Buenas noches señor Zapatero y buena suerte PSOE!

É stato definito l’hombre nuevo, “l’uomo nuovo” del socialismo spagnolo, colui che avrebbe tracciato una Nueva Vìa per la Spagna post-Aznar. Il 23 lulio del 2000 José Luis Rodriguez Zapatero, giovane deputato di Leon veniva eletto segretario generale del PSOE (il Partito socialista spagnolo); meno di quattro anni dopo, a seguito della sorprendente vittoria sul candidato del PP Rajoy, otteneva la fiducia delle Cortés Generales per formare il primo governo socialista dalla fine del felipismo, basando il proprio programma su tre principi cardine: partecipazione, uguaglianza e rinnovamento. Un progetto ambizioso quello di Zapatero, che avrebbe dovuto pervadere i vari ambiti della politica: esecutivo, partito e comunicazione politica.

Per quanto riguarda la sua leadership governativa, sebbene in possesso di ampi poteri garantiti alla sua carica dalla Costituzione spagnola [Heywood 1995] e di un forte carisma, la sua leadership non può tuttavia essere definita egemonica, autoritaria, essendosi rivelata, invece, un esercizio intelligente di ampi poteri garantiti dalle previsioni costituzionali e di una forte componente carismatica, contraddistinta da una marcata collegialità dell’azione governativa. Si può parlare di Zapatero come di “leader del dialogo” che, grazie alla coesione del suo governo e alla condivisione delle sue scelte, ha portato avanti un’azione caratterizzata da quello che è stato definito come spontaneismo politico, cercando di presentare le proprie scelte come frutto del dialogo tra tutte le parti interessate nel processo decisionale. Tale concezione traeva origine da quello che è stato definito come repubblicanesimo civico, volto a creare la «democrazia dei cittadini per i cittadini» [Pettit 2008], e che Zapatero ha sempre considerato il suo punto di riferimento, la sua stella polare durante i suoi otto anni di governo. Tale approccio è stato seguito dal primo ministro socialista in tutti gli ambiti d’azione del suo governo, dalla guerra in Iraq alla politica estera, dalla riforma del sistema radiotelevisivo alle riforme sui diritti civili: ognuno di questi provvedimenti è stato preso perché avvertito come voluto dalla maggioranza del popolo spagnolo e perché rispecchiavano aspetti di quel republicanismo civico considerato da Zapatero come principio-guida [Calamai e Garzia 2006].

In riferimento alla sua leadership partitica, Zapatero ha assunto da subito il ruolo di guida per un partito in fase di ricostruzione dopo i disastrosi risultati delle elezioni del 2000, rappresentandone, secondo quanto affermato da Méndez Lago [2006], l’«ultima speranza». La sua strategia si è basata sui temi della rottura, del cambiamento e della rinascita, sfruttando il proprio carisma, la propria immagine giovane, fresca, sconosciuta ai più e per questo apprezzata. La sua giovane età, la poca notorietà tra il grande pubblico, nonché il fatto di non essere appoggiato da alcuno dei gruppi maggiori dell’establishment socialista (felipisti e guerristi) ha permesso a Zapatero di presentarsi come il cambiamento o, meglio, il cambio tranquillo che rompeva con il passato rimanendone comunque ideologicamente legato. La conquista della leadership del partito è stata favorita anche dalla natura stessa del PSOE che manca della tradizionale struttura “di massa”, radicata sul territorio, essendo invece strutturato secondo il modello di partito catch-all, proiettato principalmente alla competizione elettorale, e dunque, coeso intorno al proprio leader che ne diventa il fulcro. In questo caso, il processo di presidenzializzazione del partito si interseca a quello della sua democratizzazione: essendo stato eletto dalla membership attraverso le primarie, Zapatero ha potuto beneficiare di una legittimazione tanto forte da poter scavalcare le gerarchie partitiche e modellare l’organizzazione in base alle proprie necessità.

Sicuramente l’ambito dove maggiormente la leadership di Zapatero ha fatto sentire il proprio peso è stato quello riguardante le competizioni elettorali. Diversi studi hanno evidenziato, soprattutto nel corso degli ultimi dieci anni, un aumento sostanziale della personalizzazione delle campagne elettorali in Spagna [Sánchez-Cuenca 2009; van Biezen e Hopkin 2007]. Questo fenomeno, che ha progressivamente caratterizzato il sistema politico, ha ricevuto un notevole impulso proprio dalla comparsa sulla scena politica nazionale del premier spagnolo. Questi, coadiuvato da un eccellente gruppo di esperti in comunicazione elettorale, ha introdotto sulla scena politica spagnola tecniche innovative di comunicazione politica, caratterizzate dall’uso di strategie di marketing politico (certamente innovative risulta essere stata l’elaborazione dei brand elettorali «ZP: Zapatero Presidente» e «Z de Zapatero») e dall’uso incrociato di nuovi e vecchi media (internet, radio e televisione). In occasione delle campagne elettorali del 2004 e del 2008, si è assistito ad una totale identificazione del partito con il proprio leader, anche in virtù dei sondaggi che durante tutta la prima legislatura (2004-2008) hanno segnalato costantemente Zapatero ad un livello di popolarità superiore rispetto a quello del proprio partito, incoraggiando una campagna che puntasse più su di lui che sui risultati del governo socialista.

L’esperienza di Luis Zapatero alla guida del PSOE è stata certamente una tappa importante per la politica spagnola degli ultimi anni. La sua leadership ha rappresentato un’inversione di marcia o, quantomeno, un tentativo di farlo dopo gli scandali della vecchia dirigenza socialista e la politica decisionista e poco partecipativa di Aznar. Innegabili traguardi sono stati raggiunti in diversi settori di policy, in particolare in due ambiti: la politica estera con lo smarcamento deciso dalla linea d’azione atlantista e filo-americana del suo predecessore (soprattutto riguardo alla cosiddetta “questione Iraq”) e con il rilancio del multipolarismo come principio guida per il complesso intreccio delle relazioni internazionali, e le politiche sociali con le riforme in tema di diritti per le coppie omosessuali e contro la violenza e la discriminazione di genere pagate, in molte occasioni, in termini di popolarità nei confronti del Vaticano. Tuttavia, tali risultati positivi sono stati controbilanciati dagli errori commessi dal governo Zapatero in relazione alla crisi economica e finanziaria che ha colpito la Spagna e il resto mondo e che ancora oggi continua incessantemente a far sentire i propri effetti. Accusato di immobilismo, Zapatero sembra essere rimasto (mortalmente) vittima dei limiti della sua leadership. Il giornalista Guido Rampoldi ha definito Zapatero «un seduttore di folle terrorizzato dall’impopolarità. Ha garbo e un’eleganza naturale; gli manca la consistenza dello statista, cui mai come ora sarebbe chiaro che governare vuol dire scontentare. L’ha paralizzato la paura di uno sciopero generale […]» [«La Repubblica», 8 febbraio 2011]. Si potrebbe dire che sul lungo periodo il premier spagnolo sia rimasto vittima del suo stesso fantasma, non riuscendo a eseguire quella metamorfosi necessaria, quel cambio di marcia che lo avrebbe dovuto portare a compiere scelte impopolari ma necessarie per evitare che il paese fosse risucchiato dalla crisi economica più grave dal 1929.

Travolto dalle critiche e dalla macerie seguite al crollo del suo indice di popolarità, Zapatero ha compreso come l’unico modo per dare una scossa al Paese e al suo partito fosse quello di imprimere una svolta decisa, che permettesse al sistema politico-economico di rimettersi in moto. Il suo compito attuale rimane quello di “traghettare” il Paese verso le elezioni del 15 novembre prossimo, cercando da un lato, di dare la giusta visibilità al candidato socialista e già vicepremier, Alfredo Peréz Rubalcaba, dall’altro lato, di discostarsene abbastanza per non offuscarlo con la sua “ingombrante” figura. Importanti scenari sembrerebbero aprirsi adesso per il PSOE. Innanzitutto la scelta di Rubalcaba, poco incline ai personalismi e non dotato di particolare carisma, effettuata senza primarie lasciano spazio a due interrogativi: il PSOE sta abbandonando la sua vocazione verso i grandi leader carismatici (come Gonzalez e Zapatero) nel tentativo di riaffermare un qualche primato degli apparati partitici sui leader e la membership? Oppure si tratta solo di una scelta temporanea, “di transizione” verso una sconfitta annunciata e una rinascita sotto la guida di un nuovo líder? Nel primo caso si tratterebbe di un evento importante, che contraddirebbe la storia e la natura stessa dei partiti spagnoli storicamente restii al rafforzamento della struttura burocratico – territoriale a scapito del fattore personale ed elettorale [Morlino 1998]; nel secondo caso sembrerebbe necessario che la rinascita ripartisse proprio dalla scelta di un leader che abbia la forza e le qualità per condurre il partito fuori dalla crisi e che venissero stabilite regole certe per la designazione delle cariche e degli organi, ancora oggi troppo spesso assoggettati alla pressione delle varie fazioni, in particolare i cosiddetti barones, i potenti presidenti autonomici.

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L’ascesa dei consulenti politici. Anche in Italia?

Nella politica contemporanea, sempre più spesso la politica sembra aver mostrato il bisogno di dare di sé un’immagine “vendibile”, che catturasse l’attenzione (e i voti) degli elettori, soprattutto attraverso la promozione dei leader politici. Marco Cacciotto [2009] ha, dunque, suddiviso la storia della consulenza in tre “ere”:

  1. a.     Prima era (dagli anni Venti agli anni Cinquanta), caratterizzata dalla nascita, nel 1934, della prima società di consulenza, la Campaign Incorporated di Bernays (anche se il primo vero consulente è stato Joseph Napolitan negli anni Cinquanta). In questi stessi anni si è avuta l’effettuazione del primo sondaggio della Gallup (1936), mentre negli anni Cinquanta si assiste ai primi spot elettorali anche con
    personaggi di Hollywood per utilizzare il nuovo linguaggio della televisione.
  2. b.    Seconda era (dagli anni Sessanta agli anni Ottanta), in cui la TV diviene il medium dominante in forza di tre fattori: graduale perdita di importanza degli apparati politici, gap tecnologico ed emancipazione dei candidati. In questa stessa fase nascono le importanti società di consulenza associate, come AAPC e IAPC. Esempio di questo nuova fase della comunicazione politica è Ronald Reagan (1976-1984) e la sua strategia del going public.
  3. c.     Terza era (dagli anni Novanta ad oggi). In questa fase i consulenti politici diventano vere e proprie star mediatiche (vedi Morris, Carville e Greenberg), fomentati dai media più interessati a loro che ai politici. Avviene in questi stessi anni l’internazionalizzazione delle consulenze. Tra gli esempi, GCS e Luntz (che spesso lavora per Berlusconi), con associazioni continentali di consulenza che iniziano a fare campagne elettorali fuori dagli Stati Uniti.

Il mercato della consulenza, secondo Cacciotto, è un mercato di nicchia, che ha un andamento ciclico: è una professione in evoluzione, in cui si formano continuamente nuove agenzie e consulenti. In Italia questo mercato, è molto frammentario e costituito, per lo più, da singoli consulenti (i cosiddetti free riders). Nel 2005 è nata l’AICOP, che sta censendo le agenzie, ma che comunque non ha un’attività continuativa, poiché queste agenzie si creano e si sciolgono a seconda dei cicli elettorali.

Per quanto riguarda la figura del consulente politico, questi è soprattutto un coordinatore, colui che dovrebbe disciplinare la campagna, convogliando nel miglior modo possibile i (spesso) pochi fondi a disposizione. Molte campagne, infatti, richiedono persone specializzate per gestire un gruppo complesso (consulente, sondaggista, addetto stampa, spindoctor, fundraiser, ecc). È vero che oggi i consulenti sono diventati media star, cioè personaggi creati dai giornalisti cui sono dedicati film e serie Tv, ma negli USA ciò che ha distrutto la solidità dei partiti, e condotto alla personalizzazione della politica sono state le primarie. In Italia, invece, questo processo è stato provocato dall’elezione diretta degli amministratori locali dopo Tangentopoli, e non dalle consulenze politiche. Da noi, infatti, il mercato parte dalle campagne locali, in cui tutti i partiti chiedono consulenze. Il campo delle consulenze è ampio, e si divide in due settori:

  1. 1.    Consulenze a decision maker e gruppi politici (secondo il principio della permanent campaign);
  2. 2.    Consulenze per organizzazioni, imprese che operano all’interno della sfera politica e per imprese le cui attività hanno ricadute sulle politiche territoriali.

In Italia abbiamo un gruppo di persone che vive di consulenze; è una professione non riconosciuta e per cui manca un controllo all’accesso. Si trova, dunque, in una fase di passaggio, in cui manca una vera comprensione del mestiere, mentre vi è un maggiore ricorso a consulenze di tipo amicale o in conflitto d’interesse (come nel caso di alcuni giornalisti). Nel nostro Paese vi è un uso delle consulenze politiche più residuale che strategico, condotte soprattutto da persone interne al partito piuttosto che da esterne ad essi, come invece avviene negli Stati Uniti.

Comunque, oggi, il lavoro del consulente politico risulta fondamentale nella carriera di qualunque personaggio politico. Il suo compito principale consiste nel cosiddetto packaging, cioè nella costruzione e nella “vendita” dell’immagine del candidato, poiché, come abbiamo analizzato nel corso di Comunicazione Politica durante il primo semestre, i candidati sono elementi facilmente “vendibili” sul mercato elettorale rispetto a ideologie e programmi essendo, rispetto a questi, meno astratti e più facili da comprendere, grazie alla loro capacità di stimolare sentimenti immediati quali, ad esempio, simpatia e ammirazione.1275975-twitter Quello del consulente è un ruolo sempre più ricercato nell’era della permanent campaign (concetto elaborato da Blumenthal nel 1980), in cui il news management, inteso come le attività messe in atto per dare visibilità al governo attraverso i media, è diventato centrale nella strategia di ogni esecutivo. Compito del consulente è, dunque, coordinare il suo apparato per organizzare strategie ed eventi che facciano da “cassa di risonanza” per il politico committente, non solo in campagna elettorale, ma durante tutto l’anno. Si tratta, dunque, di un lavoro costante, che deve essere curato nei minimi dettagli, anche per non lasciare il “fianco scoperto” ad attacchi da parte dei propri avversari.

Naturalmente, l’impiego dei consulenti non è uguale in tutti i Paesi europei ed oltreoceano. In Italia l’uso delle consulenze, non è una prassi “istituzionalizzata” come negli USA. Qui i consulenti non sono organici al partito (a differenza, ad esempio, del Regno Unito), tuttavia ne sono ideologicamente affini. Essi sono più legati al candidato che al partito, come dimostra il celebre caso di Dick Morris, che fu in più occasioni consulente di Bill Clinton durante la sua presidenza (1992-2000), nonostante avesse lavorato più volte per conto di candidati repubblicani. Nel nostro Paese, invece, la pratica delle consulenze risulta diffusa soprattutto a livello locale. A livello nazionale queste, non hanno trovato poca diffusione, in particolare dopo la riforma della legge elettorale nel 2005 che ha sancito il ritorno al proporzionale, rendendo inutile la pubblicizzazione del candidato, e riversando tutta l’attenzione sulla performance del partito. Si può affermare, dunque, come i fattori che incidono maggiormente sull’uso dei consulenti nelle campagne elettorali siano soprattutto due: la consistenza del sistema dei partiti (debole negli USA, tutto sommato ancora forte in Italia), e la legge elettorale (maggioritaria negli Stati Uniti, proporzionale, come detto, nel nostro Paese).

In conclusione è possibile affermare che quella del consulente politico, è ancora una professione a “due velocità”. Consolidata e rodata negli Stati Uniti, dove marcata è la personalizzazione della politica, provocata dalle elezioni primarie, dal sistema maggioritario e dalla “fluidità” degli apparati partitici (visti più come macchine elettorali, piuttosto che come vere e proprie organizzazioni sul territorio), mentre risulta ancora inceppata e ad uno stato embrionale in Italia, dove la spinta leaderistica, pur esistente nel panorama politico, si scontra con una legge elettorale che premia più il risultato di lista che lo sforzo del singolo candidato, e dove i partiti, nonostante le derive personalistiche e (a volte) populistiche di alcune forze politiche (tanto a destra quanto a sinistra), ancora riescono a far sentire il proprio peso all’interno della società. La figura del consulente politico sembra, tuttavia, destinata a guadagnarsi uno spazio sempre più importante all’interno del processo politico del nostro Paese, dal momento che, nonostante i fattori sopra elencati (legge elettorale, forza dei partiti), è sempre più visibile, anche a livello nazionale, una graduale personalizzazione del confronto politico, in cui la cura dell’immagine del politico e dei suoi programmi necessita, sempre più, di essere affidata a specialisti nel campo della comunicazione politica.