La sfida all’Europa del “new thatcherism” di David Cameron


«Sono lieto di non essere nell’Euro». Con queste parole il premier britannico David Cameron ha bocciato il piano di riforma fiscale presentato dal “direttorio” franco-tedesco al Consiglio Europeo di giovedì, prendendo le distanze da qualunque politica comune in tema di tasse ed economia, rivendicando con orgoglio l’indipendenza politica e finanziaria del Regno Unito. Con la spaccatura di ieri si è delineata con maggiore forza quella che più volte è stata definita «l’Europa a due velocità», con i “17+6” che hanno approvato le misure a sostegno dell’Euro e i 4 (Regno Unito, Ungheria, Svezia e Repubblica Ceca) che hanno invece rifiutato di sottoscrivere l’accordo.

Tra i quattro “dissidenti”, però, Svezia e Repubblica Ceca non hanno partecipato per mancanza del “mandato parlamentare” previsto dalla legislazione nazionale, mentre sia il “neo-thatcherista” Cameron che l’ultra-nazionalista Orban si sono opposti per ragioni prettamente politiche.

Dunque, dopo il rifiuto di aderire a Schengen e alla moneta unica, ora dalla vecchia Inghilterra arriva anche il no al fiscal compact, il pacchetto di misure comuni che dovrebbero rafforzare principalmente:

– la disciplina di bilancio, prevedendo tra l’altro l’obbligo del pareggio di bilancio (con eventuali minimi sforamenti del rapporto deficit/pil non oltre il 3%) e sanzioni automatiche per chi violi tali vincoli;

– il Meccanismo di Stabilità Europeo (ESM), e cioè il c.d. “fondo salva-stati”, che dovrebbe ampliare la sua disponibilità senza tuttavia la possibilità di attingere ai fondi della BCE;

– la possibilità di prestito presso il Fondo Monetario Internazionale per i membri dell’Eurozona e, in misura minore, per i sei “volontari” che hanno sottoscritto l’accordo.

Per quanto riguarda Cameron, la mossa del premier inglese va letta nel quadro della politica internazionale (e in particolare verso l’UE) del Regno Unito condotta in prima linea dal partito conservatore e volta a mantenere passo dopo passo il proprio spazio di indipendenza all’interno del sistema europeo. Cameron, dunque, si muove nel solco della tradizione conservatrice di opposizione ferrea a qualunque atto di ulteriore integrazione economica o politica del paese all’interno dell’Unione, in ossequio ad una tradizione consolidata nei governi conservatori sia della Thatcher (1979-1990) che di Major (1990-1997).

Negli anni Ottanta, quando il processo di integrazione europea stava raggiungendo il suo apice verso la firma del Trattato di Maastricht del 1992, il Regno Unito nella figura del suo primo ministro, la “lady di ferro” Margareth Thatcher, si dimostrò uno dei più acerrimi nemici del processo di integrazione, difendendo gelosamente le prerogative di sovranità nazionali del proprio paese contro l’apertura delle frontiere nazionali; contro lo SME e la rinuncia alla sterlina per la moneta unica; contro la creazione di una banca europea; contro quello che era il progetto della “carta sociale” per la protezione dei lavoratori e delle categorie più bisognose. La politica Tory verso l’integrazione è sempre stata, dunque, configurabile come partecipazione, ma col freno a mano tirato, nel tentativo di custodire gelosamente la propria “isolation geo-politica” rispetto alla vecchia Europa continentale.

Politica che si è poi perpetuata negli anni immediati del post-thatcherismo di John Major, meno decisionista e duro della lady di ferro, ma altrettanto “euro-scettico” da essere ricordato soprattutto per la dura battaglia condotta sul principio della sussidiarietà, inserito nel Trattato di Maastricht all’articolo 3B (oggi art.5 del TUE). A seguito della crisi economica che colpì alcuni paesi dello SME, in particolare Italia, Regno Unito e Spagna, e la pesante svalutazione delle monete nazionali di questi paesi, che portò all’uscita dei primi due dallo stesso Sistema Monetario, il premier britannico minacciò di bloccare la ratifica del Trattato in parlamento, ottenendo la convocazione straordinaria di un Consiglio Europeo a Birmingham, la cui Dichiarazione finale conteneva il fulcro del principio di sussidiarietà e trasparenza dell’Unione Europea, fortemente voluto da Major come valvola di salvaguardia della sovranità politica britannica nell’ambito dell’UE e poi inserito nel Trattato come segue:

«Nelle materie che non sono di sua esclusiva competenza, la Comunità agisce quando gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e possono dunque, a motivo delle dimensioni o degli effetti dell’azione in questione, essere realizzati meglio a livello comunitario» (art. 5.2 TUE).

Questo brevissimo excursus sul rapporto Regno Unito-Unione Europea, o meglio, tra thatcherismo (e post-thatcherismo) e Unione, permette forse di comprendere a grandi linee il perché della scelta di Cameron di compiere questo strappo netto nei confronti della comunità europea. Il premier britannico è continuatore, fedele depositario di una politica estera propria della tradizione più conservatrice dei Tories, che trova espressione nella totale opposizione a qualunque concessione sul piano politico ed economico nei confronti dell’Unione, un’opposizione rafforzata poi dalla attuale crisi economica che non gioca a favore della fiducia verso la moneta unica europea e del sistema economico di Bruxelles. Ma forse, l’approccio di Cameron si lega alla politica della lady di ferro ancor più di quanto non abbia fatto John Major durante gli anni Novanta. L’attuale premier rispolvera l’euroscetticismo di marca Thatcher e lo rivitalizza con la presunzione di chi sa di avere il coltello dalla parte del manico, di chi guarda gli altri partner europei dall’alto in basso e di chi sente in questo momento vincitore della partita per aver difeso la propria isolation economico-monetaria dall’integrazione europea. Il suo approccio è dunque definibile come neo-thatcherism, a sottolineare come nella politica estera (e soprattutto europea) del governo Cameron riviva il nucleo fondante della politica britannica degli anni Ottanta, quando i principi fondamentali su cui basare l’azione politica erano il filo-atlantismo, il liberismo puro, e il rifiuto di una reale integrazione nella comunità europea.

Oltre queste considerazioni c’è, infine un secondo punto: è interessante infatti chiedersi cosa pensino della scelta di Cameron gli alleati di governo dei Tories, i Liberal-Democrats, e il loro leader, Nick Clegg, da sempre sostenitori del processo di integrazione europea e che invece oggi vedono il Regno Unito isolato dal resto dell’Unione. Saranno possibili ricadute politiche interne per il governo Cameron? Questo forse è improbabile, ma una cosa sembra essere certa: che oggi come trent’anni fa la Gran Bretagna è sempre più lontana dal resto dell’Europa.

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