E’ un triste risveglio, Mr. Clegg

Una dura sconfitta per Nick Clegg e per il suo progetto, nato all’indomani della sua entrata nel governo di coalizione targato David Cameron. Il referendum per la modifica della legge elettorale, ovvero per il passaggio dal sistema maggioritario uninominale puro (il cosiddetto first past the post) al sistema maggioritario corretto del voto alternativo (in vigore in Australia), è stato sonoramente bocciato dalla maggioranza dei cittadini britannici recatasi alle urne lo scorso 5 maggio, che con il 69% dei voti hanno, così, affermato di preferire il sistema elettorale vigente tanto spesso criticato dallo stesso deputy prime minister. Senza soffermarci sul contenuto del sistema elettorale del voto alternativo [per una trattazione dettagliata vedi G. Pasquino, Nuovo Corso di Scienza Politica, Il Mulino, 2006, pag. 138], è possibile dire che questo risultato debba essere letto ben oltre il semplice rifiuto, da parte dei britannici, ad abbandonare il caro vecchio sistema maggioritario uninominale a turno unico. Senza volersi nascondere dietro un dito, il voto dell’altro giorno rappresentava per Clegg un vero e proprio referendum sulla sua politica, sul programma che, per la prima volta dagli anni Settanta, aveva portato i Lib Dems a sedere nel governo di Westminster. Una partecipazione al governo Cameron che molti iscritti ed elettori del partito erede dei Whigs non aveva capito, giudicando contro natura un matrimonio con i discendenti della “lady di ferro” Margareth Thatcher. Si tratta di un giudizio negativo che risulta evidente anche dai risultati delle elezioni locali, dove i Liberal Democrats hanno ottenuto il peggior risultato dal 1988, perdendo 260 seggi in 102 consigli municipali: molti di questi sono stati conquistati dai redivivi Laburisti di Ed Milliband abili nell’intercettare parte dell’elettorato scontento del partito di Clegg, mentre in altri casi (come in Scozia con lo SNP) a rafforzarsi sono stati i partiti nazionalisti. Come ha scritto stamane Tim Farron sul settimanale The Observer, il risultato trae le sue origini dal fatto che molti elettori del partito hanno visto nel governo liberal-conservatore un ritorno dell’era Thatcher, a causa anche di politiche non particolarmente popolari e imposte contro la volontà generale, secondo schemi propri del premier conservatore che dominò Westmister per più di dieci anni.

I risultati di ieri rappresentano, dunque, il conto che gli elettori dei Lib Dems hanno presentato al loro leader e alla loro dirigenza dopo un anno di governo. Si tratta, a mio avviso, di una reazione prevedibile per un partito che, ancorato ad una tradizione politica più socialdemocratica che liberale (né tantomeno al liberalismo sfrenato dei Tories), ha dovuto subire a freddo e in maniera forzosa una fusione con una tradizione politica tutt’altro che affine. La scelta compiuta da Nick Clegg ormai un anno fa, è stata forse letta dagli elettori liberal democratici come una semplice voglia del proprio leader di andare al governo, di allearsi anche con il proprio nemico per ottenere una poltrona e una buona dose di visibilità. L’errore di Clegg sembrerebbe risiedere proprio in questo fattore: il leader dei Lib Dems avrebbe dovuto spiegare meglio la propria scelta al suo “popolo”, ma soprattutto ascoltare le voci di dissenso (molte e anche autorevoli) che un anno fa si erano levate contro una scelta politica giudicata contraria ai valori del partito.

C’è chi aveva affermato, un anno fa, che il risultato delle elezioni generali avesse segnato la fine del mito di Nick Clegg, che in campagna elettorale era stato pronosticato essere il “nuovo Obama”, la nuova speranza per la politica inglese, il cambiamento, rappresentante della rottura degli schemi della vecchia politica. Invece, a mio avviso, la fine della parabola del deputato di Sheffield (feudo, tra l’altro, perso nelle elezioni dell’altro giorno) può essere rappresentata dalla pietra tombale posta dagli elettori sulla riforma della legge elettorale e dalla sonora sconfitta nelle elezioni locali che hanno rappresentato la fine del British Dreamfirmato Nick Clegg. La strategia di alleanza sbagliata, le numerose politiche di governo troppo lontane da quanto promesso in campagna elettorale e da quanto è nel bagaglio ideologico del partito (su tutte la questione delle rette universitarie), hanno allontanato progressivamente la leadership del partito dalla sua base, dai suoi elettori, portando alla fine della luna di miele tra il popolo inglese e il “suo Obama”.

 

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