Dalla vittoria di Grillo al rilancio dei partiti. Una sfida possibile?


Il risultato ottenuto domenica scorsa nelle elezioni regionali siciliane dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo non rappresenta solo l’avanzata di un movimento politico che sino a un paio di anni fa sembrava poco più che un comitato di condomini arrabbiati, ma sembrerebbe indicare anche la sconfitta della politica – o almeno di quella tradizionalmente intesa – su più versanti, tra tutti quello della partecipazione elettorale e quello del consenso ai partiti fino ad oggi protagonisti della vita politica non solo siciliana ma anche nazionale. Proprio attraverso i risultati delle elezioni regionali dello scorso 28 ottobre è possibile effettuare una breve analisi di sia di tipo quantitativo che qualitativo sull’attuale stato di salute della politica italiana.

Le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Regionale Siciliana hanno fatto registrare un tasso di affluenza pari al 47,42%, rappresentando il culmine di un trend negativo attestatosi al 20% rispetto alle consultazioni di quattro anni prima. Come confermato dall’analisi dei flussi elettorali pubblicata oggi dal CISE, in una situazione di generale disaffezione da parte degli elettori siciliani, il M5S ha avuto gioco facile nell’attirare a sé l’elettorato deluso soprattutto di centrosinistra, con l’area di centrodestra che, invece, sembra aver pagato non solo il forte livello di astensione del proprio elettorato, ma anche le defezioni di diversi partiti storicamente alleati (UDC, MPA, FLI) e la presenza di un concorrente particolarmente influente a livello regionale come Miccichè, registrando un crollo di consensi, con le conseguente riduzione del proprio bacino elettorale di circa un milione e trecentomila voti (-71%). Dunque, la fase di destrutturazione che caratterizza da diversi anni il sistema politico italiano sembra trovare riscontro anche nella realtà regionale siciliana, in cui anche il centrosinistra – seppur in misura minore  – sconta una erosione del proprio bacino elettorale (a vantaggio del M5S) con una riduzione di circa il 29% rispetto alla performance del 2008. Nello specifico il M5S ha guadagnato circa 117 mila voti rispetto alle precedenti consultazioni, quadruplicando il proprio bacino elettorale, unica formazione insieme all’IDV (+36%) ad aver incrementato il proprio rendimento nelle urne. Dall’altra parte il PDL, il PD e una “rediviva” Sinistra Arcobaleno (SEL, FdS, Verdi) presentano una vera e propria emorragia di voti, con il partito di Berlusconi che perde più di due terzi dei consensi mentre il PD e la Sinistra vedono dimezzato il proprio elettorato. Il risultato di questi dati, unito al particolare funzionamento della legge elettorale siciliana, ha portato alla mancata assegnazione della maggioranza ad uno degli schieramenti in competizione, disegnando una quadro di precaria stabilità istituzionale per la Regione.

Accanto a questi dati di natura quantitativa, sembra possibile condurre alcune valutazioni di natura qualitativa, con particolare riferimento alla situazione di destrutturazione del sistema politico italiano e alla fase di transizione che gli schieramenti sembrano attraversare in questo importante frangente, molto simile agli anni che preannunciarono l’imminente fine della Prima Repubblica. Sembra che il M5S stia riuscendo in quella azione di intercettazione dello scontento nei confronti della politica, esercitata nel 1994 con successo da Forza Italia di Silvio Berlusconi. Tuttavia, la differenza sostanziale in questo frangente è rappresentata proprio dal tasso di affluenza alle urne, il cui crollo ha permesso a forze politiche come il Movimento di Beppe Grillo di divenire forza catalizzatrice di consenso, mentre gli elettori dei partiti “storici” allentano i legami con tali strutture preferendo rivolgersi a soggetti politici diversi o astenersi completamente dalla vita politica. Seguendo la teoria di Mény e Surel [2001] dei “due pilastri” della democrazia – quello elettorale e quello costituzionale – si potrebbe dire che l’Italia stia registrando, dal 1994 in poi, un netto “sbilanciamento” a favore del primo pilastro, con una prevalenza del fattore politico-elettivo su quello costituzionale, un dato, questo, essenzialmente tipico dei regimi populistici. Il costante richiamo alla volontà popolare diretta in contrapposizione all’ormai – per alcuni – “vecchio” principio della rappresentanza politica fornisce la misura della qualità democratica in riferimento al sistema partitico. L’invenzione delle primarie, per certi aspetti, sembra rispondere a questi principi. Sotto le spoglie della democrazia partecipativa si cela l’ulteriore indebolimento dei partiti, i quali delegano le proprie funzioni al leader eletto direttamente dal proprio popolo e che, in virtù di tale forza legittimante, si slega dai vincoli dell’organizzazione partitica. Le primarie danno così l’illusione di mettere al centro del processo l’iscritto o il simpatizzante, celando però una realtà piuttosto diversa. Con queste consultazioni che diventano il momento fondamentale nella propria vita, il focus del partito non può che spostarsi verso il momento esclusivamente elettorale, con il conseguente abbandono delle sue storiche funzioni di organizzazione, socializzazione e formazione. L’organizzazione territoriale si fa più leggera, poiché le risorse devono essere impiegate a livello centrale per la conquista delle cariche istituzionali. Agli elettori non resta che divenire “tifosi” e rivolgersi ad altri organismi – non politici – per il soddisfacimento delle proprie istanze. È in questo panorama che trovano sempre più spazio quei movimenti pseudo-politici che fanno della lotta alla politica la loro ragion d’essere, primo fra tutti il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

Dopo questa breve analisi si potrebbero trarre alcune parziali conclusioni sulla natura del successo di Grillo e sulle prospettive della vita politica del suo movimento. Innanzitutto il M5S non ha preso il posto dei partiti tradizionali ma sembra, piuttosto, sfruttare il vuoto di consenso lasciato da questi soprattutto in termini di partecipazione politica. Il partito di Grillo ha iniziato la sua scalata lungo una curva di tendenza inversamente proporzionale al livello di partecipazione elettorale. In Sicilia, nelle precedenti elezioni regionali, il M5S raccolse appena il 2,4% di voti a fronte di un tasso di affluenza del 66,7% che, seppur non particolarmente elevata rispetto agli standard italiani, rappresenta un dato sensibilmente superiore se paragonato a quello delle elezioni di domenica scorsa. E’ nel vuoto di partecipazione lasciato dagli altri partiti che Grillo sembra trovare la sua “linfa vitale”. Tuttavia questo elemento rappresenta una delle numerose contraddizioni che il movimento porta con sé: un partito – perché di partito si tratta – che si definisce democratico ma che fa della mancanza di uno dei pilastri della qualità democratica di un Paese (la partecipazione elettorale) la sua stessa ragione di vita, non può che destare un certo scetticismo. Allargando la visuale a livello nazionale, colpisce come Grillo vesta i panni del leader politico che si auto-investe a guida del partito e, in caso di vittoria, a Presidente del Consiglio, indicando Antonio Di Pietro come candidato ideale al Quirinale, quasi a voler attirare un potenziale alleato – l’IDV – in vista della imminente campagna elettorale nazionale. L’antidoto – se si ritiene il fenomeno del “grillismo” una anomalia nel normale funzionamento del sistema – sembrerebbe risiedere proprio nei partiti stessi che continuano ad esercitare un ruolo innegabilmente rilevante nell’influenzare il sistema politico. E’, infatti, attraverso di essi che gli elettori accedono alle assemblee legislative e possono influire – attraverso gli eletti – sull’agenda di policy-making. Il processo di trasformazione dei partiti italiani sembra ancora in atto ed è difficile capire a quale punto sia destinato a giungere. Le elezioni siciliane rappresentano un importante segnale che il mondo politico è chiamato a non lasciar cadere nel vuoto: il cambiamento è possibile, ma tutti – partiti e cittadini – sono chiamati a fare la propria parte. «Partecipare per cambiare», potrebbe essere questo il motto per una nuova fase della politica italiana, una fase che chiuda finalmente la “transizione infinita” di cui tanta parte della letteratura politologica oggi parla. Alla pars destruens di critica totale al sistema dei partiti è necessario far seguire una pars costruens di rinnovamento, dando vita ad un processo che non può fare a meno dei principi democratici su cui il nostro sistema si basa, e rifiutando derive populistiche e antipolitiche che tanto seguito stanno riscuotendo in questa fase storica. I partiti sono cambiati, in Italia come in Europa, ma non necessariamente cambiamento vuol dire declino. I partiti, considerati elementi fondamentali del sistema politico italiano, tanto da essere inseriti nella Parte Prima della nostra Carta Costituzionale – all’art. 49 – restano gli strumenti indifferibili attraverso cui rilanciare una politica che aspetta uno sforzo comune per rilanciarsi, senza cedere alle periodiche promesse di leader carismatici e, in fondo, ben poco democratici.

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