La corsa di Hollande all’Eliseo contro crisi economica e “Homme de fer”

Sarà, dunque, François Hollande il candidato del Partie Socialiste(Ps) nella corsa all’Eliseo contro il presidente uscente Nicolas Sarkozy. Il politico di Rouen, già segretario del Ps dal 1997 al 2008, ha infatti trionfato nelle primarie di partito tenutesi in due turni ottenendo nel secondo scrutinio il 57% dei voti contro il 43% dalla sua sfidante e attuale segretario del partito, Martine Aubry. Per Hollande, ma anche per tutto il Ps, si tratta di un risultato importante poiché per la prima volta dal 1995 (anno in cui Lionel Jospin venne designato a candidato alla presidenza contro il gollista Jacques Chirac) le primarie sono state aperte non solo agli iscritti, ma anche a tutti i simpatizzanti del Ps e si sono svolte in due turni, sul modello delle elezioni presidenziali. Hollande-Elezioni-francesi_h_partbIl risultato in termini di partecipazione è stato definito più che soddisfacente: 2,6 milioni di elettori si sono recati alle urne in occasione del primo turno e oltre 3 milioni al secondo turno, riaccendendo l’entusiasmo in un movimento uscito con le ossa rotte dalle divisioni di 5 anni fa, quando la nomination socialista all’Eliseo di Ségolène Royal fu pagata al caro prezzo di divisioni e conflitti interni che finirono con indebolire il partito tanto in termini di immagine e di consenso quanto di efficacia politica.

Un primo dato da analizzare può essere, dunque, quello riguardante la situazione interna al Ps, che fino a oggi sembrava essere ancora lacerato dai conflitti mai sopiti dopo le primarie del 2006 e la successiva elezione a segretario della Aubry nel congresso di Reims del 2008. All’indomani delle primarie che hanno “incoronato” Hollande sembra, invece, che il quadro interno stia procedendo verso una sostanziale ricomposizione, con i due sfidanti che non appaiono più essere contrapposti bensì uniti, alleati verso una missione comune: restituire alla sinistra francese la “poltrona più alta” della nazione dopo ben 17 anni di dominio della destra. Questa volta le primarie, a differenza di quelle del 2006, potrebbero rappresentare un punto di svolta per lo stesso Ps, in virtù di quel processo in forza del quale  ad un incremento della democrazia intra-partitica corrisponderebbe un proporzionale e decisivo rafforzamento del leader soprattutto nei confronti dell’establishment, permettendo a questi di porsi in contatto diretto con gli iscritti e i simpatizzanti, presentandolo come loro unico rappresentante legittimo con un conseguente rafforzamento della sua autorità all’interno del partito. Si tratta, infatti, di una strategia già usata sia in Gran Bretagna da Tony Blair nel 1994 per la scalata al vertice del New Labour che in Francia da Nicolas Sarkozy per conquistare il controllo dell’Ump nel 2004. In particolare nel caso francese, alcuni studi in materia, come quelli di Florence Haegel [2004] e Sofia Ventura [2007] hanno mostrato come tali processi di democratizzazione per la selezione del candidato alla presidenza costituiscano ulteriori incentivi al fenomeno della presidenzializzazione dei partiti politici. Nel caso del Ps, se nel 2006 gli accesi contrasti interni tra i diversi dirigenti usciti sconfitti dalla nomination all’Eliseo avevano indebolito la legittimazione della candidatura di Ségolène Royal, oggi due fattori sembrano distinguere quell’esperienza dalla situazione attuale: l’allargamento della base di legittimazione del candidato, questa volta aperta non solo agli iscritti ma anche a elettori e simpatizzanti (più di 3 milioni) che sembrano poter dare maggiore forza alla nomination di Hollande rispetto a quella della Royal; il clima di riconciliazione che ha caratterizzato queste primarie, ben diverso da quello di 5 anni fa e che certamente costò molto alla candidata socialista in termini di voti. Questa volta “l’effetto-monolite” proprio delle primarie potrebbe finalmente far sentire i suoi effetti anche sul Partie Socialiste, permettendogli di tirare la volata al suo candidato, dato per favorito dai sondaggi rispetto all’incumbent Sarkozy.

Un secondo dato che merita di essere osservato riguarda il confronto tra i due sfidanti per la guida dell’Eliseo. Da un lato il presidente uscente, Nicolas Sarkozy, definito dal giornalista Massimo Nava «l’homme de fer», da altri l’hyperpresident, il leader decisionista, quasi autoritario, che incarna al meglio il ruolo di presidente della Quinta Repubblica così come voluto dal suo fondatore, il generale Charles de Gaulle. Una leadership forte, dunque, che ha cercato sempre «un rapporto personale con l’opinione pubblica» [Fabbrini 2011] scavalcando qualunque corpo intermedio, fosse questi il primo ministro, il governo, il partito o i mass media e ponendosi come primo obiettivo la risoluzione dei problemi in tempi brevi e in modo efficace, secondo quella concezione volontaristica della politica a lui tanto cara e decisiva nel 2007 per la vittoria nella corsa all’Eliseo.

Dall’altro lato lo sfidante principale, François Hollande, ha impostato la sua strategia sulla sua immagine di “uomo normale” – da contrapporre proprio alla figura del “super uomo” Sarkozy – definito da molti notabili del Ps il «portinaio di rue Solferino» (la sede del partito) o un «garzone che serve la pizza a domicilio», secondo quanto scritto dal suo biografo Serge Raffy [La Repubblica, 7 ottobre 2011]. Sia nell’aspetto che, soprattutto, nei comportamenti la strategia di Hollande è quella di delineare una immagine di sé in netto contrasto con quella del presidente uscente, di “rottura” con la prassi politica dell’ex sindaco di Neuilly-sur-Seine. Secondo molti analisti questa potrebbe rivelarsi la carta vincente del candidato socialista, da sfoderare contro un Sarkozy indebolito dai sondaggi e dalla crisi economica che ora sembra minacciare anche la Francia e la sua tripla A.

Se per molti analisti la strada di Hollande si presenta in discesa non si può, tuttavia, dare per sconfitto in partenza il “superuomo” Sarkozy, soprattutto considerando la delicata situazione economico-sociale che sta attraversando l’Europa e la Francia in particolare. La crisi economica che attanaglia la repubblica d’oltralpe necessita di scelte coraggiose e da compiere in tempi rapidi per evitare un peggioramento della situazione del debito sovrano e delle maggiori banche. In un quadro del genere la necessità di una leadership forte sembra essere evidente a tutti e per questo una vittoria di Hollande dipenderà molto anche da quanto questi saprà convincere gli elettori della sua capacità di prendere decisioni anche impopolari per ridare respiro alla boccheggiante economia francese. Nel 2007 il volontarismo politico di Sarkozy fu decisivo nella scelta degli elettori francesi, che optarono per il candidato che avrebbe garantito loro una risoluzione rapida e un impegno efficace nella lotta alla criminalità che affliggeva il paese, in particolare nelle “calde banlieues”. Oggi la situazione sembra richiedere un’altrettanto forte leadership che sappia decidere e agire. Per questo la sconfitta di Sarkozy, forse, appare meno scontata di quanto possa sembrare ad una prima lettura dei sondaggi e la strada di Hollande, forse, un po’ più in salita del previsto.

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Dal referendum un nuovo patto tra cittadini e politica?

Un milione e duecentomila. Tante sono le firme raccolte dal comitato promotore del referendum per l’abrogazione della legge elettorale 270/2005, la “legge-porcata” per dirla come il suo firmatario, il leghista Roberto Calderoli – o “porcellum” come l’ha definita il politologo Giovanni Sartori. Ora le firme raccolte saranno portate presso la Corte di Cassazione e, dopo l’analisi di questa, davanti alla Corte Costituzionale che entro gennaio si dovrà esprimere sull’ammissibilità, o meno, dei quesiti avanzati dal comitato referendario.

Al di là del successo per quelle forze politiche – e non – che hanno voluto fortemente la raccolta delle firme (dall’Italia dei valori al Partito Liberale, da Futuro e Libertà a Sinistra Ecologia e Libertà), si tratta di un dato importante per la società e per la politica italiana, che dimostra come all’interno dell’elettorato sia diffusa la volontà di modificare una legge elettorale che sembra penalizzarlo in termini di rappresentatività quanto di libertà di scelta.
Una buona fetta del paese sembra aver voluto dimostrare a sé stessa e a tutta l’Italia che c’è ancora voglia di essere protagonista, di decidere e di partecipare, non attraverso gli strumenti ormai tanto in voga dell’antipolitica, ma piuttosto rilanciando quegli strumenti propri della politica, sanciti dalla Costituzione oggi più che mai messa sotto attacco. La politica troppo spesso viene identificata esclusivamente con i politici, con i parlamentari e i ministri, dimenticando l’importanza che proprio i cittadini hanno all’interno di essa, non solo attraverso il voto ma anche grazie all’esercizio di quelle libertà e quei diritti costituzionali sanciti dalla legge fondamentale del nostro paese. Come ha ricordato l’altro giorno il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, il secondo comma dell’articolo 1 della Costituzione recita: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Questo enunciato non deve essere letto in chiave antipolitica, come un richiamo ad una democrazia diretta contro qualunque forma di rappresentatività propria dei sistemi liberal-democratici, bensì in un’ottica di apertura verso i cittadini a discutere, a informarsi, a partecipare alla politica attraverso gli strumenti forniti dalla legge fondamentale dello Stato. Dunque, un’interpretazione costruttiva e non distruttiva della democrazia rappresentativa sancita nel nostro ordinamento. E proprio a questa concezione della politica si ricollega la “questione referendum”, con i cittadini che sembrano voler tornare protagonisti delle loro scelte, rifiutando un sistema di nomine “imposte dall’alto” così come delineato dalla legge Calderoli, costringendo i cittadini a scegliere una lista bloccata di candidati selezionati dalle segreterie (o, più spesso, dai leader) che spesso poco hanno a che fare con il territorio o gli elettori cui chiedono il voto. Per questo motivo, il ritorno al Mattarellum sembra, ad oggi, la soluzione più auspicabile in un’ottica di transizione verso una legge elettorale condivisa, non solo dalle forze politiche ma anche dai cittadini: la quota maggioritaria ripartita in base ai risultati ottenuti nei collegi uninominali rappresenta un compromesso accettabile per garantire, non solo una maggiore scelta per gli elettori, ma anche una maggiore assunzione di responsabilità da parte dei parlamentari eletti che saranno più soggetti al controllo degli elettori che potranno sanzionarli nelle successive elezioni (la cosiddetta accountability).

Dunque, il risultato raggiunto con la raccolta delle firme pro referendum, potrebbe essere interpretato come una mano tesa dai cittadini ad una politica sempre più lontana dalle loro istanze. Sembra, infatti, celarsi dietro questo milione e duecentomila firme una possibilità di riscatto per tutti – politici e cittadini – una possibilità per rinsaldare quel legame deteriorato inesorabilmente dagli anni Settanta e Ottanta e colpito a morte dagli scandali che hanno fatto calare il sipario sulla cosiddetta Prima Repubblica. Se la politica sarà in grado di raccogliere questa sfida è difficile dirlo. Una maggioranza troppo impegnata in leggi “salva-premier” o in leggi contro le intercettazioni, considerate priorità anche rispetto alla soverchiante crisi economica, non sembra essere molto interessata a impegnarsi concretamente né a una riforma parlamentare della legge elettorale, né a una eventuale campagna referendaria per il ritorno al Mattarellum. Le opposizioni sembrano maggiormente disposte ad agire per un cambiamento della legge, tuttavia una quasi patologica tendenza alla mancanza di coordinamento rischia di trasformare questa – eventuale – campagna nell’ennesima occasione mancata di presentarsi come una credibile alternativa di governo. Infine c’è, dietro l’angolo, lo spettro dell’antipolitica, in agguato per proporsi come unica credibile alternativa alla politica classica sfruttando il vuoto lasciato da forze politiche litigiose o indifferenti rispetto alle istanze popolari. Il rischio maggiore è proprio questo e, per tale ragione, l’occasione offerta dal referendum non può essere disattesa, perché rappresenta forse l’ultima chiamata per la politica di ritornare protagonista in Italia.