La deriva populista della politica italiana


Il termine Seconda Repubblica sta ad indicare in una nazione democratica l’ adozione di una nuova Carta Costituzionale redatta da un’ Assemblea Costituente riunita. Dal punto di vista tecnico-giuridico quindi, questo termine è stato usato impropriamente da molti politologi, storici, giornalisti e politici stessi. Si tratta di una espressione retorica e fuorviante. Sebbene negli Anni Novanta vi sia stata una profonda crisi politico-istituzionale, non c’è stata una frattura con il precedente assetto istituzionale. E’ quindi decisamente più giusto parlare di Secondo Sistema Politico. Questo prende inizio nel 1992 per l’ azione congiunta di tre cause:

1) TANGENTOPOLI: Rappresenta l’ azione penale della magistratura verso il mondo politico con 600 avvisi di garanzia al Parlamento. Questa rappresenta una discriminante tra l’ Italia e il resto d’ Europa. Di solito negli altri Paesi sono i cittadini a cambiare il sistema politico vigente con le elezioni, nell’ Italia degli Anni Novanta il fattore che scatena il cambiamento è il cosiddetto “Tintinnìo delle manette”. Potremmo dire che è il Codice Penale ad avviare la nuova fase delle politica nostrana: è la rivoluzione italiana, un’ operazione chirurgica portata avanti dai giudici. La tipicità del caso italiano risulta evidente dal confronto con quanto avvenne in Germania con lo “Scandalo Kohl”, che investì l’ allora alto esponente della CDU. In quel caso furono i cittadini con il voto a rimuoverlo dal suo incarico e convergere le proprie preferenze sulla SPD. Ritornando all’ Italia potremmo dire che i giudici hanno vestito i panni di “esecutori testamentari” di un processo che non è stato scatenato da loro. Questi hanno ratificato la nascita di un nuovo sistema politico. I giudici i quindi come effetto, non come causa.

2) REFERENDUM: Introdotto da Mario Segni con lo scopo di cancellare la vecchia partitocrazia e il vecchio sistema politico, considerato un “vecchio arnese”. Per il nostro assetto costituzionale i referendum possibili sono solo quelli abrogativi, cioè dove è sufficiente rispondere si o no al quesito posto. Quello del 1993 non fu un referendum trasparente. Infatti in quel caso la Corte Costituzionale da corte che lavora nel rispetto della Costituzione, lavorò come soggetto politico innovativo, svolgendo una funzione di vera e propria “supplenza politica”, consentendo un referendum che non era ammissibile. Infatti il referendum abrogativo è lineare. Ma la Corte Costituzionale disse che non vi erano i presupposti per adoperarlo, dal momento che si sarebbe avuto un vuoto costituzionale. Secondo la Corte non si poteva cancellare la legge elettorale perché non si sarebbe potuto convocare il Parlamento in breve tempo. In questa situazione la Corte Costituzionale forzò la normativa esistente affermando come il referendum dovesse prospettare una soluzione nuova. Si procedette quindi a un “referendum manipolativo”. Cioè vennero cancellate determinate espressioni lessicali, creando una formulazione nuova, contravvenendo a tutti i postulati del Costituzionalismo moderno. Il Referendum, quindi, come “detonatore”. In Italia c’è nel 1993 un atteggiamento messianico: la legge elettorale è vista come un intervento miracoloso per una nuova democrazia governante. Questa concezione è un’ operazione devastante sul piano della cultura politica. Prevale la convinzione che adottando un sistema elettorale maggioritario con parziale correzione proporzionale si sarebbe entrati in una nuova fase, nella convinzione che questa fase “..rende la democrazia governante, i governi stabili e il cittadino diventa il nuovo sovrano”, ritenuto spodestato dal Parlamento. Ci sentiamo di dire che senza questo clima da “ultima spiaggia” l’ Italia avrebbe avuto un diverso sistema di funzionamento politico. Berlusconi infatti ha strutturato la sua “discesa in campo” su questa condizione.

3) 1992: E’ in questo anno che c’è l’ irruzione del vincolo esterno. Entra in vigore il Trattato di Maastricht e costituisce una data periodizzante: tutti i Paesi europei devono avere parametri rigorosi nelle politiche pubbliche, in particolare per quanto riguardava il tetto massimo del Prodotto Interno Lordo. Queste misure comunitarie impongono un mutamento complessivo nella politica del governo. Infatti negli anni passati c’era stata una “via clientelare alla modernizzazione” e un consequenziale rigonfiamento della spesa pubblica: le spese erano coperte non da una pressione fiscale esigente, ma attraverso l’ esplosione del debito pubblico perché si accontentava in campagna elettorale gran parte dei ceti sociali. Fino al 1980 il rapporto Debito/PIL era pari al 50%. Dopo gli anni Novanta questo scatta fino al 120%. Questa cifra è chiaramente insostenibile. Per questo dalle politiche espansive si passa alla politica del “rientro dal debito” che causa una tecnicizzazione della politica italiana. Questa non può dare garanzie alla cittadinanza. Infatti nei primi anni Novanta (1992/1995 – ad eccezione del I governo Berlusconi che durò circa 5 mesi) i governi sono rappresentanti della tecnocrazia, come il governo presieduto dall’ oggi ex Presidente delle Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

E’ evidente quindi come l’ aritmetica sostituisca la politica (e sempre in questi anni emerge la figura di Romano Prodi come “ Il Professore”) e prende quota un sistema politico sbilanciato. L’ alternativa è tra il politico con competenza tecnica e il politico che cavalca i sentimenti più diffusi nella popolazione. Ma questi, si badi bene, sono atteggiamenti speculari.

C’è quindi un nuovo sistema politico in cui gli assetti costituzionali sono mutati. Ci sono quattro indicatori della situazione italiana:

a) MUTAMENTO DEL TERRENO IDEOLOGICO: cambia l’ ideologia costituzionale e politica dell’ Italia e quindi l’ idea stessa di democrazia. Infatti ogni Costituzione è inveata dal concetto di cittadinanza di Aristotele. In Italia invece l’ ideologia è una democrazia ruotante sul piano dei diritti e del lavoro. La nostra Costituzione segue la scia di quella della Repubblica di Weimar (1919). C’è la centralità dell’ idea di lavoro con la funzione sociale della proprietà e il lavoro come ossatura della cittadinanza. Aristotele distingueva due tipi di uguaglianza: quella formale secondo cui tutti i corpi sono uguali, e quella sostanziale (fatta propria dalla nostra Costituzione) secondo cui se vuoi trattare tutti ugualmente si devono valorizzare le differenze sociali. La Costituzione garantisce le libertà solidali come il diritto allo studio. Negli Anni Novanta questa non è più una ideologia condivisa. La centralità del lavoro, dell’ uguaglianza viene soppiantata dall’ ideologia dell’ impresa, dell’ azienda, della concorrenza. Il Trattato di Maastricht è un mutamento implicito delle Carte Nazionali. Per esso è importante garantire la concorrenza tra attori pubblici e privati. Si passa in tal modo dalla politica pubblica per soddisfare i bisogni sociali, a una Repubblica tecnico-mercantile. Tutti i partiti politici , da Sinistra a Destra, hanno l’ obbiettivo di smantellare lo Stato. Si passa da Stato gestore a Stato regolatore, come lo definì Sturzo. E questo comporta un mutamento ideologico. Nello Stato regolatore non c’è più differenza tra presenza pubblica e privata. La cosa importante è che lo Stato fissi il quadro normativo, poi sarà il privato ad amministrare. Per esempio i governi Berlusconi II-III (2001/2006) per aggirare l’ ostacolo sul finanziamento pubblico della scuola privata, ha cambiato il significato di pubblico usando il concetto di sussidiarietà. Per sussidiarietà si intende spostare il momento decisionale su particolari materie, dal livello centrale e statale a quello più vicino ai cittadini cioè al Comune, Provincia, Regione (art.117 Costituzione). Nasce così una Iperdemocrazia che consiste in una ideologia (di falsa coscienza) che preveda l’ uso indebito e manipolatorio di determinati concetti. C’è la demolizione lenta della democrazia partecipativa e la stessa funzione di annichilimento della cittadinanza attiva viene coperta da una fraseologia che costruisce un assetto dei poteri politici con una partecipazione evanescente, cerimoniale.

b) SOMMOVIMENTO DELLE CULTURE POLITICHE: Dal 1946 Parlamento e partiti politici sono il centro su cui ruota la politica; sono luoghi di mediazione. Negli anni Novanta questa concezione cade, emerge la Cultura del leader intorno al quale incentrare ora la politica. Il leader si pone al posto dei partiti a del Parlamento. Si fa spazio l’ idea che solo con il Capo e non con le Assemblee si può rigenerare la democrazia. Si riprende la concezione di Max Weber, secondo cui senza un capo si può parlare di democrazia acefala. Hans Kelsen, criticando Weber, disse che la democrazia è assenza di capi. Quindi chi riduce la democrazia all’ individuazione di un capo ha un’ idea di democrazia di tipo elettorale, quindi nettamente errata. Si fa avanti in Italia a seguito del crollo del Primo Sistema Politico un’ idea minimalistica di democrazia spacciata invece come massimalistica. E questo è rappresentato dalla riforma del 1999 che permise la elezione diretta dei cosiddetti governatori, come se il leader incarnasse la massima espressione di democrazia. Così i sindaci vengono ricoperti di funzioni simboliche e i consigli sono svuotati di ruolo.

c) CAMBIAMENTO DEI SOGGETTI POLITICI: Nelle elezioni del 1995 nessuno dei vecchi partiti è più presente sulla scheda elettorale. Nella cosiddetta Prima Repubblica il soggetto principale era il Partito di massa. Ora, invece quella funzione minimale viene contesa da più attori. C’è la comparsa del Partito azienda. I nuovi soggetti politici sono più deboli e più pronunciata è la loro visibilità politica. E’ la leadership che si fa partito. Si creano infatti partiti personali che recano il nome del loro leader ( es. Lista Pannella), sebbene nessun altro sistema democratico presenti queste caratteristiche. In questo panorama c’è quindi una palese violazione dell’ art.49 della Costituzione. Questo definisce il partito politico come strumento pubblico di partecipazione collettiva. E invece oggi i leader di partito sono affiancati da pochi consiglieri (c.d. Staff) che provoca una strozzatura della partecipazione democratica del Paese. I partiti sono incapaci di esprimere una cultura politica, subendo una curvatura mediatica e spettacolare dai costi molto elevati. Questa provoca anche una povertà nella militanza politica interna. Quelli di oggi possono essere chiamati Post-partiti, intesi come strutture oligarchiche di comando che hanno bisogno di due fattori: media e denaro.

d) CAMBIAMENTO DEI SOGGETTI SOCIALI: Il passaggio da partito di militanza a post-partiti crea la necessità di legarsi alle banche e alle strutture economico-finanziarie per soddisfare il bisogno patologico di media e di denaro. Dopo 15 anni dalla “grande crisi” non c’è quindi stata la tanto attesa restituzione dello scettro al cittadino, anzi si sono intessuti legami organici tra ceto politico e banche. Si è voluto il Partito fluido, liquido, cioè una tipologia di partito politico che ricorra ad operazioni di marketing. La leadership politica italiana è infatti fatta da un sondaggio tra le forze finanziarie e quelle dei media. Le tanto celebrate primarie, o i così amati gazebo altro non sono altro che secondarie, perché ogni decisione è stata già fatta da imprenditori e politica. C’è un chiaro primato di questi elementi economico-finanziari. Dalla centralità della cittadinanza e del lavoro si passa alla centralità del privato. E’ una Oligarchia incontrollabile per cui prima si definisce il leader, poi il partito. I partiti fluidi nominano il leader che poi sceglie i propri dirigenti. Il tanto celebrato sistema delle primarie altro non è quindi che una forma di Delega assoluta, perché la partecipazione politica ha bisogno di confronto, interscambio, sentire comune. Le primarie sono invece una Espropriazione democratica.

Perché il sistema politico italiano non si è stabilizzato dopo la crisi del 1992? Bisogna prima di tutto specificare che ci sono due tipi di stabilizzatori:

• STABILIZZATORI ENDOGENI, cioè tecnici e funzionali

• STABILIZZATORI ESOGENI, cioè sociali e fondamentali

E’ evidente che in questa Seconda Repubblica si faccia sempre ricorso ormai a quelli endogeni rappresentati da una sorta di ossessione elettorale, con due leggi elettorali e tre referendum, considerata unico rimedio al dissesto della politica italiana. La Prima Repubblica invece si stabilizzò invece con la legge elettorale proporzionale e il Parlamento(stabilizzatori endogeni) da una parte e con il c.d. Welfare State (stabilizzatore esogeno) dall’ altra parte. E’ stata cioè anche capace di diffondere il benessere sociale. La nuova scommessa della classe politica italiana è quella di salvarsi con referendum popolari e leggi elettorali, come se tutti vogliano misurarsi con le tecniche elettorali. Emerge evidente la trascuratezza dei sistemi esogeni. Sembra che si voglia stabilizzare il sistema politico italiano con le politiche di tagli, benché nessun sistema politico si stabilizza se la popolazione lamenta condizioni socio-economiche peggiori degli anni precedenti. Sarebbero invece necessarie, in questa difficile fase della nostra Repubblica, politiche redistributive e salariali. Il punto debole è proprio il benessere sociale, perché nella gente c’è la convinzione dell’ impossibilità di mobilità sociale e che in Italia viga la regola non scritta dell’ ereditarietà sociale. E poi c’è quel fenomeno così importante come la questione giovanile. Infatti questo sistema italiano non dà alcuna importanza al sapere e alla conoscenza, come se il livello di istruzione non contasse nulla nelle prospettive di mobilità sociale. Il punto nodale è che la attuale classe dirigente del sistema italiano è incapace di dare forti risposte ai cittadini. Questo provoca proprio nella popolazione la sensazione che si sia passati dallo Stato Sociale della Prima Repubblica allo Stato del malessere sociale del Secondo Sistema Politico.

Personalmente ritengo che la crisi del sistema politico italiano sia dovuto alla crisi del partito politico. Questo in quasi tutti i Paesi europei tende a non essere più partito degli iscritti, ma subisce un lento processo di centralizzazione e verticalizzazione, presentato dagli attori politici e dagli studiosi più di moda, come un indice di modernità. Invece il partito degli iscritti viene considerato come una scoria di un passato che è necessario eliminare. Ma se guardiamo la storia, il partito politico nasce per attuare la politica dello stare insieme, dell’ organizzazione. Il partito politico legato alla campagna elettorale è solo un aspetto, non il suo compito, almeno nel progetto originario. Invece oggi si ha un’ idea leaderistica del partito che ha come unico scopo quello di conquistare più cariche pubbliche possibili. Nel 1992 si è dato vita ad un sistema politico detto bipolarismo imperfetto, considerato da tutti, anche da importanti studiosi, come la panacea di tutti i mali. In realtà si è dato vita ad un sistema opposto caratterizzato da partiti politici con sempre meno iscritti, da partiti sempre più centralizzati, in cui le decisioni vengono prese dal leader, che si sente un unto del Signore o forte di una supposta investitura popolare dalle primarie (che come detto in precedenza possono essere considerate a pieno titolo delle secondarie) e dal suo gabinetto o staff che spesso conta al suo interno poche personalità allineate alle decisioni del Capo.

Con il 1992 è finita l’ era della politica fatta di Congressi, Assemblee. Il partito politico ormai non conta più. Ciò che conta è rivestire quante più cariche istituzionali. Basti pensare a chi, oltre la carica di Ministro conserva quella di senatore della Repubblica e di presidente del proprio partito. Mai un esponente dei grandi partiti di massa, come il Partito Comunista o la Democrazia Cristiana, avrebbe osato tanto. Berlinguer non avrebbe mai lasciato la sua carica di segretario del PCI per occupare una “poltrona” nel palazzo del comando. Quindi nonostante siano presenti tutti gli elementi di un moderno sistema politico l’ Italia è in crisi sotto questo punto di vista. La ragione è semplice: nessuna democrazia si stabilizza se manca un sistema di partiti equilibrato.

Ho detto che la crisi del partito politico investe gran parte dei Paesi europei in quanto anche in Germania e Gran Bretagna si è assistiti ad un crollo del numero degli iscritti ai partiti. Ma nonostante questo, la trasformazione del partito politico da partito degli iscritti a partito elettorale è tipico esclusivamente dell’ Italia. In Germania la SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands), cioè il Partito socialdemocratico, all’ interno del proprio statuto ha scritto che esso è il partito della partecipazione, degli iscritti e del popolo. In questo Paese, a differenza del nostro, esistono quindi ancora i Partiti società. La tendenza leaderistica del partito, sebbene investa più Paesi, è tipicamente italiana. In Germania, come in Gran Bretagna, i partiti storici (SPD e Labour Party) non hanno perso la memoria del loro ruolo, resistendo alle derive plebiscitarie, populistiche e leaderistiche. Il primo partito politico moderno, universalmente riconosciuto nel Partito Socialista, nacque per difendere interessi universali, sebbene fosse per sua natura parziale. E’ proprio questa la stella polare che dovrebbe illuminare il cammino dei partiti di oggi e che invece ai loro occhi sembra talmente lontana da non poter essere vista.

Concludo riaffermando la mia idea secondo cui il limite del sistema politico italiano non è esclusivamente di natura politica, ma soprattutto di natura culturale.

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