Il futuro incerto dell’Italia tra maggioritario e proporzionale


Dopo una lunga attesa, la scorsa settimana la Corte Costituzionale si è espressa in merito all’ammissibilità dei due quesiti referendari riguardanti l’abrogazione della legge elettorale 270/2005, meglio conosciuta come Legge Calderoli. La Corte, dopo nove ore di camera di consiglio ha, infatti, espresso parere contrario sull’ammissibilità di entrambi i quesiti, e dunque sia del primo che prevedeva la abrogazione totale del cosiddetto porcellum, sia del secondo che invece, prevedendo un’abrogazione per parti della suddetta legge, mirava alla “reviviscenza” della previgente legge Mattarella, basata su un sistema che assegnava una parte dei seggi (75%) attraverso l’elezione diretta dei deputati in collegi uninominali, ripartendo la restante parte (25%) attraverso un non semplice criterio proporzionale basato su circoscrizioni con liste bloccate.

La decisione della Corte Costituzionale sembra aver avuto un duplice effetto. Da un lato, ha fatto tramontare le speranze di una parte dell’opinione pubblica che credeva nella possibilità di cancellare una legge ritenuta poco democratica, frutto di un’operazione politica condotta dall’allora governo Berlusconi per contenere la sconfitta in vista delle imminenti elezioni del 2006, e che ha dimostrato, nelle due occasioni in cui è stata chiamata ad operare, tutti i suoi limiti in termini di stabilità e di rappresentatività.scheda_elletorale_800_800 Dall’altro lato, sembra aver avuto il merito di aver riacceso il dibattito sulla necessità di una nuova legge elettorale non solo all’interno di una “società civile” in questi anni sempre attiva nella campagna per la modifica delle regole di elezione del Parlamento, ma soprattutto all’interno della stessa classe politica, con il Quirinale che, invitando al raggiungimento di una convergenza tale da giungere a soluzioni capaci di concorrere al rafforzamento del sistema politico-istituzionale», ha richiamato le parti politiche presenti in Parlamento al dialogo e al confronto su un tema ormai indefettibile come la legge elettorale.

Senza ripercorrere nel dettaglio la disciplina elettorale dettata dalla legge Calderoli, sembrano evidenti i limiti che hanno messo in crisi la legittimazione democratica di Parlamento e governo, compromettendone allo stesso tempo la stabilità. Su tutti, tre sono gli elementi critici della legge elettorale che Giovanni Sartori ha definito porcellum: il premio di maggioranza al Senato, le liste bloccate e le candidature plurime. Infatti, se alla Camera il premio di maggioranza (il terzo nella storia d’Italia dopo quello previsto dalla Legge Acerbo del 1923 e dalla “Legge Truffa” del 1953) sembrerebbe funzionare, assegnando il 54% dei seggi al partito o alla coalizione più votata, al Senato tale sistema sembra essere tutt’altro che funzionale nell’assicurare la formazione di una maggioranza certa, o quantomeno consonante con quella della Camera. Questo perché la previsione di quelle che D’Alimonte [2007] ha definito le «17 lotterie» (ovvero i 17 premi di maggioranza su base regionale) non è in grado di dar vita, in Senato, ad una maggioranza certa a livello nazionale, soprattutto per la strutturazione del voto per macroregioni (Nord-Centro-Sud) che caratterizza da sempre il comportamento elettorale degli italiani. Per quanto riguarda le liste bloccate e le candidature plurime, si tratta di punti altrettanto – se non più – critici dell’attuale legge elettorale, nonché concausa di quel sentimento diffuso e incontrollabile di sfiducia e disaffezione crescente verso la classe politica e parlamentare presente nell’elettorato italiano, vista sempre più come quella che  Stella e Rizzo [2007] hanno definito “Casta”, chiusa a difesa dei propri privilegi, sorda e indifferente verso le necessità reali dei cittadini, tale da alimentare nell’elettorato un sempre crescente sentimento di antipolitica.

Le proposte di riforma della legge elettorale non sono mancate, divise tra chi propugna la necessità di un sistema che garantisca il bipolarismo sulla scia di quanto si è cercato di fare dal 1994 a questa parte, e chi spinge per il mantenimento di un sistema proporzionale, magari “corretto” con regole – non sempre chiare – che sembrano voler riportare ad una formazione post-elettorale dei governi, sul modello della cosiddetta prima repubblica (1946-1994). Gran parte degli accademici e della classe politica sembra, infatti, propendere per un sistema elettorale maggioritario ad uno o a due turni (quest’ultimo sul modello francese), ovvero un sistema incentivante la competizione bipolare e basato sul ritorno ai collegi uninominali in cui gli elettori possano scegliere direttamente i propri rappresentanti presso le istituzioni legislative. Una corrente alternativa è rappresentata, invece, dai sostenitori della proporzionale “alla tedesca” ma corretto (o, forse, annacquato) “all’italiana”, e dunque un sistema misto in cui tuttavia la ripartizione dei seggi del Bundestag avviene in base al risultato ottenuto nella quota proporzionale con liste bloccate circoscrizionali. Tra i maggiori sostenitori di questa soluzione vi è il presidente dell’UDC, Pierferdinando Casini, regista insieme a Berlusconi della riforma del 2005, da sempre nemico dei collegi uninominali e sostenitore del voto di preferenza sul modello pre-1994, e per cui il modello tedesco sembrerebbe idoneo a garantire il mantenimento di una competizione bipolare. Tuttavia, nella situazione attuale di destrutturazione del sistema partitico, questo non sembra possibile. Infatti, condizione necessaria per garantire una competizione bipolare è un basso livello di frammentazione partitica, e cioè presenza «di pochi partiti, [nonché] la presenza di due partiti medio-grandi che funzionino come poli del sistema» [D’Alimonte 2010]; innegabile è il fatto che sistemi elettorali diversi producano effetti diversi in base al contesto politico in cui vengono ad operare.

La legge Calderoli è, dunque, ancora in piedi e probabilmente sarà con questo sistema elettorale che i cittadini saranno chiamati ad eleggere il nuovo Parlamento alla scadenza dell’attuale legislatura, fissata per il 2013. Gli appelli da più parti alla convergenza e al dialogo sembrano scontrarsi al tempo stesso con gli interessi e i calcoli della maggioranza dei partiti paralizzando qualunque possibilità di accordo in tempi ragionevoli sulla legislazione elettorale. Da un lato ci sono le posizioni di chi si erge ad alfiere del bipolarismo e di un sistema maggioritario “franco-inglese”, dall’altro lato quelle di chi vede nei sistemi proporzionali corretti l’unica via percorribile nell’ottica di andare oltre un bipolarismo ormai in crisi. Proprio questa inconciliabilità di posizioni rende difficile un incontro su un terreno comune, che possa raccogliere gli appelli non solo del capo dello Stato, ma anche di quel milione di persone che hanno firmato per abolire una legge elettorale accusata di togliere loro la facoltà di selezionare i propri rappresentanti. Ora la parola passa inevitabilmente al Parlamento. Se si vorrà si dovrà approvare una nuova legge elettorale che restituisca non solo la facoltà di scelta ai cittadini ma anche autorevolezza e credibilità ad una politica in crisi di consenso e a partiti in crisi di identità.

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4 thoughts on “Il futuro incerto dell’Italia tra maggioritario e proporzionale

  1. ottima analisi Andrea.
    Aggiungerei una cosa che non è tecnica in quanto in tal senso hai già argomentato perfettamente tu.
    Sappiamo che non esiste il sistema elettorale “perfetto” e che da solo, nessun sistema elettorale determina aprioristicamente sistemi maggioritari o consensuali (Lijpart).
    A me sembra che in Italia i partiti politici stiano pensando alla legge elettorale più in un ottica di loro interesse, che a una di ottimizzazione complessiva del sistema. Nel senso, i partiti che vorrebbero un sistema maggioritario, lo fanno pensando di potere andare da soli, slegati da talvolta scomodi legami con altri, e di potere prendere tutto. I partiti piccoli viceversa, vorrebbero il proporzionale per non scomparire.
    Ci si chiede: l’ottimizzazione del sistema, dove sta in tutto questo?

    • Purtroppo hai perfettamente ragione. Il problema è che tutti i partiti sembrano avere una visione di breve periodo per cui il loro unico interesse diventa quello di trovare solo la formula giusta per ottenere più seggi possibili. Ma questo porterà ciclicamente alla crisi del sistema, perché, come dici giustamente tu bisogna cercare di ottimizzarlo, e la legge elettorale non è che una parte di esso. C’è bisogno delle riforme istituzionali, ma il problema è che sembra che nessuno abbia (ahimé) interesse a farle.

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