L’ascesa dei consulenti politici. Anche in Italia?


Nella politica contemporanea, sempre più spesso la politica sembra aver mostrato il bisogno di dare di sé un’immagine “vendibile”, che catturasse l’attenzione (e i voti) degli elettori, soprattutto attraverso la promozione dei leader politici. Marco Cacciotto [2009] ha, dunque, suddiviso la storia della consulenza in tre “ere”:

  1. a.     Prima era (dagli anni Venti agli anni Cinquanta), caratterizzata dalla nascita, nel 1934, della prima società di consulenza, la Campaign Incorporated di Bernays (anche se il primo vero consulente è stato Joseph Napolitan negli anni Cinquanta). In questi stessi anni si è avuta l’effettuazione del primo sondaggio della Gallup (1936), mentre negli anni Cinquanta si assiste ai primi spot elettorali anche con
    personaggi di Hollywood per utilizzare il nuovo linguaggio della televisione.
  2. b.    Seconda era (dagli anni Sessanta agli anni Ottanta), in cui la TV diviene il medium dominante in forza di tre fattori: graduale perdita di importanza degli apparati politici, gap tecnologico ed emancipazione dei candidati. In questa stessa fase nascono le importanti società di consulenza associate, come AAPC e IAPC. Esempio di questo nuova fase della comunicazione politica è Ronald Reagan (1976-1984) e la sua strategia del going public.
  3. c.     Terza era (dagli anni Novanta ad oggi). In questa fase i consulenti politici diventano vere e proprie star mediatiche (vedi Morris, Carville e Greenberg), fomentati dai media più interessati a loro che ai politici. Avviene in questi stessi anni l’internazionalizzazione delle consulenze. Tra gli esempi, GCS e Luntz (che spesso lavora per Berlusconi), con associazioni continentali di consulenza che iniziano a fare campagne elettorali fuori dagli Stati Uniti.

Il mercato della consulenza, secondo Cacciotto, è un mercato di nicchia, che ha un andamento ciclico: è una professione in evoluzione, in cui si formano continuamente nuove agenzie e consulenti. In Italia questo mercato, è molto frammentario e costituito, per lo più, da singoli consulenti (i cosiddetti free riders). Nel 2005 è nata l’AICOP, che sta censendo le agenzie, ma che comunque non ha un’attività continuativa, poiché queste agenzie si creano e si sciolgono a seconda dei cicli elettorali.

Per quanto riguarda la figura del consulente politico, questi è soprattutto un coordinatore, colui che dovrebbe disciplinare la campagna, convogliando nel miglior modo possibile i (spesso) pochi fondi a disposizione. Molte campagne, infatti, richiedono persone specializzate per gestire un gruppo complesso (consulente, sondaggista, addetto stampa, spindoctor, fundraiser, ecc). È vero che oggi i consulenti sono diventati media star, cioè personaggi creati dai giornalisti cui sono dedicati film e serie Tv, ma negli USA ciò che ha distrutto la solidità dei partiti, e condotto alla personalizzazione della politica sono state le primarie. In Italia, invece, questo processo è stato provocato dall’elezione diretta degli amministratori locali dopo Tangentopoli, e non dalle consulenze politiche. Da noi, infatti, il mercato parte dalle campagne locali, in cui tutti i partiti chiedono consulenze. Il campo delle consulenze è ampio, e si divide in due settori:

  1. 1.    Consulenze a decision maker e gruppi politici (secondo il principio della permanent campaign);
  2. 2.    Consulenze per organizzazioni, imprese che operano all’interno della sfera politica e per imprese le cui attività hanno ricadute sulle politiche territoriali.

In Italia abbiamo un gruppo di persone che vive di consulenze; è una professione non riconosciuta e per cui manca un controllo all’accesso. Si trova, dunque, in una fase di passaggio, in cui manca una vera comprensione del mestiere, mentre vi è un maggiore ricorso a consulenze di tipo amicale o in conflitto d’interesse (come nel caso di alcuni giornalisti). Nel nostro Paese vi è un uso delle consulenze politiche più residuale che strategico, condotte soprattutto da persone interne al partito piuttosto che da esterne ad essi, come invece avviene negli Stati Uniti.

Comunque, oggi, il lavoro del consulente politico risulta fondamentale nella carriera di qualunque personaggio politico. Il suo compito principale consiste nel cosiddetto packaging, cioè nella costruzione e nella “vendita” dell’immagine del candidato, poiché, come abbiamo analizzato nel corso di Comunicazione Politica durante il primo semestre, i candidati sono elementi facilmente “vendibili” sul mercato elettorale rispetto a ideologie e programmi essendo, rispetto a questi, meno astratti e più facili da comprendere, grazie alla loro capacità di stimolare sentimenti immediati quali, ad esempio, simpatia e ammirazione.1275975-twitter Quello del consulente è un ruolo sempre più ricercato nell’era della permanent campaign (concetto elaborato da Blumenthal nel 1980), in cui il news management, inteso come le attività messe in atto per dare visibilità al governo attraverso i media, è diventato centrale nella strategia di ogni esecutivo. Compito del consulente è, dunque, coordinare il suo apparato per organizzare strategie ed eventi che facciano da “cassa di risonanza” per il politico committente, non solo in campagna elettorale, ma durante tutto l’anno. Si tratta, dunque, di un lavoro costante, che deve essere curato nei minimi dettagli, anche per non lasciare il “fianco scoperto” ad attacchi da parte dei propri avversari.

Naturalmente, l’impiego dei consulenti non è uguale in tutti i Paesi europei ed oltreoceano. In Italia l’uso delle consulenze, non è una prassi “istituzionalizzata” come negli USA. Qui i consulenti non sono organici al partito (a differenza, ad esempio, del Regno Unito), tuttavia ne sono ideologicamente affini. Essi sono più legati al candidato che al partito, come dimostra il celebre caso di Dick Morris, che fu in più occasioni consulente di Bill Clinton durante la sua presidenza (1992-2000), nonostante avesse lavorato più volte per conto di candidati repubblicani. Nel nostro Paese, invece, la pratica delle consulenze risulta diffusa soprattutto a livello locale. A livello nazionale queste, non hanno trovato poca diffusione, in particolare dopo la riforma della legge elettorale nel 2005 che ha sancito il ritorno al proporzionale, rendendo inutile la pubblicizzazione del candidato, e riversando tutta l’attenzione sulla performance del partito. Si può affermare, dunque, come i fattori che incidono maggiormente sull’uso dei consulenti nelle campagne elettorali siano soprattutto due: la consistenza del sistema dei partiti (debole negli USA, tutto sommato ancora forte in Italia), e la legge elettorale (maggioritaria negli Stati Uniti, proporzionale, come detto, nel nostro Paese).

In conclusione è possibile affermare che quella del consulente politico, è ancora una professione a “due velocità”. Consolidata e rodata negli Stati Uniti, dove marcata è la personalizzazione della politica, provocata dalle elezioni primarie, dal sistema maggioritario e dalla “fluidità” degli apparati partitici (visti più come macchine elettorali, piuttosto che come vere e proprie organizzazioni sul territorio), mentre risulta ancora inceppata e ad uno stato embrionale in Italia, dove la spinta leaderistica, pur esistente nel panorama politico, si scontra con una legge elettorale che premia più il risultato di lista che lo sforzo del singolo candidato, e dove i partiti, nonostante le derive personalistiche e (a volte) populistiche di alcune forze politiche (tanto a destra quanto a sinistra), ancora riescono a far sentire il proprio peso all’interno della società. La figura del consulente politico sembra, tuttavia, destinata a guadagnarsi uno spazio sempre più importante all’interno del processo politico del nostro Paese, dal momento che, nonostante i fattori sopra elencati (legge elettorale, forza dei partiti), è sempre più visibile, anche a livello nazionale, una graduale personalizzazione del confronto politico, in cui la cura dell’immagine del politico e dei suoi programmi necessita, sempre più, di essere affidata a specialisti nel campo della comunicazione politica.

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