“Se Atene piange Roma non ride”. Quale lezione per il futuro?

La crisi che attanaglia da quasi 4 anni il l’economia globale (e quella europea in particolare) non sembra voler mollare la propria presa. Seppur con diversa intensità la sua morsa si è stretta inesorabile non solo intorno agli attori economico-finanziari ma anche a quelli politico-sociali, quasi a voler confermare l’idea marxiana dell’economia quale centro nevralgico della vita umana, e tutto il resto a costituire la cosiddetta sovrastruttura. crisi-grecia-5-e1346838768729-500x325Infatti, le ultime tornate elettorali in Europa hanno reso agli analisti un quadro interessante quanto preoccupante. In Grecia si è delineato un sistema partitico frammentato al massimo con la contemporanea avanzata delle estreme (Chrysi Avgi – Alba Dorata sulla destra e Syriza sulla sinistra) a danno dei partiti maggiori (Pasok e Nea Demokratia). In Germania è continuata l’avanzata del Partito dei Pirati che ha raggiunto una media dell’8% nelle elezioni per il rinnovo dei governi di länder come lo Schleswig-Holstein e il Nordrhein-Westfalen, a detrimento soprattutto della coalizione di governo Cdu-Fdp. In Italia le elezioni amministrative hanno sancito uno scenario assimilabile a quello del 1992, caratterizzato da una massiccia frammentazione partitica accompagnata ad una crescente destrutturazione del sistema, con il Pdl (partito di maggioranza al parlamento nazionale) attestato intorno al 15-17%, la Lega (altra partner del governo Berlusconi) crollata al 4% ma soprattutto con l’exploit inaspettato del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che non solo conquista il Comune di Parma (che si conferma in controtendenza rispetto alla tradizione politica della cosiddetta “zona rossa”) ma viene accreditato dall’ultimo sondaggio Demos&Pi al 16,5%.

Il caos che ogni giorno investe i mercati, in cui vige ormai la “dittatura dello spread”, sembra essersi proiettato nel mondo della politica, rimescolando le carte di sistemi politici oggi sempre più “atomizzati”, soprattutto in quei Paesi che più di altri avvertono il peso della crisi come Grecia e Italia. Se in Grecia la frammentazione ha portato all’impossibilità di formare un governo che godesse dell’appoggio della maggioranza del Parlamento (rendendo così necessaria la celebrazione di nuove elezioni tra due settimane), in Italia la situazione prospettata dai sondaggi non è certamente delle più rosee. Entrambi questi paesi sono istituzionalmente organizzati secondo un sistema parlamentare ed una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza. Quella greca (definita “proporzionale rinforzata”) più orientata alla creazione di governi monocolore attraverso la previsione di un premio di 50 deputati al partito maggiormente suffragato, mentre quella italiana volta ad incentivare maggiormente le aggregazioni tra partiti, prevedendo alla Camera un premio di maggioranza del 54% per la coalizione con la maggioranza relativa dei voti. Entrambi i sistemi prevedono una soglia di sbarramento in entrata, variabile per la Camera italiana (dal 10% al 2%) e fissa al 3% per il Parlamento greco, superate le quali i partiti accedono al riparto dei seggi secondo le regole stabilite dalla legge nazionale. Ora la domanda è la seguente: c’è una correlazione tra il sistema elettorale e l’attuale crisi del sistema partitico in questi due Paesi dell’Europa Meridionale?

La risposta potrebbe essere affermativa. Naturalmente sarebbe superficiale non tenere conto dell’influenza che la crisi economica e conseguentemente i disagi sociali hanno sulle scelte degli elettori, come dimostrano diversi studi compiuti sul voting behaviour, che evidenziano come i comportamenti alle urne siano direttamente influenzati dalla situazione contingente, sia questa caratterizzata da benessere o da crisi. Pertanto la crisi di sistema che la Grecia sta attraversando non può essere esclusivamente ricondotta ad un malfunzionamento del sistema elettorale, ma va letta in un contesto di analisi più ampio che non trascuri osservazioni di natura sociologica ed economica. D’altra parte è innegabile il ruolo che un sistema elettorale può avere nel garantire la governabilità e prevenire – o quantomeno limitare – la frammentazione. I sistemi proporzionali difficilmente riescono in questo compito proprio per la loro natura di strumento volto a garantire una maggiore rappresentanza parlamentare alle forze politiche di un Paese. Per questo l’esperienza greca potrebbe fungere come lezione per il legislatore italiano in vista degli ultimi nove mesi di legislatura prima delle elezioni del 2013. In Italia la discussione si è arenata in una palude di veti incrociati posti dai diversi partiti presenti in Parlamento, preoccupati di garantire a se stessi non solo la sopravvivenza ma anche un adeguato paracadute in caso di sconfitta. Da un lato il PDL, partito di maggioranza relativa in Parlamento, rifiuta un sistema maggioritario reputandolo penalizzante per il loro schieramento. Dall’altro lato il PD in queste ultime settimane ha rilanciato (anche se spesso con non poche contraddizioni) la necessità di un sistema di elezione basato sul majority (doppio turno) perché in grado di garantire stabilità, democraticità e limitare la frammentazione.

Il caso greco sembra suggerire che un’eccessiva polarizzazione dei conflitti sociali e politici conduca ad una democrazia “in bilico”, ostaggio degli estremismi. L’unico modo per evitare che il sistema frani è quello di assicurarne la stabilità attraverso un modello di elezione che sia democratico, rappresentativo, che assicuri soprattutto la formazione di governi in grado di decidere e che non siano ostaggio di maggioranze variegate basate su coalizioni catch-all. La crisi economica accentua i disagi, lo scontento, la sfiducia nei partiti e nelle istituzioni. La classe politica greca non è stata in grado di tenere le redini della situazione, finendo ad un passo da Weimar. La classe politica italiana ha i mezzi e il tempo per poter agire con efficacia nella direzione tracciata. Tuttavia, il rischio è che si arrivi alla primavera del 2013 con un quadro ancora più preoccupante di quello attuale e che la politica non sia in grado di tornare ad esprimere un governo, finendo nuovamente per abdicare in favore della “tecnica”. Il maggioritario a doppio turno sembra un’ideale risposta a queste esigenze, come dimostrano i suoi effetti sul sistema francese oggi fortemente stabilizzato e rappresentativo, nonostante in principio condividesse alcune caratteristiche strutturali dell’Italia (eccessiva frammentazione e polarizzazione). Per questo è importante lavorare su due fattori: i giocatori (partiti) e le regole del gioco (legge elettorale). I partiti necessitano un profondo rinnovamento, sia a livello organizzativo che a livello ideologico, poiché solo partiti realmente rappresentativi delle istanze di tutto l’elettorato potranno legittimamente concorrere su un rinnovato terreno di confronto.

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