Dal referendum un nuovo patto tra cittadini e politica?


Un milione e duecentomila. Tante sono le firme raccolte dal comitato promotore del referendum per l’abrogazione della legge elettorale 270/2005, la “legge-porcata” per dirla come il suo firmatario, il leghista Roberto Calderoli – o “porcellum” come l’ha definita il politologo Giovanni Sartori. Ora le firme raccolte saranno portate presso la Corte di Cassazione e, dopo l’analisi di questa, davanti alla Corte Costituzionale che entro gennaio si dovrà esprimere sull’ammissibilità, o meno, dei quesiti avanzati dal comitato referendario.

Al di là del successo per quelle forze politiche – e non – che hanno voluto fortemente la raccolta delle firme (dall’Italia dei valori al Partito Liberale, da Futuro e Libertà a Sinistra Ecologia e Libertà), si tratta di un dato importante per la società e per la politica italiana, che dimostra come all’interno dell’elettorato sia diffusa la volontà di modificare una legge elettorale che sembra penalizzarlo in termini di rappresentatività quanto di libertà di scelta.
Una buona fetta del paese sembra aver voluto dimostrare a sé stessa e a tutta l’Italia che c’è ancora voglia di essere protagonista, di decidere e di partecipare, non attraverso gli strumenti ormai tanto in voga dell’antipolitica, ma piuttosto rilanciando quegli strumenti propri della politica, sanciti dalla Costituzione oggi più che mai messa sotto attacco. La politica troppo spesso viene identificata esclusivamente con i politici, con i parlamentari e i ministri, dimenticando l’importanza che proprio i cittadini hanno all’interno di essa, non solo attraverso il voto ma anche grazie all’esercizio di quelle libertà e quei diritti costituzionali sanciti dalla legge fondamentale del nostro paese. Come ha ricordato l’altro giorno il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, il secondo comma dell’articolo 1 della Costituzione recita: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Questo enunciato non deve essere letto in chiave antipolitica, come un richiamo ad una democrazia diretta contro qualunque forma di rappresentatività propria dei sistemi liberal-democratici, bensì in un’ottica di apertura verso i cittadini a discutere, a informarsi, a partecipare alla politica attraverso gli strumenti forniti dalla legge fondamentale dello Stato. Dunque, un’interpretazione costruttiva e non distruttiva della democrazia rappresentativa sancita nel nostro ordinamento. E proprio a questa concezione della politica si ricollega la “questione referendum”, con i cittadini che sembrano voler tornare protagonisti delle loro scelte, rifiutando un sistema di nomine “imposte dall’alto” così come delineato dalla legge Calderoli, costringendo i cittadini a scegliere una lista bloccata di candidati selezionati dalle segreterie (o, più spesso, dai leader) che spesso poco hanno a che fare con il territorio o gli elettori cui chiedono il voto. Per questo motivo, il ritorno al Mattarellum sembra, ad oggi, la soluzione più auspicabile in un’ottica di transizione verso una legge elettorale condivisa, non solo dalle forze politiche ma anche dai cittadini: la quota maggioritaria ripartita in base ai risultati ottenuti nei collegi uninominali rappresenta un compromesso accettabile per garantire, non solo una maggiore scelta per gli elettori, ma anche una maggiore assunzione di responsabilità da parte dei parlamentari eletti che saranno più soggetti al controllo degli elettori che potranno sanzionarli nelle successive elezioni (la cosiddetta accountability).

Dunque, il risultato raggiunto con la raccolta delle firme pro referendum, potrebbe essere interpretato come una mano tesa dai cittadini ad una politica sempre più lontana dalle loro istanze. Sembra, infatti, celarsi dietro questo milione e duecentomila firme una possibilità di riscatto per tutti – politici e cittadini – una possibilità per rinsaldare quel legame deteriorato inesorabilmente dagli anni Settanta e Ottanta e colpito a morte dagli scandali che hanno fatto calare il sipario sulla cosiddetta Prima Repubblica. Se la politica sarà in grado di raccogliere questa sfida è difficile dirlo. Una maggioranza troppo impegnata in leggi “salva-premier” o in leggi contro le intercettazioni, considerate priorità anche rispetto alla soverchiante crisi economica, non sembra essere molto interessata a impegnarsi concretamente né a una riforma parlamentare della legge elettorale, né a una eventuale campagna referendaria per il ritorno al Mattarellum. Le opposizioni sembrano maggiormente disposte ad agire per un cambiamento della legge, tuttavia una quasi patologica tendenza alla mancanza di coordinamento rischia di trasformare questa – eventuale – campagna nell’ennesima occasione mancata di presentarsi come una credibile alternativa di governo. Infine c’è, dietro l’angolo, lo spettro dell’antipolitica, in agguato per proporsi come unica credibile alternativa alla politica classica sfruttando il vuoto lasciato da forze politiche litigiose o indifferenti rispetto alle istanze popolari. Il rischio maggiore è proprio questo e, per tale ragione, l’occasione offerta dal referendum non può essere disattesa, perché rappresenta forse l’ultima chiamata per la politica di ritornare protagonista in Italia.

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3 Replies to “Dal referendum un nuovo patto tra cittadini e politica?”

  1. il problema è se invece che verso la luce, vai dall’altra parte del tunnel…
    la storia di questi giorni sul governo tecnico è emblematica. Credo che chi pensa che stiano ragionando (i politici) per il bene del paese e non, come credo, per interesse elettorale, è illuso. ho scritto un post sul tema che pubblicherò domani sul mio blog.
    in parlamento quando hanno fatto “per il loro”, sono più che contenti (vedi le percentuali bulgare trasversali quando devono difendere i propri privilegi)

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