Renzi, Bersani e il futuro del centrosinistra italiano

Sono giorni frenetici, questi, per il futuro del centrosinistra e, in particolare, del PD. La corsa per la leadership è ormai entrata nel vivo, con una lotta senza esclusione di colpi all’interno del partito tra la componente “bersaniana”, fedele al segretario e all’establishment della vecchia guardia, e il gruppo dei cosiddetti “rottamatori”, la corrente rinnovatrice di Matteo Renzi. Con uno scambio di accuse, da un lato di inesperienza e di incapacità, dall’altro di far parte di una politica vecchia e superata negli uomini e nelle idee, nel Partito Democratico la corsa alla leadership si sta trasformando in una lotta intestina il cui esito, probabilmente, inciderà sul futuro del partito stesso.

Intanto gli ultimi sondaggi danno Renzi in sensibile crescita, grazie anche alla candidatura di Nichi Vendola che potrebbe attirare una fetta di voti democratici dal bacino elettorale di Bersani piuttosto che da quello moderato del sindaco di Firenze, riequilibrando così la competizione, ormai ristretta principalmente ai due esponenti del PD. Pertanto le elezioni primarie del prossimo 25 ottobre iniziano ad assumere un certo interesse, forse come mai era accaduto nelle occasioni precedenti. Infatti, in tutte le primarie svoltesi dai tempi di Prodi (2005), il risultato ha sempre mantenuto fede alle attese, tanto da stimolare accese critiche nei confronti di queste consultazioni ritenute pilotate e di facciata, tanto da essere ironicamente definite “secondarie”. Si tratta di una critica sostanzialmente vera. Nelle precedenti consultazioni primarie, il candidato favorito alla vigilia (Prodi, Veltroni, Bersani) aveva ottenuto risultati in linea con le previsioni fornite dai sondaggi. Le competizioni avvincenti, incerte, combattute anche aspramente – come quelle del PS francese tra Hollande e la Royal, quelle del PSOE spagnolo vinte da Zapatero nel 2000, o quelle americane dei duelli televisivi tra candidati dello stesso partito – sono stati per anni solo un’immagine lontana. Un “metodo consensuale” anziché uno competitivo ha sempre guidato la scelta del leader (fosse questo di coalizione o di partito), quasi fosse un sistema di ratifica di decisioni già prese il cui scopo sembrava essere, più che dare legittimazione democratica ad un leader, conferire a questo il sostegno partitico necessario per ammorbidire le opposizioni al suo interno.

Questo sistema, utilizzato anche per dare forza a politici che sembravano scontare un deficit in termini di leadership, sembra tuttavia fallito. L’esperienza di Prodi lo dimostra, quella di Veltroni anche. In parte anche il caso di Bersani che, come dimostra la situazione attuale, sembra aver sofferto l’emersione di una personalità carismatica come Renzi, riuscendo a non essere messo da parte solo grazie allo “scudo” creatogli intorno dai dirigenti più potenti del partito, in particolare D’Alema e Veltroni. Il problema del PD sta proprio in questo elemento. Non basta legittimare democraticamente un leader per farne un leader effettivo, ma è necessario che questi si comporti come tale, divenendo il fattore di sintesi del partito, senza tuttavia arrivare alle “derive padronali” di matrice berlusconiana. Il PD è un partito composito, frutto della sintesi a freddo tra due anime tradizionalmente diverse del centrosinistra italiano. Nel 2007 la tradizione socialista-ex comunista e quella democristiana-popolare si sono unite in un unico corpo politico mantenendo però ben distinti i propri patrimoni culturali e ideologici. Ne è nato un partito a due teste, in cui due culture su molti temi distanti sono finite spesso per collidere. E lo stesso discorso vale per la leadership. In questi tre anni Bersani non è stato in grado di omogeneizzare il partito, dargli una propria identità, lasciando il fianco scoperto alle nuove istanze incarnate da Renzi. Non si tratta di una questione generazionale. Si tratta di una questione culturale e ideologica. Il giovane politico democratico incarna lo spirito liberal-democratico tipico della politica anglosassone, di quella zona politica a cavallo tra la cultura progressista dei governi progressisti e quella fintamente liberalista, in realtà solo neo-liberista propria del nuovo centrodestra europeo.

Matteo Renzi ricorda più Nick Clegg che non Zapatero. Un leader moderato in senso ideologico, posizionato al centro dello spettro politico, trasversale per molti aspetti, scarsamente rappresentativo di una cultura progressista in senso europeo. Il suo stile ricorda più i leader democratici americani, ovvero un approccio tipico di un sistema politico in cui la distinzione tra destra e sinistra diviene molto debole, se non del tutto assente. E certamente in una fase come quella attuale di ricomposizione generale dei cleavages, una figura come quella di Renzi può raccogliere un largo consenso. Tuttavia, una sua vittoria potrebbe portare il PD verso una profonda crisi interna e di identità. Infatti, quand’anche riuscisse a ricomporre intorno a sé le  diverse anime del partito, quest’ultimo finirebbe per perdere del tutto la sua connotazione ideologica di partito progressista di sinistra, finendo per diventare un partito liberale e privando il sistema politico di una forza realmente alternativa al centrodestra. Anche se, in questo caso, probabilmente la storia politica italiana potrebbe, ancora una volta a caro prezzo, regalarci l’ennesima scissione a sinistra dando vita all’ennesimo figlio di quel partito che per decenni ha fatto del suo bagaglio ideologico – e non del personalismo – la sua ragion d’essere.