Il rilancio dei partiti contro l’onda dell’antipolitica

Parlare di partiti sembra che oggi equivalga a parlare di qualcosa di vecchio, inutile e, anzi, nocivo al processo democratico che caratterizza tutti i sistemi politici. Eppure, come ha ben scritto Morlino qualche anno fa, proprio i partiti sono stati lo «strumento per la rinascita delle democrazie europee distrutte dalla ferocia totalitaria e autoritaria» [Fabbrini 2010, 99], dunque punto di coagulo intorno al quale i cittadini hanno potuto riunirsi per ritornare a costruire quei rapporti politici e sociali spazzati via dai regimi degli anni Trenta e Quaranta e crollati sotto le bombe della guerra mondiale. Si sono creati, così, sistemi in cui i partiti hanno saputo divenire centri di raccolta delle istanze e “macchine di trasformazione” di queste in interventi di policy da parte dei governi, costituendo l’anello di congiunzione, il punto di trasmissione obbligato e più efficace tra i cittadini e i governanti. I partiti, tuttavia, non hanno assunto in tutti i paesi europei le stesse forme, non si sono dotati delle stesse strutture. In Italia, le strutture politiche di rappresentanza hanno assunto la forma di partiti di massa secondo la definizione di Cerroni [1979] mentre in Spagna i partiti di massa «[sono stati] virtualmente assenti» [Morlino 1998], assumendo da subito le sembianze del partito catch-all. Dunque, si sono avuti – seppur in fasi diverse – partiti con strutture diverse, alcuni privilegianti il momento organizzativo (Italia), altri quello elettorale (Spagna), ma entrambi questi modelli si sono fatti interpreti del loro ruolo di rappresentanza dei cittadini nelle assemblee parlamentari e nei governi, venendo considerati l’unico strumento di rappresentanza possibile di quelle che Rokkan ha definito le “fratture” (cleavages) presenti nelle società europee.

È vero, oggi sono passati molti anni e molti fatti da quando i partiti dominavano la vita politica e sociale dei paesi europei. Più di tutti l’Italia ha pagato il prezzo di Tangentopoli finendo per rifiutare qualunque forma di associazionismo che richiamasse il vecchio modello del partito di massa accantonato nell’assordante “tintinnio di manette” del biennio 1992-1993. Tutta l’Europa ha subito un deciso mutamento nei canali di rappresentanza, con un deciso indebolimento delle strutture partitiche cui è corrisposto un più che proporzionale rafforzamento dei leader, a cui la politica si è “aggrappata” nel tentativo di reinventarsi e sostituire i corpi intermedi ormai indeboliti sotto i colpi dell’antipolitica o, meglio, di quello che si potrebbe definire antipartitismo. In Italia, più che in qualunque altro paese europeo e per cause ben note, il partito ha subito una crisi di fiducia irreversibile a cui però le forze politiche che hanno dato vita al sistema politico post-1994 non hanno saputo porre rimedio, finendo addirittura col peggiorarla. Infatti, cavalcando per meri interessi elettorali l’onda di questo “antipartitismo”, ecco partiti autodefinirsi “movimenti” [cfr. Statuto di Forza Italia del 1994], mostrando quasi imbarazzo per il fatto di poter essere in qualche modo assimilati ad un passato scomodo e al quale, tuttavia, gran parte della loro classe dirigente restava saldamente legata. Forse è stato questo il grave errore commesso dalle forze politiche della cosiddetta Seconda Repubblica: puntare alla rottura piuttosto che alla ricostruzione, al rinnovamento. Si è deciso in quella fase, forse per incapacità o forse per mancanza di volontà, di rinnegare il proprio passato e chiudere in un cassetto tutto quanto di buono (e meno buono) i partiti di massa avevano fatto per il Paese. E si è, così, aperta la stagione dei leader, identificati come soggetti principali della politica rinnovata, secondo una tradizione di stampo americano giunta con diversi anni di ritardo anche nel continente europeo, ormai “libero” dalle corde allentate del sistema partitico ormai definitivamente indebolito. La stagione dei vari Berlusconi, Blair, Aznar, Putin, Zapatero, Sarkozy, una fase in cui il partito si proietta in una dimensione sempre più “verticistica”, sempre più controllata dal vertice della piramide che ormai coincide anche con il vertice dell’esecutivo. Causa, ma forse – piuttosto – conseguenza di questo processo è stata rinvenuta nel venir meno delle “fratture”, evento che ha provocando una decisa frammentazione della società. E, come ha ben scritto Fabbrini [2010], tale frammentazione ha partorito “due gemelli”, «un benefico pluralismo sociale, ma anche un malefico corporativismo degli interessi», che ha finito per travolgere i partiti indeboliti e conquistarli con lo scopo di vincere le elezioni e ottenere una propria rappresentanza, formando al loro interno comitati d’affari che usano i partiti e i loro leader come mezzi per spartirsi i benefici di chi siede in posizioni di potere. Questo ha portato all’indebolimento dell’identificazione ideologica nel partito e a quella tendenza, ben conosciuta nel più recente filone di ricerca della scienza politica, di personalizzazione della scelta di voto.

Dunque, quella che oggi è definita antipolitica non è altro che frutto, non solo della degenerazione dei partiti della c.d. Prima Repubblica, della loro crisi a seguito dello scandalo di Tangentopoli, ma anche della scelta della classe dirigente successiva al crollo del sistema politico precedente che non ha investito né idee, né capitale umano nella rigenerazione di canali di rappresentanza ormai prosciugati, ma che si erano dimostrati per gran parte della storia repubblicana efficaci strumenti di raccolta e trasformazione delle istanze della società. La politica europea, e in particolare quella italiana, sconta oggi la mancanza di questi “corpi intermedi”, trovandosi in balia delle scelte personali di leader che pagano l’assenza dietro le loro spalle di un’efficiente macchina organizzativa portatrice di idee e proposte. L’importanza dei leader di partito è, certamente, fuori discussione e si sarebbe ciechi se si sostenesse il contrario. Ma accanto ad essi altrettanto fondamentale è l’esistenza di un partito che costituisca quel collante tra società e istituzioni, e che si basi sulla competenza dei suoi dirigenti e sulla loro formazione politica e ideologica. È questo il punto da cui ripartire. Non riforme costituzionali, non riforme elettorali. O, meglio, prima di far questo è necessario ripensare al ruolo che i partiti devono avere nella società e, ancor di più, alla loro organizzazione interna affinché possano essere efficaci strumenti di formazione per una classe politica che sia in grado di governare secondo i principi della competenza e della responsabilità. L’ultima crisi di governo ha insegnato che basare un partito solo sul proprio leader non basta, perché prima o poi i legami personali vengono meno e il partito rischia di sciogliersi come neve al sole e con lui l’intero governo. Ma se i partiti tornano a fondarsi su principi sociali, economici e ideologici forti, e rifiutano di continuare ad essere meri cartelli elettorali per la conquista del potere a giovarne sarà il Paese tutto, sia a livello di istituzioni sia al livello di società, quella società dentro cui la politica potrà riacquistare la propria credibilità e autorevolezza oggi gravemente minata dall’ondata antipolitica.

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Lo scatto di Romney e la sfida ad Obama

A tre mesi dalla Convention di Tampa, in Florida, Mitt Romney compie un deciso scatto nella sua corsa alla nomination repubblicana per la Casa Bianca, staccando in un colpo solo i suoi inseguitori, soprattutto quel Rick Santorum che ha costituito sin dall’inizio più di una spina nel fianco per l’ex governatore del Massachusetts. Infatti con una netta vittoria nei tre stati chiamati al voto delle primarie e ben 88 delegati raccolti tra District of Columbia, Wisconsin e Maryland, il front-runner della competizione può ora contare su 658 delegati (sono 1144 quelli necessari per ottenere la nomination) contro i 281 del suo principale sfidante, mettendo così una seria ipoteca sul prosieguo della corsa all’investitura di luglio da parte dello “stato maggiore” del GOP.

Romney, sin dall’inizio indicato come il favorito nella corsa alla nomination, aveva dovuto ben presto fare i conti con l’outsider ultraconservatore di origini italiane, Rick Santorum, che con le sorprendenti vittorie in Iowa e Minnesota era riuscito a rimettere in discussione il risultato di una competizione dall’esito giudicato, forse prematuramente, scontato. Da questa lotta ne è, invece, ben presto uscito il miliardario Newt Gringrich che, seppure dichiari ancora di nutrire serie velleità di riscatto, non sembra oggi poter contare su un appoggio tale (soprattutto in termini di delegati) da poter impensierire i due principali sfidanti. La corsa si è presto ristretta a un “duello” Romney e Santorum, o meglio, si è trasformata in una sfida del secondo al primo, con quest’ultimo rimasto sempre saldamente in testa nonostante gli exploit del suo avversario, e che è sembrato aver usato ognuno degli appuntamenti elettorali per misurare il proprio livello di popolarità all’interno del partito piuttosto che considerarli come una vera e propria competizione a somma zero. La vittoria di Romney, soprattutto nel Maryland, non è stata, tuttavia, affatto agevole, richiedendo fino all’ultim’ora un ingente sforzo non solo di forze ma anche di fondi, e l’impiego di cifre enormi per conquistare il consenso della maggioranza degli elettori repubblicani. Ma è stato proprio qui, dove la sfida si è fatta più accesa e difficile, che Romney ha raccolto una vittoria non solo probabilmente decisiva in termini di delegati, ma anche netta e significativa per gli equilibri interni al partito: anche il Tea Party ha finito con l’appoggiare in misura crescente lui piuttosto che Santorum, considerato il candidato più congeniale agli ultraconservatori di Sarah Palin, tanto da riuscire a cementare intorno a sé un “muro” di consenso trasversale all’interno del partito dell’elefante.

La ragione di questa crescita esponenziale di consenso, anche in quella corrente del partito che lo aveva sempre guardato con diffidenza, giudicandolo troppo moderato, e  che gli aveva favorito sempre un campione del conservatorismo americano come Santorum, va forse ricercata nel cambiamento di strategia da parte di Romney o, meglio, nell’aver insistito su una certa strategia consistente anche nell’attacco frontale al presidente democratico Barack Obama. Nelle ultime settimane l’ex governatore del Massachusetts ha usato toni sprezzanti e ironici nei confronti del presidente, affermando come questi «a forza di volare sull’aereo presidenziale circondato da una “corte” adorante avrebbe perso il contatto con la nazione», e attaccando il fatto che Obama secondo lui voglia «trasformare il Paese in una società fondata sul ruolo del governo», rivendicando il ruolo dell’America come «terra di opportunità e di libertà economica». La strategia di Romney è chiara, e può essere riassunta in due punti. Il primo obiettivo è stato innanzitutto quello di spostare la competizione a un livello “extra-partitico”, rivolgendosi direttamente al candidato democratico e, dunque, “auto-investendosi” della carica di candidato repubblicano alla Casa Bianca. Si tratta di un’impressione risultata piuttosto evidente anche la sera della vittoria in Michigan quando senza fare cenno ai rivali ha speso parole proprio per attaccare Obama sulla sua “lontananza” dai bisogni reali del popolo americano. Ad appoggiare tale strategia ci ha pensato, seppur indirettamente, anche il presidente democratico quando ha attaccato Romney citandolo direttamente in un suo comizio circa la sua probabile decisione di scegliere “l’astro nascente” dell’ultradestra Paul Ryan come suo vice in caso di vittoria, finendo per indicarlo involontariamente come suo diretto avversario e aprendo, seppur ufficiosamente, la campagna per le elezioni generali. In secondo luogo Romney non manca di rimarcare i temi storici della destra americana e soprattutto reaganiana: da un lato l’incubo del big government visto come il Leviatano hobbesiano che “tutto inghiotte”, incluse le libertà economiche del popolo americano, e dall’altro lato quella tradizione riconducibile alla dottina Monroe di tendente  isolazionismo rispetto alla politica estera (e soprattutto europea), in questi anni spina nel fianco della presidenza Obama, anche a causa della crisi economica che ha investito con forza l’Eurozona e che ha costretto il presidente in carica ad un costante impegno al di là dell’Atlantico.

Sembra, dunque, che Mitt Romney si avvii a vincere la sua duplice scommessa. Sia quella riguardante la sua investitura come candidato del GOP alle prossime presidenziali, sia quella riguardante la sua strategia elettorale di attacco frontale all’amministrazione Obama. Le elezioni generali sono iniziate, seppure in sordina, e certamente porteranno nei prossimi mesi ad uno scontro diretto tra gli ormai due candidati, oggi divisi, secondo un sondaggio Usa Today/Gallup, da quattro punti percentuali, distanza che aumenterebbe a otto tra gli elettori indipendenti, vero ago della bilancia della competizione. L’obiettivo di Romney resta ora quello di cercare di coalizzare intorno a sé tutto il partito, incluse le sue correnti interne, soprattutto quella più conservatrice e quella femminile, ancora non ben orientate e divise tra i candidati ancora in corsa, i quali intanto si dichiarano decisi a non gettare la spugna. La strada di Romney verso la Convention di luglio appare in discesa, con il politico di Detroit che strizza l’occhio alla data, probabilmente decisiva, del 29 maggio, giorno in cui saranno assegnati i 155 delegati del Texas, Stato chiave di grande tradizione repubblicana. Un giorno a cui Santorum spera di arrivarci con qualche delegato in più dalla sua parte, mentre Romney con il match point da servire ai suoi avversari.