L’onda lunga dell’antipolitica


L’antipolitica è oggi una delle declinazioni più utilizzate nell’esercizio della strategia dei leader politici e non. Essa rappresenta una tipologia di leadership che emerge spesso come soluzione ad una crisi politica molto grave, incarnata da leader che si pongono in aperto contrasto con il sistema politico vigente. Per capire il perché alcuni leader adottino una strategia improntata dal sentimento antipolitico, è necessario ricordare due politologi che hanno analizzato, in modo approfondito, le dinamiche delle competizioni elettorali. Il primo è Joseph Schumpeter [1942], secondo cui alla base di ogni sistema democratico c’è la competizione politica, in cui i leader diventano imprenditori politici, il cui scopo è innovare, fornire una visione alternativa rispetto a quella dell’establishment con l’obiettivo di conquistare voti. Il secondo è Anthony Downs [1957], che ha elaborato la teoria spaziale del voto, in base alla quale i candidati e i partiti cercano di posizionarsi sul mercato elettorale così da garantirsi il massimo numero di voti e per far questo adottano mirate strategie di targeting degli elettori potenzialmente conquistabili.

Per questi motivi un fattore cruciale, per i leader, è quello di differenziarsi dagli atti già operanti nel sistema politico per poter conquistare una posizione privilegiata all’interno di questo mercato. Per differenziarsi i politici ricorrono al linguaggio, che è lo strumento principe per la costruzione della propria immagine, poiché esso è in grado di provocare emozioni nei cittadini, creando identificazione tra di essi grazie anche ad un linguaggio fortemente simbolico. L’antipolitica diventa così registro discorsivo che serve ai nuovi soggetti politici per legittimarsi di fronte agli elettori denunciando l’incapacità della classe dirigente, ed utilizzando un linguaggio fortemente retorico che dia voce ad un sentire comune, che faccia sentire ogni cittadino parte di una maggioranza silenziosa, trascurata, non adeguatamente rappresentata. Il linguaggio antipolitico si caratterizza, dunque, per essere strutturalmente semplice affinché sia comprensibile a tutti, e fondato sulla contrapposizione “Noi/Loro” [Campus 2006, 24], in modo che delinei i confini della cattiva politica e ponga in contrapposizione i propri seguaci. Il leader antipolitico nella sua denuncia individua tre ambiti di crisi. Un primo ambito riguarda l’origine della crisi identificata con il sistema politico-istituzionale, accusato di essere degenerato, mal funzionante e viene invocata la necessità di un cambiamento radicale. Un secondo ambito di crisi menzionato dai leader antipolitici è lo Stato centrale, accusato di invasività, dirigismo e di soffocare la libera iniziativa dei cittadini. Il terzo settore di crisi è rappresentato dalla politica come professione, presentando la crisi del Paese come frutto dell’incapacità della propria classe politica, composta da politici di professione. Questo fattore crea una finestra d’opportunità per i leader dell’opposizione per marcare ulteriormente la propria differenza dall’establishment al potere, rimarcando, piuttosto, la propria appartenenza al popolo. Il linguaggio antipolitico, dunque, è sempre associato ad un progetto di rinnovamento e trasformazione dello status quo. Ma accanto a questa pars destruens essa presuppone anche una pars costruens, poiché essa è stata giudicata compatibile con le regole della competizione democratica. L’antipolitica si configura, perciò, non solo come un progetto di distruzione del vecchio sistema politico, ma anche di costruzione di una nuova realtà politica caratterizzata dalla guida di un leader forte. Un’altra caratteristica dell’antipolitica è l’identificazione tra il leader e i suoi elettori, come se il primo possa incarnare le aspirazioni dei secondi ed esprimerle una volta eletto. Questo è evidente nel processo di personalizzazione della politica e di presidenzializzazione dei sistemi politici, in cui la forte mediatizzazione del confronto politico porta all’emergere, come ha affermato Donatella Campus [ibidem, 33], di «leader telepopulisti», in cui il popolo si incarna e di cui egli si autoproclama difensore, rivendicando il rapporto diretto esistente verso i cittadini. Tale rivendicazione prende spesso la forma di attacco al sistema dei partiti, considerati fonte di conflitto e divisione. partiti e cittadini. Per fare ciò questo tipo di leader utilizzano i mass media che «danno ai leader la possibilità di avere una relazione più o meno diretta con la popolazione» [ibidem, 38]. Tradizionalmente il luogo deputato era la piazza, l’agorà, dove sin dai tempi della Grecia antica il leader chiamava a raccolta i suoi seguaci. Tuttavia la piazza oggi non costituisce più il luogo prescelto per lanciare la propria politica, sostituita, dalla televisione, che costituisce un’arena formidabile di diffusione su larga scala dei messaggi politici. Così la televisione è diventata anche il mezzo da cui lanciare il proprio progetto politico, come nel caso di Ross Perot o della discesa in campo di Silvio Berlusconi. L’antipolitica si caratterizza per il suo linguaggio semplice e immediato, e per la spettacolarizzazione del confronto politico, caratteristiche queste che soddisfano le esigenze temporali e stilistiche del mezzo televisivo. Naturalmente il ruolo esercitato dai media a favore della leadership antipolitica non si esaurisce con la conquista del potere, ma il rapporto può evolversi per la necessità del leader di mantenere il consenso dei cittadini alla propria azione, facendo ricorso alla strategia del going public. In conclusione si può affermare che la retorica dell’antipolitica non esaurisce la propria azione nella campagna elettorale, ma diviene ancora più decisiva nella fase di esercizio del governo.

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