Obama tra crisi economica e divided government


Lo “spettro default” aleggia sempre più minaccioso sulle teste degli americani. Il Senato, a maggioranza democratica, ha respinto ieri il cosiddetto “Piano Boehner”, ovvero il progetto di rientro dal debito elaborato dallo speaker repubblicano della Camera dei Rappresentanti John Boehner con 218 voti contro e 210 a favore. Dunque, con la scadenza del 2 agosto che si avvicina inesorabile, la situazione inizia a farsi drammatica con il rischio sempre più concreto di un declassamento dell’economia USA dalla triple A (AAA) ad AA, evento che rappresenterebbe un duro colpo al precario equilibrio su cui sembra giacere l’intero sistema finanziario internazionale. Ora la palla passa al leader dei Democratici al Senato, Harry Reid, cui spetta il compito di stilare un progetto di salvataggio dell’economia che possa coagulare intorno a sé il consenso di tutti, o quasi, i membri del Congresso e, soprattutto, dello schieramento repubblicano al cui interno si delineano turbolenze causate dagli esponenti del cosiddetto Tea Party.

Questa situazione presta il fianco ad alcune considerazioni di carattere politico, in particolare riferite al sistema istituzionale americano e agli attori che al suo interno agiscono. Come è noto, dalle elezioni di midterm, si è dato vita al cosiddetto divided government, in virtù del quale la presidenza e il Congresso risultano essere espressioni di forze politiche opposte. Da un lato, la presidenza e il Senato sono in mano ai Democratici, dall’altro lato la Camera dei Rappresentanti è passata sotto il controllo dei Repubblicani guidati dal “sanguigno” John Boehner. f29f99a24eb7505e9342148eded3c325Si tratta di una situazione già accaduta nella storia politica statunitense, più recentemente sotto le presidenze Reagan, Bush Sr, Clinton e Bush Jr, e che hanno spesso costituito un freno alla totale presidenzializzazione del sistema americano, limitando l’azione di quello che Sergio Fabbrini [2007] ha, perciò, definito «the Semi-Sovereign American Prince». In un sistema di separated government come quello statunitense, in cui il presidente e il parlamento ricevono legittimazione diretta attraverso le elezioni e sono titolari rispettivamente (ed esclusivamente) del potere esecutivo e di quello legislativo, tali fasi di “coabitazione” (volendo usare un termine più adatto, forse, in riferimento alla Francia della Quinta Repubblica) sembrano limitare fortemente il potere di iniziativa legislativa che il presidente avrebbe in condizioni normali. Ciò è ben esemplificato dalla netta differenza tra la prima fase del mandato di Obama (2009-2010) e la seconda fase che si concluderà a dicembre del prossimo anno. Nei primi due anni il presidente americano si è contraddistinto per una sorprendente vivacità dal punto di vista governativo, culminata con l’importante riforma sanitaria fortemente voluta e passata, non senza difficoltà, all’inizio del 2010. Ma successivamente sia per fattori contingenti internazionali, sia per il risultato avverso delle elezioni di metà mandato, la parabola obamiana ha iniziato a curvarsi progressivamente.

Come detto, prima di Obama altri presidenti hanno dovuto fronteggiare la coesistenza di un Congresso a loro ostile. Ronald Reagan si contraddistinse in questa fase per un esercizio costante della cosiddetta rethorical presidency, ovvero uno stile presidenziale che faceva del “rapporto diretto” con il popolo americano la sua ragion d’essere. Inaugurata negli anni Trenta sotto la presidenza di Franklin Delano Roosvelt, tale approccio fu rispolverato e fatto proprio dal presidente repubblicano che, attraverso la pratica del going public [Campus 2006] “personalizzò” fortemente l’azione presidenziale attraverso una serie di appelli diretti e di promesse in modo da scavalcare il muro ostile innalzato dai suoi avversari padroni del ramo legislativo del sistema, e instaurando un clima definito da Blumenthal [1982] di permanent campaign (campagna permanente). Sfruttando anche la situazione contingente, caratterizzata dalla fase culminante della Guerra Fredda, poté ritagliarsi uno spazio decisivo ed ergersi come simbolo della nazione in quel frangente; tuttavia la mancanza di un “supporto istituzionale” e gli scandali occorsi (l’affaire Iran-Contra) finirono col renderlo un’ostaggio del Congresso [Fabbrini 2007].

Un altro esempio, molto più simile al caso Obama, è quello fornito dal primo mandato di Bill Clinton alla Casa Bianca. Eletto insieme ad una maggioranza Democratica in entrambi i rami del Congresso nel 1992, Clinton dovette subire a partire dal 1994 la coabitazione con una maggioranza repubblicana in parlamento, definita da Fabbrini [2007, 327] come «the most aggressive Republican congressional caucus since the Second World War», ovvero una maggioranza particolarmente aggressiva nei confronti del presidente, guidata dallo speaker della Camera, Newt Gingrich, promotore del celebre Contract with America (antesignano del contratto berlusconiano con gli italiani del 2001). Un divided government di questo tipo condizionò inevitabilmente la presidenza Clinton anche dopo la sua rielezione, caratterizzandola come una presidenza incrementale, fatta di piccoli provvedimenti raggiunti passo dopo passo (il cosiddetto potluck government) che impedirono al presidente democratico di delineare qualunque politica pubblica d’insieme. Tuttavia egli poté contare sulle risorse strutturali derivanti dalla sua elezione diretta e dai poteri propri della carica ricoperta che gli consentirono di non essere totalmente ostaggio del Congresso a lui avverso.

Dunque, Obama si trova oggi a fare i conti con una situazione istituzionale che non sembra favorire né la sua azione, né quella di un Paese che si trova davanti alla necessità di decidere in tempi brevi sulle questioni scottanti in materia economica. Il “Principe Semi-Sovrano” dovrà, perciò, cercare necessariamente il dialogo con i propri avversari nel Congresso nonostante la scarsa inclinazione al dialogo da essi dimostrata: il nuovo progetto allo studio dell’establishment democratico dovrà contenere precisi punti che possano incontrare il consenso anche dei Repubblicani (come l’aumento del tetto del debito) e che possa essere approvato in appena tre giorni quando, cioè, le agenzie di rating si esprimeranno sulla situazione del debito statunitense. Obama ha lanciato un appello a tutte le parti in causa per convincerli ad accordarsi ma anche per “tranquillizzare” i mercati finanziari, rispolverando anche quello stile “quasi-reaganiano” del going public, appellandosi apertamente ai cittadini americani invitandoli a «tenere alta la tensione su Washington» e, dunque, cercando di rivolgersi direttamente a coloro che, al di là di tutto, restano giudici inappellabili della condotta governativa degli attori politici americani, tanto Repubblicani che Democratici.

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