Lo scatto di Romney e la sfida ad Obama


A tre mesi dalla Convention di Tampa, in Florida, Mitt Romney compie un deciso scatto nella sua corsa alla nomination repubblicana per la Casa Bianca, staccando in un colpo solo i suoi inseguitori, soprattutto quel Rick Santorum che ha costituito sin dall’inizio più di una spina nel fianco per l’ex governatore del Massachusetts. Infatti con una netta vittoria nei tre stati chiamati al voto delle primarie e ben 88 delegati raccolti tra District of Columbia, Wisconsin e Maryland, il front-runner della competizione può ora contare su 658 delegati (sono 1144 quelli necessari per ottenere la nomination) contro i 281 del suo principale sfidante, mettendo così una seria ipoteca sul prosieguo della corsa all’investitura di luglio da parte dello “stato maggiore” del GOP.

Romney, sin dall’inizio indicato come il favorito nella corsa alla nomination, aveva dovuto ben presto fare i conti con l’outsider ultraconservatore di origini italiane, Rick Santorum, che con le sorprendenti vittorie in Iowa e Minnesota era riuscito a rimettere in discussione il risultato di una competizione dall’esito giudicato, forse prematuramente, scontato. Da questa lotta ne è, invece, ben presto uscito il miliardario Newt Gringrich che, seppure dichiari ancora di nutrire serie velleità di riscatto, non sembra oggi poter contare su un appoggio tale (soprattutto in termini di delegati) da poter impensierire i due principali sfidanti. La corsa si è presto ristretta a un “duello” Romney e Santorum, o meglio, si è trasformata in una sfida del secondo al primo, con quest’ultimo rimasto sempre saldamente in testa nonostante gli exploit del suo avversario, e che è sembrato aver usato ognuno degli appuntamenti elettorali per misurare il proprio livello di popolarità all’interno del partito piuttosto che considerarli come una vera e propria competizione a somma zero. La vittoria di Romney, soprattutto nel Maryland, non è stata, tuttavia, affatto agevole, richiedendo fino all’ultim’ora un ingente sforzo non solo di forze ma anche di fondi, e l’impiego di cifre enormi per conquistare il consenso della maggioranza degli elettori repubblicani. Ma è stato proprio qui, dove la sfida si è fatta più accesa e difficile, che Romney ha raccolto una vittoria non solo probabilmente decisiva in termini di delegati, ma anche netta e significativa per gli equilibri interni al partito: anche il Tea Party ha finito con l’appoggiare in misura crescente lui piuttosto che Santorum, considerato il candidato più congeniale agli ultraconservatori di Sarah Palin, tanto da riuscire a cementare intorno a sé un “muro” di consenso trasversale all’interno del partito dell’elefante.

La ragione di questa crescita esponenziale di consenso, anche in quella corrente del partito che lo aveva sempre guardato con diffidenza, giudicandolo troppo moderato, e  che gli aveva favorito sempre un campione del conservatorismo americano come Santorum, va forse ricercata nel cambiamento di strategia da parte di Romney o, meglio, nell’aver insistito su una certa strategia consistente anche nell’attacco frontale al presidente democratico Barack Obama. Nelle ultime settimane l’ex governatore del Massachusetts ha usato toni sprezzanti e ironici nei confronti del presidente, affermando come questi «a forza di volare sull’aereo presidenziale circondato da una “corte” adorante avrebbe perso il contatto con la nazione», e attaccando il fatto che Obama secondo lui voglia «trasformare il Paese in una società fondata sul ruolo del governo», rivendicando il ruolo dell’America come «terra di opportunità e di libertà economica». La strategia di Romney è chiara, e può essere riassunta in due punti. Il primo obiettivo è stato innanzitutto quello di spostare la competizione a un livello “extra-partitico”, rivolgendosi direttamente al candidato democratico e, dunque, “auto-investendosi” della carica di candidato repubblicano alla Casa Bianca. Si tratta di un’impressione risultata piuttosto evidente anche la sera della vittoria in Michigan quando senza fare cenno ai rivali ha speso parole proprio per attaccare Obama sulla sua “lontananza” dai bisogni reali del popolo americano. Ad appoggiare tale strategia ci ha pensato, seppur indirettamente, anche il presidente democratico quando ha attaccato Romney citandolo direttamente in un suo comizio circa la sua probabile decisione di scegliere “l’astro nascente” dell’ultradestra Paul Ryan come suo vice in caso di vittoria, finendo per indicarlo involontariamente come suo diretto avversario e aprendo, seppur ufficiosamente, la campagna per le elezioni generali. In secondo luogo Romney non manca di rimarcare i temi storici della destra americana e soprattutto reaganiana: da un lato l’incubo del big government visto come il Leviatano hobbesiano che “tutto inghiotte”, incluse le libertà economiche del popolo americano, e dall’altro lato quella tradizione riconducibile alla dottina Monroe di tendente  isolazionismo rispetto alla politica estera (e soprattutto europea), in questi anni spina nel fianco della presidenza Obama, anche a causa della crisi economica che ha investito con forza l’Eurozona e che ha costretto il presidente in carica ad un costante impegno al di là dell’Atlantico.

Sembra, dunque, che Mitt Romney si avvii a vincere la sua duplice scommessa. Sia quella riguardante la sua investitura come candidato del GOP alle prossime presidenziali, sia quella riguardante la sua strategia elettorale di attacco frontale all’amministrazione Obama. Le elezioni generali sono iniziate, seppure in sordina, e certamente porteranno nei prossimi mesi ad uno scontro diretto tra gli ormai due candidati, oggi divisi, secondo un sondaggio Usa Today/Gallup, da quattro punti percentuali, distanza che aumenterebbe a otto tra gli elettori indipendenti, vero ago della bilancia della competizione. L’obiettivo di Romney resta ora quello di cercare di coalizzare intorno a sé tutto il partito, incluse le sue correnti interne, soprattutto quella più conservatrice e quella femminile, ancora non ben orientate e divise tra i candidati ancora in corsa, i quali intanto si dichiarano decisi a non gettare la spugna. La strada di Romney verso la Convention di luglio appare in discesa, con il politico di Detroit che strizza l’occhio alla data, probabilmente decisiva, del 29 maggio, giorno in cui saranno assegnati i 155 delegati del Texas, Stato chiave di grande tradizione repubblicana. Un giorno a cui Santorum spera di arrivarci con qualche delegato in più dalla sua parte, mentre Romney con il match point da servire ai suoi avversari.

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