l’uomo non avrebbe mai immaginato di ritenere tali. La storia è un percorso, nella maggior parte dei casi evolutivo, che migliora l’uomo attraverso l’esperienza diretta e l’osservazione empirica e che ha permesso nel corso dei secoli il miglioramento delle condizioni democratiche nella maggior parte delle nazioni.

Ora sembra essere la volta dei diritti civili per le coppie dello stesso sesso. Il riconoscimento di diritti pari a quelli concessi a coppie eterosessuali è diventato un tema sempre più pressante. La via è stata tracciata dal Diritto nei limiti della legislazione vigente, adesso tocca alla Politica, al potere legislativo quale unico soggetto autorizzato (come ricordato nella sentenza della Corte Costituzionale) ad allargare l’ambito di tutela per questi soggetti la cui richiesta si fa oggi sempre più indifferibile. Gli alibi e i silenzi usati fino ad oggi da una classe politica in maggioranza conservatrice sono stati neutralizzati dall’intervento dei giudici, tale per cui ogni nuovo ritardo in materia suonerebbe come un’opposizione volontaria al progresso democratico del Paese. L’auspicio è che con l’avvento della nuova legislatura e di un governo politico e scelto prima delle elezioni si possa scrivere una nuova pagina nella storia italiana dei diritti civili, tale da fare del nostro Paese una democrazia sempre più solida ed efficace innanzitutto con i propri cittadini, in nome di quel principio di uguaglianza costituzionalmente sancito dall’art. 3 della Costituzione repubblicana.

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