Unione Europea: possibilità e limiti della via economica all’integrazione


La crisi economica globale che da ormai quattro anni sta colpendo con sempre maggiore violenza le economie della zona-euro ha porta con sé aspetti certamente negativi, senza tuttavia negare anche aspetti parzialmente positivi. La crescita smisurata dei debiti sovrani – soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale – e la conseguente perdita di fiducia degli investitori nei confronti delle loro economie sono fattori alla base della difficile situazione che l’Unione Europea, e in particolare la cosiddetta Eurozona, si trova ad affrontare. Lo spread tra Btp e Bund, che nelle scorse settimane aveva sfiorato quota 600 punti, rappresenta la spada di Damocle sul futuro di un Paese che ha sempre fatto proprio dell’integrazione europea la sua ragion d’essere. Fino ad un anno e mezzo fa c’erano i cosiddetti PIGS – Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna – mentre oggi la crisi sembra espandersi a macchia d’olio in una forma quasi inarrestabile, mettendo in evidenza l’ormai stretta interdipendenza tra le economie dei Paesi dell’Unione.

Proprio la consapevolezza di questa stretta interconnessione tra gli Stati membri ha portato gli attori istituzionali europei a considerare come unica via d’uscita possibile ed efficace un maggiore coordinamento delle politiche economiche a livello comunitario, guardando soprattutto al sostegno della crescita e alla creazione di posti di lavoro. La crisi è giunta in un momento in cui le ambizioni europeiste erano state fiaccate dall’affossamento del Trattato per una Costituzione Europea firmato a Roma nel 2004 ma mai entrato in vigore a seguito delle bocciature nei celebri referendum francese e olandese. Una parziale ripresa vi è stata poi con la firma del Trattato di Lisbona nel 2007 (entrato in vigore nel 2010) che ha ridisegnato gli assetti istituzionali dell’Unione, puntando ad un livello di integrazione meno profonda, ovvero a un sistema che rimanesse principalmente a livello intergovernativo. Con lo scoppio della crisi la consapevolezza, da un lato, dell’interconnessione tra le economie degli Stati membri e, dall’altro, della necessità di un maggiore coordinamento delle politiche di sostegno e crescita hanno portato all’adozione di una serie di Trattati i cui obiettivi sono principalmente tre: un’agenda economica rafforzata su cui vi sia una maggiore sorveglianza da parte degli organi comunitari; interventi per garantire la stabilità dell’Euro in cambio di rigidi piani di riforma economica; misure per contrastare i problemi del mercato finanziario, primo tra tutti la speculazione.

Per raggiungere questi obiettivi sono stati elaborati diversi progetti di rilevante importanza e di una certa innovatività, tra cui i più rilevanti sono:

– Il Semestre Europeo, il cui obiettivo è quello di controllare e coordinare le politiche macroeconomiche e di bilancio in tutta la fase della loro formazione (tra gennaio e giugno appunto), tale per cui gli Stati presentano i loro programmi di stabilità e i programmi nazionali di riforma sulla base delle raccomandazioni e delle priorità fissate dall’Unione all’inizio dell’anno.

– Il Patto Europlus, concordato dal Consiglio ECOFIN consistente in un programma di riforme aggiuntive dettato proprio dalla consapevolezza di una maggiore interdipendenza tra gli Stati, vertendo su sei “principi” quali la competitività, l’occupazione, la sostenibilità delle finanze pubbliche e una maggiore stabilità finanziaria tutti contenuti nei PNR degli Stati firmatari.

– Il Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), ovvero un sistema permanente di sostegno alle economie dei Paesi membri che sostituirà i fondi temporanei nati negli scorsi anni per aiutare le casse di Portogallo e Irlanda (FESF e EFSM). Si tratta di un ente di finanziamento per gli Stati indebitati, con una capacità prevista tra i 250 e i 300 miliardi di euro, regolato dalla legislazione internazionale con previsioni molto severe in merito alle modalità di prestito e restituzione. Attualmente tale progetto è all’esame della Corte Costituzionale tedesca che entro il 12 settembre sarà chiamata ad esprimersi sulla sua conformità alla Legge Fondamentale. Si tratta di un evento decisivo poiché, in caso di censura da parte del giudice costituzionale, l’intero progetto di salvataggio dei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi – primi tra tutti Grecia e Portogallo – potrebbe essere messo in discussione, aprendo possibili scenari per una loro uscita dall’area-Euro.

Si tratta, come si vede, di misure molto importanti che – come tutto il diritto dell’Unione Europea – trovano il loro fondamento nei Trattati Comunitari firmati dal Consiglio Europeo, oggi vero motore dell’Unione e vero detentore del potere esecutivo all’interno del sistema istituzionale europeo. Ciò ha portato a un restringimento del potere della Commissione Europea in quanto il suo potere di iniziativa legislativa è stato spesso “bypassato” da un Consiglio Europeo espressione della volontà degli Stati i quali, attraverso l’approvazione dei Trattati hanno ridisegnato il sistema di cooperazione europeo, vincolando gli Stati membri tra di loro in forza di una riscoperta interdipendenza.

Dunque, le attuali dinamiche interne all’Unione Europea indicano una chiara volontà da parte degli Stati di continuare a percorrere il terreno della gestione intergovernativa delle politiche europee. Se da un lato è evidente una tendenza sempre crescente verso la cessione di sovranità e una maggiore messa in comune di poteri e risorse, dall’altro si assiste sempre più spesso ad un’Unione che prende decisioni figlie di una continua negoziazioni tra Stati, con quelli più influenti, primo tra tutti la Germania, ad avere la parola decisiva su ogni questione. La scelta compiuta negli anni Sessanta del secolo scorso dai padri fondatori di indirizzare il processo di integrazione europea lungo i binari dell’interdipendenza economica ha fino ad oggi portato a risultati più che soddisfacenti. Tuttavia rimane irrisolto il problema dell’eccessiva statualità insita nelle dinamiche politiche interne all’Unione e che la crisi economica ha indubbiamente accentuato. Le remore della Germania a impegnarsi in un effettivo processo di integrazione fiscale dimostrano l’attuale stallo di un processo che sconta i timori di “contagio” dei Paesi dell’Europa settentrionale ad opera di quelli dell’Europa meridionale.

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