Leader e partiti dopo il 2013: postdemocrazia o nuova democrazia?

Nel 2003 il politologo britannico Colin Crouch, in un suo celebre libro, parlava per la prima volta di «postdemocrazia» per indicare una fase successiva della prassi democratico-elettorale-governativa, caratterizzata da un dibattito e da una competizione politica controllata saldamente da gruppi di potere oligarchico e interessi economici attraverso un abile uso di quelle tecniche della comunicazione pervasiva (studiate da un ampio filone della sociologia della comunicazione e della comunicazione politica) tali da rendere i cittadini elettori una massa di spettatori «passiva, acquiescente, persino apatica, [che si limita] a reagire ai segnali che riceve».   PartecipazioneSi tratta di una tesi che ha riscosso un discreto successo negli studi della scienza politica, anche se non è rimasta del tutto immune a critiche come quella più recente di Ilvo Diamanti che, nel suo ultimo libro, mette in dubbio proprio l’eccessiva “universalità” a suo avviso troppo spesso data dai politologi a tali teorie. Oggi l’Italia sembra attraversare, appunto, una fase di postdemocrazia, che investe il principio stesso della partecipazione politica, in cui i partiti non vengono considerati più necessari, bensì, un intralcio all’esercizio dell’azione politica del governo. Si tratta di una fase in cui persino un principio costituzionale come quello sancito dall’articolo 49 della Carta del 1948 sembra esser venuto meno. Secondo tale disposizione, infatti: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», ovvero l’esercizio del “gioco democratico” deve essere esercitato, a norma di Costituzione, nelle forme proprie della competizione partitica. Oggi, invece, come un recente filone di ricerca della scienza politica ha mostrato, tali forme di rappresentanza cadono, travolte da metodi diretti di rappresentanza, da vere e proprie “scorciatoie” (le cd. euristiche) che gli elettori utilizzano poi per compiere le loro scelte nella cabina elettorale. Guardando all’esperienza attuale del nostro Paese, ci si rende conto di come tale tendenza stia assumendo caratteristiche ben precise. Non si è più solo davanti ad un crollo della fiducia nei partiti e ad un fatalistico abbandono nelle mani dei leader. Oggi il sistema sembra attraversare una fase di “destrutturazione totale”, che investe sia i partiti che i leader, e a cui oggi non sembra poter esserci rimedio. L’uscita di scena della storica guida del centrodestra, Silvio Berlusconi, ovvero di colui che ha incarnato per primo in Italia in tutta la sua dirompenza il mito del “leader” e che ha normalizzato ciò che prima era l’eccezione, ovvero la personalizzazione della politica italiana, ha lasciato non solo un cumulo di macerie dietro di se, ma anche un vuoto nel cammino che si prospetta davanti. Infatti non solo ha contribuito ha dare il colpo di grazia al partito di massa, caduto sotto i colpi mortali di Tangentopoli prima e della mediatizzazione del confronto politico poi, ma ha provocato un “vuoto di leadership” sia nel suo stesso partito che nel resto del sistema politico italiano. Infatti ad oggi sulla scena politica nazionale non sembra esserci un leader che possa riempire quel vuoto, lasciando “orfano” un elettorato e un sistema politico ormai “leader-dipendente”. I partiti, delegittimati e oscurati dall’ombra avvolgente della leadership personale, hanno subito una trasformazione progressiva che li ha portati a diventare attori quasi marginali della scena politica nazionale. E ora che i leader latitano, il vuoto che si è creato non può essere colmato dai partiti. Da diverse settimane, i media continuano a porre interrogativi su cosa sarà, non solo della politica, ma anche degli stessi partiti dopo il 2013, ovvero dopo la scadenza della XVI Legislatura e la chiusura dell’esperienza del governo tecnico. Alcuni parlano di un’Italia che ha dimostrato di saper funzionare anche fuori dagli schemi della politica e dei partiti, tanto da ritenere possibile se non necessario andare oltre i tradizionali schieramenti e cleavages, per cercare la più ampia coalizione possibile da coagulare intorno alla figura di Mario Monti. Una pericolosa tendenza sembra profilarsi all’orizzonte. Quella di una postdemocrazia senza più partiti, coalizioni, né differenze ideologiche. Il principio dell’alternanza è uno dei pilastri della democrazia rappresentativa, come dimostrano sistemi politici ben più maturi del nostro. E oggi sembra che tale principio voglia essere messo in discussione perché probabilmente in tutti i “leader” e i “partiti” (le virgolette sono d’obbligo) si cela la consapevolezza di non essere all’altezza per affrontare un’esperienza di governo, essendo ormai entrambe indebolite dai loro stessi comportamenti. Questa fase di destrutturazione potrebbe, forse, diventare una fase di “ristrutturazione”, ma il punto da cui ripartire, le fondamenta su cui ricostruire l’intera struttura non possono che essere i partiti. La fase della presidenzializzazione sembra giunta ad un punto di stallo, o meglio ad un punto di non ritorno: se si vuole ricostruire la politica su basi solide è necessario dotarla non solo di leader capaci e coraggiosi, ma anche e soprattutto di efficaci corpi intermedi che riacquistino quelle funzioni importanti di collante e interprete che hanno avuto per lungo tempo nella storia del Paese, altrimenti il futuro che si prospetta rischia di assomigliare sempre più ad un caos primordiale da cui potrebbe essere difficile riprendersi.