La deriva populista della politica italiana

Il termine Seconda Repubblica sta ad indicare in una nazione democratica l’ adozione di una nuova Carta Costituzionale redatta da un’ Assemblea Costituente riunita. Dal punto di vista tecnico-giuridico quindi, questo termine è stato usato impropriamente da molti politologi, storici, giornalisti e politici stessi. Si tratta di una espressione retorica e fuorviante. Sebbene negli Anni Novanta vi sia stata una profonda crisi politico-istituzionale, non c’è stata una frattura con il precedente assetto istituzionale. E’ quindi decisamente più giusto parlare di Secondo Sistema Politico. Questo prende inizio nel 1992 per l’ azione congiunta di tre cause:

1) TANGENTOPOLI: Rappresenta l’ azione penale della magistratura verso il mondo politico con 600 avvisi di garanzia al Parlamento. Questa rappresenta una discriminante tra l’ Italia e il resto d’ Europa. Di solito negli altri Paesi sono i cittadini a cambiare il sistema politico vigente con le elezioni, nell’ Italia degli Anni Novanta il fattore che scatena il cambiamento è il cosiddetto “Tintinnìo delle manette”. Potremmo dire che è il Codice Penale ad avviare la nuova fase delle politica nostrana: è la rivoluzione italiana, un’ operazione chirurgica portata avanti dai giudici. La tipicità del caso italiano risulta evidente dal confronto con quanto avvenne in Germania con lo “Scandalo Kohl”, che investì l’ allora alto esponente della CDU. In quel caso furono i cittadini con il voto a rimuoverlo dal suo incarico e convergere le proprie preferenze sulla SPD. Ritornando all’ Italia potremmo dire che i giudici hanno vestito i panni di “esecutori testamentari” di un processo che non è stato scatenato da loro. Questi hanno ratificato la nascita di un nuovo sistema politico. I giudici i quindi come effetto, non come causa.

2) REFERENDUM: Introdotto da Mario Segni con lo scopo di cancellare la vecchia partitocrazia e il vecchio sistema politico, considerato un “vecchio arnese”. Per il nostro assetto costituzionale i referendum possibili sono solo quelli abrogativi, cioè dove è sufficiente rispondere si o no al quesito posto. Quello del 1993 non fu un referendum trasparente. Infatti in quel caso la Corte Costituzionale da corte che lavora nel rispetto della Costituzione, lavorò come soggetto politico innovativo, svolgendo una funzione di vera e propria “supplenza politica”, consentendo un referendum che non era ammissibile. Infatti il referendum abrogativo è lineare. Ma la Corte Costituzionale disse che non vi erano i presupposti per adoperarlo, dal momento che si sarebbe avuto un vuoto costituzionale. Secondo la Corte non si poteva cancellare la legge elettorale perché non si sarebbe potuto convocare il Parlamento in breve tempo. In questa situazione la Corte Costituzionale forzò la normativa esistente affermando come il referendum dovesse prospettare una soluzione nuova. Si procedette quindi a un “referendum manipolativo”. Cioè vennero cancellate determinate espressioni lessicali, creando una formulazione nuova, contravvenendo a tutti i postulati del Costituzionalismo moderno. Il Referendum, quindi, come “detonatore”. In Italia c’è nel 1993 un atteggiamento messianico: la legge elettorale è vista come un intervento miracoloso per una nuova democrazia governante. Questa concezione è un’ operazione devastante sul piano della cultura politica. Prevale la convinzione che adottando un sistema elettorale maggioritario con parziale correzione proporzionale si sarebbe entrati in una nuova fase, nella convinzione che questa fase “..rende la democrazia governante, i governi stabili e il cittadino diventa il nuovo sovrano”, ritenuto spodestato dal Parlamento. Ci sentiamo di dire che senza questo clima da “ultima spiaggia” l’ Italia avrebbe avuto un diverso sistema di funzionamento politico. Berlusconi infatti ha strutturato la sua “discesa in campo” su questa condizione.

3) 1992: E’ in questo anno che c’è l’ irruzione del vincolo esterno. Entra in vigore il Trattato di Maastricht e costituisce una data periodizzante: tutti i Paesi europei devono avere parametri rigorosi nelle politiche pubbliche, in particolare per quanto riguardava il tetto massimo del Prodotto Interno Lordo. Queste misure comunitarie impongono un mutamento complessivo nella politica del governo. Infatti negli anni passati c’era stata una “via clientelare alla modernizzazione” e un consequenziale rigonfiamento della spesa pubblica: le spese erano coperte non da una pressione fiscale esigente, ma attraverso l’ esplosione del debito pubblico perché si accontentava in campagna elettorale gran parte dei ceti sociali. Fino al 1980 il rapporto Debito/PIL era pari al 50%. Dopo gli anni Novanta questo scatta fino al 120%. Questa cifra è chiaramente insostenibile. Per questo dalle politiche espansive si passa alla politica del “rientro dal debito” che causa una tecnicizzazione della politica italiana. Questa non può dare garanzie alla cittadinanza. Infatti nei primi anni Novanta (1992/1995 – ad eccezione del I governo Berlusconi che durò circa 5 mesi) i governi sono rappresentanti della tecnocrazia, come il governo presieduto dall’ oggi ex Presidente delle Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

E’ evidente quindi come l’ aritmetica sostituisca la politica (e sempre in questi anni emerge la figura di Romano Prodi come “ Il Professore”) e prende quota un sistema politico sbilanciato. L’ alternativa è tra il politico con competenza tecnica e il politico che cavalca i sentimenti più diffusi nella popolazione. Ma questi, si badi bene, sono atteggiamenti speculari.

C’è quindi un nuovo sistema politico in cui gli assetti costituzionali sono mutati. Ci sono quattro indicatori della situazione italiana:

a) MUTAMENTO DEL TERRENO IDEOLOGICO: cambia l’ ideologia costituzionale e politica dell’ Italia e quindi l’ idea stessa di democrazia. Infatti ogni Costituzione è inveata dal concetto di cittadinanza di Aristotele. In Italia invece l’ ideologia è una democrazia ruotante sul piano dei diritti e del lavoro. La nostra Costituzione segue la scia di quella della Repubblica di Weimar (1919). C’è la centralità dell’ idea di lavoro con la funzione sociale della proprietà e il lavoro come ossatura della cittadinanza. Aristotele distingueva due tipi di uguaglianza: quella formale secondo cui tutti i corpi sono uguali, e quella sostanziale (fatta propria dalla nostra Costituzione) secondo cui se vuoi trattare tutti ugualmente si devono valorizzare le differenze sociali. La Costituzione garantisce le libertà solidali come il diritto allo studio. Negli Anni Novanta questa non è più una ideologia condivisa. La centralità del lavoro, dell’ uguaglianza viene soppiantata dall’ ideologia dell’ impresa, dell’ azienda, della concorrenza. Il Trattato di Maastricht è un mutamento implicito delle Carte Nazionali. Per esso è importante garantire la concorrenza tra attori pubblici e privati. Si passa in tal modo dalla politica pubblica per soddisfare i bisogni sociali, a una Repubblica tecnico-mercantile. Tutti i partiti politici , da Sinistra a Destra, hanno l’ obbiettivo di smantellare lo Stato. Si passa da Stato gestore a Stato regolatore, come lo definì Sturzo. E questo comporta un mutamento ideologico. Nello Stato regolatore non c’è più differenza tra presenza pubblica e privata. La cosa importante è che lo Stato fissi il quadro normativo, poi sarà il privato ad amministrare. Per esempio i governi Berlusconi II-III (2001/2006) per aggirare l’ ostacolo sul finanziamento pubblico della scuola privata, ha cambiato il significato di pubblico usando il concetto di sussidiarietà. Per sussidiarietà si intende spostare il momento decisionale su particolari materie, dal livello centrale e statale a quello più vicino ai cittadini cioè al Comune, Provincia, Regione (art.117 Costituzione). Nasce così una Iperdemocrazia che consiste in una ideologia (di falsa coscienza) che preveda l’ uso indebito e manipolatorio di determinati concetti. C’è la demolizione lenta della democrazia partecipativa e la stessa funzione di annichilimento della cittadinanza attiva viene coperta da una fraseologia che costruisce un assetto dei poteri politici con una partecipazione evanescente, cerimoniale.

b) SOMMOVIMENTO DELLE CULTURE POLITICHE: Dal 1946 Parlamento e partiti politici sono il centro su cui ruota la politica; sono luoghi di mediazione. Negli anni Novanta questa concezione cade, emerge la Cultura del leader intorno al quale incentrare ora la politica. Il leader si pone al posto dei partiti a del Parlamento. Si fa spazio l’ idea che solo con il Capo e non con le Assemblee si può rigenerare la democrazia. Si riprende la concezione di Max Weber, secondo cui senza un capo si può parlare di democrazia acefala. Hans Kelsen, criticando Weber, disse che la democrazia è assenza di capi. Quindi chi riduce la democrazia all’ individuazione di un capo ha un’ idea di democrazia di tipo elettorale, quindi nettamente errata. Si fa avanti in Italia a seguito del crollo del Primo Sistema Politico un’ idea minimalistica di democrazia spacciata invece come massimalistica. E questo è rappresentato dalla riforma del 1999 che permise la elezione diretta dei cosiddetti governatori, come se il leader incarnasse la massima espressione di democrazia. Così i sindaci vengono ricoperti di funzioni simboliche e i consigli sono svuotati di ruolo.

c) CAMBIAMENTO DEI SOGGETTI POLITICI: Nelle elezioni del 1995 nessuno dei vecchi partiti è più presente sulla scheda elettorale. Nella cosiddetta Prima Repubblica il soggetto principale era il Partito di massa. Ora, invece quella funzione minimale viene contesa da più attori. C’è la comparsa del Partito azienda. I nuovi soggetti politici sono più deboli e più pronunciata è la loro visibilità politica. E’ la leadership che si fa partito. Si creano infatti partiti personali che recano il nome del loro leader ( es. Lista Pannella), sebbene nessun altro sistema democratico presenti queste caratteristiche. In questo panorama c’è quindi una palese violazione dell’ art.49 della Costituzione. Questo definisce il partito politico come strumento pubblico di partecipazione collettiva. E invece oggi i leader di partito sono affiancati da pochi consiglieri (c.d. Staff) che provoca una strozzatura della partecipazione democratica del Paese. I partiti sono incapaci di esprimere una cultura politica, subendo una curvatura mediatica e spettacolare dai costi molto elevati. Questa provoca anche una povertà nella militanza politica interna. Quelli di oggi possono essere chiamati Post-partiti, intesi come strutture oligarchiche di comando che hanno bisogno di due fattori: media e denaro.

d) CAMBIAMENTO DEI SOGGETTI SOCIALI: Il passaggio da partito di militanza a post-partiti crea la necessità di legarsi alle banche e alle strutture economico-finanziarie per soddisfare il bisogno patologico di media e di denaro. Dopo 15 anni dalla “grande crisi” non c’è quindi stata la tanto attesa restituzione dello scettro al cittadino, anzi si sono intessuti legami organici tra ceto politico e banche. Si è voluto il Partito fluido, liquido, cioè una tipologia di partito politico che ricorra ad operazioni di marketing. La leadership politica italiana è infatti fatta da un sondaggio tra le forze finanziarie e quelle dei media. Le tanto celebrate primarie, o i così amati gazebo altro non sono altro che secondarie, perché ogni decisione è stata già fatta da imprenditori e politica. C’è un chiaro primato di questi elementi economico-finanziari. Dalla centralità della cittadinanza e del lavoro si passa alla centralità del privato. E’ una Oligarchia incontrollabile per cui prima si definisce il leader, poi il partito. I partiti fluidi nominano il leader che poi sceglie i propri dirigenti. Il tanto celebrato sistema delle primarie altro non è quindi che una forma di Delega assoluta, perché la partecipazione politica ha bisogno di confronto, interscambio, sentire comune. Le primarie sono invece una Espropriazione democratica.

Perché il sistema politico italiano non si è stabilizzato dopo la crisi del 1992? Bisogna prima di tutto specificare che ci sono due tipi di stabilizzatori:

• STABILIZZATORI ENDOGENI, cioè tecnici e funzionali

• STABILIZZATORI ESOGENI, cioè sociali e fondamentali

E’ evidente che in questa Seconda Repubblica si faccia sempre ricorso ormai a quelli endogeni rappresentati da una sorta di ossessione elettorale, con due leggi elettorali e tre referendum, considerata unico rimedio al dissesto della politica italiana. La Prima Repubblica invece si stabilizzò invece con la legge elettorale proporzionale e il Parlamento(stabilizzatori endogeni) da una parte e con il c.d. Welfare State (stabilizzatore esogeno) dall’ altra parte. E’ stata cioè anche capace di diffondere il benessere sociale. La nuova scommessa della classe politica italiana è quella di salvarsi con referendum popolari e leggi elettorali, come se tutti vogliano misurarsi con le tecniche elettorali. Emerge evidente la trascuratezza dei sistemi esogeni. Sembra che si voglia stabilizzare il sistema politico italiano con le politiche di tagli, benché nessun sistema politico si stabilizza se la popolazione lamenta condizioni socio-economiche peggiori degli anni precedenti. Sarebbero invece necessarie, in questa difficile fase della nostra Repubblica, politiche redistributive e salariali. Il punto debole è proprio il benessere sociale, perché nella gente c’è la convinzione dell’ impossibilità di mobilità sociale e che in Italia viga la regola non scritta dell’ ereditarietà sociale. E poi c’è quel fenomeno così importante come la questione giovanile. Infatti questo sistema italiano non dà alcuna importanza al sapere e alla conoscenza, come se il livello di istruzione non contasse nulla nelle prospettive di mobilità sociale. Il punto nodale è che la attuale classe dirigente del sistema italiano è incapace di dare forti risposte ai cittadini. Questo provoca proprio nella popolazione la sensazione che si sia passati dallo Stato Sociale della Prima Repubblica allo Stato del malessere sociale del Secondo Sistema Politico.

Personalmente ritengo che la crisi del sistema politico italiano sia dovuto alla crisi del partito politico. Questo in quasi tutti i Paesi europei tende a non essere più partito degli iscritti, ma subisce un lento processo di centralizzazione e verticalizzazione, presentato dagli attori politici e dagli studiosi più di moda, come un indice di modernità. Invece il partito degli iscritti viene considerato come una scoria di un passato che è necessario eliminare. Ma se guardiamo la storia, il partito politico nasce per attuare la politica dello stare insieme, dell’ organizzazione. Il partito politico legato alla campagna elettorale è solo un aspetto, non il suo compito, almeno nel progetto originario. Invece oggi si ha un’ idea leaderistica del partito che ha come unico scopo quello di conquistare più cariche pubbliche possibili. Nel 1992 si è dato vita ad un sistema politico detto bipolarismo imperfetto, considerato da tutti, anche da importanti studiosi, come la panacea di tutti i mali. In realtà si è dato vita ad un sistema opposto caratterizzato da partiti politici con sempre meno iscritti, da partiti sempre più centralizzati, in cui le decisioni vengono prese dal leader, che si sente un unto del Signore o forte di una supposta investitura popolare dalle primarie (che come detto in precedenza possono essere considerate a pieno titolo delle secondarie) e dal suo gabinetto o staff che spesso conta al suo interno poche personalità allineate alle decisioni del Capo.

Con il 1992 è finita l’ era della politica fatta di Congressi, Assemblee. Il partito politico ormai non conta più. Ciò che conta è rivestire quante più cariche istituzionali. Basti pensare a chi, oltre la carica di Ministro conserva quella di senatore della Repubblica e di presidente del proprio partito. Mai un esponente dei grandi partiti di massa, come il Partito Comunista o la Democrazia Cristiana, avrebbe osato tanto. Berlinguer non avrebbe mai lasciato la sua carica di segretario del PCI per occupare una “poltrona” nel palazzo del comando. Quindi nonostante siano presenti tutti gli elementi di un moderno sistema politico l’ Italia è in crisi sotto questo punto di vista. La ragione è semplice: nessuna democrazia si stabilizza se manca un sistema di partiti equilibrato.

Ho detto che la crisi del partito politico investe gran parte dei Paesi europei in quanto anche in Germania e Gran Bretagna si è assistiti ad un crollo del numero degli iscritti ai partiti. Ma nonostante questo, la trasformazione del partito politico da partito degli iscritti a partito elettorale è tipico esclusivamente dell’ Italia. In Germania la SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands), cioè il Partito socialdemocratico, all’ interno del proprio statuto ha scritto che esso è il partito della partecipazione, degli iscritti e del popolo. In questo Paese, a differenza del nostro, esistono quindi ancora i Partiti società. La tendenza leaderistica del partito, sebbene investa più Paesi, è tipicamente italiana. In Germania, come in Gran Bretagna, i partiti storici (SPD e Labour Party) non hanno perso la memoria del loro ruolo, resistendo alle derive plebiscitarie, populistiche e leaderistiche. Il primo partito politico moderno, universalmente riconosciuto nel Partito Socialista, nacque per difendere interessi universali, sebbene fosse per sua natura parziale. E’ proprio questa la stella polare che dovrebbe illuminare il cammino dei partiti di oggi e che invece ai loro occhi sembra talmente lontana da non poter essere vista.

Concludo riaffermando la mia idea secondo cui il limite del sistema politico italiano non è esclusivamente di natura politica, ma soprattutto di natura culturale.

Le tre facce della presidenzializzazione della politica. Come premier e presidenti comunicano con i loro elettori

La presidenzializzazione della politica è stata oggetto di una ampia letteratura, con gli studi, in particolare di Poguntke e Webb, Foley, King e Calise, che hanno analizzato, e cercato di spiegare, le dinamiche di tale fenomeno che investe con diversa intensità tutte le democrazie europee e non solo. Si tratta di un concetto di difficile definizione, anche se gli scienziati politici si sono trovati piuttosto concordi nel definirlo come quel processo, attraverso il quale, nella pratica, i sistemi politici tendono ad assumere carattere “presidenziale”, senza però che intervengano modificazioni dell’assetto istituzionale.

Margareth Thatcher. La lady di ferro è considerata l’iniziatrice del processo di presidenzializzazione nel Regno Unito e in Europa.

È un fenomeno, dunque che concerne la prassi, le modalità d’azione dei sistemi politici, e non implica alcun processo di riforma del proprio sistema istituzionale. Il fenomeno della presidenzializzazione della politica investe tre ambiti del sistema politico: l’esecutivo, il partito e le dinamiche elettorali.

ESECUTIVO: Per quanto riguarda il primo ambito, quello del governo, si è assistiti negli ultimi decenni ad un incremento esponenziale dell’autonomia del primo ministro/presidente all’interno dell’esecutivo. Si è spesso spiegato questo fenomeno, adducendo la presenza di fattori contingenti e fattori strutturali. Tra i primi rientrano le caratteristiche personali, l’appeal, la popolarità del leader e anche la ampiezza e coesione del proprio “partito parlamentare”. Nel secondo gruppo sono racchiusi la riduzione delle decisioni collettive e dunque delle riunioni di gabinetto, l’aumento delle riunioni interministeriali, per commissioni (con la presenza del primo ministro e dei ministri più importanti), e l’aumento della nomina di ministri “tecnici”, dunque svincolati dalle pressioni del partito al governo. Dunque tali fattori hanno, indiscutibilmente, favorito l’ascesa del capo del governo all’interno del proprio esecutivo, ponendolo al centro dei processi di policy-making. Ma le cause che sono state avanzate per spiegare la tendenza alla presidenzializzazione dell’esecutivo sono state principalmente due:

– l’ internazionalizzazione dei processi decisionali, causati dalla diffusione della globalizzazione e dallo sviluppo dell’Unione Europea, che fa si che i provvedimenti, anche di politica interna vengano presi dal capo dell’esecutivo, come rappresentante a livello mondiale del proprio Paese, negli incontri internazionali. Si priva, così, esecutivo e parlamento della possibilità di discutere e modificare tali provvedimenti, relegando l’ultima, in particolare, al ruolo di mera camera di ratifica;

– la crescita della complessità dello Stato, con il federalismo e la devolution. Questo fenomeno porta con sé la necessità di un potere centrale più forte di indirizzo e coordinamento, rafforzando così il ruolo del capo del governo. E’ questo il caso della Germania, dove il cancelliere, oltre che preminente figura politica, assume il ruolo anche di “negoziatore” tra le istanze nazionali e quelle dei länder.

Esemplificativo del processo di presidenzializzazione dell’esecutivo è stato il caso americano, che negli anni Trenta del Novecento (chiamato il “secolo dei governi”) ha assistito ad uno spostamento del baricentro politico dal Congresso al Presidente. Dal Congressional Government si è passati al Presidential Government di F.D. Roosvelt, la cui leadership trasformativa è emersa proprio in quel momento di crisi profonda in cui la società americana necessitva di riposte immediate, che solo il presidente poteva assicurare. Attraverso l’uso della rethorical presidency, consistente nella pratica di appelli diretti ai cittadini, Roosvelt riuscì a portare avanti il suo progetto ambizioso, rafforzando l’esecutivo federale in senso sempre più veriticistico, spostando la centralità del processo decisionale dal Congresso al Presidente, e indebolendo i partiti, trasformandoli in organizzazioni elettorali totalmente strutturate intorno alla figura del candidato. Comunque la pratica dell’appello diretto ai cittadini sarà poi ripreso da altri presidenti, diventando con R. Reagan lo strumento principale per scavalcare l’opposizione del Congresso in periodi di divided government.

Anche in Gran Bretagna la presidenzializzazione dell’esecutivo ha trovato spazi di sviluppo. Il PM, a partire da 1979, con il governo Thatcher, ha avuto sempre più autonomia all’interno del gabinetto, che si è andato configurando sempre meno come organo collegiale di decisione. La personalità, la popolarità del premier, unite alla posizione preminente e ai poteri a sua disposizione, sono diventati fattori decisivi per la sua scalata all’interno dell’esecutivo. Una posizione centrale garantita anche dall’istituzione di commissioni interministeriali, composte dal PM e dai ministri più influenti, che ha posto prima M. Thatcher e poi J. Major e T. Blair in una posizione centrale, come “punto nodale” del processo di policy-making.

Nonostante questi aspetti, comunque, sia negli USA e sia in Europa, tale fenomeno ha trovato nelle istituzioni (Congresso/Parlamento e Gabinetto), delle barriere insormontabili che non hanno permesso una totale trasformazione del sistema politico in senso presidenziale.

PARTITO: In questo secondo ambito si è assistiti progressivamente ad una crescita della supremazia del leader all’interno delle organizzazioni partitiche. Tale processo ha indebolito sostanzialmente le strutture del vecchio partito di massa, considerato da molti obsoleto, dando vita ad organizzazioni “leggere”, basate sul leader. Questo si è avuto per una serie di motivi. I mass media, negli ultimi anni hanno incentrato la propria attenzione sempre più sulla figura del leader, considerato in grado di influenzare il comportamento elettorale dei cittadini. E ciò è avvenuto in Italia già negli anni Ottanta con il leader del PSI B. Craxi. Inoltre, anche in Europa, è stata introdotto il ricorso a “pratiche plebiscitarie”, come le primarie, con lo scopo, da parte del leader, di scavalcare le oligarchie di partito e porsi in comunicazione diretta con i cittadini. In tal modo il leader si è sentito sempre più forte di una investitura diretta da parte dei cittadini, convinzione che ha permette di “bypassare” le opposizioni interne al partito. T. Blair ha fatto dell’uso di queste pratiche lo strumento per la scalata al vertice del Labour Party e per accrescerne il proprio potere. Le cause di tale fenomeno, oltre a quelle già accennate, sono state principalmente:

– la presidenzializzazione dell’esecutivo, in virtù della quale si diffonde la convinzione secondo la quale il capo del governo non può non essere anche capo del proprio partito;

– la personalizzazione dei processi elettorali, che permette al leader di accentrare in sé le decisioni, scavalcando così l’establishment del partito anche in relazione alla campagna elettorale.

Tipico esempio di trasformazione del partito, in senso personalistico, è la Francia della Quinta Repubblica. In tale contesto si assiste ad un connubio molto forte tra organizzazione partitica e leader, tanto che il primo finisce per identificarsi con il secondo. Infatti, anche se i partiti restano ancora molto importanti, si avverte il desiderio nascosto di andare oltre questi, soprattutto per la volontà di superare l’esperienza negativa della Quarta Repubblica (detta “la Repubblica dei partiti”). La nascita del Partie Socialiste (PS), dalle ceneri della vecchia SFIO, è inquadrata proprio in quest’ottica. Esso nasce nel 1971 con una struttura completamente rinnovata, che ha come punto di riferimento il candidato socialista alla presidenza François Mitterrand. Si crea, perciò, un partito che diventa una organizzazione quasi “personale”, il cui scopo principale è la vittoria presidenziale del proprio leader. Oggi, dunque, i partiti sono diventati in Francia strumenti nelle mani dei leader che li usano per ottenere il massimo profitto in vista della campagna elettorale.

Negli USA invece questo processo ha raggiunto l’apice negli anni Sessanta, quando l’introduzione delle direct primaries e del finanziamento diretto ai candidati e non più ai partiti, uniti ad un crescente sentimento antipolitico verso i partiti e le ideologie, ha svincolato definitivamente i leader dalle oligarchie di partito, rendendoli direttamente responsabili verso i cittadini.

ELEZIONI: E’ forse questo l’ambito tra tutti, dove il processo di presidenzializzazione della politica è più visibile. Infatti a partire dagli anni Sessanta in USA, e poi dagli anni Settanta e Ottanta in Europa si è assistiti ad un progressivo aumento dell’attenzione sul leader all’interno delle dinamiche elettorali. Sono questi gli anni in cui si sviluppa l’uso in campagna elettorale delle tecniche del marketing politico e del packaging per la costruzione e la vendita dell’immagine del candidato. Negli USA è del 1960 il primo “faccia a faccia” tra candidati alla presidenza americana, tenuto da Kennedy e Nixon, anche se già qualche hanno prima Eisenhower aveva fatto ricorso ai primi spot elettorali per la campagna del 1956. In Europa, la personalizzazione del confronto politico sbarca negli anni Settanta, soprattutto in Francia e in Gran Bretagna, favorita anche dalle particolari condizioni sistemiche. La prima presenta un sistema semipresidenziale con la competizione tra candidati che si personalizza ulteriormente al secondo turno. La seconda porta nel suo sistema tendenzialmente bipartitico il seme della personalizzazione delle elezioni, viste sempre più come confronto e scelta tra i due candidati principali di Tories e Labour Party. Tale fenomeno si affaccia in Italia solo negli anni Ottanta, quando il leader del PSI Bettino Craxi personalizza fortemente il proprio partito, che fino a quel momento era costituito da molte “correnti”. Questo porta ad una personalizzazione della scelta elettorale, poiché la figura del leader viene a sovrapporsi a quella del proprio partito. In generale, la crisi dei partiti e la centralità del capo dell’esecutivo, hanno avuto riflessi anche in questo ambito, con la conseguenza che le elezioni sono viste sempre più come una competizione tra leader. Le cause avanzate per spiegare questo fenomeno sono state varie, tra cui principalmente:

– ricomposizione dei cleavages socio-politici, con la riduzione dei conflitti sociali politici e religiosi all’interno dell’elettorato e una conseguente riduzione della polarizzazione del panorama politico. Questo porta ad una maggiore importanza della personalità del leader nella scelta dell’elettorato, molto più facile da comprendere (per gli elettori) e da vendere (per i partiti) rispetto ad ideologie e programmi. Secondo il pensiero dello studioso Putnam, infatti, le personalità dei candidati diventano così delle “scorciatoie informative” che permettono agli elettori di giudicare il leader e comprendere come si comporterà una volta ottenuto l’incarico

– cambiamento delle strutture di comunicazione di massa, che vede la crescente importanza del ruolo dei cosiddetti new media (internet) accanto alla televisione e che tendono a focalizzare la propria attenzione sui leader in competizione piuttosto che su partiti e ideologie.

Il fenomeno della personalizzazione delle dinamiche elettorali ha investito, in misura diversa, tutte le democrazie europee. In Italia il principale riferimento in questo caso non può che essere Silvio Berlusconi. Il suo stile di comunicazione personale, basato su un linguaggio semplice, comprensibile e ben diverso dal “politichese” dei leader della cosiddetta Prima Repubblica, accanto alla costruzione di un partito fortemente personalistico fa di Berlusconi l’esempio più brillante della personalizzazione della politica. La sua ascesa è stata favorita da una serie di fattori: 1) il rafforzamento dell’esecutivo che premiava un partito che puntava alla vittoria “presidenziale” del proprio leader; 2) il “vuoto” lasciato dal tramonto di DC e PSI nel sistema politico italiano permetteva l’apertura di un varco dove Berlusconi potesse creare il proprio elettorato; 3) la campagna di Berlusconi era allineata perfettamente allo stile presidenziale delle elezioni, inaugurato con le consultazioni amministrative del 1993, le prime che prevedevano l’elezione diretta dei sindaci introdotta con la L. 81/1993.

Tutti questi fattori sono stati decisivi, aiutati anche dallo stile di Berlusconi, caratterizzato da uno spiccato sentimento “antipolitico”, che lo portava a presentarsi come “il nuovo”, come l’alternativa contro il sistema politico malato e i “politici di professione”, colpevoli di essere stati artefici di un modo di fare politica che non rispondesse ai bisogni reali dei cittadini. Berlusconi ha personalizzato la politica italiana, identificandosi con il proprio partito, e trasformando ogni competizione elettorale in un referendum su di sé, attraverso la personalizzazione delle issues, e trascinando sullo stesso piano anche i suoi avversari. A dimostrazione di questo vi è la scelta fatta nel 2001 dal centrosinistra che decise di candidare Rutelli al posto di Amato in base a sondaggi che tributavano al primo un maggiore appeal nei confronti degli elettori.

Anche in Francia la Quinta Repubblica si è caratterizzata per una spiccata inclinazione alla personalizzazione della competizione elettorale, in aperta rottura con il precedente sistema politico basato sulla preponderanza dei partiti. Tale tendenza si è accentuata con l’introduzione dell’elezione diretta del presidente della Repubblica, e con la presidenza di Charles De Gaulle. Questi fece un largo uso dei mezzi di comunicazione, con una continua presenza soprattutto in televisione, utilizzando le celebri conferenze stampa (dette anche “grandi messe”), appelli ai cittadini francesi e resoconti sugli incontri internazionali.

La comunicazione oggi è diventata meno mediata, con il leader che tende sempre più a porsi in comunicazione diretta con gli elettori, attraverso l’uso dei media tradizionali come la TV o con l’ausilio delle nuove tecnologie di Internet. In tal proposito si è parlato di Obama come di “presidente 2.0”, richiamando il largo uso del web fatto dal candidato democratico durante la campagna elettorale delle primarie e delle presidenziali del 2008 e che, secondo molti analisti, gli ha consentito di vincere la corsa alla Casa Bianca. Anche la Gran Bretagna nel 2010 ha personalizzato la competizione elettorale con l’introduzione dei televised debite, dibattiti televisivi tra i tre leader dei partiti maggiori che hanno evidenzito l’importanza del fattore personale soprattutto nel caso di Nick Clegg. Questo perché oggi la comunicazione del leader è sempre più basata sull’emozione, sull’immagine, e sempre meno sul fattore ideologico. Oggi in Europa e non solo, lo scontro politico è sempre più visto come una competizione tra leader, una horse race, in cui le personalità influiscono in modo determinante sulle scelte elettorali. Esempio evidente è la presenza in Italia dei nomi dei leader in quasi tutti i simboli dei partiti, dimostrando che oggi la scelta politica è sempre più una scelta basata sull’uomo e non sulle ideologie. Per questo la politica è oggi fatta dai consulenti politici, come dimostra Sarkozy con il suo fidato H. Guaino, responsabile e plenipotenziario consulente del presidente francese in tema di costruzione dell’immagine, e dai sondaggisti, che monitorano a cadenza ormai serrata l’andamento del gradimento del leader tra gli elettori. Questo fenomeno ha una duplice ricaduta sul leader: da un lato gli tributa grande prestigio e forza in caso di vittoria, dall’altro lo indebolisce e lo mette fuori gioco in caso di dimissioni.