Il ruolo dimenticato dei partiti politici


I partiti politici sono stati considerati a lungo come gli “attori fondamentali” delle democrazie rappresentative. Per il celebre pensatore liberale Hans Kelsen, infatti, «solo l’illusione o l’ipocrisia può far credere che la democrazia sia possibile senza i partiti politici». Per questo essi sono stati oggetto di numerosi studi, e particolare attenzione è stata dedicata alla definizione di partito politico. Una di quelle più note tra gli studiosi della scienza politica è, probabilmente, quella elaborata dal filosofo tedesco Max Weber, secondo cui i partiti sono «associazioni fondate su un’adesione (formalmente) libera, costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale, e ai propri militanti attivi possibilità (ideali o materiali) per il perseguimento di fini oggettivi o per il perseguimento di vantaggi personali, o per tutti e due gli scopi». Secondo quest’impostazione, il partito politico è definito come un’ associazione il cui unico scopo sarebbe la conquista delle cariche elettive in una democrazia rappresentativa, o anzi, secondo il pensiero di Schumpeter, sarebbe solo «[…] un gruppo i cui membri si propongono di agire di concerto nella lotta di concorrenza per il potere politico». 1956_06CongrSecondo Weber e Schumpeter, dunque, senza competizioni politiche e senza parlamenti, non capiremmo il significato del partito politico. Secondo la corrente maggioritaria della scienza politica, quindi, non sembra possibile elaborare una teoria generale del partito politico, sganciata da questi fenomeni.

Tuttavia, a mio avviso, sembra sbagliato compiere una generalizzazione di questo tipo: infatti un’associazione può non essere politica; e se è politica, non necessariamente una fazione o una parte politica è un partito. Le parti politiche sono sempre esistite, sin dai tempi antichi, ma un partito è ben altra cosa. È un organismo che nasce indissolubilmente ai processi della modernità, e che si differenzia dalle altre aggregazioni ad esso precedenti per due caratteristiche specifiche: una macchina organizzativa e un programma politico.

Quindi, una macchina organizzativa e un programma politico strutturato ed articolato costituiscono l’elemento differenziale del partito politico moderno. Come ha ben scritto Umberto Cerroni nel 1974 in Teoria del partito politico, «[…] in nessun tipo di schieramento politico premoderno esiste questa combinazione della organizzazione territoriale diffusa […] e di un programma così strutturato e così articolato da essere sancito in un documento scritto, approvato in apposite assisi». Per i suoi elementi costitutivi, pertanto, il partito politico non può ridursi alla nascita delle competizioni elettorali e dei parlamenti. Esso è nato anche dove i parlamenti non c’erano; è nato prima di essi.

A questo punto non resta che individuare quale sia il partito che per primo si sia dato una struttura organizzativa articolata e un programma politico definito, e che sia nato anche in Paesi dove non vi erano parlamenti. Questo prototipo di partito politico può essere identificato nel partito socialista, che incarna perfettamente le caratteristiche differenziali del partito politico moderno, e nasce, non per conquistare suffragi alle elezioni, ma per propagandare gli ideali del socialismo e rivendicare il suffragio universale e l’organizzazione dei corpi rappresentativi. Per spiegare, però, il perché sia proprio il partito socialista a essere il “prototipo” del partito politico, è necessario dividere la sua storia in tre fasi. Una prima fase, che è considerata la“preistoria” del partito politico, in cui l’elemento fondante è l’aggregazione corporativa, di tutela della classe operaia. Il partito politico in questa fase è legato, quindi, a “problemi di esistenza”, nasce cioè in contrapposizione all’ideale liberale dell’isolamento come libertà. Si assiste, dunque, in questa fase a uno scontro tra lo Stato liberale borghese, antiassociazionistico, che emana leggi per bandire ogni forma di aggregazione (come la Legge Le Chapelier del 1791 che condannava anche il “delitto di coalizione”)  e gli ideali di mutua solidarietà e cooperazione del socialismo. Vi è poi una seconda fase in cui il partito si innalza a una dimensione più istituzionale, diventando controparte dello Stato, accusato di parzialità e di essere espressione delle classi borghesi. Adesso il partito organizza i primi congressi, i primi tesseramenti. È, però, ancora espressione degli interessi di una classe. È nella terza fase che il partito non è più solo controparte dello Stato ma si presenta come una parte-tutto. Diviene fondatore di Stati, cioè avverte la necessità di sostituire lo Stato borghese proponendo ai cittadini la propria elaborazione generale della società contro la parzialità dello Stato. È questa la fase della “politica democratica” a proposito della quale Antonio Gramsci parlò di «egemonia senza potere», in contrapposizione allo Stato che ha il potere senza avere l’egemonia.

Risulta ora evidente come il primo partito politico moderno, cioè il partito socialista, sia nato come movimento di rivendicazione degli interessi di una classe, fino ad evolversi in strumento di cambiamento dello Stato. Dalla difesa degli interessi di una classe sociale si giunge così a una proposta di riorganizzazione generale della società, dello Stato e dell’umanità intera. È questa la fase più alta dell’espansione del partito politico. Vale a tal proposito citare Nikolaj Lenin, il padre della rivoluzione bolscevica, il quale affermò come «[…] in una società fondata sulla divisione in classi, la lotta tra le classi si tramuta ineluttabilmente in una certa fase di sviluppo in lotta politica, sicché l’espressione più coerente, integrale e compiuta della lotta politica fra le classi è la lotta fra i partiti».

Il partito socialista, quindi, universalmente riconosciuto come primo esempio di partito politico, nasce quale prodotto della società moderna e dello Stato moderno per gli impulsi della storia, come strumento di aggregazione e rivendicazione sociale, contro l’atomismo sociale dello Stato liberale borghese. Si pone come risposta al mondo moderno che nasce capovolgendo i criteri e la concezione precedente della società, che aveva una visione “organicistica”, secondo cui l’uomo era zoon politicon, “animale politico”, fatto per stare con gli altri uomini nella società.

A tal riguardo Cerroni [1974]  ha evidenziato come «il partito politico [abbia incarnato] in sé stesso la necessità di una mediazione organica tra politico e sociale, di una mediazione che [esigeva] perciò la presenza di un elemento diagnostico-teorico e di un elemento politico-sociale». Una funzione che oggi molti cittadini invocano e che i partiti sembrano, invece, aver dimenticato in qualche soffitta impolverata.

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One thought on “Il ruolo dimenticato dei partiti politici

  1. un altro punto importante sarebbe capire come e perché i partiti politici, nati fondamentalmente per perseguire l’interesse pubblico, col tempo siano diventati organizzazioni che spesso (non mi piace generalizzare) nel pubblico perseguono interessi privati (spesso i propri!), fino alle degenerazioni recenti che abbiamo visto in italia. sarebbe interessante un’analisi per conoscere quanti in Italia fanno politica, occupando cariche politiche elettive o nominative, nell’interesse pubblico e quanti lo fanno per mero interesse personale.

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